La morte e il capitale

Si parla molto in questi giorni dell’atteggiamento di composta pietas che tutti dovremmo assumere di fronte alle ultime sofferenze ed alla morte di un uomo che, pure, è corresponsabile di una delle più grandi sottrazioni di ricchezza mai perpetrate a danno del nostro paese. Sergio Marchionne ha infatti profuso tutte le sue energie per sottrarre ad ogni possibile controllo, tassazione, indirizzo da parte dei cittadini italiani un ingentissimo capitale che proprio grazie al lavoro, al risparmio ed al contributo fiscale di quei cittadini era stato, nei decenni, accumulato. Ora tutto viene mimetizzato col fatto che il nostro era un “abile manager”, e più che abile io stesso lo definirei abilissimo: però, trattandosi di furto, la destrezza non è un’attenuante, ma un’aggravante. Si obietterà che non si tratta di furto o di disonestà, perché il manager moderno è costretto, volendo salvare il salvabile, a dure scelte dettate dalle leggi impersonali del mercato. Ritenendomi marxista non ho difficoltà a concederlo, salvo precisare che queste “leggi impersonali” sono in realtà l’effetto di numerose scelte politiche delle classi dominanti, e quindi anche del “salvatore” della Fiat. Infine qualcuno non mancherà di risolvere la partita ricordando che Marchionne “era di sinistra”. “Appunto”, mi verrebbe da dire, chiudendola così.
Eppure, posso rassicurare gli pseudo-moralisti di oggi che, per quanto conta, io stesso ho fortunatamente provato compassione di fronte a questa morte sofferta e prematura. Dico fortunatamente perché la compassione per la fine di un nostro simile è un sentimento spontaneo e naturale, che fa il paio con la compassione per noi stessi, e perdere questo sentimento è come disumanizzarsi. Certo, nelle condizioni estreme la compassione viene sospesa: ma se la sospendiamo anche in questi tempi ordinari cosa faremo quando torneranno (perché torneranno) i tempi del ferro e del fuoco? Sono quindi tra quelli che chinano il capo di fronte alla fine di Sergio Marchionne, come di fronte a quella di ogni essere umano, e credo che il giubilo da molti manifestato durante la crisi terminale di una vita sia – eccettuato il caso di coloro che hanno patito personalmente e direttamente le scelte del “grande manager”– soltanto il segno dell’odio impotente: che è un pessimo consigliere.
Di fronte alla morte, quindi, ci fermiamo per un attimo. Noi ci fermiamo. Perché gli altri, gli amici del defunto, non ci pensano nemmeno. Predicano compunzione e praticano indifferenza. Non solo perché si sono dati subito da fare per rimpiazzarlo, né perché i ribassisti ci hanno subito sguazzato. E nemmeno perché, come è ovvio, tutti costoro sono sempre stati impassibili di fronte alle decine di migliaia di morti che vengono pudicamente computati come “danni collaterali” del liberismo. Parlo piuttosto del mancato rispetto per la morte che si esprime nella totale assenza di riflessione sulla morte stessa e sul suo significato: un significato che sta nel ricordarci continuamente il limite e la finitezza della condizione umana e quindi l’assurdità di votare la propria vita – e di sacrificare quella altrui – sull’altare dell’accrescimento illimitato ed infinito del capitale. Sta nel ricordarci l’assurdità di essere pagati, e quindi di “valere”, migliaia di volte più di altri esseri, quando con loro si condivide il destino fondamentale. Di fronte ai limiti naturali della nostra esistenza la risposta razionale non sta nel ricercare potere e ricchezza come improbabili sostituti dell’immortalità. Sta invece nell’unirsi per garantire a tutti una vita dignitosa, conforme alle possibilità offerte dallo sviluppo della produzione sociale. Le virtù, le capacità ed anche le subdole astuzie del manager dovrebbero essere rivolte a questo scopo, non ad inseguire il cattivo infinito del capitale. I cantori degli animal spirits pensano forse che una sobria idea di società giusta sia insufficiente ad animare ambizioni, energie, amore per la vita, e che solo la sopraffazione e l’accumulazione illimitate possano muovere il mondo. Preferisco pensare che la tensione, immanente all’esistenza di ognuno, fra la virtuale infinità del pensiero e del desiderio ed il carattere finito, concreto e determinato della vita sia sufficiente a creare avventure, ideali, aspirazioni. E che il compito di assicurare a tutti il necessario sia talmente difficile e complesso da offrire ragioni di vita a moltissimi. Ma i capitalisti, resi ottusi dalla cocaina del mercato, non possono imparare dalla morte il senso del limite e della misura, nemmeno quando essa colpisce all’improvviso loro stessi e tenta di ricordare anche alle classi dominanti che l’integrità della vita è sottoposta ad un rischio continuo: come le classi subalterne sanno invece da sempre, esposte come sono al terrore di perdere, in un attimo, il lavoro, il ruolo sociale e la vita stessa.

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Foto: Il Post (da Google)

1 commento per “La morte e il capitale

  1. ARMANDO
    29 Luglio 2018 at 22:50

    sottoscrivo 1) Perchè nella lucidità delle analisi, abbiamo il dovere di non perdere mai il senso dell’umanità, che non prevede l’odio neanche verso il peggior nemico. 2)perchè evidenzia l’indifferenza, o meglio l’ipocrisia, del così detto mercato di fronte a tutto ciò che non sia la valorizzazione del valore.3)perchè è vero che una ragione integra e integrale dovrebbe consigliare di sforzarsi affinchè tutti abbiano di che vivere dignitosamente; e proprio in nome della comune umanità, e del senso del limite che ci impone la natura e che abbiamo il dovere di riconoscere.
    Si può essere marxisti o no, credenti o atei, ma possiamo, anzi dobbiamo, condividere alcuni caposaldi del nostro essere uomini, uno dei quali è appunto l’atteggiamento verso la morte. Finchè esiste quella condivisione, si può sperare. Quando manca tutto il peggio puà concretizzarsi.

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