La Cina e la Palestina. Un rapporto complesso


Fonte foto: Limes (da Google)

Il conflitto israelo-palestinese continua a rappresentare uno dei nodi insoluti e densi di pericoli per la pace nel sistema internazionale. Se da un lato la condanna delle atrocità compiute da Israele contro la popolazione palestinese è ormai diffusa e condivisa in gran parte del Sud globale, dall’altro il comportamento delle grandi potenze emergenti, in particolare la Cina, suscita interrogativi e critiche.

La domanda di fondo è perché Pechino stia deludendo le aspettative della Palestina, quando al tempo di Mao era il Paese che molto faceva per sostenere e armare la resistenza palestinese. L’interrogativo non è nuovo: da anni ci si chiede se la Cina, con il suo crescente peso economico e politico, possa o voglia assumere un ruolo attivo nel conflitto mediorientale. Si è creato un paradosso: la Cina, pur riconoscendo le distorsioni e le manipolazioni operate dall’ONU a vantaggio delle potenze occidentali, continua a subordinare qualsiasi azione concreta praticabile alla cornice delle Nazioni Unite. Eppure la Cina si è sempre schierata nelle dichiarazioni a favore della Palestina e del suo diritto ad avere uno Stato. Elenco qui una serie di dichiarazioni da parte del governo cinese, sia al Consiglio di Sicurezza che in altri luoghi.

1. **Dichiarazione al Consiglio di Sicurezza sull’Israele-Palestina (24 marzo 2025)**

   La Cina esprime “rammarico” per la rottura del cessate il fuoco, condannando con forza la ripresa delle ostilità. Sollecita Israele a rinunciare all’uso della forza, a interrompere le operazioni militari nella Striscia di Gaza e a cessare le azioni di “punizione collettiva” sulla popolazione civile.

2. **Dichiarazione del rappresentante permanente cinese all’ONU su Gaza e gli insediamenti illegali in Cisgiordania (21 marzo 2025)**

   La Cina si oppone con fermezza allo spostamento forzato dei palestinesi e a qualsiasi tentativo di annessione di Gaza o della Cisgiordania. Rimprovera Israele per gli attacchi nella Cisgiordania, per l’attività degli insediamenti e per le violazioni della sovranità di Siria e Libano, chiedendo un ritiro immediato da quei territori.

3. **Dichiarazione congiunta Cina-Stati arabi sulla Palestina (giugno 2024)**

   Nella dichiarazione congiunta tra Cina e Paesi arabi, si condanna l’aggressione israeliana, si invoca un cessate il fuoco duraturo, si chiede la fine dei trasferimenti forzati di popolazione palestinese e si sostiene l’ammissione della Palestina come Stato membro delle Nazioni Unite. Si chiede inoltre una conferenza di pace internazionale.

4. **Posizione della Cina sul conflitto Gaza-Israele (estate 2025)**

Secondo la parte cinese, è urgente garantire l’accesso agli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, stabilizzare la Cisgiordania e rilanciare la soluzione dei due Stati. La Cina dichiara di supportare una maggiore unità araba nella questione palestinese.

Il genocidio che si sta perpetrando a Gaza mette il Sud del mondo davanti a una imbarazzante realtà. Nessun Paese del Sud globale, che decidesse di imporre sanzioni a Israele, potrebbe alterare realmente i rapporti di forza. Solo la Cina potrebbe farlo. Ma la Cina, che denuncia con frequenza l’abuso delle istituzioni internazionali, si rifiuta però di muoversi al di fuori del loro quadro formale, anche se appare chiaro che il diritto internazionale e le istituzioni create dopo la Seconda guerra mondiale sono in crisi o addirittura si stanno rivelando inutili. Il recente discorso di Trump alla plenaria di New York, pur essendo fatto in maniera rozza e volgare, non si allontana dalla realtà. Quando sembra funzionare, il diritto internazionale è semplicemente un modo per giustificare le soverchierie dell’Occidente.

Un esempio significativo riguarda la Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS): nata con l’obiettivo di garantire l’oceano come bene comune globale, è stata trasformata in strumento delle potenze coloniali. L’estensione della Zona Economica Esclusiva a 200 miglia nautiche ha creato inevitabili sovrapposizioni e conflitti tra Paesi poveri e privi di sbocchi marittimi, favorendo il coinvolgimento delle potenze occidentali in aree come il Mar Cinese Meridionale. In questo modo, le stesse regole dell’ONU hanno alimentato instabilità e conflittualità, rendendo evidente la loro parzialità.

La priorità per la Cina resta il mantenimento dello status quo internazionale. Pechino non prende mai in considerazione l’invio di forze in Palestina, nemmeno sotto forma di contractors. È utile ricordare che in epoca maoista la Cina aveva un atteggiamento ben diverso. Negli anni ’60 e ’70 Pechino fornì sostegno politico e spesso materiale ai movimenti di resistenza palestinesi, in nome della solidarietà antimperialista. Nel 1965-71 addestrò i fedayyin in Cina in più cicli annuali di training militare, inclusa la dottrina di guerra di popolo/guerriglia ispirata a Mao. Fornì armi gratis e supporto ai gruppi. Una ricostruzione storica di questi fatti fu fatta dal quotidiano di sinistra *Haaretz*, che dimostrò come negli anni ’60-inizio ’70 la Cina fornì grandi quantitativi d’armi a Fatah e ad altre formazioni palestinesi senza costo. Un rapporto desecretato dell’FBI rivelò che istruttori cinesi in Siria addestravano i fedayyin filo-siriani, che ancora oggi esistono e hanno combattuto nella guerra civile siriana con Assad.

Nondimeno, con l’apertura di Deng Xiaoping e l’inserimento progressivo nel sistema economico globale, questa linea è stata abbandonata. Oggi la Cina preferisce proporsi come mediatore “neutrale”, attento a non compromettere le relazioni economiche con Israele e con gli Stati Uniti.

Secondo alcuni osservatori, la Cina non avrebbe un reale interesse a fermare Israele. Il Paese di Mezzo pensa di trarre vantaggio dal logoramento politico e morale degli Stati Uniti, che appoggiano senza riserve Tel Aviv, divenendone di fatto complici. Il pensiero della classe dirigente cinese sarebbe che, se Israele dovesse arrivare a compiere massacri di milioni di palestinesi e ad annettere Gaza e altri territori, il costo in termini di reputazione e stabilità internazionale ricadrebbe su Israele stesso e soprattutto sugli Stati Uniti, già percepiti come complici. Questa scelta strutturale impedisce alla Cina di superare la soglia dei gesti simbolici e delle condanne verbali.

Il quadro che emerge è quello di una contraddizione profonda: la Cina critica apertamente le manipolazioni occidentali attraverso le istituzioni internazionali, ma continua a rimanere imprigionata in quelle stesse procedure. Pechino non intende rischiare uno scontro diretto con Washington, preferendo restare dentro il quadro dell’ONU anche a costo di tendere verso l’immobilismo. Il calcolo freddo è lasciare che il conflitto si consumi, affinché gli Stati Uniti e Israele paghino il prezzo di una guerra percepita come genocidio agli occhi del mondo.

Tuttavia, a pagare nell’immediato sono i palestinesi, che rischiano un’ulteriore catastrofe umanitaria e forse la fine come popolo. Il messaggio che la Cina manda, anche se forse non voluto, è chiaro: la geopolitica, nella sua logica di potenza, prevale ancora una volta sulla solidarietà internazionale. La Cina, pur opponendosi a un ordine mondiale dominato dall’Occidente, non sembra pronta a sacrificare i propri interessi strategici per la causa palestinese. La contraddizione resta dunque aperta e segna uno dei limiti più profondi del multipolarismo contemporaneo.

—Sitografia

•           United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS): https://www.un.org/depts/los/convention_agreements/texts/unclos/unclos_e.pdf

•           United Nations – Palestine Question: https://www.un.org/unispal/

•           Middle East Eye – Cina e Palestina: https://www.middleeasteye.net

•           The Diplomat – China’s Position on Israel/Palestine: https://thediplomat.com

•           Al Jazeera – China and the Gaza war: https://www.aljazeera.com

•           Asia Times – Analisi sulla strategia cinese in Medio Oriente: https://asiatimes.com

•           MOA (Moon of Alabama) – Dibattiti critici su Cina e Palestina: https://www.moonofalabama.org

Fonte foto: ISPI (da Google)

1 commento per “La Cina e la Palestina. Un rapporto complesso

  1. Vannini Andrea
    25 Settembre 2025 at 11:40

    Non concordo con Orazio di Mauro. Personalmente mi auguro la fine dell’ esistenza stessa dell’ entità fascista-sionista di Israele, non la nascita di due stati per due popoli (gli ebrei non sono un popolo, l’ ebraismo é una religione) ma di un unico stato laico, democratico e socialista. Ciò non é contemplato dall’ Onu che ha delle responsabilità storiche di non poco conto. Tuttavia non si capisce la ragione per la quale si critica la Cina e le si chiede di svolgere una funzione che non ha. Si ignora il lavoro politico-diplomatico che la Cina svolge anche in Asia occidentale. Ecc.

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