Ucraina: l’ombra di Otpor e delle Ong sulle “rivoluzioni colorate” filoamericane (parte I)

ukraine_language_560L’offensiva del regime di Kiev contro le regioni ostili alla nuova giunta imposta da un golpe insediato con l’appoggio di “volontari” neofascisti e con l’uso di milizie mercenarie filoamericane come la Greystone Service, cioè l’ex “Blackwater Usa”, una delle più importanti Pmc (Private Military Company) del mondo con ruoli di security contractor in Iraq per conto dell’Amministrazione Statunitense nonchè principale contractor del Dipartimento di Stato,[1] è un attacco imperialista in piena regola. Non a caso la comunità internazionale dopo aver bollato come secessioniste quelle regioni che in seguito ad un referendum hanno proclamato la loro indipendenza e dato vita alle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk (rispettivamente con l’89,7% e il 95% dei voti) ha avanzato la richiesta di sanzioni economiche contro Mosca che fin dall’inizio aveva sostenuto le popolazioni russe minacciate dal nuovo regime ucraino.[2]

Un tempo era relativamente facile espandere il proprio impero: la necessità di acquisire risorse, di ampliare la propria sfera di influenza (e di sfruttamento) economica e politica  e di ottimizzare i propri interessi economici spingeva gli stati ad invadere un determinato territorio considerato strategico per il proprio sviluppo. Il metodo e le ragioni – che portarono ad esempio alla spartizione dell’Africa da parte delle potenze europee avvenuta alla Conferenza di Berlino del 1884, letteralmente a tavolino – erano sempre gli stessi: l’approvvigionamento (il saccheggio..) di risorse e materie prime necessarie alla conservazione e all’espansione del proprio impero economico e politico.

Oggi le ragioni sono fondamentalmente le stesse ma ci si nasconde dietro il velo ipocrita e sottilissimo alimentato ad arte dagli apparati mediatici, che spiegano come gli eserciti delle potenze occidentali e della NATO occupino la Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq o altri paesi non per conquistare territorio utile al fine di mantenere e rafforzare il proprio status quo geopolitico o perché in questo o quel paese scorre petrolio oppure ancora perchè vi è un oleodotto/gasdotto di importanza strategica, bensì per «abbattere le tirannie che opprimono quei paesi e portare democrazia, pace e diritti umani», ovviamente con le bombe.

Ma le guerre costano, e le casse dell’Impero Americano non sono floride come un tempo. E’ più vantaggioso esportare l’American way of life con l’uso indiscriminato delle bombe oppure attraverso un processo di penetrazione culturale che promuova i «diritti civili» e i valori di una società liberaldemocratica fondata sulla celebrazione dell’individuo piuttosto che della collettività o della comunità?

Anche in termini di mera utilità, è senz’altro più conveniente promuovere un modello economico-sociale con mezzi “pacifici” piuttosto che con soluzioni militari (anche se incidenti di percorso possono sempre verificarsi): tutto di guadagnato sia in termini economici che, soprattutto, mediatici.

Le “rivoluzioni colorate”, scoppiate in Europa dell’Est con l’intento di eliminare quei sistemi e quegli stati che la “morale” occidentale e americana considera “ostili alla democrazia”, sono il nuovo strumento, 2.0 (dopo il fallimento e gli alti costi per la guerra in Kosovo, in Iraq e in Afghanistan) utilizzato dalle potenze occidentali che quando prevalgono insediano un nuovo governo “democratico” i cui leader sono, chi più o chi meno, consulenti di qualche multinazionale o di qualche impresa petrolifera occidentale. Dopo un periodo più o meno lungo trascorso come esuli politici in America e/o in Europa, si sono nel frattempo laureati e hanno ottenuto incarichi presso Università prestigiose come Harvard, Oxford o Yale, cioè le “madrase” del neoliberismo occidentale.

Dietro i vari sommovimenti di piazza scoppiati in Serbia (2000), in Georgia (2003), in Ucraina (2004) e in Kirghizistan (2005), anche allo scopo di costruire una rete di collaborazionisti, vi sono agenzie non governative vicine alla Rockefeller Foundation e alla Cia, come la Soros Family Fondation (per la promozione della “società civile”, che finanzia l’Open Society Institute), la Freedom House (a sostegno dei media indipendenti, creata dalla moglie di Roosevelt), l’International Repubblican Institut (finalizzata alla costruzione di nuovi partiti in linea con i valori del liberalismo, presieduto da John McCain, il candidato sconfitto delle presidenziali USA del 2008 contro Obama, giunto a Kiev per complimentarsi coi leader golpisti!) e la National Democratic Institut for International Affairs (per promuovere “elezioni democratiche”), la United States Agency for International Development e l’Albert Einstein Institution, le stesse fondazioni “benefiche” che rivedremo all’opera nei diversi teatri sopra elencati, e che sono finanziate col bilancio degli Stati Uniti o con capitali privati statunitensi: basti pensare che la National Endowment for Democracy è finanziata da un budget votato dal Congresso e i fondi sono gestiti da un CdA con rappresentanti del Repubblican Party e del Democratic Party, dalla Camera di Commercio degli Stati Uniti e dal sindacato Federation of Labor – Congress of Industrial Organization (AFL-CIO). Chi ha stilato l’elenco di tali organismi presenti nei paesi dell’ex Urss? Nero su bianco, lo spiega la rivista di geopolitica filoatlantista «LiMES», edita dal Gruppo Editoriale l’Espresso, vicino al Partito democratico, nel Quaderno Speciale sulla crisi in Ossezia del 2008,[3] e in un documentario del 2005 di Manon Loizeau, intitolato États-Unis à la conquête de l’Est.[4] Infatti G. Sussman e S. Krader della Portland State University spiegano che

«Tra il 2000 e il 2005, i governi alleati della Russia, in Serbia, in Georgia, in Ucraina e in Kirghizistan, sono stati rovesciati da rivolte senza spargimenti di sangue. Nonostante i media occidentali sostengano generalmente che queste sollevazioni siano spontanee, indigene e popolari (potere del popolo), le “rivoluzioni colorate” sono in realtà l’esito di una ampia pianificazione. Gli Stati uniti, in particolare, e i loro alleati hanno esercitato sugli Stati post-comunisti un impressionante assortimento di pressioni e hanno utilizzato finanziamenti e tecnologie al servizio dell’aiuto alla democrazia».[5]

Come agiscono gli Organismi non governativi (Ong) sopra citati? Attraverso la promozione di movimenti “spontanei” per lo sviluppo della società civile come Otpor (“Resistenza”) in Serbia, Kmara (“E’ abbastanza!”) in Georgia, KelKel (“Rinascita”) in Kirghizistan, e Pora (“E’ ora”) in Ucraina. Il primo, Optor, ha poi fatto scuola, sostenendo i vari movimenti affini attraverso il Center for applied non violent action and strategies (Canvas), con sede nella Belgrado post-Milosevic, per addestrare militanti all’applicazione della cosiddetta «resistenza non violenta», ideologia teorizzata in From Dictatorship to Democracy dal filosofo e politologo statunitense Gene Sharp, fondamento delle «rivoluzioni colorate»:

«Una di queste organizzazioni [ispirate a Optor] è il Centro per la resistenza non violenta [il Canvas. Ndr], che nella sua parte preponderante riprende le attività non governative dell’allora Otpor, e che in questi giorni si è trovato al centro dell’attenzione sia del pubblico locale che di quello internazionale per le sue attività in Ucraina. Un segmento del Centro è proprio il Training Team che realizza dei training nell’ambito della resistenza e della soluzione pacifica delle crisi e dei conflitti. Proprio questo team è stato al centro dell’attenzione del pubblico, e in particolare dopo l’impegno attivo dei trainer del Centro durante le vicende pre-elettorali in Georgia, Bielorussia e Ucraina. Perché nell’ultimo anni diversi trainer e attivisti dell’allora Otpor hanno trasferito l’esperienza e la conoscenza impiegate nella lotta contro il regime della Serbia ai loro colleghi di varie organizzazioni studentesche e giovanili sia della regione che fuori. Il più famoso “esportatore di rivoluzioni”, come viene spesso chiamato, Aleksandar Marić ha avuto la sua prima missione compiuta in Georgia, quando ha addestrato l’allora movimento giovanile “Kmara” alle tecniche della resistenza non violenta, il cui risultato è stata la sconfitta del regime di Eduard Scevarnadze. Dopo di che sono giunti numerosi inviti di organizzazioni studentesche dai paesi dei cosiddetti regimi autoritari, i quali hanno creduto che lo “scenario serbo” potesse essere realizzato anche alle loro condizioni. Sulla “riuscita” dei training che si sono tenuti in suddetti paesi e sul timore che potessero assistere allo stesso destino di Slobodan Milošević, la dice lunga il fatto che tutti i trainer del Centro, e in particolare Aleksandar Marić, sono stati definiti come persona non grata, col che gli è stato impedito l’ingresso in Bielorussia, Russia e Ucraina. L’ultimo “incidente” che, come già detto, ha scosso l’opinione pubblica mondiale è accaduto una decina di giorni fa, alla vigilia del primo turno per le elezioni presidenziali in Ucraina, tenutesi il 1 novembre 2004, quando Aleksandar Marić prima è stato trattenuto all’aeroporto di Kiev, poi fatto rientrare in Serbia senza spiegazioni sul perché gli sia stato impedito l’ingresso in Ucraina. Aleksandar Marić, d’altra parte, durante gli ultimi tre mesi aveva lavorato come consulente della rete giovanile ucraina denominata “Pora” (“E’ ora”), molto simile a Otpor sia per gli obiettivi che per l’organizzazione».[6]

Comprendiamo perché il governo russo – che non è senz’altro nelle nostre corde – abbia espulso dalla Russia le varie Ong! Com’era riportato sul «The Guardian», «Ufficialmente, il governo Usa ha distribuito in un anno 41 milioni di dollari per l’organizzazione e il finanziamento dell’operazione che ha consentito di sbarazzarsi di Milosevic […] In Ucraina, la cifra si aggira introno ai 14 milioni di dollari».[7] Quindi, nulla di spontaneo… bensì pilotato da Washington. Le citate Ong statunitensi sono state inoltre coinvolte anche in quella che va sotto il nome di “primavera” araba (fenomeno complesso, con risvolti contraddittori da approfondire in altra sede): giovani attivisti arabi sono stati formati alla resistenza individuale non violenta da Canvas e alla cyber-dissidenza da organizzazioni americane come l’Alliance of youth movements (Aym), sponsorizzata dal Dipartimento di Stato, come anche da multinazionali americane delle comunicazioni e dei social network come Google, Facebook e Twitter.

In piazza a destra… molto a destra! Chi compone l’Euromaidan

Quello ucraino è stato un golpe a tutti gli effetti e non una rivoluzionaria presa di potere: Viktor Yanukovich era stato democraticamente eletto il 7 febbraio 2010 avendo sconfitto la filoamericana Yulia Tymoshenko al secondo turno delle elezioni presidenziali con 48,95% di voti contro il 45,47%. La Tymoshenko non aveva accettato il responso delle urne,[8] dato che chi aveva vinto era quello che, secondo il punto di vista del fronte filoamericano, era stato “delegittimato” dalla prima rivoluzione arancione del 2004. Le elezioni presidenziali di quell’anno videro come avversari il primo ministro in carica, Viktor Yanukovich, e l’ex primo ministro e leader dell’opposizione filo-occidentale, Viktor Yushchenko. Il secondo turno vide prevalere Yanukovich con il 49,46 dei consensi contro il 46,61 % ottenuto dal suo avversario. Ma il risultato venne contestato in quanto, secondo l’opposizione filoamericana, le elezioni erano fraudolente. Esplose la citata rivoluzione arancione, finanziata dalle Ong occidentali all’insegna della «esportazione della democrazia». Il primo risultato di questa “rivoluzione” fu l’annullamento del secondo turno delle elezioni presidenziali. Fu organizzato un terzo turno delle elezioni presidenziali e Yushchenko, con il 51,99 contro il 44,19%, viene eletto presidente. La Tymoshenko, Yushchenko & Co. prendono la decisione, di fronte ad un’opinione pubblica internazionale che avvalla quell’elezione, di ritirare l’invalidamento e il ricorso alla giustizia.[9] Specie perché le loro proposte per l’Ucraina erano una vera bufala, e il nuovo presidente decide di sospendere l’accordo Ucraina-Ue. Di che si tratta? Il dott. David Teurtrie, ricercatore presso l’Istituto nazionale delle lingue e civiltà orientali (Inalco, di Parigi), spiega:

«La proposta fatta (dalla Ue) all’Ucraina è qualcosa che io definirei una strategia perdente-perdente. Perché? L’accordo prevedeva l’istituzione di una zona di libero scambio tra Ue e Ucraina. Ma essa era molto sfavorevole all’Ucraina perché avrebbe aperto il mercato ucraino ai prodotti europei e solo socchiuso quello europeo ai prodotti ucraini, che per lo più non sono concorrenziali sul mercato occidentale. Vediamo quindi che vi sono assai pochi vantaggi per l’Ucraina. Per semplificare, l’Ucraina avrebbe subito tutti gli svantaggi di questa liberalizzazione del commercio con l’Ue, senza riceverne alcun vantaggio».[10]

Peccato – e la cosa non può che apparire che “pilotata”, dato che il popolo ucraino non è affatto ingenuo – che i manifestanti dell’Euromaidan fossero favorevoli a tale svantaggioso accordo che avrebbe trasformato il paese in un’ennesima Grecia, come nota il quotidiano comunista francese «l’Humanité».[11] Il movimento Euromaidan – proprio come Solidarność negli anni ’80, finanziato dalla Soros Fondation e in seguito a capo di una coalizione che guida l’estrema destra polacca assieme a partiti affini a Forza nuova,  è multivariegato ed è composto da più partiti che vanno dalla destra liberale all’ala più reazionaria dell’emiciclo ucraino, come “Batkivshina” o Unione pan-ucraina “Patria” di Yulia Tymoshenko e di Olexandre Turchinov, presidente ad interim dell’Ucraina occidentale, partito liberal-conservatore filo-europeo osservatore esterno del Ppe. Batkivshina ha legami col think tank “Konrad Adenauer Stiftung” (legato alla Cdu di Angela Merkel) e con l’International Repubblican Institut di John McCain. Uno dei membri del governo di Kiev, Pavel Sheremeta, dal 1995 al 1997 è stato direttore di programma all’Open Society Institute di Soros a Budapest.[12] Un’altro partito è l’Udar (Alleanza democratica ucraina per la riforma, acronimo di “Colpo”), partito liberalconservatore dell’ex pugile Vitali Klitschko, nato dalla fusione col movimento giovanile «arancione» Pora – sezione ucraina di Otpor, che in Serbia è in un partito filoamericano –,[13] che ha legami con le Ong elencate e col centrodestra tedesco (che l’ha creato), come esposto da questo documento, Our Man in Kiev, pubblicato in rete il 10 dicembre 2013:

«Secondo informazioni giornalistiche, al governo tedesco piacerebbe che il campione di boxe Vitali Klitschko punti alla presidenza per portarlo al potere in Ucraina. Egli vorrebbe migliorare la popolarità della politica dell’opposizione, organizzando per esempio delle apparizioni pubbliche congiunte col ministro degli affari esteri tedesco. A tal fine è stato previsto anche un incontro di Klitschko con la cancelliera Merkel durante il prossimo summit della Ue a metà dicembre. La Konrad Adenauer Stiftung ha infatti, non solo sostenuto massicciamente Klitschko e il suo partito Udar, ma – stando alla testimonianza di un politico della Cdu – il partito Udar è stato fondato nel 2010 per disposizioni dirette della Fondazione della Cdu. I rapporti sulle attività della Fondazione per lo sviluppo del partito di Klitschko forniscono una indicazione sul modo col quale i Tedeschi influenzano gli affari interni dell’Ucraina attraverso l’Udar».[14]

In formato relativamente più ridotto abbiamo partiti di estrema destra come Svoboda, movimento ultranazionalista guidato da Oleh Tyahnybok, legato a Forza nuova e a Fiamma tricolore,[15] e noto per le sue posizioni antisemite, omofobe, xenofobe, antirusse e anticomuniste e per il suo rifarsi a collaborazionisti come Stepan Bandera, che combatté l’Urss al fianco delle truppe dell’Asse,[16] e per il programma ambiguo, in teoria una “terza via” o “terza posizione” (un’Ucraina equidistante dall’Ue e dalla Russia ed economicamente “corporativa”), in pratica succube di Kiev. Svoboda si dichiara apertamente disposto a negoziare l’ingresso nella Nato, chiedendo il sostegno agli Usa e all’Inghilterra per difendere l’Ucraina contro i russi e costituire un proprio arsenale nucleare rafforzando militarmente il Paese in chiave antirussa, concedendo addirittura spazi per costruire basi militari per la Nato, rafforzando i legami economici con l’Ue.[17] E’ forse un partito minoritario? Tutt’altro: appena entrato nel governo un’esponente di Svoboda, il neonazista Oleg Mahnitsky, è stato nominato procuratore generale dell’Ucraina, postazione di importanza strategica in una situazione di questo tipo, e tre ministri del governo di Kiev, Oleksandr Sych, vice-Primo ministro; Andriy Mokhnyk, Ministro dell’ambiente e Oleksandr Myrnyi, Ministro dell’agricultura, sono militanti neonazisti di Svoboda. Abbiamo infine Pravy Sektor – l’ala più violenta della piazza, responsabile del massacro di Odessa – coalizione nazionalrivoluzionaria guidata da Dmitro Yarosh, a capo di “Trizub” (cioè “Tridente”, simbolo utilizzato anche dai nazionalrivoluzionari francesi di Troisiéme voie, “cugini” skinheads di CasaPound), che ha il sostegno – lo abbiamo già detto – dei “fascisti del III millennio” e del loro guru, Gabriele Adinolfi.[18] La coalizione neonazista Pravy Sektor – i cui militanti si autoproclamano “soldati della rivoluzione nazionale” – è composta da gruppi minori, i “Patrioti dell’Ucraina”, “l’Ukrainska natsionalna asambleya – Ukrainska narodna sambooborunu – Una-Unso” (Assemblea nazionale ucraina – Autodifesa nazionale ucraina), Bilyi Molot (Martello Bianco) oltre all’ala più estrema di Svoboda.

Nella prossima puntata analizzeremo l’evoluzione, gli ulteriori contatti e le proposte di tale coalizione nazi-liberista, esplicitamente sostenuta dai “progressisti” del Pse (un Renzi trionfalista che va a Kiev e uno Schutz che critica le ragioni delle Repubbliche scissesi dal governo occidentalista!) e dal Ppe e dall’Alde (come Scelta civica/Scelta europea di Mario Monti, l’uomo giusto al momento giusto, il fratello “compasso, grembiulino & squadre” del Gruppo di Bildenberg). Non bisogna dimenticare che fu l’Spd, al governo coi liberali, a sostenere i Freikorps paranazisti contro la Repubblica dei consigli a Monaco, cioè gli assassini di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. I casi della vita!

 


[1] G. Gaiani, In Ucraina si rivede la Blackwater, che però adesso si chiama Greystone, «Il Sole 24 Ore», 9 aprile 2014.

[2] L’Est Ucraina dopo il referendum chiede l’annessione alla Russia. L’Ue non riconosce il risultato e vara nuove sanzioni contro Mosca, in «La Stampa», 12 maggio 2014; Ucraina, l’est sceglie la secessione. Kiev: “Farsa finanziata dal Cremlino”, in «la Repubblica», 12 maggio 2014.

[3] Russia contro America, peggio di prima, supplemento a «LiMes», n. 4/2008, p. 18.

[5] G. Sussman – S. Krader, Template Revolutions: Marketing U.S. Regime Change in Eastern Europe, in «Westminster Papers in Communication and Culture», University of Westminster, London, vol. 5, n. 3, 2008, p. 91-112.

[7] I. Traynor, US campaign behind the turmoil in Kiev, in «The Guardian», 26 novembre 2004.

[8] AFP, Élection présidentielle – Ioulia Timochenko refuse de reconnaître sa défaite, «Le Point», 9 febbraio 2010.

[9] AFP, Présidentielle en Ukraine: Timochenko retire son recours en justice, RTL, 20 febbraio 2010.

[10] D. Teutrie, L’accord d’association de l’UE avec l’Ukraine est une stratégie perdant-perdant, in “Institut de la Démocratie et de la Coopération”, 4 febbraio 2014, http://www.idc-europe.org/fr/-Accord-d-Association-avec-l-Ukraine-est-une-strategie-perdant-perdant-

[11] G. De Santis, Ukraine. L’UE ne promet pas la lune aux manifestants… juste la Grèce, «l’Humanité», 24 febbraio 2014.

[13] L. Zanoni, Otpor in politica: intervista con Nenad Đurđević, in http://www.balcanicaucaso.org/aree/Serbia/Otpor-in-politica-intervista-con-Nenad-Durdevic-24574.

[14] German Foreign Policy, Our Man in Kiev, 10 dicembre 2013, http://www.german-foreign-policy.com/en/fulltext/58705/print.

[16] P. Ghosh, Svoboda: The Rising Spectre Of Neo-Nazism In The Ukraine, in «International Business Times», 27 dicembre 2012 e Id., Euromaidan: The Dark Shadows Of The Far-Right In Ukraine Protests, ivi, 19 febbraio 2014.


5 commenti per “Ucraina: l’ombra di Otpor e delle Ong sulle “rivoluzioni colorate” filoamericane (parte I)

  1. Alessandro
    29 maggio 2014 at 18:12

    Tante considerazioni interessanti e spesso condivisibili per quanto mi riguarda, ma noi dobbiamo chiarire un aspetto, perchè altrimenti siamo fuori strada. Questa non è una guerra tra nazi-fascisti e partigiani, visione tanto suggestiva quanto totalmente infondata. Questa è una guerra tra un esercito nazionale, in precedenza guidato da un governo chiaramente non legittimato democraticamente e da me avversato, e dei ribelli che sono in gran parte miliziani ceceni, armati e foraggiati dalla Russia, i quali si fanno vigliaccamente scudo di civili.
    Pravi sektor e Svoboda non hanno preso neanche il 2% alle ultime elezioni ucraine di qualche giorno fa. Se noi pensiamo al risultato del Fronte Nazionale in Francia, dobbiamo solamente complimentarci con gli ucraini.
    Un’altra cosa: il referendum nel Donbass va considerato per quello che è, una tragica farsa su cui non c’è neanche bisogno di soffermarsi. E sono dalla parte dei minatori, degli operai che si sono visti piombare nelle loro aziende questa teppaglia che minacciava di farli saltare in aria se non avessero partecipato al loro fascista referendum.
    Concludo presentando i bravi ragazzi della, si far per dire, Repubblica di Donetsk. Indovinate a quale schieramento politico appartengono?

    http://www.mps-ti.ch/index.php/113-archivio-nuovo/internazionale/1035-repubblica-di-donetsk-sempre-piu-a-destra-verso-la-russia

    • Fabrizio Marchi
      30 maggio 2014 at 11:31

      Caro Alessandro, il tuo commento mi offre la possibilità di ribadire la mia posizione sulla questione russo ucraina che credo di poter dire sia un po’ quella di tutta la redazione dell’Interferenza ma è ovvio che ciascuno potrà esprimersi personalmente nel merito.
      Non ho nessun dubbio sulla natura dell’attuale regime russo, e a tal proposito, rimando al mio articolo https://www.linterferenza.info/esteri/un-primissimo-sguardo-sulla-crisi-russo-ucraina/ Quello guidato da Putin è un regime oligarchico, nazionalista, “borghese” (cioè vetero capitalista, diciamo così, anche se impropriamente) e neotradizionalista, non è certo un modello di democrazia né tanto meno di socialismo. Se è per questo non lo è neanche quello di Assad in Siria né tanto meno lo erano quelli di Saddam in Iraq e dei Talebani in Afghanistan; lo stesso discorso da un certo punto di vista vale anche per gli ex regimi di Milosevic in Serbia e di Gheddafi in Libia che però non mi sento di accomunare ai primi per tante e diverse ragioni che non sto ora ad approfondire ma che li rendono senz’altro più accettabili rispetto a quegli altri.
      Il giudizio su tutti quei regimi (senza volerli accomunare in un unico calderone, come ho già detto, perché le differenze sono enormi, al di là della propaganda mediatica occidentale che tende a considerare tutti alla stessa stregua) non ci ha impedito e non ci impedisce però di prendere posizione contro le politiche imperialistiche degli USA e della NATO che dal crollo del muro di Berlino in poi hanno aperto ufficiosamente (ormai si può dire dal momento che è sotto gli occhi di tutti…) quella che può essere definita come una sorta di “quarta guerra mondiale” permanente finalizzata al predominio dell’impero americano sull’intero pianeta già completamente dominato dal capitalismo, sia pure in forme e modalità diverse a seconda dei differenti contesti.
      Per cui sono senz’altro d’accordo che non si tratta di mettersi a fare il tifo per gli uni contro gli altri come se fosse un derby calcistico fra due squadre della stessa città. Questo è quello che sta facendo alcune forze della destra che sulla base delle loro concezioni nazionalistiche si schierano con uno o con l’altro contendente.
      E’ ovvio che la nostra posizione è tutt’altra e ben più complessa. Purtroppo, caro Alessandro, il compito di quelli come noi è proprio quello di cercare di operare una sintesi fra quelli che sono i nostri orizzonti ideali e valoriali con le esigenze della “realpolitick”, anche se mi rendo conto che non è facile. E’ ovvio che trenta o quaranta anni fa quando da una parte c’era l’imperialismo USA e il vetero colonialismo europeo e dall’altra i movimenti di liberazione e di indipendenza del terzo mondo dal Vietnam all’Angola, dal Mozambico alla Palestina, da Cuba alla Guinea Bissau, dall’Algeria al Nicaragua) tutti guidati da forze che si ispiravano al socialismo e alla Sinistra, era molto più facile schierarsi. Oggi non è più così, l’intero pianeta è dominato dal capitalismo che attecchisce sia pure in forme diverse a seconda del contesto socioculturale (sono paesi ultracapitalisti la Cina come l’Arabia Saudita, l’India come il Sudafrica e via discorrendo), con la sola eccezione di Cuba e del Venezuela, che sono le uniche due realtà dove l’antimperialismo coesiste anche con forme di socialismo.
      E’ ovvio quindi che la posizione di quelli come noi, antimperialisti ma anche socialisti, cioè di coloro che si pongono in un’ottica di critica al sistema capitalistico e nell’orizzonte ideale e politico di un suo superamento (in senso socialista), è assai difficile e delicata.
      Non c’è dubbio che nella questione russo-ucraina le contraddizioni siano enormi e bene hai fatto a rilevare che da parte dei filorussi ci siano ingenti forze neofasciste, in taluni casi anche egemoni (come correttamente fatto rilevare dall’articolo che hai postato) che del resto stanno anche e soprattutto dalla parte degli Euromaidan filooccidentali. E’ pur vero che a difendere le regioni russofone dall’attacco di questi ultimi (e anche questo è provato, e soprattutto i morti di Odessa, fra gli altri, lo confermano) ci sono tantissimi russi democratici, antifascisti e anche molti comunisti. Cosa che non è sul versante opposto dove gli antifascisti e i comunisti vengono trucidati. E’ altresì vero che il Partito Comunista della Federazione Russa (l’erede del PCUS) guidato da Ziuganov, è schierato anch’esso a difesa dei russi dell’Ucraina. Il che non cancella le contraddizioni di cui sopra, sia chiaro, che restano e resteranno. Del resto anche la posizione del PC russo (che resta il secondo partito in Russia dopo quello di Putin) deve essere considerata e analizzata all’interno di quella che è la Russia oggi nella sua complessità. Il PC russo è un partito anch’esso fortemente caratterizzato dall’elemento nazionale e nazionalistico che oggi in Russia costituisce l’elemento che accomuna un po’ tutte o quasi le forze politiche e culturali (ad eccezione degli ultraliberisti filo occidentali) . Non è un caso che la stessa destra tradizionalista e lo stesso Dugin riconoscano il PC stesso come parte integrante della storia russa. La Russia putiniana è appunto quella che ho sia pur sommariamente cercato di spiegare nel’articolo che ho linkato sopra. Una Russia cioè che riesce a risollevarsi dall’abisso in cui era caduta subito dopo il crollo dell’URSS, proprio facendo leva sulla sua tradizione, le sue radici storiche e spirituali e recuperando ciò che non poteva essere gettato alle ortiche come se nulla fosse, ivi compresa l’esperienza comunista e sovietica. Anche per questo, dopo la sbornia liberista filooccidentale che aveva trasformato il paese in un gigantesco postribolo e in una centrale operativa della “variante criminale” del capitalismo, Putin è riuscito a rimettere in piedi il paese e riportarlo al rango di una potenza capace di condizionare in qualche modo gli equilibri geopolitici. Non c’è alcun dubbio che il veto russo sia stato comunque determinante nell’impedire l’intervento della NATO in Siria, paese storicamente legato all’URSS prima e alla Russia poi. Certo, l’esistenza della Russia non è riuscita ad impedire l’aggressione alla Libia, tanto meno quello alla Serbia, all’Iraq ecc.
      In conclusione, saremmo tutti più felici che la realtà fosse un’altra, che la Russia fosse un paese autenticamente socialista e democratico (non lo era neanche l’URSS…), e che tutti i movimenti che si oppongono all’imperialismo globale lo fossero, ma così non è e non possiamo far finta che la realtà sia diversa da quella che è. Allo stesso tempo non si può però neanche assumere una posizione da “anime belle”, come si suol dire, perché purtroppo la politica implica delle scelte. Obtorto collo, la realtà ci impone di prendere posizione. Torno ad uno degli esempi che ho portato poc’anzi. Non ho mai pensato che il regime di Assad (figlio e padre) fosse un regime socialista e democratico (così come non ho mai pensato che lo fosse il partito Baath, anche se ogni cosa va contestualizzata e storicizzata e non c’è dubbio che il nazionalismo socialistoide arabo abbia avuto un ruolo anche positivo e progressista..), tuttavia in questa fase ritengo corretto schierarsi contro il tentativo di destabilizzazione della Siria portato avanti dagli USA attraverso i suoi alleati e satelliti (Turchia, Arabia Saudita e Israele) e la bande jihadiste e qaediste armate e finanziate dagli USA stessi e dai loro alleati.
      Spero di aver sufficientemente chiarito la mia posizione.

  2. Alessandro
    30 maggio 2014 at 13:27

    Sottoscrivo certamente il tuo intervento, Fabrizio, molto equlibrato e lucido. La realtà ucraina è molto complessa e la propaganda di ambo le parti non aiuta a fare chiarezza. L’errore però della sinistra, soprattutto radicale, un mondo all’interno del quale anche io, pur criticamente, mi colloco, è stato quello di essere un po’ troppo avventata nello scegliere con chi schierarsi. Certamente anche tra i filorussi c’è una componente democratica, ma questa è minoritaria. D’altronde io ho sempre una profonda disistima con chi cerca di falsificare i dati, come è accaduto nel caso del referendum farsa in quella regione, o come è accaduto in Veneto con la marmaglia secessionista, in buona parte di estrema destra, ivi presente, non a caso anch’essa schierata anima e corpo a favore dei filorussi putiniani.
    Non possiamo però negare che anche tra le fila dei rivoltosi di Maidan, che furono molto più numerosi dei rivoltosi filorussi dell’est, ci fossero dei veri democratici, persone che si battevano davvero per un miglioramento delle loro condizioni di vita. A questo proposito ricordo che lo stipendio in Ucraina si aggira intorno ai 200-300 euro per un costo della vita che non è molto più basso del nostro. Il fatto che poi questo movimento sia stato strumentalizzato dall’accoppiata USA-UE e inquinato dalla presenza dell’estrema destra è certamente un aspetto che da sempre evidenzio e condanno. In questo momento però questo è uno scontro che ci impone di essere molto cauti nelle nostre prese di posizione, perchè il rischio è davvero quello di prendere enormi cantonate, come è capitato in questa circostanza anche a ottimi giornalisti come Giulietto Chiesa. Cito solo un errore, tra i tanti, in cui è caduta la stampa di sinistra cosiddetta antagonista: considerare l’est Ucraina minacciato sin dal periodo di Maidan e di conseguenza presentare le forze che hanno occupato illegalmente le sedi istituzionali come di autodifesa. Nessun cittadino filorusso-russofono nè durante Maidan nè immediatamente dopo è stato fatto oggetto di discriminazione o violenza. L’escalation di violenza e terrore si è verificata solo in seguito all’annessione della Crimea da parte della Russia.
    Questa vicenda, comunque andrà a finire, ci ribadisce ancora una volta come pericolosi siano gli imperialismi di qualsiasi tipologia e come la propaganda sia in grado di deformare una realtà, che già appare assai complessa di suo.

  3. Euvgenij
    2 settembre 2016 at 18:57

    Dissento completamente su questo punto. L’escalation di violenza e terrore si è verificata già prima all’annessione della Crimea da parte della Russia, e già durante il Maidan si sono verificati atti di inumana spietatezza verso i russofoni ed i filorussi.

    • Alessandro
      2 settembre 2016 at 20:46

      In Piazza Maidan-Kresciatik ci sono le foto degli uomini e di qualche donna morti durante quegli scontri del gennaio 2014. ebbene, mi ha stupito vedere quanti provenissero dall’est Ucraina, diversi addirittura da Donetsk: un po’ strano che dei russofoni doc si schierassero a fianco di chi appoggiava “atti di inumana spietatezza verso i russfoni ed i filorussi”.
      chiariamo un punto, altrimenti non si capisce di che stiamo parlando: i russofoni in Ucraina sono la maggior parte della popolazione e li ritroviamo non solo negli oblast di Sumi, Karkov, nel donbass, ma anche negli oblast di Dneprpetrovsk, di Poltava, di Kerson, di Odessa…e nella stessa Kiev sono la maggior parte, solo nell’ovest Ucraina l’ucraino prevale sul russo, da Lusk, Rovno, Leopoli, passando per Ternopoli, Ivano Frankovsk, fino a Cernivzi, dove ci sono anche minoranze che parlano soprattutto il romeno.
      I filorussi sono invece coloro che prima di Maidan erano vicini sentimentalmente e politicamente alla Russia e dopo li ritroviamo schierati anche militarmente contro il governo di kiev, e si trovano essenzialmente nel Donbass, a Karkov, a Odessa e in poche altre zone in maniera consistente, essenzialmente nel sud e nell’est del Paese.
      Affermare quindi quanto sopra non ha alcun senso perchè la maggior parte degli ucraini continuano a parlare tranquillamente il russo, prima e dopo Maidan, senza che a nessuno sia mai stato torto un capello per questa ragione. Diverso è il discorso sui filorussi, che si trovavano soprattutto nel “partito delle regioni” guidato da Yanukovich e che quindi prima e durante Maidan stavano addirittura al governo del Paese, almeno nella prima fase. Durante Maidan è andato poi tutto degenerando.

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