La favola del gender pay gap. Perchè e a chi giova.

In regime capitalista il gender pay gap non può esistere. Il solo affermarlo è una contraddizione in termini. Nessun imprenditore e nessuna imprenditrice (per i lavoratori e le lavoratrici del settore pubblico il problema non si pone neanche) sceglierebbero di assumere un uomo qualora fosse possibile assumere una donna con un salario inferiore a parità di qualifica e mansione. Per la semplice ragione che la finalità di un imprenditore o di un’imprenditrice è il profitto, e tutto il resto è assolutamente succedaneo e marginale.

Se, infatti, fosse realmente possibile assumere una donna con un salario inferiore a parità di qualifica e mansione, avremmo una occupazione femminile stratosfericamente superiore a quella maschile (soprattutto nell’economia sommersa). Sappiamo che non è così. Ma non è così non in ragione di una discriminazione sessuale, ma per la semplice ragione che l’ingresso massiccio delle donne nel mondo (mercato…) del lavoro è stata possibile solo quando lo sviluppo tecnologico e le condizioni oggettive di lavoro lo hanno reso possibile. E cioè quando il lavoro da materiale è diventato in larga parte immateriale e quando l’automazione ha permesso che le stesse mansioni potessero essere svolte indifferentemente da un uomo o da una donna. E’ evidente che premere un pulsante o digitare su una tastiera non è la stessa cosa che spicconare in una miniera o lavorare sul ponteggio di grattacielo.

Come si arriva, dunque, a sostenere, che le donne a parità di qualifica e mansione, sarebbero retribuite in misura inferiore rispetto agli uomini?

Si somma l’ammontare complessivo dei salari degli uomini e quello delle donne e si scopre che c’è una differenza, chi dice dell’1, chi del 6, chi del 12% (anche questa grande diversità di statistiche ci dice quanto sia debole la tesi…) in sfavore delle donne. Ma questo è del tutto ovvio per i seguenti motivi:

  • Gli uomini sono tuttora occupati in misura maggiore delle donne (diciamo di alcuni punti in percentuale) non, anche in questo caso, in ragione di una discriminazione sessuale, bensì perché ogni processo (sviluppo tecnologico e automazione del lavoro che annullano le differenze fra uomini e donne nell’ambito della produzione) ha necessità dei suoi tempi fisiologici e perché tuttora, al momento, alcune professioni, quelle più pesanti fisicamente, nocive per la salute e purtroppo anche mortali, sono svolte dagli uomini e sono relativamente più remunerate rispetto ad altre (un tecnico o un operaio che lavorano su una piattaforma petrolifera o in una miniera percepiscono un salario superiore a quello di una impiegata o un’insegnante).
  • Le donne optano molto più degli uomini per lavori part time, svolgono molte meno ore di straordinario e sono tendenzialmente meno disponibili a qualsiasi genere di turnazione. Inoltre, tuttora, al di là di ciò che sostiene la propaganda femminista, molte donne preferiscono lasciare al proprio marito l’onere di essere il principale “portatore di reddito”. E questo anche e soprattutto per ragioni storico-culturali. Per gli uomini, a differenza delle donne, il lavoro è infatti un obbligo morale, oltre che materiale (sostentare loro stessi e le loro famiglie), un vero e proprio imperativo categorico al quale devono rispondere. Se non sono in grado di farlo le conseguenze possono diventare devastanti sia dal punto vista materiale che immateriale (psicologico). Non è un caso che la totalità dei suicidi per perdita del lavoro o per impossibilità/incapacità a trovarlo, siano maschili.
  • Ai livelli altissimi (ultra top manager, amministratori delegati di grandi aziende multinazionali ecc.) gli uomini costituiscono tuttora la maggioranza (peraltro sempre più in calo). Ma non è lo stipendio, pure elevatissimo, di alcune decine di top manager ad influire significativamente su quella differenza complessiva di ricchezza, perché quella si ottiene sui grandi e grandissimi numeri.

E’ ovvio, quindi, che cumulando l’intero monte salari degli uomini e quello delle donne, emerga che queste ultime guadagnino complessivamente di meno, né potrebbe essere altrimenti.

Ma è a questo punto che scatta la falsificazione e si dice che le donne percepirebbero un salario inferiore a parità di qualifica e mansione. Una vera e propria deformazione della realtà sostenuta da tutti i media.  Perché questa falsificazione?

Perché fa gli interessi del sistema dominante e delle classi dominanti. Bombardare mediaticamente per anni dalla mattina alla sera le donne convincendole che i loro colleghi di lavoro hanno una busta paga superiore alla loro per ragioni legate al sesso, equivale ad alimentare odio nei confronti di questi ultimi. In tal modo si mette la lavoratrice contro il lavoratore e si alimenta una guerra sessista e inter-classista fra i sessi, anzi, del genere femminile contro il genere maschile, individuato come il nemico da combattere e abbattere.

Un vero e proprio depistaggio che ovviamente è funzionale a dividere le masse, né più e né meno della guerra, scientemente alimentata, fra lavoratori autoctoni e immigrati.

“Divide et impera”, questo è il motto di tutte le classi dominanti di ogni epoca e contesto storico.

Purtroppo moltissime donne (e anche molti uomini) ci sono caduti con tutte le scarpe, come si suol dire…

Ma non è finita. Nello stesso tempo in cui si sostiene che le donne sarebbero retribuite con un salario inferiore a parità di mansione e qualifica, si dice che le donne sarebbero occupate in misura minore rispetto agli uomini per le stesse ragioni di cui sopra, cioè per discriminazione sessuale.

Ma i due postulati non possono convivere perché si elidono a vicenda. Dei due l’uno. E la spiegazione è anche ovvia. O le donne possono essere retribuite – non per legge, che lo vieta, ovviamente, ma per uso e consuetudine o per prassi consolidata – in misura minore di un uomo, e allora, avremmo una occupazione femminile largamente se non infinitamente superiore a quella maschile, oppure le donne, in barba alla logica del profitto, non verrebbero assunte in ragione di una discriminazione sessuale. Ma quest’ultima ipotesi è in aperta e logica contraddizione con la prima, cioè con la logica del profitto che è la sola e unica stella polare in regime capitalista.

La cosa sorprendete è un’altra. E cioè che nonostante la contraddittorietà evidente dei due postulati, questi vengono contestualmente sostenuti da tutto l’apparato mediatico e politico, senza nessuna esclusione. Addirittura, anche le frange della sinistra più estrema sostengono le stesse tesi (addirittura con più veemenza…) sostenute da tutti i più grandi media. Sarebbe il caso che si facessero un paio di domande, ma non se le fanno.

Tutto ciò dimostra che l’ideologia, concettualmente parlando, e la sua capacità pervasiva, è la più potente delle armi, in grado di obnubilare le menti, di deformare la realtà fino a costruirne una immaginaria. Se è vero che l’ideologia, lo “spirito dei tempi”, corrisponde sempre al pensiero delle classi dominanti, e su questo non c’è dubbio, è altrettanto evidente che il controllo delle menti è altrettanto fondamentale del controllo e della proprietà dei mezzi di produzione. Non c’è separazione fra i due. Diceva un tizio che, purtroppo, di comunicazione e indottrinamento delle masse se ne intendeva:”Prendi una menzogna, ripetila migliaia, migliaia e migliaia di volte e diventerà una verità”.

Ergo, alla luce di quanto detto, facciamoci qualche domanda e diamoci anche qualche risposta. Qual è l’ideologia dell’attuale sistema dominante nel mondo occidentale?  Qual è l’ideologia che le classi dominanti hanno scelto per rappresentare, sotto forma di “falsa coscienza necessaria”, la loro visione del mondo?

IL GENDER PAY GAP: CONOSCERLO E SPIEGARLO, PER ELIMINARLO - GLI STATI GENERALI

Fonte articolo: Gli Stati Generali (da Google)

3 commenti per “La favola del gender pay gap. Perchè e a chi giova.

  1. Marco Pensante
    24 marzo 2021 at 13:54

    Tutto giusto, ma vogliamo ricordare agli innumerevoli in malafede (fra cui anche insospettabili come il Sole 24Ore) che esiste ANCHE una legge apposita, la 903/1977, dal titolo “Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro”, e che al primo capoverso dell’articolo 1 dice: “E’ vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, indipendentemente dalle modalita’ di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attivita’, a tutti i livelli della gerarchia professionale”, della serie più chiari di così che volete ancora? E le solite note dicono: “Eh ma è una legge che non viene mai rispettata”. E allora come mai non sono in corso centinaia, o migliaia di cause per violazione della legge contro i datori di lavoro? Vogliamo credere che nessuno finora se n’è mai accorto?

    • Giulio Bonali
      24 marzo 2021 at 17:55

      Perfettamente d’ accordo con i commenti (oltre che con l’ articolo).
      Salvo il fatto che per quanto personalmente mi riguarda il giornale di Confindustria é in cima alla lista dei sospettabili di malafede.

  2. Marco Pensante
    24 marzo 2021 at 14:18

    P.S. E se qualche buontempone/a in vena di azzeccagarbuglismi facesse notare che l’articolo 1 si riferisce soltanto all’accesso al lavoro, e non alla retribuzione, accorriamo volentieri in suo aiuto ricordando che dopo l’articolo 1 c’è l’articolo 2, il quale recita testualmente: “La lavoratrice ha diritto alla stessa retribuzione del lavoratore quando le prestazioni richieste siano uguali o di pari valore. I sistemi di classificazione professionale ai fini della determinazione delle retribuzioni debbono adottare criteri comuni per uomini e donne”. Maledetto patriarcato!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.