Complottology

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

“I fenomeni sociali sono frutto dell’azione umana, ma non della progettazione umana.”

Adam Ferguson

 

Sono cresciuto guardando X-Files, Fox Mulder era il mio guru. In edicola compravo X-Factor – rivista che si occupava di enigmi, misteri, Ufo e fenomeni paranormali – e in età adolescenziale leggevo libri come Impronte Degli Dei e Il Mistero di Orione. Insomma, ho sempre avuto una perversa attrazione per le cosiddette realtà alternative. Non è nelle mie corde, quindi, approcciarmi, anche alla più stramba delle teorie, con pregiudizio e puzza sotto il naso. Anzi, per mio cruccio, tendo ad appassionarmene a tal punto da finire per conoscerla meglio di chi la diffonde compulsivamente.

 

Approccio dicotomico e mortificazione del confronto

Ho ritenuto necessaria questa premessa per svincolarmi preventivamente dalla semplicistica quanto generalizzata logica del tifo da squadra. La smania di assegnare le persone a compagini contrapposte – Guelfi vs Ghibellini, Buoni vs Cattivi o, come in questo caso, Complottisti vs Manipolati dal Potere – svilisce ogni discussione. Pensiamo, ad esempio, all’attualissima, quanto degradante, discussione sui vaccini. Porsi delle domande in merito alle politiche nazionali sull’obbligo vaccinale, senza però buttare alle ortiche le conquiste umane in campo medico-sanitario, sembra diventato impossibile. Il polverone alzato dalle orde di NoVax per cui i vaccini non sarebbero altro che veleni iniettati per rimpolpare le casse di Big-Farm, e magari togliere di mezzo qualche poveraccio, inquina ogni ragionamento che voglia svincolarsi dalla contrapposizione dualistica. La complessità degli equilibri che intercorrono tra libertà individuali, doveri delle istituzioni pubbliche in termini sanitari e gli interessi economici che sotto intendono ad ogni aspetto della nostra società, meriterebbe ben altro ragionamento rispetto a quello da arena imperiale che vede contrapposti scientisti e antiscientisti. La tendenza ad approcciarsi ai problemi del mondo in modo dicotomico è la via meno impervia, certo, ma è anche, però, la più stupida. Credere che di fronte alle questioni dell’attualità, della nostra quotidianità, ci siano solamente due alternative è cosa banale. È un approccio volto a rassicurarci, a semplificare una scelta che, alla fine, guarda caso, ci vede schierati sempre dalla parte giusta. È l’atteggiamento proprio di chi, più o meno coscientemente, cerca di scaricare le responsabilità delle brutture, delle ingiustizie, delle cattiverie del mondo sempre su altri. Tutti, prima o poi, chi più e chi meno, cadiamo in questo tranello autoassolutorio.

 

Anche i Governi più beceri han fatto cose buone!” Un concetto, questo, spesso ripreso per giustificare un sommario e semplicistico tentativo di riqualifica di controverse esperienze politiche del passato. In realtà, questa affermazione, contiene una verità oggettiva: anche nei Regimi più abietti, nelle classi politiche meno preparate o più corrotte possono essere presenti personalità di qualità capaci di perseguire azioni utili alla collettività. Questo avviene perché la complessità della vita è composta da una vastità di gradazione di grigi che separano quel bianco immacolato e quel nero fitto che tanto ci piace applicare ad ogni questione. In quella complessità dovremmo imparare a destreggiarci, scrutando quell’universo di grigi che invece, spesso, facciamo finta di non vedere. Eppure, la banale divisione del mondo in buoni e cattivi dovrebbe essere ormai cosa vecchia, da Film Disney anni ‘50. Dovremmo essere cresciuti. Dovremmo aver capito che quando siamo in coda al semaforo lamentandoci del traffico e della stupidità umana, quel traffico siamo anche noi, di quella stupidità facciamo parte, forse per un solo pezzettino minoritario, ma a pieno titolo.

 

I complotti esistono

Ma veniamo al nocciolo della questione: il complottismo. Di subdole e cruenti azioni segrete messe in campo da poteri più o meno espliciti, la storia contemporanea ne è piena. Le stesse vicende che hanno caratterizzato lo sfondo sociale, politico ed economico del nostro paese sono inequivocabili: il gruppo massonico deviato P2; l’omicidio Calvi; le vicende che hanno visto protagonista Sindona. E poi le Stragi, i tentativi di colpo di Stato e i depistaggi, molti, che hanno offuscato pagine buie della nostra storia come, per esempio, Ustica e l’omicidio Moro. La lista sarebbe ancor più lunga e ogni cittadino avrebbe il diritto e il dovere di conoscere bene i contorni di questi avvenimenti. Solo uno stolto potrebbe negare l’esistenza dei complotti. Solo chi è ignaro di quanto poc’anzi elencato potrebbe escludere a priori che, tra i persecutori di determinati interessi, ci sia anche chi è disposto a qualunque tipo di deprecabile azione; chi, operando dietro le quinte dello Stato di Diritto, all’ombra dell’ufficialità, agisce oltre il limite di ogni deplorevole immoralità.

 

Il complottismo come nuovo credo

Questa consapevolezza, questa messa agli atti, però, non può, in nessun modo, giustificare una superstiziosa caccia alle streghe. Non si può, in balia della duale, e spesso miope, logica Potere vs Popolo, prendere per buone, credere, propagare ogni tipo di teoria, solo perché opposta alla versione ufficiale. L’esistenza dei complotti nella complessità della storia umana non rende, magicamente, reale ogni tipo di complotto ipotizzato. Al contrario, proprio l’esistenza di questi dovrebbe rappresentare un monito, una molla pronta a scattare per renderci allergici all’accettazione passiva di verità somministrate. Dovrebbe renderci critici, curiosi, dubbiosi, vogliosi di approfondire ogni virgola spacciata per incontestabile. Questo vale per ciò che passa dai canali ufficiali, ma vale, allo stesso modo, per tutti gli altri. Eppure, soprattutto da quando l’accesso a Internet è diventato di dominio comune, si osserva una insana tendenza: invece di approfittare di questo strumento straordinario che permette di cercare le informazioni con un’indipendenza e una libertà di approfondimento mai avuta prima, imperversa una graduale sostituzione della vecchia passiva accettazione della verità imposta dall’Autorità – politica, religiosa, economica che sia – con una nuova, non meno pericolosa fede. Un fanatico abbandonarsi a nuovi racconti, diversi e opposti a quelli precedenti, ma uguali nel risultato ottenuto: un’accettazione acritica di una qualche certezza propagata. È in questo magma che prende forma il complottismo.

 

Zeitgeist e il germe del dubbio

Quando la mia curiosità si spostò su politica e potere, sulle dinamiche che muovono l’economia, la società, il mondo – abbandonando così la fase X-Files – potei appagarla all’infinito grazie all’avvento di Internet. Un universo di informazioni a completa disposizione, nel quale immergersi, ma dentro il quale destreggiarsi non è per nulla semplice. Ricordo il fascino e il successo che riscontrò sul Web il documentario Zeitgeist – la video/Bibbia del complottismo digitale – e con quanta curiosità, io per primo, lo guardai e riguardai. Ricordo anche, però, che, mosso da quel germe spesso poco conosciuto chiamato dubbio, non mi fermai inerme davanti a quelle rivelazioni. Le ripresi, una per una – probabilmente avevo molto tempo da perdere – per verificarne la bontà, la veridicità. E mi accorsi, forse con un briciolo di delusione, che a fronte di una dose di stimolanti e interessanti spunti proposti da quel Film, parte importante di quelle informazioni erano colme di imprecisioni, inesattezze e grossolane falsità.

Imparai ben presto che trovare la verità non è per nulla facile; imparai che è molto semplice credere a quello che piace sentirsi dire; imparai che il narratore, la sua reputazione, le sue competenze, i suoi interessi economici e professionali sono importanti quanto quello che dice; imparai, soprattutto, che possedere gli strumenti per saper leggere e interpretare la mole di informazioni che il mondo offre è cosa importante; imparai, in definitiva, il valore dello studio e della competenza.

 

Condizionamento e approccio avalutativo come bussola

Gli strumenti culturali sono necessari per un’analisi seria della realtà che ci circonda, ma non sono sufficienti. In questo ci viene in aiuto la grande lezione lasciataci in eredità da Max Weber sull’approccio avalutativo. Ovvero il principio secondo il quale lo studio delle discipline storico-sociali debba essere – nel limite del possibile, mi permetto di aggiungere – libero da giudizi di valore, per favorire la neutralità nella ricerca e, quindi, condurci verso un giudizio di fatto scevro da preconcetti. Questo tipo di approccio, che potremmo definire scientifico, è quello dedito alla ricerca dei fatti, alla verifica di questi al fine di renderli dimostrabili e non solo teorizzati. Certo, non è cosa banale la sua applicazione, specialmente nelle Scienze Sociali, anzidette Scienze Morbide, per la natura liquida delle stesse. Inoltre, ognuno di noi porta con sé un bagaglio sociale, culturale,

economico ed emotivo con il quale confrontarsi. Tutti subiamo il condizionamento dell’ambiente di cui facciamo parte. Proprio per questo, per non rimanere impantanati nei nostri preconcetti, ci vuole impegno, rettitudine intellettuale e apertura mentale.

 

Bufale e fake news

In questo turbinio di informazioni non è sicuramente facile riconoscere verità oggettive e dati attendibili. Gli stessi termini Bufala e Fake News, nati per bollare le notizie false, sono spesso usati a sproposito al fine di denigrare opinioni diverse dalle proprie. Di Bufale il mondo dell’informazione è colmo e, non lo si dice mai abbastanza, i Media Mainstream hanno ormai tolto ai siti complottisti l’esclusività del loro utilizzo. La logica del Click-Baiting, la disonestà intellettuale e gli interessi economici condizionano le strategie comunicative di giornali “prestigiosi” e degli staff comunicativi di Partiti e Governi. Purtroppo, questa diffusa aridità di integrità nel mondo della comunicazione professionale ha finito per deresponsabilizzare ulteriormente noi fruitori. Ai classici “l’ha detto la Televisione” e “l’ho letto sul giornale” si è aggiunto e contrapposto il popolarissimo “l’ho visto su Internet”. Il meccanismo di passiva accettazione è sempre il medesimo, ma con in aggiunta l’ingenua percezione che le narrazioni antisistema debbano per forza trovarsi dalla parte della verità.

 

La galassia complottista

Questa generalizzata tendenza ha contribuito, negli ultimi 15 anni, al proliferare delle più disparate teorie del complotto: il finto allunaggio; la terra piatta; i rettiliani; le scie chimiche; gli illuminati; l’11 settembre e tante altre. Se per alcune, con tutta la buona volontà, è impossibile trovare un qualsivoglia minimo appiglio logico-scientifico, per altre – e sta qui parte del loro appeal – basi reali (o verosimili) esistono, e su questi si sviluppano avvincenti e seducenti castelli narrativi. Ecco il principale effetto dannoso del modus operandi della galassia complottista: gli spazi di (necessaria) controinformazione sono oggi abusivamente inflazionati da un esercito di sciacalli del Click-Baiting il cui obiettivo principale non è la ricerca della verità – che presupporrebbe metodi di ricerca e approcci professionali di una certa integrità e competenza – ma bensì l’attrazione sconsiderata di pubblico e follower attraverso la sensazionalità della storia raccontata. La viralità del messaggio è il fine ultimo. Non importa a quale costo. Il complottista si illude di opporsi al potere costituito e allo status quo, quando invece lo sta rafforzando. La critica seria, mirata, razionale viene sporcata, delegittimata dal turbinio confusionale delle teorie cospirazioniste. Una caciara utilizzata spesso dalle élite come giustificazione per denigrare l’efficacia del metodo democratico (il popolo è irrazionale e, quindi, inaffidabile), ma nella quale sguazzano alcuni odierni personaggi politici di primo piano come, per esempio, Trump, che la sfrutta per sostenere la propria finta narrazione antisistema.

 

Documenti contraffatti, farlocche traduzioni, foto modificate e video montati ad arte sono solo alcuni dei metodi usati dagli sciacalli del complottismo. Eppure, nonostante la grossolanità di alcuni prodotti, la loro viralità è garantita. Come mai? Numerosi studi sociologici, soprattutto in riferimento alle conseguenze psicologico-sociali dell’uso delle tecnologie digitali, si sono fatti. Altri se ne faranno, perché l’argomento è decisamente ampio e complicato. Nel mio piccolo, mi limito a riportare alcune caratteristiche e alcuni atteggiamenti ricorrenti in chi condivide – assiologicamente e digitalmente – materiale cospirazionista. Non vuole essere questa, ovviamente, una banale generalizzazione, ma una mera fotografia di ricorrenti condotte del caso limite del complottista “tout court”:

 

  • Scetticismo a fasi alterne: il complottista si dichiara scettico quando la notizia arriva dai canali ufficiali. Ma di fronte al video del tizio con la maschera di V per Vendetta, o al messaggio WhatsApp di un perfetto sconosciuto, non si pone la minima domanda.

 

  • Banalizzazione del Potere: il Potere non viene inteso come una dinamica sociale stratificata e diffusa, in cui gli interessi – economici, politici, geopolitici, religiosi, di categoria, di ceto sociale e individuali – si incrociano in infinite possibilità. Il Potere sarebbe invece ben localizzato in alcune stanze segrete – tipo il Bilderberg (talmente segreto che tutti lo conoscono) – e riguarda un numero ristretto di persone capaci di guidare il destino dell’umanità tutta. Questo approccio si può spiegare con la comprensibile tendenza a preferire una risposta semplice ad un’altra complessa che richiederebbe, invece, studio, analisi, approfondimenti noiosi e faticosi.

 

 

  • Banalizzazione della teoria: in contraddizione con la concezione semplificata del Potere, i complotti, per come vengono spesso presentati, richiederebbero la partecipazione di milioni di persone. Di solito, il 99% degli scienziati del mondo, le Università, laboratori e esperti di ogni campo, oltre che, ovviamente, Banche, Governi, Servizi Segreti e l’informazione tutta. Nel caso della teoria sul finto allunaggio, per esempio, anche tutto l’indotto aerospaziale, tutte le agenzie aerospaziali (con fantomatica collaborazione USA-URSS), tutti gli ingegneri aerospaziali e gli scienziati in campo astronomico degli ultimi 70 anni dovrebbero essere stati implicati.

 

  • L’onere della prova: le narrazioni cospiratrici, per il solo fatto di opporsi al potere costituito, godrebbero di una sorta di aurea apodittica. Pertanto, l’onere della prova non spetterebbe a chi propone una nuova teoria, ma bensì a chi, invece, ne chiede delucidazioni. Quindi, per esempio, se dovessi cominciare a sostenere che la mia ciabatta è in grado di tenere lontano i meteoriti, secondo questo tipo di ragionamento, dovrebbero essere gli altri a confutare tale tesi. Anche perché, come è ben chiaro a tutti, su casa mia non sono mai piovuti meteoriti.

 

  • Svilimento della competenza: sulla scia di una certa moda demagogica – cavalcata anche da illustri esponenti politici nostrani – il “professorone” e il “competente” sono visti con sospetto. In quanto titolati/professori/scienziati/esperti non possono che far parte dell’élite e, quindi, dire il falso. La competenza assumerà valore solo quando il Professore X, l’Esperto Y o il premio Nobel Z sosterrà la tesi complottista. Questo perché sfugge l’ipotesi che il conflitto di interessi possa riguardare anche i propri paladini. La viralità sul Web, con conseguente popolarità, vendita di libri, conferenze, ospitate Tv e crowdFunding a vario titolo, non vengono mai viste con sospetto. Lo scetticismo rimarrà unidirezionale.

 

Mortificazione e staticità della Scienza: la scienza non viene intesa come un processo vivo, in continua evoluzione, dedito alla ricerca e alla spiegazione di fenomeni e teorie attraverso metodologie rigorose e ripetitività dei risultati ottenuti. Per il complottista, la Scienza ha la stessa valenza di un marchio, il cui valore è ad uso e consumo di chi lo utilizza. La si esalta al fine di sottolineare il “titolo” di chi rilancia la teoria in cui si crede – come nel recente caso del Premio Nobel Montagnier e la sua (già confutata) tesi sull’origine del Covid-19; la si disprezza quando smentisce la teoria complottista. In questo secondo caso “Scienza” diventa sinonimo di “potere corrotto”.

 

  • Misticismo complottista: atteggiamento diffuso all’interno del mondo cospirazionista, volto a dare una parvenza messianica alle teorie del complotto. Queste, viste nel loro insieme, condurrebbero ad una sorta di apocalisse laica (dominio totalitario dei potenti/illuminati/rettiliani). La salvezza risiederebbe nel risveglio spirituale, individuale e collettivo, possibile solo in chi possiede la “consapevolezza“, “l’istinto”, la “sensibilità” nel percepire una realtà che la cecità della maggioranza delle persone non riconosce. Un atteggiamento che ricorda l’arroganza con la quale gruppi religiosi si attribuiscono il ruolo di “popolo eletto“. Un piedistallo dal quale diventa difficile mettersi in discussione e, contestualmente, ci si sente dispensati dal confronto razionale e oggettivo, spostandolo sul piano spirituale, emotivo e quindi soggettivo.

 

Dana Scully e il COVID-19

La crisi da Covid-19 rappresenta, per il mondo complottista, una sorta di “profezia che si auto-avvera”. Molte teorie sembrano convergere in questo irenismo complottaro: dalla decimazione della popolazione, al microchip installato tramite vaccino; dal controllo digitale dell’intera razza umana, all’azzeramento delle libertà individuali; dal 5G come arma bio-ingegneristica, al virus prodotto in laboratorio. Poco importa se alcune di queste teorie sono in completa contraddizione con altre e se talune, invece, non trovano posto nella narrazione attuale. Il complottista troverà il modo di incastrarle, esattamente come un pessimo giocatore di Lego che, alle prese con pezzi incompatibili tra loro, userà la forza bruta per assemblarli.

Forse c’entra il bisogno di identità, la necessità di riconoscersi in qualche gruppo sociale esclusivo. Forse la voglia di sognare, di immaginare una realtà più interessante e fantasiosa di quella che ci si palesa davanti tutti i gironi. Fatto sta che tutti noi, chi più chi meno, prima o poi, abbiamo avuto il nostro momento, il nostro pensiero complottista. Filosofia del sospetto e dietrologia fanno parte della nostra cultura. E si sa, qualche volta “ci si azzecca pure”. È un universo, quello complottista, variegato, appassionante e romantico. Guai a chiederne la censura, a perseguirne la limitazione e il controllo tramite “task force” varie. Il risultato non potrebbe che essere quello di alimentarne la forza, diminuendone ancora di più la qualità. Mai, però, si dovrebbe abbassare la guardia nei confronti di un esercito di fanatici alla ricerca di nuove superstiziose narrazioni in cui credere. I pozzi dell’informazione, già belli che inquinati, rischierebbero di tramutarsi in vere e proprie fogne e cielo aperto, senza possibilità di bonifica.                                                                                                                                                                                                                                                             Di fianco a Mulder c’era l’agente Scully, non dimentichiamolo. Lei rappresentava la scienza, la logica, la razionalità. Spesso correggeva le intuizioni del collega, riportandolo sulla via della ragione. Altre volte era lei a rimanere senza risposte, accettando quelle eccezionali di Fox. L’unica cosa certa era la forza della loro collaborazione. La necessità dell’indagine scientifica, dell’approccio razionale da una parte e, dall’altra, l’esigenza di guardare oltre, di aprire la mente a soluzioni non ancora preventivate. Due poli agli antipodi che rappresentano l’un il limite dell’altro, come piatti di una stessa bilancia; due metà, tanto opposte, quanto complementari.

Uno studio identifica un profilo generale per coloro che ...

Fonte foto: Reccome Magazine (da Google)

7 commenti per “Complottology

  1. nicola volpe
    14 maggio 2020 at 18:38

    Ho letto con vivo interesse questo articolo che, sul piano metodologico, è ineccepibile. E non posso che convenire sulla necessità di non invocare la censura per bloccare le tesi complottiste. Solo la diffusione della conoscenza e il dibattito politico e culturale possono ridimensionare, porre un argine alle fantasie dietrologiche. Ma, come si dice, nonostante la richiamata avalutatività weberiana, la tentazione assiologica fa capolino quando meno te lo aspetti. Ovvero, sei fai calare la notte dove la vacche sono tutte grigie finisci per mettere sullo stesso piano il presunto falso allunaggio (che è, ovviamente, una cosa che non sta né in cielo né in terra) con l’11 settembre che è stato un auto-attentato; e non si può nemmeno dire che la sciocchezza dei rettiliani (mettiamoci pure gli Annunaki) possa stare sullo piano del Bilderberg, perché, da che mondo è mondo, quando banchieri, amministratori delegati, emissari della grandi corporations, uomini d’affari e giornalisti si riuniscono non fanno complotti, per il semplice motivo che non ne hanno bisogno perché le risorse materiali/immateriali di cui dispongono determinano, che ci piaccia o no, cosa faranno o no milioni e milioni di uomini e donne privi di quel potere. Ancora, no-vax, 5G eccettera: non sono complotti. Una cosa è dire che i vaccini hanno salvato milioni di vite umane (vero), altra cosa è contestare la bontà del vaccino per combattere questa epidemia; così come discutere la probabile dannosità del 5G non significa essere dietrologici, significa chiedersi se sia utile o meno velocizzare la rete internet per mettere in collegamento le cose tra di loro, senza uno serio studio indipendente e senza una discussione franca se sia veramente utile avere il frigorifero o la lavatrice collegata con lo smartphone. Ciò che voglio dire, in estrema sintesi, è che la ragione avalutativa non tiene conto della politica, cioè con quel corposo grumo di interessi che, molto spesso, “per lucro ha a vile la salute civile” (g. Parini).

  2. Panda
    14 maggio 2020 at 23:18

    L’interpretazione di qualsiasi fenomeno sociale presuppone un’immagine della società e non lo so se quella fornita da uno dei padri del liberalismo (Ferguson) e dal S. Tommaso del capitalismo, come Preve chiamava Weber, sia proprio la più attendibile. Per esempio l’idea che ci possa essere una ricerca sociale “wertfrei” è abbastanza fantasiosa: è la società stessa che presenta come problematiche oppure no certe questioni, che presiede alla divisione delle discipline, che modella, includendo o escludendo la rilevanza di certe esperienze del “mondo della vita”, ciò che passa per “ragione” (quindi, poniamo, la ragione di Hobbes non è quella di Aristotele).

    La carenza e il pregio dei complottisti, o almeno di alcuni, è che da un lato difettano di un’immagine scientificamente elaborata della società, dall’altra negano però che il potere si incroci veramente “in infinite possibilità” quando ci sono quasi sempre alcuni che si avvantaggiano e altri che ci rimettono. Ma su quest’ultimo punto, che implicitamente stai attaccando, hanno perfettamente ragione loro e torto i teorici dell’azione inintenzionale e della catallassi (il che non è casuale, visto che erano accaniti apologeti del capitalismo). E’ proprio su un’immagine un po’ più chiara delle dinamiche oggettive capitaliste, che oggi sono effettivamente abbastanza spaventevoli, che si potrebbe provare a farli ragionare. Naturalmente condivido invece l’ammonimento alla cautela e soprattutto al rischio che l’avvelenamento dei pozzi di impedisca di vedere chiaramente (cioè correndo dietro ai complotti finti ci perdiamo le dinamiche vere). Ma d’altra parte mi domando chi potrebbe dissentire.

    • Fabrizio Marchi
      15 maggio 2020 at 10:37

      Sono d’accordo con il tuo commento (così come con quello di Nicola Volpe). Pensare che possa esistere una sociologia (e in parte anche una scienza) neutra è illusorio. Non a caso a sostenere tale teoria era proprio Max Weber, cioè un liberale di certo non ostile al capitalismo.
      Il punto, a mio parere, è proprio di fuoriuscire da questa logica “complottisti-anti complottisti” o meglio fra “complottisti” e “realisti” (che spesso sono più realisti del re…) ed avere un approccio analitico alla realtà, studiandone i processi e i fenomeni che la attraversano, in tutta la loro complessità. E questa realtà, come ho detto più volte, non è un prodotto dello spirito (con la s maiuscola o minuscola, a seconda dei punti di vista di ciascuno) ma appunto la risultante di quei processi complessi, all’interno dei quali agiscono gli “attori”, cioè le classi sociali dominanti (e, qualche volta, anche quelle dominate), i gruppi di potere economici, finanziari e politici, gli apparati militari, di “sicurezza”, mediatici, ideologici, le organizzazioni politiche e militari internazionali e tanto altro ancora. Non essere “complottisti” non significa negare che ci siano guerre o colpi di stato o processi di destabilizzazione di intere aree che vengono decisi a tavolino. E se vengono decise guerre e colpi di stato, possono anche essere decise cose inquietanti come la eventuale produzione e diffusione di un virus per le più disparate ragioni. La questione è, appunto, l’approccio che si ha con la realtà. Il “complottista” capovolge i termini della questione, non parte dall’analisi delle cause strutturali e punta ad individuare il responsabile o i responsabili di un determinato evento. Una volta eliminati questi, pensa di aver risolto il problema. Il classico esempio di complottismo lo abbiamo relativamente alla questione dell’immigrazione. I “complottisti” (quasi tutti di destra, in questo caso ma non solo) credono che l’immigrazione sia dovuta alle ONG sostenute da questo o quel capitalista cattivone che fanno profitti portando la gente da un paese all’altro. Ma noi sappiamo che la questione è ben altra ed è di natura strutturale. L’immigrazione è una delle necessarie conseguenze delle contraddizioni strutturali del capitalismo (come l’imperialismo, come le guerre, come lo sfruttamento dei paesi e dei popoli sottoposti a dominazione coloniale), e serve ad accrescere il famoso esercito industriale di riserva, anch’esso una conseguenza necessaria e fisiologica del capitalismo. E’ evidente che l’immigrazione ci sarebbe anche se non esistesse nessuna ONG e nessun finanziatore di ONG. In ultima analisi, come ho spiegato anche nel video che riporto pubblicato solo su FB, il risultato finale del “complottismo” finisce per essere quello di “salvare” il sistema, al di là delle intenzioni o della buona (o cattiva) fede dei “complottisti”. E questo è dovuto proprio alla riduzione della realtà e della sua complessità alla logica del “complotto”. Magari le cose fossero così semplici, aggiungo io.
      https://www.facebook.com/fabrizio.marchi.75/videos/1491188347738158/?t=0

  3. Daniele Gullì
    16 maggio 2020 at 14:17

    Ringrazio sinceramente per i commenti. Sono per me spunto di grande stimolo e fertilità intellettuale. Nonostante il mio impegno, mi rendo conto che un semplice articolo di poche pagine si presta inevitabilmente, per alcuni concetti e per mio limite, ad interpretazioni diverse da quelle che avrei voluto trasmettere. Non era mia intenzione equiparare le più disparate teorie del complotto come fossero un unico omogeneo calderone. La mia critica si limita all’approccio irrazionale, acritico, illogico che spesso accompagna quella che potremmo chiamare la “galassia complottista”. Ma su questo punto credo che il commento di Fabrizio Marchi riassuma in modo ineccepibile questo aspetto.

    La polarizzazione tra “complotto sì” e “complotto no” è fuorviante. Non siamo di fronte a sistemi valoriali contrapposti che, in quanto tali, posso sì dare luogo a dispute dialettiche interessanti e, perché no, fertili. La critica sottostante al mio articolo è quella rivolta verso l’atteggiamento di chi decide di seguire una determinata narrazione di una realtà sociale perché attratto da racconti profetici, demagogici e irrazionali. Lo stesso discorso si potrebbe applicare alla disputa politica. La contrapposizione tra ideologie diverse, tra sistemi valoriali e visioni del mondo opposte è cosa diversa dalla polarizzazione formatasi in conseguenza della mera propaganda. Quest’ultima sfrutta, nella sua opera di convincimento di massa, i sistemi valoriali sui quali poi costruisce il proprio racconto. Ma lo fa condendo il tutto con una buona dose di slogan e messaggi bidimensionali. Piccolo esempio: la critica alle politiche di vaccinazioni nazionali (che sono una decisione politica e, quindi, sindacabile) è sacrosanta e deve tenere conto degli interessi economici che stan dietro l’industria farmaceutica. Cosa diversa è coltivare la stessa critica attraverso una narrazione che racconti di microchip e di progetti di sterminazioni di massa.

    In opposizione a questa generalizzata tendenza di irrazionale adesione a racconti propagandistici, ho voluto citare e sottolineare due concetti espressi da pensatori del passato. Non certo per apologia dei loro complessivi impianti valoriali o filosofici, ma perché, quei due singoli concetti mi paiono congeniali alla critica da me imbastita. Il riferimento a Ferguson non è da intendersi come la volontà di negare la progettualità sociale e la capacità, per ovvie ragioni di distribuzione del potere, di alcuni gruppi sociali, più di altri, di perseguirla. È invece da intendersi come ammonimento nei confronti della tendenza a semplificare le complessità della società in un semplicistico “noi” vs “loro”. Una seria analisi sociale e politica non può prescindere dall’immagine del potere come “dinamica sociale stratificata e diffusa, in cui gli interessi – economici, politici, geopolitici, religiosi, di categoria, di ceto sociale e individuali – si intrecciano in infinite possibilità”. La banale dicotomia “buoni” vs “cattivi” (in voga nel mondo complottista) si può e si deve mettere alla porta, senza però cadere in una visione deterministica e autoassolutoria della società e senza dimenticare la divisone in classi propria del pensiero marxista, come di quello elitista.
    Sull’avalutatività weberiana ho ricordato anch’io quanto questa si scontri con il bagaglio culturale e valoriale personale che ognuno di noi si porta dietro. Lo stesso Weber, durante la sua conferenza “La scienza come professione” sottolinea quanto il sistema valoriale del professionista (il professore, nelle righe a cui alludo) influisca sulla capacità dello stesso di operare nella razionale oggettività. La totale avalutatività è una chimera, esattamente come lo è, per esempio, la totale uguaglianza, o un sistema politico pianamente democratico. Ciò non può significare che sia superfluo, inutile o illusorio perseguire una certa strada. La tendenza all’oggettività e all’approccio il più avalutativo possibile, come il perseguimento di politiche redistributive, come di riforme in senso democratico, rimangono inutili e illusori tentativi solo perché la loro estremo raggiungimento è una chimera?

    • Panda
      17 maggio 2020 at 23:29

      Scusami Daniele, quando dici che l’irrazionalità è irrazionale e le menzogne sono false siamo tutti d’accordo, ma anche un po’ dalle parti di Monsieur de La Palice.

      Per andare al grano, come dicono gli spagnoli, prendiamo pure l’esempio dei microchip: https://it.euronews.com/2020/05/13/i-microchip-sottocutanei-saranno-la-prossima-grande-rivoluzione-tecnologica-in-europa
      Tu la trovi una notizia rassicurante? Io no. Certo che ci si possono elaborare delle teorie assurde sopra (per esempio che possano trasmettere, non si capisce per nulla come, sostanze che non sono già in situ), ma il fatto in sé è preoccupante. Ovvero le teorie del complotto fioriscono perché la società va facendosi sempre più minacciosa e va facendosi sempre più minacciosa perché l’attuale ciclo di accumulazione mostra sempre più la corda: la spiegazione del fenomeno dev’essere cercata sul piano sociale, non individuale. E’ il sintomo di un’irrazionalità della società, come direbbe Lukács.

      Quanto all’avalutatività, forse sono io che non mi sono spiegato. La mia non è una critica in chiave relativista, sennò starei ancora accentuando i difetti della posizione weberiana, ma, proprio al contrario, una critica che intende estendere l’oggettività razionale al piano dei valori, ciò che invece Weber rifiuta in tutti i modi, limitando la razionalità al calcolo del rapporto mezzi-fini. Ma questo peculiare modo di intendere la razionalità non è affatto ovvio, è anzi esso stesso storicamente condizionato e quindi carico di valore. Le critiche di Napoleoni a Robbins, che riprendono quelle di Marx a Smith, possono tranquillamente essere estese a Weber: “In Robbins c’è, innanzitutto, lo stesso errore di Smith, perché il lavoro (i “mezzi”) di cui egli parla non è il lavoro in generale ma è il lavoro cui è stata tolta la caratteristica di “manifestazione della libertà”; ma inoltre, se il discorso è riferito alla forma “perfetta” di questo lavoro non libero, cioè al lavoro salariato, allora esso non può neppure essere considerato come “mezzo” all’interno di un processo che abbia come fini i bisogni: protagonista di tale processo infatti non è l’uomo ma la cosa, cioè il valore, ed è completamente all’interno di questa cosa che il rapporto mezzi-fini si svolge.” Ovvero l’approccio weberiano non è affatto wertfrei come pretende non per un difetto soggettivo di Weber o perché la verità chissà dove sta, ma perché siamo già sempre immersi in una società e nelle sue prassi istituzionalizzate e queste, non essendo gli esseri umani degli animali o dei robot, hanno un’intrinseca dimensione di significato, ossia valoriale, storicamente specifica: il vero difetto di Weber consiste proprio nel rifiuto di vedere, e quindi inevitabilmente problematizzare, questa dimensione, che è quella del capitalismo, alle spalle di quella che lui considera razionalità tout court (i suoi rapporti con la scuola austriaca sono fin troppo noti per essere ricordati).

      La critica al pluralismo weberiano corre su linee molto simili: “Yet Weber’s causal pluralism has been won at considerable cost.
      It is not just, as some critics might argue, that a causal pluralism as eclectic as this is tantamount to denying causation altogether. It is rather that the complexity of Weber’s theory of social causation is to a large extent spurious. The autonomy, indeed the definition, of, say, political or military as against ‘economic’ power as Weber understands them depends upon universalizing a conception of the ‘economic’ that is peculiar to a specific – capitalist – social form which already presupposes a distinctive separation of ‘economic’ from political and military power.” (H. Meiksins Wood, Democracy Against Capitalism).

      Ovvero la società non è il luogo in cui si intrecciano “infinite possibilità”, ma in cui si danno strutture istituzionali di riproduzione di lungo periodo, anche se in strati più o meno superficiali possono manifestarsi cambiamenti anche significativi o almeno appariscenti (l’analisi a diversi livelli di astrazione sono io a non poterla esporre qui ;-)). Sono quindi individuabili dominanti e dominati, oppressori e oppressi, che non vuol dire buoni e cattivi; fingere che le cose stiano altrimenti, o che si tratti di un giudizio soggettivo e quindi “irrazionale”, non è oggettività avalutativa ma autocontraddittoria “distruzione della ragione”, cioè del logos come fatto comunitario (non è peraltro solo una critica marxista: se prendi per esempio Gadamer potrai trovare obiezioni basate su una radice filosofica simile, anche se ovviamente con sviluppi concettuali, e politici, diversi).

  4. Daniele Gullì
    18 maggio 2020 at 15:24

    Sì, ho evidentemente e volutamente delimitato il mio scritto al piano individuale. Non certo perché non abbia coscienza di quanto un fenomeno sociale, in quanto tale, debba necessariamente essere analizzato su quello sociologico. D’altro canto, non ho mai avuto la pretesa di esaurire, nemmeno in minima parte, questo argomento che invece, come ricordato nell’articolo, merita studi e analisi di ben altra caratura. Il piano individuale, che invece ho voluto toccare (forse per conoscenza diretta e intima di persone afferibili a quell’ “universo”), ritengo sia parte importante del fenomeno stesso. L’analisi sociologica e quella psicologica (nessuna pretesa di considerare tale il mio articolo, sia chiaro) di un determinato fenomeno non si escludono a vicenda, ma sono complementari. Non è corretto, a mio avviso, affermare che un dato fenomeno vada analizzato sul piano sociologico e non (anche) su quello individuale. Ad esempio, il meccanismo auto-assolutorio per il quale i mali del mondo siano sempre responsabilità di “altri”, del “sistema”, come se del sistema non ne facessimo tutti parte, si può e si deve tenere in considerazione e stigmatizzare, ferma restando, però, una cornice sociale in cui evidentemente le dicotomie “oppressi ed oppressori”, “dominati e dominanti” rimangono ben chiare.

    Le “infinite possibilità” in cui le dinamiche sociali e di potere si intrecciano, anche qui, non vogliono sotto intende un caos sociale privo di endogeni rapporti di forza e strutture. È, invece, da contestualizzare e contrapporre alla banale idea che, di fronte ad un determinato sviluppo sociale, ci sia dietro un’“astratta” e piatta volontà di dominio e controllo, scevra della complessità propria dell’agire sociale e del potere stesso.

    Nulla da eccepire, né da aggiungere, su quanto da te scritto su Weber e il concetto di avalutatività, anche perché altrimenti si rischierebbe di portare la discussione lontano dall’uso semplicistico che ho fatto – ne sono cosciente – di un concetto oggetto di valutazioni e implicazioni filosofiche di rango. Umilmente, riportando la discussione sul livello dell’articolo, e facendolo con un esempio concreto (in modo tale da sfuggire a differenti letture interpretative) mi ricollego all’argomento “Vaccino”. Nel mondo cospirazionista il nuovo belzebù è Bill Gates reo, tra le alte cose, di aver “dichiarato” durante una conferenza di voler “ridurre la popolazione mondiale del 20/30%”. Ovviamente, nel video in oggetto Gates dice tutt’altra cosa, ma l’approccio di chi ha già scelto quali siano i buoni o i cattivi di questa storia è pregiudizialmente inquinato. Non andrà a verificare se la traduzione fatta dal sito “noncielodicono” sia o meno corretta. La accetterà, applicando alla questione un “pre-giudizio” di valore. L’uso (ripeto, probabilmente semplicistico) del concetto di avalutatività applicato, invece, a questo esempio imporrebbe – anche a chi ha ben presente la pericolosità di un sistema in cui l’agire del privato (Bill Gates, in questo caso), con i propri interessi, influisca pesantemente sulla sanità pubblica mondiale – di andare a verificare la veridicità di quel determinato video. Così da poterne dare un giudizio di fatto (quel video è stato tradotto, strumentalmente, in modo scorretto), diverso dal giudizio di valore (a prescindere dal video, aborro un sistema in cui le politiche sanitarie globali siano influenzate dal Gates di turno).
    Spero di non aver aggiunto confusione e di aver risposto nel merito. Ringrazio per il commento e la critica.

    • Panda
      20 maggio 2020 at 21:53

      Sono del tutto d’accordo, Daniele, sulla legittimità, anche opportunità, degli apporti della psicologia. Ma, a parte che evidentemente c’è una bella differenza fra l’approccio di, per dire, un Fromm e un Adorno e quello di un Freud, lo scopo, direi, è sempre quello di capire, per risultare più pertinenti nell’analisi e persuasivi nella discussione, non quello di confutare assoluzioni, evidentemente allo scopo di indicare “colpevolezze”. A che cosa dovrebbe servire? A parte forse, visto che parliamo di psicologia, l’autogratificazione narcisistica (esclusi i presenti, anche io parlo per esperienza diretta). Agli interlocutori si può chiedere solo disponibilità al dialogo e correttezza argomentativa (certo, se si sta dentro una comune organizzazione politica il discorso cambia); mentre d’altra parte quello di “invigilare se stessi”, come diceva il Croce, è un duro lavoro di tutti noi, che non finisce mai, ti pare?

      Ovviamente condivido l’appello all’approfondimento analitico. Chessò, Anwar Shaikh ha scritto uno splendido libro di un migliaio di pagine per analizzare le dinamiche del capitalismo. Ciò detto dobbiamo chiederci, o almeno io me lo chiedo, se non sia più disponibile ad approfondire e farsi domande chi già ha sviluppato una totale diffidenza, che in quanto tale giudico sana, per la comunicazione mainstream, piuttosto di chi ancora se ne pasce beatamente. Insomma, non so tu, mediamente io riesco a parlare di più coi complottisti che coi piddini, senza alcun dubbio.

      Sull’esempio che fai, mi pare, come ho già detto, che tu stia semplicemente parlando di vero e di falso. Hai ragionissima, ovviamente, ma che vero e falso siano presupposti anelenctici del pensiero razionale lo sappiamo dai tempi di Platone e Aristotele; loro però includevano in questa categoria anche il bene e il giusto: questo è un po’ il punto fondamentale della mia, e non solo mia, lontananza da Weber. 🙂 Questo non significa che non valga la pena di parlarne o che non giudichi lo scambio proficuo e interessante.

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