La battaglia anti-euro è ancora possibile/auspicabile?

Pubblichiamo questa ricca e articolata analisi di uno dei nostri redattori, Riccardo Achilli, pur non condividendone la proposta, convinti che sia comunque un contributo molto importante su un tema fondamentale quale quello della possibile uscita dall’euro e dalla UE.

 

A pochissimi mesi dalle imminenti elezioni politiche, in una fase di sostanziale rimozione della riflessione sull’Europa, dopo le tornate elettorali nei principali Paesi europei che hanno, sia pur per il momento, fugato i timori delle élite circa la possibile vittoria dei populismi anti-euro, corre l’esigenza di riprendere il filo del ragionamento in proposito. Siamo al momento dello scioglimento del nodo fondamentale: è possibile, adesso, nelle condizioni createsi, collocare al centro della proposta politica l’uscita dall’euro?

Io sono stato, per molti motivi, un sostenitore molto acceso dell’uscita dall’euro, sia pure dentro compatibilità di accordo politico e di utilizzo del tema in termini negoziali, per strappare concessioni significative in termini di direzione delle politiche economiche dell’euro-area. Credo, però, che prima o poi la realtà si imponga, per così dire, da sola. Non guardarla in faccia è un crimine, per chi voglia fare politica, o anche solo ragionare politicamente. Ci sono motivi politici che rendono impraticabile la strada dell’uscita dall’euro come proposta programmatica da offrire all’elettorato. Motivi politici interni ed esterni.

Con riferimento ai primi, vi è da considerare che una sinistra che volesse mettere al centro della sua proposta l’uscita dall’euro non godrebbe di sufficiente consenso nel suo elettorato di riferimento. In una recente ricerca condotta dal sottoscritto su un panel di oltre 1.000 elettori, in larga misura di sinistra, e pubblicata sul sito ricostruire.org, emerge una chiara riluttanza da parte della base ad affrontare con chiarezza la possibilità concreta di una fuoriuscita “whatever it takes” dalla moneta unica. Solo il 17% degli intervistati ha risposto che occorre uscire dall’euro senza se e senza ma. Quasi il 70% chiede, invece, un cambiamento di politiche economiche dentro l’euro. E di questo 70%, l’89% si professa, politicamente, orientato a sinistra. I motivi sono in fondo semplici da capire: un Paese demograficamente anziano è riluttante ai grandi sconvolgimenti e preferisce approcci più riformisti, il battage mediatico continuo sull’ineluttabilità dell’euro fa temere catastrofi immani in caso di suo abbandono, un maldigerito concetto di internazionalismo proletario (peraltro foriero di tragiche sconfitte in tutta la storia della sinistra- se i trotzkisti sono stati l’emblema stesso della sconfitta e del settarismo senza speranza non è un caso, e non è che, messi alla prova, fossero meno feroci e determinati rispetto alla controparte, tutt’altro) male assemblato insieme a bislacche concezioni su presunte correlazioni fra patriottismo, fascismo e guerra, hanno obnubilato ogni capacità di approfondimento intellettuale, anche fra i migliori. Una sinistra che si presentasse di fronte al suo elettorato parlando di uscita dall’euro perderebbe più della metà del suo elettorato potenziale. Lo ha capito anche Mélenchon, che in Francia, nelle ultima settimane di campagna elettorale, ha evitato ogni riferimento diretto ad una opzione di uscita, per quanto la sua posizione contro l’Europa sia senz’altro molto netta. E non si fa politica per testimoniare la Verità, per quella ci sono le sette religiose o filosofiche.

I motivi esterni sono non meno gravi. La decisione di creare l’euro è stata di tipo politico, non certo di tipo tecnico. Si trattava di creare, attraverso l’eliminazione delle svalutazioni competitive e della sia pur tenue barriera protettiva del tasso di cambio, un gioco del tipo “follow-the-leader”, in cui, attraverso il vincolo esterno, gli Stati membri avrebbero dovuto adattare i loro modelli economici e sociali ai dettami dell’ordoliberismo tedesco che, proprio nei primi anni dell’introduzione dell’euro, attraverso Agenda 2010 e i provvedimenti Hartz, aveva festeggiato la sua apoteosi. Senza più il filtro del tasso di cambio, economie a maggior livello di costo dei fattori rispetto alla loro produttività avrebbero dovuto, da un lato, deflazionare i loro costi di produzione interni, ad iniziare dal lavoro, e dall’altro aumentare la produttività totale dei fattori, tramite le famigerate riforme strutturali, al solo fine di rimanere competitive dentro un mercato intra-euro dominato dal leader. Al contempo, l’eliminazione del rischio di cambio consentiva alle economie vincenti nell’arena dei mercati internazionali (Germania e, per un periodo, la Francia, che però ha iniziato la sua spirale di declino) di reinvestire il lor enorme surplus commerciale nell’acquisizione dei pezzi pregiati degli apparati industriali dei Paesi perdenti. Una classe politica nazionale di notabili semianalfabeti, erotomani, cleptocrati, opportunisti e sconvolti/e paladini/e delle libertà egoiche, di Eros e Tanatos, si è prestata, forse perché convinta di non poter governare in modo autonomo un Paese complesso e poco coeso, a questo gioco. L’assenza di una borghesia nazionale degna di questo nome, che affonda le sue radici nei difetti di costruzione del Paese sin dal Risorgimento, non ha consentito di avere gli anticorpi per reagire a questa perdita di sovranità.

Oggi, la decisione di uscire dall’euro dovrebbe quindi essere politica, esattamente come politica fu la decisione di aderirvi. Ma la politica si muove su interessi concreti. Evidentemente, la decisione dovrebbe essere negoziata con gli altri partner. Ma, almeno per i prossimi cinque anni, la riedizione di Grosse Koalition fra europeisti che sembra prospettarsi in Germania impedisce alla destra tedesca, profondamente innervata di antieuropeismo sin dai tempi di Erhard, di affondare l’euro-area, come i settori sociali ed imprenditoriali legati all’ex Ministro Schaeuble ed a Afd vorrebbero. Il tandem Merkel-Schulz che si profilerà per i prossimi anni garantirà il “business as usual”, seppur con notevoli tensioni interne che, perlomeno nel lungo periodo, potrebbero sfibrare il Governo rosso-nero. La Francia di Macron è, dal canto suo, lanciata in un progetto iper-europeistico che, però, nasconde una volontà di colonizzazione industriale all’esterno e di protezione dei propri campioni nazionali all’interno, come dimostrano le vicende Vivendi-Telecom, Ilva e Fincantieri.

Fra i Paesi euromediterranei distrutti dalla crisi, un fronte comune anti-euro appare chimerico, per il semplice motivo che ognuno ha i suoi problemi specifici, non assemblabili facilmente con quelli degli altri. La Grecia non ha industria di sostituzione delle importazioni che le consenta di uscire dall’euro resistendo alle inevitabili ritorsioni commerciali che ne conseguirebbero, e il suo debito pubblico non è vendibile sui mercati senza l’ombrello dei prestiti dell’Esm. Il Portogallo sta iniziando la fase ascendente di una bolla immobiliare-turistica (che fra qualche anno distruggerà il Paese, esattamente come capitato alla vicina Spagna) e non ha interesse ad isolarsi da quei mercati europei dai quali provengono investimenti immobiliari e turisti. La Spagna è arrivata alla resa dei conti del suo modello regionalista e rischia di disgregarsi, per cui la permanenza nell’Europa è funzionale a smorzare le forze centrifughe interne. Inoltre, il suo sistema bancario alla deriva ha bisogno dell’interbancario europeo per sopravvivere. In nessuno di questi Paesi, esiste una sinistra tenacemente anti-europeista. Tsipras si è venduto le mutande della moglie per restare aggrappato all’euro (e, entro certi limiti e facendo la tara al suo inaccettabile tradimento, ha anche ragione), Iglesias di Podemos ha una eruzione cutanea gravissima ogni volta che sente parlare di uscita dall’euro. In nessuna sinistra europea con i numeri per governare il tema dell’uscita dall’euro è maggioritario. Le destre populiste hanno perso ovunque l’appuntamento con il governo e, francamente, voi ve la sentireste di allearvi con chi propone la flat tax o un poujadismo di risulta in nome del contrasto all’euro? Io no. D’altra parte, il gruppo di Visegrad, molto seguito dai vari sovranismi, essendo composto in buona misura da Paesi che non stanno nell’area-euro, non può essere considerato una sponda per una battaglia contro la moneta unica.

Certo, c’è sempre la posizione che afferma che l’euro potrebbe esplodere, per così dire, per autocombustione interna, e che quindi occorre prepararsi per tempo. E’ una posizione anche ragionevole, ma affinché sia condivisibile, occorre considerare che l’euro è sopravvissuto indenne alla più grave crisi economica della storia del capitalismo, peggiore persino di quella degli anni Trenta del secolo scorso. La governance tedesca del meccanismo, seppur incrinata, almeno per i prossimi quattro anni reggerà, bene o male. E’ bastato un colloquio con il suo Presidente della Repubblica per indurre Schulz ad abbassare le orecchie ed accettare un compromesso al ribasso con la Merkel. Per ipotizzare l’autodistruzione dell’euro occorrerebbe immaginare, a breve, l’esplosione di una nuova bolla finanziaria di gravi dimensioni. C’è chi la intravede nel boom immobiliare cinese, senonché i segnali di raffreddamento dei prezzi delle case nelle principali città cinesi smentiscono tale idea. C’è chi la intravede nel fenomeno dei bitcoin, senonché l’estensione all’economia monetaria ufficiale delle criptovalute è sinora largamente limitata da vari fattori strutturali (estrema lentezza delle transazioni sulla blockchain, tetto massimo nel valore del bitcoin circolante, che sarà raggiunto entro pochi anni, estrema fluttuazione del valore di tale criptovaluta, che la rende inadeguata per finalità di tesaurizzazione, che è una delle funzioni fondamentali di una moneta). I modelli previsionali elaborati dal FMI nelle sue analisi periodiche sui rischi dei mercati finanziari escluderebbero un rischio di crisi finanziaria nel breve periodo, evidenziando come i bilanci bancari stiano gradualmente migliorando, il ritmo di crescita economica globale sia stabile, ripristinando migliori livelli di fiducia negli investitori. I rischi evidenziati dal FMI, ovvero la crescita della leva finanziaria da parte del settore non bancario del mercato e l’incremento del prezzo degli asset, riguardano il medio periodo, e non l’immediato, mentre il tapering delle politiche monetarie accomodanti della Bce, nonostante le deliranti pretese della Bundesbank, sarà graduale e spalmato nel tempo, poiché il tasso di inflazione cresce in modo molto lento[1].

Insomma, senza una nuova grave crisi economica adesso, e non in futuro, quando i mercati bancari e finanziari dell’area della moneta unica si saranno stabilizzati, l’euro non rischia una autocombustione interna. Molto ci sarebbe da dire circa l’esattezza di queste previsioni, così spesso tradite in passato (anche se, proprio a causa della crisi recente, le metodologie di analisi dei cicli dei mercati e di early warning sono notevolmente migliorate) e non si può escludere che le politiche monetarie ed il qe della Bce siano invertiti troppo bruscamente, generando una crisi di liquidità in una fase ancora delicatissima. Così come non si può escludere che il processo di risanamento del settore bancario sia soltanto window dressing contabile, e che una crisi di una grande istituzione (ad esempio la Deutsche Bank) non faccia saltare per aria tutto. Ma siamo alle mere ipotesi. Tanto vale ipotizzare che una epidemia di Aviaria o di Ebola provochi una insurrezione di massa, o che il Vesuvio erutti di nuovo. Non si costruisce una proposta programmatica su scenari fanta-economici o meramente ipotetici. Tutt’al più, si prepara un piano di emergenza, da attivare nel caso in cui qualcosa vada storto, e lo si mette nel cassetto.

Evidentemente, non prendo in considerazione le variopinte proposte di quasi-moneta, moneta fiscale, miniBot o moneta parallela. Per vari motivi: oltre alle difficoltà tecniche, da parte della Bce e delle banche, nel detenere fondi denominati in monete diverse, a prescindere dalla possibile proibizione nell’utilizzare tali strumenti, perché la Bce è l’unico ente titolato ad emettere moneta (tutti i proponenti giurano che le loro quasi-monete non violano i requisiti dell’Eurosistema ma, si sa, le regole si interpretano in funzione degli interessi, e l’esperimento più significativo fatto ai tempi di Auriti portò al sequestro da parte della Guardia di Finanza) non mi convincono vari aspetti di tale eterogeneo insieme di proposte. Alcune di queste sono chiaramente distorte sotto il profilo distributivo: i certificati di credito fiscale funzionano se il beneficiario paga le tasse, cioè se non è un incapiente, con un reddito inferiore agli 8.000 euro annui. I mini-Bot possono essere distribuiti solo se il beneficiario ha un credito nei confronti dello Stato, ed anche in questo caso difficilmente chi è poverissimo può godere di un credito simile. Per beneficiari molto poveri, tali strumenti sono inutili, e rischiano di essere ceduti sottocosto a speculatori che ne fanno incetta. Il successivo utilizzo speculativo di tali strumenti da parte di chi ne fa incetta rischia di generare una nuova versione della legge di Gresham, in cui la moneta cattiva, o meno liquida, scaccia quella buona, nella misura in cui il valore intrinseco di queste quasi-monete non sia lo stesso per compratore e venditore (ad esempio, nel caso dei CCF, chi li può utilizzare per compensare posizioni fiscali debitorie assegnerà a tale strumento un valore intrinseco superiore rispetto a chi non avrà tale posizione, e ciò inciderà sugli scambi e sul potere negoziale di ciascuna parte). Le monete parallele ad uso interno non servono per allentare il vincolo estero, che è il principale problema, perché per definizione non possono essere usate per pagare importazioni e non hanno un tasso di cambio. Più in generale, ciò che non si capisce è che non c’è una carenza di circolante. Dai dati Bce, si ricava che la massa monetaria M1, la più liquida, è cresciuta del 9,4% su base annua ad ottobre 2017, e tale tasso di crescita supera l’8% annuo già dal 2015, come effetto del Qe. Il problema vero è che tale crescente massa monetaria non si traduce in investimenti e consumi perché la domanda aggregata è debole. Quindi il punto non è quello di immettere nuova moneta o quasi-moneta nel sistema, ma quello di far crescere i consumi, aumentando i redditi reali, creando così incentivi a maggiori investimenti[2]. In realtà, le varie proposte di quasi-moneta traguardano una ipotesi di uscita dall’euro, nella quale la Bce taglierebbe immediatamente le linee di rifinanziamento del settore bancario nazionale, e quindi servirebbero come “scialuppa di salvataggio” per evitare crisi di liquidità nella fase della fuoriuscita. Ma allora, torniamo al problema della impraticabilità politica della fuoriuscita. E non ne usciamo più.

 

Una proposta alternativa: attaccare l’Europa sul fronte delle politiche reali

Se motivi politici interni ed esterni, e la scarsa probabilità di una nuova crisi finanziaria con autodistruzione dell’euro, impediscono di formare una volontà politica sufficientemente forte da imporre, anche solo come piano B, l’uscita dall’euro, ciò però non significa che ci si debba adeguare alla retorica del TINA. Occorre trovare parole d’ordine unificanti nella lotta contro questa Europa, che siano in grado di mettere a massa critica le forze, interne ed esterne, di cui le sinistre dispongono. L’euro non è una di queste. Il lavoro però sì. Ed il lavoro si difende se esistono i posti di lavoro. I posti di lavoro si difendono se esiste una industria nazionale. Sfido chiunque si professi di sinistra, in Italia o altrove, a non concordare su politiche che difendano i posti di lavoro esistenti nell’apparato produttivo attualmente localizzato nel Paese. Allora il fronte di lotta si sposta dalle politiche monetarie verso quelle industriali. La lotta che può unificare la sinistra all’interno del Paese, e le sinistre europee fra loro, è quello del ritorno a politiche industriali[3], che nell’impianto liberistico dei Trattati non si possono più fare da almeno venticinque anni. Fare politica industriale significa identificare i settori strategici per il futuro, in base ad una combinazione fra vocazioni espresse dallo specifico modello di specializzazione produttiva nazionale e le tendenze prevedibili dei mercati. Ed assicurarsi che tali settori siano inseriti dentro filiere in cui, a monte, ovvero nella fornitura, ed a valle, il policy maker nazionale sia in grado di intervenire, senza subire il ricatto continuo della delocalizzazione, munendosi, a livello europeo (perché a livello nazionale ovviamente non ha senso), di strumenti fiscali di sanzione per le imprese che delocalizzano, e, perché no, anche di strumenti giudiziari contro i manager di tali imprese. Significa continuare ad avere una industria di base interna, significa disporre di una industria della Difesa nazionale, significa avere la possibilità di nazionalizzare le imprese dei settori strategici per consentire loro di investire in innovazione e in marketing senza l’assillo del break even point, creando campioni nazionali. Significa dotarsi di una banca pubblica per lo sviluppo che finanzi progetti imprenditoriali strategici. Significa dotarsi di forme selettive di protezionismo, che colpiscano in primis i concorrenti esteri che praticano dumping sociale ed ambientale per tenere bassi i costi di produzione ed i prezzi dei loro prodotti. Significa imporre alle imprese che investono nel nostro Paese di fare joint venture con lo Stato o con imprenditori nostrani, al fine di acquisire know how tecnico (niente di strano, è la modalità normale con cui si possono fare investimenti industriali in Paesi come la Cina o la Corea del Sud).

Allo stato attuale, tutto ciò, e persino la semplice ripresa di una politica industriale autonoma, sono impediti dall’impostazione dei Trattati europei, improntata il più fedelmente possibile ai criteri dell’economia sociale di mercato, che, attraverso il divieto di aiuti di Stato alle imprese, sancito dagli articoli 107 e 108 del Trattato Ue, priva settori strategici delle industrie nazionali da ogni forma di protezione pubblica, consegnandoli gli appetiti degli stranieri. Infatti, il principio generale dell’articolo 107 è che qualsiasi forma, anche indiretta, di sostegno pubblico ad imprese è proibita. Vengono concesse deroghe soltanto in casi specifici e marginali che non incidono in misura significativa sul principio della libera concorrenza (ad esempio per le micro e piccole imprese, per gli aiuti concessi in regioni a ritardo di sviluppo o in riconversione economica, per specifici settori come la cultura), ed il tutto sotto la sorveglianza della Commissione, cui vanno notificati i regimi di aiuto alle attività produttive eventualmente decisi dagli Stati membri, e che può proibirli, anche adendo alla Corte di giustizia della Unione Europea. E’ importante notare che sono di norma proibiti tutti gli aiuti, sia quelli sotto forma di incentivo finanziario o fiscale diretto, sia quelli indiretti, come ad esempio l’acquisizione o il semplice mantenimento da parte dello Stato di quote del capitale sociale di imprese, o politiche commerciali/fiscali mirate a proteggere le produzioni nazionali dalla concorrenza internazionale, anche quella socialmente più aggressiva esercitata dalle economie emergenti a basso costo del lavoro.

Di conseguenza, se l’euro è il cuore di politiche monetarie e di bilancio anti inflazionistiche e recessive, il divieto di aiuti di Stato alle imprese è il nucleo che impedisce di fare politiche nazionale sull’economia reale. Euro ed articolo 107 del Trattato sono quindi i due pilastri sui quali si basa, insieme alla libertà di circolazione dei capitali, la costruzione europea. Se non è politicamente praticabile abbattere il pilastro dell’euro, è forse possibile costruire un consenso sufficientemente ampio per aggredire quello dell’articolo 107 (che comporta anche una certa riduzione nella libertà di circolazione dei capitali). Guardate che non stiamo parlando di un programma di destra. L’Alternative Economic Strategy (AES) propugnata dalla sinistra laburista inglese, e dal suo esponente di punta, Tony Benn, negli anni Settanta, mirava proprio a quanto esposto sopra. Le Sei Lezioni di Economia di Sergio Cesaratto (pagg181-182)[4] lo spiegano bene: “l’AES consisteva, infatti, di vincoli sui movimenti speculativi di capitale, ma anche e soprattutto del controllo delle importazioni(…) L’idea del controllo delle importazioni è semplice e si rivolge ai partner economici in primis: cari partner, il nostro Paese intende adottare politiche monetarie, fiscali e distributive di sostegno alla domanda interna e all’occupazione. Noi tutti sappiamo bene che se non seguirete politiche analoghe, il nostro Paese si troverà con una bilancia dei pagamenti deficitaria. Noi non intendiamo danneggiarvi, quindi ci ripromettiamo di continuare ad acquistare da voi quello che già acquistiamo oggi. Non ci sembra tuttavia neppure corretto che voi approfittiate delle nostre politiche espansive per venderci più prodotti senza al contempo acquistare di più da noi. Allora noi bloccheremo le importazioni dai vostri Paesi ai livelli attuali (sì da non danneggiarvi), facendo così in modo che i nostri cittadini, che ci hanno consapevolmente eletti con l’obiettivo di realizzare la piena occupazione, impieghino gli aumenti di reddito che conseguiranno alle nostre politiche espansive per acquistare nostri prodotti e non i vostri. Naturalmente questa non è la soluzione ottimale, meglio sarebbe che anche voi adottaste le nostre medesime politiche di piena occupazione, con reciproco beneficio, nel qual caso nessuna misura importante di controllo delle importazioni verrebbe adottata”.

Una siffatta politica industriale, composta da un mix di intervento pubblico (tramite la partecipazione al capitale sociale di imprese nelle filiere strategiche, e di tipo finanziario-agevolativo), protezionismo selettivo, dissuasione fiscale e giudiziaria alla delocalizzazione, avrebbe le potenzialità per essere accettato da una ampia gamma di sinistre europee, purché la scelta dei settori strategici di ogni industria nazionale fosse cooperativa, basandosi su criteri ricardiani di vantaggio comparato di ogni produzione in ogni Paese (evitando quindi il sovrapporsi concorrenziale di produzioni analoghe, che creerebbe uno stimolo alla concorrenza anziché alla cooperazione), darebbe una risposta immediata alle esigenze di tenuta occupazionale e di ripresa degli investimenti, pubblici e privati, non spaventerebbe i tanti difensori dell’Europa (perché non comporterebbe un traumatico ritorno ad un simbolo della sovranità nazionale forte come quello monetario, e la ripresa di politiche industriali sarebbe concertata, quanto ai settori strategici da sostenere, a livello europeo) aiuterebbe gli Stati più deboli a ricostruire una industria nazionale di sostituzione delle importazioni (uno dei fattori che rendono Paesi come la Grecia particolarmente vulnerabili di fronte ai diktat europei) ed avrebbe un impatto esplosivo sugli assetti ideologici sui quali è modellata la Ue. Il tutto senza traumi da smantellamento dell’euro.

 

Cosa direbbero i critici e quale sarebbe la mia risposta

Naturalmente, sono perfettamente consapevole della critica principale che immediatamente sorge rispetto a questa proposta: “o bischero, ma se rimani dentro i vincoli del Fiscal Compact e del Six Pack, non puoi fare politiche industriali perché non hai i margini per realizzare gli investimenti pubblici. Tra l’altro, con il pacchetto di riforme appena proposto dalla Commissione Europea, si istituirà un organismo tecnico che avrà il compito di imporre ai Parlamenti nazionali ulteriori riforme strutturali in direzione della libertà di mercato e della privatizzazione dei residui settori produttivi ancora in mano pubblica, come ad esempio i trasporti. Se gli Stati membri non seguiranno le indicazioni di questo organismo, non potranno ottenere la flessibilità in materia di politiche di bilancio e di allentamento temporaneo dei vincoli di riduzione del debito pubblico e di raggiungimento del pareggio strutturale del bilancio. Se non rispetti  i vincoli sugli aiuti di Stato sarai costretto a rinunciare ai cospicui finanziamenti dei fondi strutturali europei per il Mezzogiorno, essendo essi stessi sottoposti a condizionalità”.

Sono ovviamente del tutto consapevole di queste osservazioni. La risposta che posso dare è che non ci sono, attualmente, le condizioni per riconquistare autonomia sulle politiche industriale in modo immediato, ma ci sono gli spazi per costruire un consenso a sinistra su tale tema senz’altro molto più ampio e meno soggetto a controversie rispetto all’euro. Pertanto, mi accontenterei, per il momento, di una dichiarazione programmatica di principio volta a indirizzare la lotta contro l’attuale assetto dell’Unione europea sul versante di una maggiore apertura a politiche industriali e sociali maggiormente discrezionali. Che tale apertura deve tradursi, in pratica, in un approccio gradualistico e per obiettivi intermedi. Il primo obiettivo intermedio deve necessariamente essere quello di lottare per ridimensionare l’integrazione del Fiscal Compact dentro la legislazione europea. Già ottenere che la direttiva europea di integrazione del Fiscal Compact in corso di elaborazione sia adottata con legge ordinaria e non, come invece previsto, con legge di rango costituzionale, sarebbe già un piccolo successo, perché renderebbe più facile abolirla successivamente. Un secondo obiettivo da raggiungere è quello di scomputare dal calcolo del disavanzo finalizzato alla verifica del rispetto degli obiettivi del Six Pack la spesa per investimenti pubblici. Un terzo obiettivo è quello di ripristinare la precedente normativa nazionale sulla golden share, modificata dal Governo Monti, e sostituita con una ben meno efficace norma, che riduce notevolmente i poteri di intervento pubblico in caso di scalata straniera ostile su asset strategici. Accanto  ciò, si potrebbe accelerare il passaggio della Cassa Depositi e Prestiti verso il modello di una banca pubblica di investimento, che peraltro scomputa una parte del debito pubblico dal calcolo valevole per il Fiscal Compact. Lo fanno i tedeschi con la Kfw. Se lo fanno loro, negarlo a noi sarebbe arduo. Subito dopo, delineare le filiere produttive strategiche per l’interesse economico nazionale, da sottoporre a specifici provvedimenti speciali. Iniziare a negoziare in sede europea provvedimenti di penalizzazione delle importazioni da Paesi terzi, esterni alla Ue, che praticano dumping sociale e ambientale. Introdurre progressivamente controlli sui movimenti di capitali, inizialmente simbolici e poi via via sempre più rigidi. Passo per passo, con gradualismo e con una ottica di medio-lungo periodo, si deve procedere lungo la strada del recupero di pezzetti di sovranità di politica economica. Purché, però, l’obiettivo finale del recupero di una capacità di fare politica industriale, sia pur in termini di principio programmatico, venga dichiarato e sia immediatamente condiviso, a livello interno e fra le altre sinistre europee.

Sempre chi obietta potrebbe, a questo punto, rispondere “si, bravo, ma tutto quello che proponi, seppur con passi graduali, consiste in una riforma complessiva dell’Europa, esattamente come chiedono i Fratoianni ed i Varoufakis. Richiede un approccio negoziale con gli altri Stati membri. Ma noi sappiamo bene che l’Europa è irriformabile, perché è stata costruita proprio come spazio sovranazionale a-politico, per ridurre la politica a mera testimonianza ancillare rispetto alle tecnocrazie”. E’ una critica corretta, alla quale non posso controbattere, se non permettendomi di far notare che anche l’altra strada, ovvero quella dell’uscita dall’euro, richiede un “approccio negoziale” con altri Stati membri. Nessuno, tranne qualche folle, può ragionevolmente pensare che una economica di dimensioni strategiche come quella italiana venga fatta uscire da sola dall’euro, per atto unilaterale il venerdì pomeriggio a mercati chiusi. Non siamo una monade nello spazio siderale. Siamo un Paese appartenente ad un sistema di alleanze politiche, economiche e militari, prima che qualcuno pensi seriamente di fare uno strappo unilaterale di questo tipo, senza negoziarlo, c’è sempre un po’ di esplosivo per fargli saltare l’aereo, come accadde a Mattei, oppure un po’ di arsenico nella tisana, come per Papa Giovanni Paolo I. più del 50% del nostro export viene diretto a Paesi dell’area-euro, le ritorsioni commerciali in caso di strappo unilaterale sarebbero tremende. Persino l’orgogliosa Albione britannica è stata costretta a negoziare la Brexit a condizioni piuttosto penalizzanti. E non aveva il problema della moneta unica.

In sostanza, negoziato per negoziato, quello che propongo è un negoziato che consenta alla nostra parte, alla sinistra, di presentarsi al tavolo con un minimo di coesione interna sugli obiettivi, senza sfilacciarsi su assurdi dibattiti dottrinali su nazionalismo, internazionalismo, rossobrunismo, social-nazionalismo vs. nazismo, come sistematicamente avviene quando si mette di mezzo l’euro. Cerchiamo di far pace con il nostro cervello, prima di affrontare la battaglia sull’Europa, altrimenti meglio andare al bar a giocare a biliardo ed a bere, e lasciare le destre risolvere il problema. Perché le destre il problema, prima o poi, lo risolveranno. Ma a modo loro. E poi nessuno si dovrà permettere di starnazzare sui fascismi risorgenti.

[1] Imf, “Global Financial Stability Report”, Ottobre 2017

[2] Ad onor del vero, alcune proposte come quella dei certificati di credito fiscale, hanno un effetto reale su redditi e domanda aggregata, ma rimangono tutti i dubbi di distorsione distributiva, di rischio di incetta speculativa e di bad money di cui si è parlato.

[3] Per la verità, un altro fronte unificante sarebbe quello delle politiche sociali, rispetto al quale l’obiettivo finale potrebbe essere quello di richiedere una assicurazione sociale contro la disoccupazione unica a livello europeo, nonché uno strumento finanziario europeo anticiclico, che si attivi in caso di aumento asimmetrico del tasso di disoccupazione in uno Stato membro. Ma magari questo secondo fronte sarà oggetto di un articolo successivo.

[4] Imprimatur, 2016

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Foto: Senza Tregua (da Google)

26 commenti per “La battaglia anti-euro è ancora possibile/auspicabile?

  1. paolo
    19 dicembre 2017 at 21:54

    condivisibile l’ analisi MA TOTALMENTE IMPRATICABILE !!!
    le politiche industriali sono praticabili SOLO se Ministero ITALIANO delle FINANZE e dell ECONOMIA e BANCA D’ ITALIA stampano MONETA.
    sul commercio internazionale le tesi sostenute nel saggio sono TOTALMENTE CONDIVISIBILE.
    a mio avviso estendendo il modello andrebbero costruite le TAVOLE INPUT OUTPUT di LEONTIEF farlo per l’ ITALIA e un progetto immane, la proposta e divede l Italia in STATI AUTONOMI E FEDERATI anche per impostare il modello input output.
    pensare a livello Europeo non ha alcun senso negli megliore ipotesi e idealismo antimaterialista.

  2. Pierre57
    20 dicembre 2017 at 1:07

    Era necessario spendere una quantità di parole così estesa semplicemente per dire”contrordine compagni ,il sistema improntato sull’euro è invincibile ed ogni tentativo di metterlo in discussione in quanto strumento fondamentale di aggressione alle condizioni di vita delle classi dominate provocherà un tale sconquasso sociale che, seppur ridotti alla fame , i ceti subalterni non vorranno sbarazzarsene”.Ma allora a che serve riconoscere la sua pericolosità se è così evidente la sua longevità,e se Tzipras ha avuto ragione a restare nella gabbia eurocratica,come mai il popolo greco è ridotto a colonia e suddito ancor più che nella infausta(per l’estensore dell’intervento)fuoriuscita dalla moneta unica?Siamo forse ancora alla riproposizione del famigerato assunto del “meno peggio”,e quale è in tali condizioni il meno peggio?L’euro IMPLODERA’ e sarà sostituito ma non per le ragioni elencate dall’autore,non sarà il popolo a decretarne la fine ,ma la sua OGGETTIVA INSOSTENIBILITÀ.

  3. dante
    20 dicembre 2017 at 4:11

    Ma negoziare cosa e con chi?
    Trovo molto più utopico una rinegoziazione sull’euro che una uscita dallo stesso,vogliamo lasciare alle destre pure “l’uscita”anche se fasulla?

  4. gino
    20 dicembre 2017 at 10:11

    1) la sintesi è una qualità che apprezzo. ho una certa età e ho sperimentato che quando qualcuno scrive troppo o non ha le idee chiare o la vuole ammischiare.
    non ci si può prendere un giorno di ferie per leggere un articolo!

    2) “una sinistra che volesse mettere al centro della sua proposta l’uscita dall’euro non godrebbe di sufficiente consenso nel suo elettorato”… e che ci frega? un’Asinistra che non lotti contro l’euro, ovvero la causa prima dello sfacelo economico italiano, non è sinistra, quindi è bene che sparisca.
    poi il 17% dei consensi solo fra i sinistri mi sembra ottimo, percentuale che aumenterebbe di brutto perchè una proposta di exit farebbe tornare a sx molta gente che si è buttata a dx, giustamente aggiungo.

    3) non entro in dettaglio sulle falsità teoriche e pratiche dell’articolo, sono troppe. dico solo che nel 98 ho osservato di persona in sudamerica l’uscita dalla dollarizzazione, non c’è stato alcuno sconquasso, anzi l’exit aprì le porte a un quindicennio di enorme avanzo economico; stessa cosa accadde in asia.
    lo sconquasso invece ci fu in argentina, unico paese che perseverò dollarizzato fino al 2001.

    • Riccardo
      20 dicembre 2017 at 10:43

      Nessuno ti ha chiesto di leggere l’articolo. Buone ferie. Non entro nella tua confusione mentale fra dollarizzazione di alcuni paesi e area valutaria unica. Studia.

      • gino
        20 dicembre 2017 at 13:45

        io sono un economista e ho operato nel settore per 20 anni.
        ristudiati kaldor.

    • Fabrizio Marchi
      20 dicembre 2017 at 11:36

      Gino, scusa se interrompo il nostro silenzio stampa…ma non sarebbe meglio se ti limitassi a dire che non condividi l’opinione di un altro invece di dire che ha scritto solo falsità oppure scrive tanto perché la vuole ammischiare? Come vedi non succede solo col sottoscritto. Considera che conosco Riccardo, e posso assicurarti che è un economista di tutto livello, oltre che uno studioso di filosofia, scienze politiche, storia ecc. Insomma un intellettuale vero di cui peraltro segnalo questo saggio che scrisse ormai anni fa e che pubblicammo: http://www.linterferenza.info/contributi/vita-dna-ricerca-scientifica-e-dignita-delluomo/
      Peraltro neanche io condivido la sua proposta e sono convinto che l’UE sia irriformabile. Penso però che in fondo la pensi così anche lui e che la sua sia una posizione tattica, finalizzata ad unire un possibile schieramento di sinistra. E neanche su questo sono d’accordo con lui…
      Ma questo è un altro discorso e mi guardo bene dal dire che ha scritto falsità oppure che scriva molto perché non ha le idee chiare e la vuole ammischiare…
      Datti una calmata perché questo non è un modo adeguato di porsi. Poi mi dici che ti do le bacchettate. Io lo dico per te, non per me, a me in fondo non me ne viene niente in tasca. Non so se nella vita ti comporti sempre così oppure questo atteggiamento lo usi solo in rete. Però penso che se normalmente ti comporti così, i vaffa si sprecheranno…
      E va bè…

      • gino
        20 dicembre 2017 at 13:40

        senti… LUI ha esordito così:
        “Non guardarla in faccia è un crimine”

        “Cerchiamo di far pace con il nostro cervello, prima di affrontare la battaglia sull’Europa, altrimenti meglio andare al bar a giocare a biliardo ed a bere”

        non mi sembra un modo educato di trattare chi non la pensa come lui. qui mi pare che si trattino in modi diversi le persone, da una parte tu e gli amici tuoi che potete dire tutto a tutti, da un altra parte gli altri ai quali imponete l'”educazione”.
        ad aprile sarò a roma (sono di cinecittà) e se vuoi ci incontriamo così l’educazione me la insegni di persona, ok?

        p.s. una falsità è una falsità e punto. dire ad esempio che fuori dall’euro crollerebbe il turismo è una falsità. il turismo aumenterebbe a causa della svalutazione. le cose vanno chiamate col loro nome in modo chiaro.

        • Fabrizio Marchi
          20 dicembre 2017 at 16:28

          Sei abilissimo (si fa per dire…) a rigirarti la frittata come ti pare e piace.
          Quella frase scritta da Riccardo non era rivolta a te, per ovvie ragioni, ma era detta in generale ed era compresa nell’ambito di un’analisi complessiva di un articolo peraltro molto lungo.
          Al contrario, tu hai esordito nei suoi confronti dicendo che ha detto delle falsità e che scrive molto perché (come il sottoscritto) ha le idee confuse e quindi la butta in caciara o la “ammischia”, come dici tu e come diciamo a Roma (a proposito, io sono dell’Alberone, un quartiere dove da ragazzini dovevamo conquistarci metro per metro per “sopravvivere”…come Cinecittà, del resto…).
          Ora, per dire che non è vero che la svalutazione non attiri turisti non c’è bisogno di dire che uno ha scritto delle falsità, basta dire che non si è d’accordo e motivarlo.
          Ciò detto, non è vero affatto che qui ci sono io e gli amici miei che vengono trattati in un modo e gli altri che vengono trattati male. Io credo che tu non ti renda conto del modo che hai di porti. Tu entri in un blog dicendo “Non avete capito niente, io faccio scienza e voi fate chiacchiere, andate a studiarvi questo e quest’altro”. E ti esprimi come se tu fossi l’unico ad aver studiato, ad aver aperto dei libri e soprattutto ad aver fatto “scienza”. Dopo di che un altro nostro amico e redattore pubblica un articolo e tu, senza averlo mai visto né conosciuto prima d’ora, te ne esci dicendo che scrive tanto perché ha le idee confuse e per di più ha scritto anche delle falsità. E poi ti incazzi pure se uno te lo fa notare…
          Ma ti rendi conto? No, non te ne rendi conto, è proprio questo il punto, altrimenti non ti comporteresti così.
          P.S. Non ho ben capito l’invito a vederci dal vivo per insegnarti l’educazione. Come lo devo interpretare ? Come una minaccia? No, tanto per capire…

          • g
            20 dicembre 2017 at 19:50

            non è una minaccia ovviamente… è che dal vivo, tra vicini di casa e coetanei, ho dubbi che avresti atteggiamenti paternalistici del tipo “datti una calmata” o “ti dò bacchettate” o “usa questa parola che è più delicata e ossequiosa”. e se li avessi ti risponderei per le rime – a parole – perchè non saremmo sul sito che dirigi.

  5. 20 dicembre 2017 at 13:45

    Trovo molto stimolante l’impostazione di Riccardo. Ed anche a suo modo coraggiosa, come mostrano bene alcuni irritati commenti.
    Sul piano tattico credo abbia in effetti molte frecce al suo arco, il terreno di critica proposto è molto più praticabile ed adatto a costruire consenso, in particolare a sinistra. E’ molto più facile parlare contro il Fiscal Compact e l’assenza di politiche pubbliche per lo sviluppo che contro la camicia di forza monetaria, o contro quella giuridica (cfr. Corte di Giustizia Europea nel suo funzionamento), che sono da esso indissolubili.
    La differenza tra la riflessione teorica, o la critica tecnica, e l’azione politica riposa proprio in quest’ineludibile snodo della possibilità reale di raccogliere le forze. Su questo terreno rispondere che non è del tutto coerente (lo schema politico) è semplicemente fuori tema. Su questo terreno ci vuole uno schema che sia potente, che unisca, e che sia capace di trasformare la situazione, in una direzione progressiva.
    Quindi io penso che abbiamo bisogno di queste posizioni, e di più senso pratico.

    • gino
      20 dicembre 2017 at 19:59

      cioè, proporre di andare a elemosinare briciole, che poi è la stessa cosa che fanno i governi pro-euro da sempre, con la minimale prospettiva di diventare una calabria d’europa, sarebbe coraggioso?
      e allora un tremonti cosa sarebbe, un braveheart?
      costruire consenso con quale sinistra? quella piddina-sellina?

  6. Gian Carlo Omoboni
    20 dicembre 2017 at 18:09

    Riccardo, a mio parere, ha tracciato un sentiero per impostare un discorso molto serio su “Che fare” per cercare di uscire da una situazione estremamente complessa e che non ha ricette facili di soluzioni. Questa impostazione dovrebbe interessare la maggior parte della popolazione europea che sta soffrendo per impostazioni politiche ed economiche portate avanti da alcuni governi (forti) membri della UE e del grande capitale internazionale. Tutta la sinistra europea, ma non solo dovrebbe cominciare davvero ad unirsi per ribaltare, dal punto di vista di proposte politiche serie ed intelligenti, una situazione da molti ormai considerata ineluttabile e lasciando alla destra abbai maldestri e strumentali al fine di ad ottenere solo manciate di voti a stanche e ripetute elezioni politiche ininfluenti sul disagio che la maggior parte della popolazione vive.
    Aprirsi quindi alla costruzione di un percorso complesso mettendo sul campo le migliori intelligenze che, sono convinto, continuino ad albergare a sinistra per costruire un futuro europeo con al centro la persona.

  7. michele
    20 dicembre 2017 at 18:33

    Ho quasi letto tutto l’articolo.
    Non ho competenza tecnica in economia.
    a dire il vero sono incompetente in molte altre cose.
    però sono di sn e sono per uscire adesso dalla europa senza se e senza ma.
    Ho una grossa azienda ricca e grassa per risorse illimitate. Ho il sapere, la tecnologia e la metodica.
    Ho un consiglio di amministrazione incapace( o complice) che ha consentito a multinazionali e alle lobby finanziarie e non solo di affondare le mani e derubarmi.
    cambio il consiglio di amministrazione, dichiaro illegittimo i loro crediti e gli consegno un foglio di via.
    se è vero che l’energia e quello che muove le macchine dello sviluppo adesso per qualche mese mangiate e soffiate per muovere le pale, qualcuno tiene uno specchio rivolto al sole e qualcun’altro attraverso l’idrolisi riempe i nuovi contenitori di idrogeno e recuperate l’acqua che deve muovere le turbine.
    adesso fuori dalle mie scemenze è evidente che ho un grosso potere per ristabilire le regole, perché senza l’italia questa europa non può esistere.
    se non esiste l’europa quello ad essere penalizzato non sono io che mi hanno ridotto alla fame, ma quei paesi opulenti e non solo europei. Tutti quelli che mangiano con il nostro sudore.
    per loro siamo consumatori produttori della loro ricchezza quindi indispensabili, per noi loro sono irrilevanti. Se il denaro e quello che regola e distribuisce il lavoro, possiamo stamparlo e con la tipografia a pieno regime fare volantinaggio.
    allora è indispensabile che il governo sia di sn sn,
    sovrano nelle decisioni, pronto a dividere
    il danaro da quello privato e quello pubblico.
    Tradotto distribuire il lavoro e scegliere cosa è urgente fare. Autonomia e scelte strategiche.
    Si sono portati o affossato l’industria pesante, quella che è rimasta è ancora sufficiente e rapidamente ricostruiremo quella che manca, ci rimane quella leggera, un milione di piccole aziende che superano in produttività e fatturato dieci volte il loro prodotto lordo complessivo.
    siamo il paese più bello in europa, un museo a cielo aperto e una volta cacciati tornerà per visitarlo solo chi ha superato un attento esame.
    tra i requisiti chi non ha mai calpestato la dignità dell’uomo mettendogli le catene ai piedi.
    dicono che se vai a pisciare ti tolgono dalla paga un’ora di lavoro da un misero stipendio per un lavoro senza nessuna tutela.

  8. Riccardo (non Achilli ovviamente)
    20 dicembre 2017 at 19:46

    Costruire il consenso a sinistra? Mahh… In questi anni ho girato in lungo e in largo il web per vedere “a che punto e la notte” e posso tranquillamente affermare che la notte è appena iniziata a sinistra… Altro che consenso su politiche industriali… Non c’è consenso in Italia figuriamoci fuori. Mi ricordo di un video di Curzio Maltese in cui dopo aver decantato non le lodi, ma i fatti europei che a partire dal TAV ci dicono della corruzione è imperante a livello europeo e del fatto che ormai è prassi scambiarsi favori, bene nel gruppo in cui milita nel partito europeo aveva detto (e sono quattro gatti e pure di sinistra) che ben poche idee avevano in comune. E parliamo della sinistra, diciamo, radicale. Figuriamoci il resto. Beh pazienza ci avviamo a grandi passi verso un futuro greco. Tsipras ha fatto bene a rimanere nell’euro? Vediamo già adesso l’apatia politica di quel paese (e secondo i sondaggi è l’esercito ad avere la fiducia della gente… tanto per dire), oltre alla totale corruzione che domina Syriza. E se questi sono gli esempi figuriamoci il resto. Almeno la prossima crisi sarà la fine della sinistra. Se di sinistra ovviamente si possa parlare (per lo meno come ideale di aiuto ed emancipazione dei poveri e degli svantaggiati). Ormai quello che si prospetta (anche con la rivoluzione robotica prossima ventura) sarà o l’indipendeza del paese o la fine del paese. Un grande mezzogiorno dove la criminalità organizzata e le varie consorterie che si spartiranno quei quattro spiccioli che, forse, i tedeschi vorranno elargici, la faranno da padrone. Il futuro e già la Grecia c’è lo dice sarà l’apatia politica e l’accettazione del disastro, altro che politiche industriali da concordare. Toccherà andare a timbrare il cartellino dalla Camorra o dalla N’drangheta… Magari dalla mafia nigeriana. A proposito, se non si sapesse ve lo dico io, anche il nuovo governo austriaco ha impostato la politica economica sul taglio dei salari… a proposito di nuove politiche industriali. Di qui a quattro anni probabilmente ci sarà una nuova recessione… ci faremo quattro risate. Per quanto riguarda Riccardo Achilli mi ricordo questa… http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2014/08/linevitabile-arrivo-della-trojca-perche.html
    E questa frasetta è molto significativa: “Non è detto, peraltro, che il commissariamento europeo sia peggiore del disastro che sta combinando lo scout fiorentino di campagna. Questo perché, come già detto dianzi, l’Italia, a differenza della Grecia, è too big to fail, ed il nostro fallimento provocherebbe disastri a catena.”
    Bene, quando si è governati dagli altri, lo si fa a vantaggio degli altri, cioè spillarci fino all’ultimo soldo, altro che sviluppo. Andatevi a rivedere i discorsi fatti dai parlamentari a Vienna nei giorni del crollo dell’impero austro-ungarico.

  9. Fabrizio Marchi
    20 dicembre 2017 at 20:19

    @Gino: vista così è assai probabile che dal vivo anche tu avresti un atteggiamento diverso, diciamo un po’ meno aggressivo…il pc gioca brutti scherzi a tanti, molto spesso dal vivo le cose cambiano…per tutti…
    Ora, se ci riusciamo, torniamo ad occuparci dei contenuti…sui quali peraltro, nel caso specifico, siamo più o meno d’accordo…

  10. Fabrizio Marchi
    21 dicembre 2017 at 10:22

    @Gino: non ho pubblicato il tuo ultimo commento perché non aveva nulla a che vedere con il dibattito in corso.
    Se mi lasci una email non taroccata ma autentica ti rispondo. Avevo provato a farlo anche un po’ di giorni fa, nell’ambito di quell’altro articolo, ma appunto l’email dalla quale mi scrivevi era fasulla e non mi è stato possibile risponderti. Per cui se mi mandi, anche in privato (sulla posta dell’Interferenza), una email valida, possiamo parlare tranquillamente in privato. Sono costretto a mandarti questo messaggio qui appunto perché non sono in grado di risponderti per email.
    Resto in attesa

  11. ndr60
    21 dicembre 2017 at 14:10

    Le considerazioni di Riccardo Achilli sono in gran parte condivisibili, tuttavia mi pare che il dibattito sull’euro (uscita si/no) evidenzi molte posizioni a favore dell’uscita dalla moneta unica, e senza catastrofi. L’ultima in ordine di tempo è quella di Minenna, addirittura un economista della Bocconi; lasciare la posizione “uscita dall’euro” al monopolio della dx sovranista/fascista potrebbe essere, per la sx “vera”, un errore fatale.

  12. Nico
    21 dicembre 2017 at 17:19

    Mi pare che dovremmo evitare di contrapporre la capacità di individuare e far passare a livello, diciamo così, di massa un certo indirizzo (l’uscita dall’eruo) con proposte intemedie (intevento dello stato, salari, welfare, ecc.). Primo perché tattica e strategia vanno tenute insieme, secondo perché principi (il ruolo dell’euro) e flessibilità di proposta (proproste immediate su lavoro, welfare, eccl) vanno pure tenuti insieme e terzo perché in realtà: a) se sfondi il deficit e il debito l’euro tende a andare a pallino; b) mi pare bizzarro sostenere che una certa proposta non va portata avanti perché per il momento non conquista le masse; c) sul piano della accettazione delle élite gli aiuti di stato sono accettabili e infatti lo stato li eroga a proffusione, sono gli aiuti di stato a cui pensiamo noi che non sono accettabili, non più dell’uscita dall’euro. Ha ragione l’autore dell’articolo la questione non è tecnica ma politca, proprio per questo non sono d’accordo con le sue conclusioni.

  13. Pdv
    21 dicembre 2017 at 21:06

    Vorrei fare i complimenti all’ autore dell’ articolo . Venendo anch’ io da anni di dibattiti nella “galassia anti Ue di sinistra” per capirci sto giungendo a conclusioni a grandi linee similari a quelle appena lette.
    Io la smetterei proprio di parlare di ” Europa ” come ente terzo.sia che se ne parli bene o male (” ce lo chiede l’ Europa”) sia che se ne sognino di diverse (” ci vuole un’altra Europa). Noi stiamo parlando (mercato unico, euro, fiscal compact, ecc) di un qualcosa che altro non è che una serie di accordi tra i governi nazionali, fatti, sottoscritti, rispettati o violati a seconda dei rapporti di forza tra stati e a seconda di quelle che sono le classi dominanti all’ interno di essi. Anche il discorso ” tornare o meno allo stato nazionale” non ha senso: ci siamo ancora negli Stati nazionali! Il punto è se vogliamo o meno combattere contro le nostre elite nazionali ( che sono quelle che appunto hanno stretto questi accordi che tanto contrastiamo). Elite che a seconda della convenienza rispettano o meno i dettami europei ( gli esempi sul protezionismo francese e il credito pubblico tedesco credo che già ci dicano qualcosa). Quindi occorre costruire forze politiche che le contrastino. Per fare questo chiaramente non sarà certo euro si/no a fare emergere delle istanze politiche che da anni non hanno spazio! Non mi starei tanto a fare problemi di quelle che sono le tendenze tradizionali degli elettori di sinistra visto che abbiamo sempre più generazioni de politicizzate. Il ” blocco sociale” o ” il popolo” lo si costruisce su delle rivendicazioni materiali che oggi nel dibattito pubblico non sentiamo. Che poi queste rivendicazioni possano portare a scontri con l’ attuale architettura europea è ovvio ma contano i rapporti di forza e anche i governi che si andranno a formare negli altri paesi. La Grecia non avrebbe pesato un piffero da sola né dentro né fuori. l’Italia chissà. Il punto è quali interessi si vogliono difendere, quali sono le priorità politiche non farci prima le pippe mentali su se si tornerà o meno a valute nazionali a due sme e due euro e chi più ne ha più ne metta.

  14. ARMANDO
    22 dicembre 2017 at 21:24

    A me sembra che le questioni tecniche siano intrecciate strettamente con quelle politiche, si potrebbe dire fino al punto in cui le prime finiscono a costituire un ostacolo, scientemente voluto, per indirizzare le seconde. Non si piuò, ovviamente, cedere alle prime ma occorre tenerne conto perchè poi il consenso dei popoli conta, ed eventuali (non mi pronuncio su questioni molto complicate) danni provocati da uscite unilaterali si riverberebbero sulle condizioni di vita. D’altra parte l’articolo non ha la pretesa di presentare un progetto di governo immediato ma di cercare una proposta generale su cui aggregare. Si tratta in sostanza, almeno così lo leggo io, di una proposta politica “sovranista”, e come tale intrinsecamente politica, almeno per ora. Non posso che consentire su questa impostazione. Direi anzi che in quanto intende recuperare forti quote di sovranità nazionale, sia pure in senso coordinato fra diversi paesi, il che mi sembra imprescindibile economicamente e di buon senso politicamente. Ora,. una proposta “sovranista”, di per sè non dovrebbe avere steccati ideologici nel senso che può essere accettata sia da una sinistra non completamente asservita all’ideologia del capitale, sia da una destra non farneticante sciocchezze razziste e xenofobe, ammesso che l’una e l’altea esistano ancora. Ma questo è il punto, ossia un punto di partenza per ricostruire praticamente “tutto” e sotto tutti i punti di vista: economico, politico, culturale. A partire dal concetto di Europa. Se gli Stati nazionali classici sono ormai troppo piccoli per competere con l’Impero (o gli imperi), se questa Europa delle elite tecnocratiche e finanziaria è intrinsecamente antipopolare nonchè traditrice delle proprie radici culturali, parlare di “sovranismo” significa rifondarla totalmente su basi diverse in senso autenticamente federale e non asservita al padrone americano. Possibile? Non certo nell’immediato, direi. D’altronde occorre lavorare sul lungo periodo, visto che nell’immediato non ci sono, mi pare, spazi davvero agibili.

  15. Eros Barone
    27 dicembre 2017 at 19:51

    Occorre riconoscere che la tendenza politico-ideologica che caratterizza questo articolo è di stampo neo-giolittiano. Evocare ‘apertis verbis’ oppure obliquamente la tesi di una riformabilità o di una dissoluzione di un’alleanza imperialista, quale è l’Unione Europea, significa assumere, nonostante la fraseologia e l’apparato analitico con cui si cerca di ammantare le argomentazioni dirette a sostenere tale tesi, la stessa posizione opportunista che contraddistingue la sinistra borghese. Ciò che è radicalmente sbagliato è l’idea che le unioni imperialiste possano essere modificate dall’interno a favore della classe operaia e dei popoli e che un simile obiettivo possa essere raggiunto attraverso la partecipazione a governi e a coalizioni di centro-sinistra. E all’uopo si pone fra parentesi o si cancella l’oggettività delle leggi dello sviluppo capitalistico, che operano indipendentemente dalle volontà soggettive e dai progetti più o meno fumosi che puntano a spacciare “ricette per l’osteria del futuro” (Marx). Le unioni imperialiste servono invece a conseguire lo scopo per cui sono state istituite, cioè per instaurare dovunque sia possibile la dittatura del capitale, affrontare più efficacemente la concorrenza internazionale nell’interesse della borghesia, opprimere e sfruttare popoli e paesi. Pensare di poter perseguire gli interessi delle classi oppresse attraverso una blanda azione parlamentare che di fatto accetta quelle unioni è la peggiore delle utopie, perché disarma tali classi e le aggioga al carro della borghesia imperialista. In altri termini, la fuoriuscita dalla crisi è impossibile senza coniugare la riconquista della sovranità nazionale con la lotta per il socialismo. Non ha senso, dunque, una critica delle politiche neoliberiste europee che sia disgiunta dalla consapevolezza che l’attuale fase dell’imperialismo è caratterizzata dal conflitto sempre più violento tra Stati disgreganti e Stati disgregati, e che non sia accompagnata dalla conseguente proposta di farla finita con l’Unione Europea. Laddove farla finita con l’Unione Europea non significa affatto farla finita con l’Europa, ma fare il primo passo verso un’altra Europa: pacifica, solidale, non subalterna agli Stati Uniti e perciò democratica e popolare.

    • Fabrizio Marchi
      27 dicembre 2017 at 20:30

      Sono sostanzialmente d’accordo con la tua critica, Eros, e aggiungo che a mio parere è necessario porre l’uscita dalla UE, senza se e senza ma.
      Come certamente avrai già letto, abbiamo pubblicato quell’articolo di Riccardo Achilli (che è un nostro redattore), pur non condividendolo, perché pensiamo che sia comunque un contributo importante alla riflessione e infatti così è stato e molti sono stati gli interventi.
      Siccome conosco l’autore, credo che neanche lui creda effettivamente alla riformabilità dell’UE. Penso piuttosto che la sua proposta abbiam come obiettivo quello di riunire una serie di forze di una sinistra comunque per me improponibile e impresentabile. Ne ho discusso con lui tante volte e lui stesso ha molte perplessità, però continua a spingere in quel senso. Libero di farlo, ovviamente. Noi riteniamo comunque, pur non condividendo quella sua posizione, che sia importante permettere e favorire un dibattito a più voci, quindi ben venga un tuo contributo in tal senso, se lo riterrai opportuno, lo pubblicheremo molto volentieri.

  16. Lidia Riboli
    28 dicembre 2017 at 2:28

    L’articolista dichiara di essere stato un sostenitore dell’uscita dall’euro, ma di aver cambiato idea, pur continuando a fare un’analisi abbastanza corretta della crisi e dei disastri portati dalla moneta unica. In realtà però fin dall’inizio dichiara che dirsi a favore dell’uscita dall’euro era finalizzato a “strappare concessioni significative in termini di direzione delle politiche economiche dell’euro-area” o al limite a un’uscita concordata con gli altri Paesi europei, prospettive che ora giudica sempre più improbabili e lontane, data la situazione creatasi in Germania nel dopo elezioni e soprattutto in Francia con la vittoria di Macron e la debolezza economica degli altri Paesi, che hanno problemi diversi l’uno dall’altro e le cui forze politiche non vogliono uscire dall’euro. Inoltre gli sembra che, anche per il sostegno politico su cui la moneta unica può contare, non ci siano rischi significativi di un suo collasso dovuto a una grossa crisi finanziaria, almeno nel breve periodo (anche se riconosce che non si può mai dire).
    Infine, ritiene che dagli ultimi sondaggi si evince che solo il 17% degli elettori sarebbe a favore di un’uscita unilaterale “senza se e senza ma” e che comunque l’elettorato di sinistra a cui soltanto si vuole rivolgere non la vuole in quanto -lo riconosce- non informato correttamente e condizionato da profonde distorsioni ideologiche.
    Per tutto questo ritiene opportuno abbandonare la parola d’ordine di uscita dall’euro perfino come piano B. Al suo posto, lanciare quelle di difesa del lavoro e di rilancio delle politiche industriali. La cosa curiosa è che lui stesso conosce e si fa le obiezioni giuste, che queste cose sono appunto impossibili restando nell’euro e che l’idea di riformare l’UE è impraticabile. I Trattati impediscono di spendere per salvare i posti di lavoro e gli aiuti di Stato sono severamente proibiti.
    E’ sconcertante la lucidità e la consapevolezza con cui risponde a se stesso, come è paradossale che alla fine l’unica proposta che avanza è quella di lottare per evitare che il FC sia inserito nel diritto primario dei Trattati ma sia inserito solo nella leìgislazione ordinaria (cosa che tra l’altro è stata già concordata e che non cambia praticamente niente da un punto di vista sostanziale). Subito dopo di scorporare alcuni investimenti pubblici dal calcolo del disavanzo e il ripristino della versione della golden share prima della modifica fatta da Monti per ovviare a una possibile condanna da parte della Corte di Giustizia, oltre a modificare la funzione della Cassa Depositi e prestiti e richiedere alla UE di penalizzare le importazioni da alcuni Paesi che più di altri praticano dumping ambientale e sociale. O anche magari un’assicurazione comune europea contro la disoccupazione (più Europa quindi?). Tutte cose che cambierebbero di ben poco la nostra situazione e che peraltro l’UE neanche accetterebbe, come ha chiaramente espresso più volte.
    Il Nostro afferma necessario lanciareparole d’ordine a cui dimostra di credere molto pooco anche lui, perché ritiene troppo difficile e faticoso riuscire a rivolgersi in altra maniera all’elettorato di sinistra, prigioniero di troppi luoghi comuni che lo confondono. Allora, piuttosto che tentare di chiarirgli le idee, è meglio continuare ad agitare le solite parole d’ordine che ormai non hanno più presa se non in un ceto di semiintellettuali che si sente soddisfatto – o se non altro si accontenta- di ripetersi addosso sempre le stesse cose? E perché poi continuare a voler dividere gli elettorati come se fossero cristallizzati (quando in buona parte, come si è visto, sono fluidi)? Non si tratta di rivolgersi a forze politiche di segno diverso per cercare strane alleanze, ma di formulare un programma atto a coinvolgere la maggior parte dei cittadini, evitando linguaggi troppo ideologizzati, ma spiegando in modo chiaro quali sono le cause della nostra crisi. In una situazione di totale mistificazione da parte della stampa e delle forze politiche, del resto, un 17% di elettori che vorrebbero uscire dall’euro “senza se e senza ma” mi sembra un inizio molto promettente, che potrebbe migliorare rapidamente se ci fossero forze politiche riconosciute in grado d’informare correttamente. Perchè mai una forza politica che si propone di modificare l’esistente (sempre che realmente se lo proponga), non dovrebbe indirizzare i cittadini ma appiattirsi a ripetere molte delle cose che già altri dicono? Mi sembra che la posizione dell’articolista, che in parte può essere di comodo, denoti un profondo pessimismo di fondo che è in gran parte della sinistra nel suo complesso. Lui stesso infatti dice di non credere possibile un’uscita unilaterale, perché teme delle “rappresaglie tremende” soprattutto dal lato commerciale. Credo che difficilmente avverrebbero, perché lo strappo sarebbe verso l’UE e non contro i singoli Paesi, con molti dei quali continuerebbe ad esistere un interesse reciproco a commerciare, anche se potrebbero cambiare alcune condizioni e inoltre unìuscita unilaterale da parte dell’Italia (come di un altro Paese di un certo rilievo) porterebbe a un forte sconquasso e probabilmente a un crollo dell’intera costruzione comunitaria. Ma anche ammesso che la situazione fosse più difficile di quanto si possa prevedere, esiste la necessità di uscire per riconquistare sovranità e quindi spazi d’azione politica ed economica e di farlo al più presto, in quanto la situazione non può che peggiorare. E pensatori di sinistra che hanno puntato tutto su azioni coordinate e vedendo che all’orizzonte non c’è nessuna possibilità in tal senso, anziché prenderne atto e puntare su un’uscita unilaterale scelgano di rinunciare dicendo che è preferibile lasciare le destre a risolvere il problema, non sono di grande aiuto.

    • Fabrizio Marchi
      28 dicembre 2017 at 19:56

      Sono sostanzialmente d’accordo con te, Lidia, vale anche per te quanto ho già detto in risposta ad Eros Barone…
      Un caro saluto.

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