La millenaria oppressione delle donne? (elementi di una critica del femminismo, 1)

I. Introduzione
Questo scritto vuole essere l’inizio di un lavoro di discussione critica di alcuni punti della visione femminista del mondo e della storia. Credo sia giusto provare a fare questo lavoro perché il femminismo (e più in generale, il “politicamente corretto”) è ormai diventato uno dei pilastri ideologici delle moderne società occidentali, e mi sembra doveroso esaminare criticamente i fondamenti razionali di tale visione del mondo e indicarne le debolezze. È curioso il fatto che questo lavoro critico sembra negletto, almeno all’interno del mondo intellettuale “ufficiale” (in particolare nell’accademia). Esiste certamente una produzione intellettuale di critici del femminismo (che si esprime tramite libri e, soprattutto, sul web), ma si tratta di elaborazioni che restano marginali e ultraminoritarie. Sembra cioè che, mentre nel mondo intellettuale occidentale si può essere individualisti o comunitaristi, keynesiani o antikeynesiani, pro-Stato oppure pro-mercato, marxisti o antimarxisti, non si possa essere antifemministi. Questo è di per sé un tema interessante di riflessione, ma non è il tema di questo scritto. Preciso solo che, per quanto mi riguarda, “antifemminismo” non significa contestazione della tesi dell’uguaglianza fra gli esseri umani e della sostanziale unità del genere umano. Non è questo che intendo parlando di “critica del femminismo”; intendo piuttosto la critica di una interpretazione del mondo e della storia. Intendo cioè dire che nel mondo intellettuale contemporaneo vi è una notevole produzione di tesi e affermazioni di tipo femminista che riguardano la realtà degli esseri umani, presenti e passati, e che mi sembra un lavoro necessario quello di prendere in esame alcune di queste affermazioni per saggiarne la solidità, e rifiutarle se appaiono infondate. È questo il compito che mi propongo, in questo intervento e in altri che seguiranno
La tesi che discuto in questo scritto è quella secondo cui le donne sono vittime di una oppressione millenaria da parte degli uomini. In tutta o quasi la storia conosciuta le donne sarebbero state oppresse dagli uomini per il vantaggio di questi ultimi. Poniamoci allora la domanda se questa tesi sia razionalmente fondata. È davvero esistita la millenaria oppressione, il millenario sfruttamento delle donne da parte degli uomini?
Comincerò esaminando le società premoderne formatesi dal Neolitico in poi. Escludo cioè dall’analisi, per il momento, le società di cacciatori-raccoglitori come pure la società moderna. Faccio quindi riferimento a un periodo che va dalla rivoluzione neolitica all’inizio dell’età moderna, diciamo da circa 9000 o 10.000 anni fa (rivoluzione neolitica) fino a un momento che possiamo situare fra il 1500 e il 1800 d.C. (inizio dell’età moderna). Non è importante la precisione puntuale su queste date. Quello che ritengo fondamentale, nel ragionamento che propongo, è il punto seguente. Se pensiamo alla totalità delle espressioni culturali delle società umane in questo periodo di tempo, nel quale si è avvicendata la grande maggioranza delle società umane di cui ci è giunta notizia, ci si presentano alla mente i più disparati tipi umani: feroci guerrieri e austere sacerdotesse, nobili orgogliosi e avidi mercanti, abili regine e saggi consiglieri, audaci viaggiatori e appassionate poetesse, e così via, scorrendo la ricchissima galleria della storia umana. Ciò che mi preme sottolineare è che concentrarsi su questa serie infinita di tipi umani è certo affascinante, ma può presentare un effetto distorsivo rispetto alla realtà. Infatti quando si guarda ai tipi umani che abbiamo descritto si sta guardando agli strati superiori delle società. Ma tali vertici erano in realtà gruppi piuttosto ristretti, ai quali si contrapponeva la gran parte dell’umanità. E cosa faceva la gran parte dell’umanità? Lavorava nei campi, e col proprio lavoro manteneva tutta la variegata umanità che abbiamo sopra descritto. E siamo sicuri che si trattava della stragrande maggioranza dell’umanità per un motivo molto semplice: l’agricoltura non era molto produttiva, e quindi era necessario il lavoro di molti per dar agio a pochi di svincolarsi dal lavoro nei campi e poter fare appunto i guerrieri, le sacerdotesse e così via. Possiamo tranquillamente affermare che, nel periodo storico che stiamo esaminando, quello della predominanza delle società agricole tradizionali, la stragrande maggioranza dell’umanità ha vissuto la vita del contadino e della contadina nel villaggio. Se vogliamo parlare della condizione della donna in confronto a quella dell’uomo, è allora a questa realtà che dobbiamo guardare, perché è stata questa, per un lunghissimo periodo storico, la vita della stragrande maggioranza degli uomini e delle donne.
II. Contadini e contadine.
Quando si tenta di fare considerazioni di questo tipo è sempre molto forte il rischio dell’anacronismo. Si tende cioè a dimenticare che le società premoderne erano molto diverse dalle nostre, e che ogni paragone diretto è improprio. Uno degli elementi più evidenti che occorre tenere presente è il fatto che si tratta di società dove la vita era più dura, difficile e faticosa dell’attuale, e lo era per tutti. In particolare la violenza era diffusa e la vita umana, specie di coloro che si trovavano al fondo della scala sociale, non valeva molto. Ma se questo, come dicevo, è il dato più appariscente, c’è un’altra considerazione di grande importanza. Si tratta del fatto che le società premoderne sono società nelle quali non esiste l’idea di libertà del soggetto individuale così come noi la conosciamo. In tali società la vita di tutti gli esseri umani si svolge secondo i binari predeterminati dalle tradizioni, dagli usi e costumi. Contadini e signori, mercanti e guerrieri avevano ciascuno il proprio codice di comportamento stabilito dalla tradizione, ed è al suo interno che dovevano cercare un senso e una soddisfazione per la propria vita. Quando cerchiamo di comprendere la vita di questi esseri umani dobbiamo mettere da parte le nostre idee di libera espressione dell’individualità, di ricerca e costruzione del proprio posto nel mondo. Certo, non bisogna passare all’estremo opposto, cioè pensare a vite totalmente dominate da un potere costrittivo esteriore (come pure era possibile in certe condizioni, per esempio nel caso degli schiavi). Occorre piuttosto pensare a vite che potevano trovare, come si diceva sopra, un senso e anche una certa espressione di sé, ma solo all’interno dei limiti stabiliti dalle tradizioni. Tutto questo vale in particolare per la vita di contadini e contadine nel villaggio. Cerchiamo allora di vedere più da vicino questa vita. Ovviamente saremo costretti a fare discorsi un po’ astratti, perché vogliamo parlare di caratteristiche generali che possono accomunare il villaggio feudale del medioevo europeo, quelli della millenaria civiltà cinese, quelli africani, maya e così via. Quali sono le caratteristiche generali della vita di contadini e contadine nel villaggio? Il dato di partenza, direi universale, è quello della divisione del lavoro su base sessuale. Ovviamente le modalità della divisione del lavoro possono essere molto diverse nei vari casi, ma quello che sembra essere universale è il fatto che gli uomini fanno certi lavori e le donne ne fanno altri. Grosso modo le donne gravitano verso la casa e gli uomini verso i campi, ma la banda di oscillazione è stata storicamente piuttosto ampia. In queste realtà appare fondamentale il ruolo della famiglia, perché la famiglia era l’unità sociale che organizzava il lavoro produttivo e distribuiva i prodotti per il consumo individuale (naturalmente, la parola “famiglia” può indicare realtà piuttosto diverse nelle varie situazioni). La divisione del lavoro esigeva la collaborazione fra tutti i componenti della famiglia, e la collaborazione era necessaria alla sopravvivenza. Si trattava di una vita faticosa, esposta al rischio della fame, delle malattie, delle violenze dei potenti di turno. Con un po’ di fortuna si poteva comunque sperare di vivere una vita decente, secondo i parametri stabiliti dalla tradizione, di non essere vittima dei mali sopra indicati, di allevare i figli che avrebbero sostenuto la vecchiaia dei genitori e proseguito la vita della famiglia e dell’organizzazione sociale, di vivere all’interno di una rete di rapporti umani accettabili in termini di comprensione e rispetto reciproco, sempre in riferimento a quanto stabilito dalla tradizione.
All’interno di questo quadro generalissimo, è ragionevole parlare in termini di sfruttamento e oppressione della donna? Quando si parla di oppressione e sfruttamento, sarebbe necessario vedere un netto vantaggio per l’oppressore e un netto svantaggio per l’oppresso. Sarebbe necessario vedere due livelli di vita nettamente distinti: così, il padrone di schiavi faceva una vita ben diversa da quella degli schiavi, il signore feudale faceva una vita diversa dal suo servo, il “padrone del vapore” nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale faceva una vita ben diversa dalle vite di operai e operaie descritte da Engels[1]. L’oppressore ha sempre diritto, ovviamente all’interno delle condizioni generali del suo tempo e della sua società, a un livello di vita superiore a quello dell’oppresso. È evidente che appare qui una prima difficoltà per la tesi della millenaria oppressione della donna. Infatti, i contadini facevano ovviamente la stessa vita delle loro mogli: mangiavano gli stessi cibi (quando ce n’erano), si scaldavano (quando ce n’era) allo stesso fuoco, dormivano nello stesso letto. Si è mai visto il padrone della fabbrica fare la stessa vita, vivere nella stessa casa del suo operaio o della sua operaia? Si è mai visto il padrone di schiavi condividere la stessa vita dello schiavo?
Queste semplici considerazioni possono indurre a dubitare della verità della tesi sull’oppressione millenaria della donna. Cerchiamo di proseguire questo esame considerando diversi aspetti della vita di contadini e contadini; proviamo cioè a dare un rapido sguardo ai temi del lavoro, della libertà, delle relazioni affettive, del potere.
Per quanto riguarda il lavoro, è chiaro che si trattava di una vita dura per tutti. È ormai abbastanza diffusa fra gli antropologi la tesi che nelle società di caccia e raccolta il tempo di lavoro fosse una parte minoritaria del tempo di vita, e che la situazione sia cambiata, con l’aumento del carico di lavoro, appunto con la rivoluzione neolitica[2]. Se accettiamo l’idea generale che gli uomini lavorassero soprattutto nei campi e le donne soprattutto a casa (con infinite gradazioni diverse), non c’è motivo di ritenere che per uno dei due gruppi il lavoro fosse più leggero o impegnasse una parte minore del tempo di vita rispetto all’altro gruppo. Ricordiamo che nelle società premoderne non hanno molto senso né la nozione di “orario di lavoro” né quella parallela di “tempo libero”, perché non c’è una chiara distinzione fra tempo di lavoro e tempo di vita, così come non c’è una chiara distinzione fra ambito lavorativo e ambito familiare (perché la famiglia è unità di produzione e consumo). Tutti, per sopravvivere o per vivere decentemente, erano forzati a dedicare al lavoro, ciascuno nel suo ruolo, un tempo che normalmente era una parte significativa del tempo di vita. Non si vede insomma, in questo contesto, quale fosse il privilegio maschile necessario per poter parlare di oppressione femminile.
Esaminiamo un altro punto, quello della libertà di movimento. È probabile che, mediamente, nelle società tradizionali, gli uomini avessero qualche libertà di movimento maggiore rispetto alle donne, che in certe situazioni potevano essere confinate in casa o nei paraggi. Ma questa maggiore libertà dell’uomo era comunque ristretta all’ambito limitato della vita del villaggio, e quale mai vantaggio poteva essere questo? Nessun contadino ha mai saputo cosa fossero i viaggi di piacere o il turismo. Se gli uomini si allontanavano dal villaggio, era soprattutto per le necessità di forza-lavoro dei ceti dominanti. Sicuramente i contadini egiziani che hanno contribuito alla costruzione delle piramidi, portati via dai loro villaggi nelle pause dei lavori agricoli, avranno visto una parte di mondo maggiore rispetto alle donne rimaste al villaggio, ma c’è da dubitare fortemente che lo avrebbero considerato un privilegio, tanto meno una espressione del potere maschile e dell’oppressione femminile. Anche in questo caso, quindi, non si riesce a scorgere l’oppressione femminile in termini di netta differenza di livelli di vita.
Veniamo adesso al problema delle relazioni fra i sessi nello specifico campo dell’amore, dell’erotismo, del matrimonio. Anche in questo caso occorre liberare la discussione da ogni forma di anacronismo. L’idea che il matrimonio sia il risultato di una libera scelta fra due individui autonomi che scoprono il proprio amore reciproco, e su di questo basano un progetto di vita in comune, è un’idea moderna che ha poco o nulla a che fare con ciò che era il matrimonio nelle società tradizionali. In tali società l’amore nel senso romantico e sentimentale ha poco spazio, e matrimonio e famiglia sono istituzioni sociali cui sono affidati due compiti fondamentali: un primo compito è quello di controllare la pulsione erotica, che deve essere incanalata entro le forme tradizionali per evitare i suoi effetti destabilizzanti per la società e per creare l’ambiente adatto alla riproduzione, funzione ovviamente essenziale per la permanenza nel tempo di una qualsiasi organizzazione sociale; un secondo compito è quello di rendere possibile una stabile continuità nell’attività produttiva, rispetto alla quale la famiglia è la cellula di base. Ovviamente, anche nelle nostre società il matrimonio ha a che fare con queste funzioni, ma per noi esse sono subordinate alle libere scelta di vita di due individui. Nelle società tradizionali, quelle funzioni erano gli aspetti fondamentali. Non si trattava cioè di cercare l’anima gemella, la personalità affine alla propria o magari il grande amore, ma piuttosto di scegliere il partner affidabile di una vita di lavoro e sacrifici, scelta che fra l’altro doveva avvenire all’interno di un campione piuttosto ristretto (il villaggio, al più i villaggi vicini). In queste condizioni, quale poteva essere la vita matrimoniale? Poteva naturalmente diventare un inferno per tutti i soggetti coinvolti. Nei casi migliori, poteva nascere fra gli sposi (sovente dopo dopo il matrimonio, non prima) una conoscenza reciproca che portava a una qualche forma di affetto, o almeno di tolleranza e complicità, che permetteva una vita famigliare relativamente serena, e una vecchiaia protetta grazie a figli, figlie e nipoti. Se questa era la condizione generale del matrimonio nelle società premoderne, possiamo di nuovo porci la domanda su quali fossero i vantaggi maschili e gli svantaggi femminili sulle base dei quali argomentare a favore della tesi dell’oppressione delle donne. La natura del matrimonio nella società premoderna escludeva sia per gli uomini sia per le donne l’idea, alla quale noi siamo abituati, della ricerca della “persona giusta”, e imponeva di condividere la vita con una persona che si conosceva poco e con la quale potevano esserci poche affinità. Qualsiasi cosa possiamo pensare di questo tipo di impostazione, i suoi difetti toccavano indistintamente uomini e donne. Come s’è detto, il matrimonio nelle società premoderne poteva certo diventare un inferno, ma, quando era tale, lo era per tutti i soggetti coinvolti. Certamente le singole situazioni potevano essere molto diverse, poteva esserci il marito violento o la moglie manipolatrice e denigrante, ma non vedo perché si debba pensare che uno dei due casi fosse più comune dell’altro.
Anche in questo caso si confermano, mi sembra, le caratteristiche delle società premoderne: quelle cioè di una vita difficile e dura per tutti, che non lasciava grande spazio alle aspirazioni di realizzazione individuale, per nessuno, ma che permetteva, a chi era capace di collaborazione e condivisione, una vita decente all’interno dei vincoli imposti dalla realtà data.
Esaminiamo adesso il problema dei rapporti di potere. Esisteva nel villaggio premoderno una significativa differenza di potere fra uomini e donne, e questo permetteva agli uomini di ottenere significativi miglioramenti del livello di vita rispetto alle donne? Sembra abbastanza ovvio osservare che i contadini del villaggio erano tutti, uomini e donne, ben lontani dai vertici del potere delle diverse società in cui vivevano, e quindi il potere di cui potevano disporre era talmente infinitesimale che anche la presenza di differenziali di potere fra uomini e donne poteva cambiare poco le vite rispettive. Quello che si poteva fare nel villaggio era legato all’autogestione della vita del villaggio stesso, che in effetti aveva margini non banali, una volta assicurato l’assolvimento dei vari oneri dovuti ai potenti di turno. L’assemblea del villaggio è sempre stato un ruolo di discussione e confronto reali. Ma dobbiamo ancora una volta ricordare che nelle società premoderne la vita si svolge lungo i canali della tradizione. La discussione all’assemblea del villaggio serve a organizzare la vita quotidiana e a rispondere ai problemi che sorgono di continuo, ma non a cambiare drasticamente la realtà, tantomeno a realizzare un progetto di realizzazione individuale nel senso moderno. Per capire di cosa si trattava, probabilmente l’analogia migliore nella nostra vita attuale è quella con una assemblea di condominio. C’era un differenziale di potere a favore degli uomini? Le situazioni ovviamente erano diversissime. In certe civiltà le donne partecipano alle assemblee di villaggio assieme agli uomini, in altri casi esse sono riservate agli uomini, o magari ai capifamiglia. In determinati casi storici, quindi, il potere delle assemblee di villaggio era un potere da cui le donne erano escluse. Ma questo incideva sulla vita effettiva di uomini e donne? Quali erano i vantaggi concreti che gli uomini ricavavano da questo potere, nei casi in cui era solo loro? Gli stessi che si ricavano oggi dal partecipare ad una assemblea di condominio, si potrebbe rispondere, ammettendo che l’analogia sopra suggerita sia corretta. Sembrerebbe abbastanza naturale sostenere che assemblee di villaggio erano solo un lavoro in più, una cosa che si doveva fare per difendere gli interessi della propria famiglia (e quindi anche quelli di chi eventualmente non poteva partecipare), senza che questo rappresentasse una significativa possibilità di cambiamento effettivo della vita, di realizzazione di sé al di fuori delle norme prescritte dalla tradizione. È certamente possibile che qualche uomo fosse particolarmente portato per questo tipo di gestione del villaggio, e quindi trovasse una sua soddisfazione nel partecipare alle assemblee, così come è possibile che qualche donna esclusa fosse altrettanto capace e abbia vissuto l’esclusione come una limitazione di sé. Ma è ugualmente possibile che altri uomini abbiano vissuto tale partecipazione come un inutile sovraccarico di fatica, e che altre donne fossero ben contente che a loro tale fatica fosse risparmiata. Non c’è dunque motivo di pensare che la partecipazione all’assemblea di villaggio, nei casi in cui era obbligatoria per gli uni e negata alle altre, abbia rappresentato un evidente vantaggio di vita per gli uomini. Anche per quanto riguarda il potere che veniva esercitato dall’esterno sulla comunità, talvolta con violenza, non sembra si possa affermare un significativo differenziale fra uomini e donne. Tutti erano soggetti alla violenza dei potenti. Innanzitutto l’intera comunità veniva sfruttata, in un modo o nell’altro, per mantenere i ceti superiori, il che significa che una parte del frutto del lavoro comune di uomini e donne dei ceti inferiori veniva espropriato a favore di uomini e donne dei ceti superiori. Quando le vicende storiche portavano all’insorgere di forme di violenza (invasioni, guerre, razzie di predoni, repressione violenta di rivendicazioni popolari), uomini e donne del villaggio erano tutti passibili di diventare vittime della violenza esterna: si potevano subire violenze, si poteva essere fatti schiavi, e la condizione dello schiavo poteva essere molto indegna o pericolosa (gli uomini potevano essere sottoposti a lavori particolarmente usuranti o pericolosi, le donne a sfruttamento sessuale), oppure si poteva essere semplicemente uccisi; forse era più probabile per gli uomini essere uccisi e per le donne essere stuprate, ma mi sembrerebbe difficile sostenere che questo rappresenti un significativo privilegio per gli uomini.
Possiamo allora concludere la nostra disanima della condizione maschile e femminile nelle società agricole tradizionali, in riferimento alla grande maggioranza della popolazione, formata da contadini e contadine. Nella vita di questi strati della popolazione, non ci sembra di scorgere decisivi vantaggi a favore degli uomini. Ricapitoliamo i punti centrali della nostra argomentazione: si trattava di un mondo nel quale non esisteva l’idea di realizzazione della propria personalità, di libera scelta di un proprio percorso di vita nei suoi vari aspetti, fra i quali la vita affettiva. L’idea di un diritto alla libera scelta della propria vita è appunto il portato della modernità. La vita nelle società tradizionali era prima di tutto una vita di lavoro e di sacrifici, per uomini e donne. Era una vita nella quale si poteva trovare un senso e una condizione accettabile, ma questa si costruiva non nell’indipendenza personale che è tipica della modernità, ma all’interno di una rete di relazioni e di condizionamenti reciproci che poteva dare protezione, affetto, riconoscimento, ma impediva quel tipo di libertà alla quale noi siamo abituati. Questi limiti condizionavano la vita di tutti, uomini e donne, con differenze di tipo “organizzativo” (la più importante, come abbiamo già ricordato, era la divisione del lavoro su base sessuale) ma senza evidenti dislivelli nella qualità della vita.
Se è chiaro il tipo di argomento che regge queste considerazioni, diviene evidente come esso si possa ripetere più o meno allo stesso modo per le società di cacciatori-raccoglitori che hanno preceduto la rivoluzione neolitica o che non sono entrate nel suo meccanismo. Si tratta anche in questo caso di società che presentano un’organizzazione della vita basata su comunità e tradizione, e una divisione del lavoro su base sessuale. Di nuovo, non sembra possibile evidenziare in tali società decisivi vantaggi di livello di vita a favore degli uomini [3].
III. La modernità
Quanto abbiamo argomentato finora si propone di criticare la tesi femminista di una oppressione millenaria della donna. Si intende con questo negare ogni giustificazione storica alle lotte per l’emancipazione femminile? La necessità di tale emancipazione è una illusione storica, una chimera? No, la lotta moderna per l’emancipazione femminile ha una sua ragion d’essere e una sua giustificazione storica. Ma non sono quelle della narrazione femminista. La lotta per l’emancipazione femminile nasce nella modernità perché è nella stessa modernità, non nel passato millenario delle società premoderne, che si radicano i problemi che giustificano storicamente tale lotta.
Abbiamo detto che la società premoderna non contempla il libero sviluppo della personalità. Questo è appunto lo specifico della modernità. La modernità nasce con la promessa di emancipare gli esseri umani dai vincoli delle società tradizionali e di offrire a tutti la possibilità di costruire in autonomia la propria vita. Questa promessa non viene realizzata subito, non viene realizzata per tutti. La storia della modernità è la storia delle lotte per l’emancipazione di tutti, per la realizzazione universale della promessa emancipativa. All’inizio della modernità l’autonomia personale è una conquista di pochi, e occorreranno secoli di lotte sociali perché le conquiste della modernità vengano via via estese a chi ne era escluso. Il punto cruciale, per il tema che stiamo discutendo, è allora questo: le donne all’inizio fanno parte del gruppo degli esclusi. Mentre gli uomini a poco a poco si liberano dai vincoli della società tradizionale (all’inizio solo alcuni, poi via via gruppi sempre più ampi di uomini), la vita delle donne resta legata agli schemi che gli uomini hanno cominciato a superare. La donna resta confinata nella famiglia tradizionale, che riproduce le caratteristiche delle comunità premoderne, mentre quelle stesse comunità vengono lentamente corrose dagli sviluppi moderni. Tutta la “questione femminile” sta qui: si tratta non di una oppressione millenaria, ma di un ritardo, rispetto agli uomini, nella liberazione dai vincoli delle società tradizionali. Ci si può chiedere il motivo di tale ritardo, ma non è la questione che mi preme in questo scritto. Forse una spiegazione può essere il fatto che l’emancipazione moderna inizialmente nasce nella sfera del lavoro esterno alla dimensione famigliare, cioè in quella che era la sfera d’azione tipica degli uomini, mentre la sfera femminile del lavoro famigliare inizialmente non viene toccata dai grandi cambiamenti della modernità. E questo fatto potrebbe a sua volta esser legato alla necessità di un “punto fermo” in una situazione storica di grandi cambiamenti. Forse nessuna rivoluzione può cambiare tutto nello stesso tempo, e forse la dimensione tradizionale della famiglia era necessaria nella prima fase della modernità perché permetteva una “stabilità antropologica” senza la quale la società, sotto la pressione di cambiamenti epocali, correva il rischio di dissolversi. Ma queste sono solo ipotesi, e come ho detto non sono adesso interessato a trovare una risposta a tale questione. È importante che sia chiaro il punto fondamentale sopra indicato: la necessità dell’emancipazione femminile non è il risultato di una oppressione millenaria ma nasce nella modernità, e nasce come “esclusione dall’emancipazione”. E come nella modernità nasce questa “esclusione”, così nella modernità nascono, subito o quasi subito, anche le lotte per il superamento di questa esclusione. Allo stesso modo, l’esclusione dall’emancipazione delle classi lavoratrici ha fatto sorgere, subito o quasi, la lotta per l’emancipazione dei lavoratori. E le conquiste femminili vanno di pari passo con le conquiste degli altri gruppi di esclusi, in particolare, appunto, con quelle della classe lavoratrice. La questione sarebbe allora di capire se questo processo possa dirsi concluso, se il “ritardo” nell’emancipazione delle donne sia stato colmato. È mia opinione che la risposta a questa domanda sia positiva, ma anche in questo caso non si tratta del tema di questo scritto. Cercherò di argomentare questa risposta in interventi prossimi.
Per completezza di discussione, può essere interessante porsi la domanda seguente: se le cose stanno come ho argomentato finora, perché è sorta la leggenda dell’oppressione millenaria delle donne? Si tratta a mio avviso di un errore intellettuale che aveva una funzione pratica. L’errore intellettuale consiste nell’anacronismo, o meglio, per essere più precisi, della proiezione sul passato di condizioni antropologiche contemporanee. Le donne e gli uomini che hanno lottato, nella modernità, per l’emancipazione femminile, hanno correttamente visto che le chiusura della donna nella sfera domestica rappresentava, nella modernità, una limitazione all’emancipazione stessa, una negazione di quella dimensione di libertà e autonomia che è il vessillo della modernità, e quindi un elemento di discriminazione delle donne rispetto agli uomini. Poiché questa “restrizione” della donna ad una sfera particolare si ritrova, come abbiamo detto, in tutta la storia, i teorici moderni (uomini e donne) dell’emancipazione hanno concluso che anche nelle società premoderne vi fosse una analoga discriminazione. L’errore dovrebbe essere evidente, alla luce di quanto fin qui detto: nelle società premoderne alla “restrizione” della donna in un determinato ambito fa da contraltare non la libertà moderna dell’uomo, ma una analoga “restrizione” dell’uomo, solo in un ambito diverso. Detto altrimenti: nella modernità l’uomo si emancipa dai vincoli delle società tradizionali mentre la donna resta soggetta a tali vincoli che si esprimono nella forma della famiglia tradizionale, mentre nelle società premoderne sia gli uomini sia le donne sono soggetti a tali vincoli, che hanno forme diverse dovute ai diversi ambiti di azione di uomini e donne. L’errore dei teorici dell’oppressione millenaria della donna è analogo a quello di chi legge le relazioni economico-sociali dell’antichità con le categorie dell’economia capitalistica, in sostanza proiettando le categorie che descrivono l’economia capitalistica su un passato che è essenzialmente diverso.
Questo errore intellettuale, come si è detto, ha avuto una funzione pratica nella creazione del movimento di liberazione femminile. Nella modernità i movimenti di liberazione hanno sempre bisogno di proiettare la lotta che essi conducono su uno sfondo di oppressioni millenarie. Vale per il movimento di emancipazione femminile come pure per il movimento dei lavoratori. In questo modo essi si costruiscono un’aura “messianica”, presentando la propria lotta come il riscatto di una ingiustizia smisurata perché proiettata sull’intera storia umana. È come se l’ingiustizia presente, che è quella contro la quale si lotta realmente, non fosse sufficiente a giustificare la lotta stessa. Sarebbe interessante approfondire queste dinamiche intellettuali ma, di nuovo, si tratta di un’indagine che fuoriesce dai limiti di questo scritto.
IV. Uomini e donne nel crepuscolo di civiltà
La tesi fondamentale di questo scritto è quella argomentata nelle pagine precedenti. In quest’ultima parte vorrei collegare quanto finora detto con alcune riflessioni sul prossimo futuro, che nascono dalla convinzione che l’attuale organizzazione sociale sia avviata su un percorso irreversibile di declino, che porterà a gravissime crisi. Tali crisi si svilupperanno su più piani (ecologico, economico, politico) e porteranno sofferenze e violenze, paragonabili a quelle che il mondo occidentale ha conosciuto con la crisi e la caduta dell’organizzazione economica e sociale del mondo antico (ma probabilmente molto più gravi). Ho cercato di portare argomentazioni a sostegno di questa tesi in alcuni interventi su questo blog [4], e non insisterò oltre su questo punto, che è la base di quanto segue. Questa situazione comporta, a mio avviso, un cambiamento profondo nelle dinamiche culturali del nostro tempo, rispetto ai secoli XIX e XX, che sono stati quelli delle lotte di emancipazione degli “esclusi”. Il grande tentativo del movimento intellettuale di critica progressiva della modernità è stato infatti quello di salvare le conquiste emancipative della stessa modernità (e fra esse l’emancipazione femminile) superando gli aspetti più feroci e disumani della struttura sociale capitalistica. La contraddizione qui sta nel fatto che la struttura sociale capitalistica è pur sempre quella all’interno della quale si sono dati gli sviluppi emancipativi della modernità. Questa tensione al compimento emancipativo della modernità verso una società che superi gli impulsi distruttivi del capitalismo moderno, rappresenta il tema fondamentale di molta parte della storia spirituale della modernità stessa, e in particolare il filo rosso che lega la filosofia classica tedesca a Marx. Se questa è la tradizione della “critica progressiva” del capitalismo, la situazione attuale si presenta completamente diversa, e ci indica che siamo entrati in una costellazione spirituale per certi versi opposta. Oggi dobbiamo confrontarci non col tema della transizione ad una forma più evoluta di relazioni umane, ma col tema del prossimo crollo drammatico dell’attuale società. In questo contesto, il compito non è più quello di sviluppare le conquiste della modernità ad un livello superiore di civiltà, ma piuttosto quello di salvare quanto possibile di tali conquiste attraverso il crollo di una civiltà.
Per capire come orizzontarci nelle prossime crisi, dobbiamo avere chiaro che le drammatiche prove che ci attendono colpiranno in modo diverso le persone ai diversi livelli sociali: chi ha potere e denaro sicuramente riuscirà a cavarsela meglio o almeno avrà maggiori opzioni per proteggersi, e maggiori possibilità di riuscirci. Tutti gli altri, le persone dei ceti medi e bassi, si troveranno in difficoltà molto maggiori. La principale risorsa dei ceti medi e bassi, per resistere alle tempeste in arrivo, sarà legata alla capacità di costruire o ricostruire reti di relazioni o di rapporti comunitari che supportino forme diffuse di aiuto reciproco. Le persone dei ceti subalterni dovranno cioè costruire una forma o l’altra di comunità solidale. Questa non è certo una novità storica: si tratta esattamente della situazione che abbiamo descritto nella prima parte di questo intervento. Le comunità premoderne erano appunto comunità legate da rapporti di aiuto reciproco che permettevano di sopravvivere in un ambiente che, se non era sempre completamente ostile, imponeva comunque regole precise e un duro lavoro, ai fini della sopravvivenza. La famiglia premoderna era il nucleo di base e il modello di questo tipo di comunità, che offriva protezione ma imponeva pesanti vincoli alle possibilità di autonomia.
La costruzione di reti comunitarie e solidali impone un prezzo, come lo imponevano le comunità del passato. Non sarà possibile portare in questa situazione la forma di individualismo che è tipica del nostro mondo: essa è in contrasto con la dimensione comunitaria, e ha potuto sorgere solo sulla sua rovina. Ma si può provare a salvarne alcuni aspetti fondamentali, come la libertà di pensiero o il rispetto dell’inviolabilità della persona. Per quanto riguarda la famiglia, il compito sarà probabilmente quello di ricostruirne la dimensione comunitaria all’interno della nuova situazione, salvando le conquiste fondamentali del processo emancipativo, cioè la parità in diritti e dignità di uomini e donne.
L’impressione è che il femminismo attuale non abbia coscienza della necessità di porsi su questo piano di problemi. L’azione del femminismo attuale si esplica come una attività rivendicativa a favore delle donne. Questo tipo di attività mostra due limiti fondamentali, rispetto ai problemi cui abbiamo accennato: in primo luogo essa appare del tutto interna all’orizzonte della società attuale. L’attuale femminismo rivendicativo è costruito sulla richiesta di sempre maggiori risorse a favore delle donne. Il problema è che tali risorse sono ovviamente ottenute attraverso l’organizzazione capitalistica della produzione, che, noi riteniamo, entrerà in crisi irreversibile nei prossimi decenni, provocando disastri ecologici su vasta scala e imponendo scelte tragiche[5].
In secondo luogo, il femminismo attuale sembra impostare la propria azione nei termini di una contrapposizione netta fra uomini e donne, che non sembra il quadro di riferimento più adatto alla creazione di comunità solidali. Per fare un esempio, un aspetto di questo atteggiamento femminista è quello di affermare la necessità di avere sempre più donne ai vertici del potere, e di pensare l’accesso di donne ai vertici del potere come una vittoria di tutte le donne. Se vogliamo ricostruire reti di solidarietà per i ceti subalterni, credo sia bene che le donne di tali ceti comincino a chiedersi in che cosa questo femminismo sarà loro di aiuto, nei tempi che si preparano. Per restare all’esempio appena fatto, in che modo l’accesso di qualche donna in più ai vertici del potere sarà di aiuto alle donne dei ceti subalterni? Come abbiamo già detto, è ovvio che i ceti dominanti avranno la possibilità di usare denaro e potere per sfuggire il più possibile ai disastri futuri. E cosa faranno le donne dominanti, le donne che saranno riuscite ad accedere a denaro e potere? Mi sembra che la risposta sia abbastanza ovvia. Una donna ricca e potente farà lo stesso degli uomini ricchi e potenti, cioè metterà in salvo se stessa e i propri cari (uomini e donne) grazie ai propri soldi e al proprio potere. Quando le persone come noi avranno il problema di vivere una vita decente in una situazione, per esempio, di cibo, acqua, riscaldamento razionati, le donne dei ceti medi e bassi troveranno aiuto non nelle donne dei ceti dominanti, ma nella loro cerchia di relazioni, nelle comunità solidali che saranno riuscite a costruire, e che comprenderanno molto probabilmente uomini e donne. Il modo migliore per prepararci ai tempi bui che aspettano quelli come noi, uomini e donne ai livelli medi e bassi della società, non sta certo nel combattere lotte fra uomini e donne che hanno come effetto quello di recidere i nostri legami ed eventualmente di far salire ai piani alti del potere qualche donna in più, ma sta nel costruire reti di relazioni, di collaborazione, di aiuto reciproco [6].
Concludo ricordando una parola che ha avuto una certa importanza, nella storia del XIX e del XX secolo. Si tratta di “compagno” o “compagna”, parola che, come è noto, può avere molti significati diversi: da quello politico, che indicava i membri dei partiti socialisti e comunisti, a quello relativo alla scuola o al lavoro, a quello affettivo. È anche noto che la sua etimologia rimanda al significato del condividere il pane. Il compagno o la compagna sono coloro con i quali si divide il pane. Penso che si possa concludere questo scritto con un invito rivolto a tutti, uomini e donne. L’invito è quello a porsi le domande che, io credo, diventeranno fondamentali in un futuro non troppo lontano: chi sono i miei compagni e le mie compagne? Su chi posso fare affidamento? Con chi dividerò il mio pane, chi dividerà il suo pane con me?
Credo che a partire da queste domande uomini e donne dei ceti subalterni possano provare a ripensare in maniera più serena i propri reciproci rapporti. Almeno è questo, per quel che può valere, il mio auspicio.
Note.
[1] Il riferimento è ovviamente al celebre testo di F.Engels su “La situazione della classe operaia in Inghilterra”.
[2] Si veda in particolare M.Sahlins, L’economia dell’età della pietra, Bompiani 1980, e Y.N.Hariri, Da animali a Dei. Breve storia dell’umanità, Bompiani 2014. Osservazioni interessanti sulla rivoluzione neolitica anche in J.C.Scott, Le origini della civiltà, Einaudi 2018.
[3] Un’analisi simile dei rapporti tradizionali fra uomo e donna è stata svolta in W.Farrell, The myth of male power, Simon&Schuster 1993. La nostra analisi si differenzia da quella di Farrell nella valutazione della modernità, trattata nei punti seguenti.
[5] Un intervento molto serio sulla tragicità delle scelte cui l’umanità si troverà di fronte è il seguente: https://www.apocalottimismo.it/il-ritorno-della-tragedia/
[6] Un altro esempio degli aspetti problematici del femminismo contemporaneo è nel seguente intervento
Fonte articolo: http://www.badiale-tringali.it/2020/06/la-millenaria-oppressione-delle-donne.html
Distribuzione dei terreni demaniali a coppie sposate che faranno ...
Fonte foto:

 

31 commenti per “La millenaria oppressione delle donne? (elementi di una critica del femminismo, 1)

  1. Rino DV
    5 giugno 2020 at 21:01

    “Se le cose stanno come ho argomentato finora, perché è sorta la leggenda dell’oppressione millenaria delle donne?”.
    .
    Per necessità. L’obiettivo del femminismo è la trasformazione del mondo secondo gli interessi e i gusti femminili (quelli della donna occidentale della classe medio-alta).
    Il mondo si cambia con le armi, i soldi, lo sciopero, il voto e… la propaganda. Non essendo stati usati i primi 4 strumenti non resta che l’ultimo.
    .
    Si tratta infatti di modificare la psiche degli uomini (ma anche in parte delle donne) secondo i desiderata femministi. Come si può ottenere un tale risultato?
    Costruendo un racconto universale e totale che indichi la donna come vittima e l’uomo come carnefice. La verità dei fatti non conta, né la coerenza interna del racconto e nemmeno la verosimiglianza del tutto e delle sue parti (es. “”Ne muoiono più ammazzate dai congiunti che dal cancro!” ossia 100 contro 80.000) . Ciò che conta è l’efficienza dello strumento, la colpevolizzazione-criminalizzazione del maschio.
    .
    Che il processo sia efficiente non ci sono dubbi.
    .
    La leggenda dell’oppressione millenaria delle femmine, non è un errore, è una menzogna necessaria. Le finalità del femminismo gli impongono la descrizione della Tuttalità del mondo in termini di vittimizzazione radicale femminile e criminalizzazione planetaria maschile. Non può fare altrimenti e non può essere altrimenti.
    Inibisci tale processo, modifica il racconto dell’oppressione universale e millenaria ed il femminismo si affloscia e scompare.
    .

    • Simone
      11 giugno 2020 at 6:30

      Quindi lei nega che la potestà maritale fosse in vigore per secoli, e poi abolita solamente nel 1975? Non penso che sia un adolescente che, giustamente, non può aver memoria di quei tempi e di quegli eventi… il 1975 è appena 45 anni fa.
      Non è da molto, infatti, che le donne occidentali possono accedere senza limitazioni a professioni da sempre giudicate maschili (avvocato, giudice, medico…)
      Chi è del Sud Italia (forse Rita e Rino non lo sono) si ricorderà del grande valore che veniva dato, anche dopo il 1975, alla verginità (unicamente femminile, visto che gli uomini sono sempre andati nei bordelli o dalle prostitute di strada) e al pudore femminile. Non penso che con elementi del genere, della nostra storia contemporanea, si possano negare fenomeni come la misoginia e il dominio androcentrico (che, en passant, ha sempre trovato nella filosofia e nella religione i suoi baluardi).

      • Rino DV
        11 giugno 2020 at 13:38

        “Quindi lei nega…”
        Posso sapere dove ha trovato questa o altre mie negazioni?
        .
        Io sono un affermazionista non un negazionista. Affermo che alla narrazione femminista va contrapposta quella maschile. A questa contronarrazione può dare il nome che vuole.

        • Alessia
          21 luglio 2020 at 15:26

          Si vergogni! E impari la grammatica italiana prima di scrivere pseudo articoli e pseudo sciocchezze!L’ignoranza oltre alla misoginia è un alto muro da combattere… tristemente nel 2020 !

      • Alessia
        21 luglio 2020 at 15:33

        Ben detto!Di realtà terrificanti ce ne sarebbero da ricordare… per non dimenticare una delle più antiche.. la “primae noctis”e consiglierei al signore ,che scrive così male grammaticalmente e che fa errori storici da brivido, di andare a studiare cosa fosse!
        Per cominciare potrebbe seguire un corso di italiano..

  2. Rita
    5 giugno 2020 at 21:12

    Diceva mia nonna, nata sul finire dell’ottocento e le sue coeve che ho avuto la fortuna di incontrare da ragazzina, che dell’uomo sono i campi e la stalla e della donna la casa, il pollaio e l’orto. Dietro questa semplicissima affermazione c’è il mondo contadino della loro infanzia e dei loro genitori e nonni. Agli uomini la gestione del campo e degli animali “grandi” (le vacche, i cavalli, i maiali) più pesanti e difficili da gestire e che, di norma, richiedono una maggior forza fisica, Alle donne la gestione del pollaio, dell’orto e della casa che richiedono minor forza fisica. Questa gestione si traduceva anche nella loro gestione economica: le donne utilizzavano in autonomia il ricavato del pollaio e dell’orto per gestire le spese minute, tutto quel poco che non si autoproduceva nella vita di campagna (in realtà poco davvero, se pensiamo al cibo) e quel poco che serviva per coprirsi (i tessuti, i filati). Il ricavato dei campi e del bestiame di “sostanza” erano i risparmi che servivano per gli studi dei figli, per le grandi riparazioni e investimenti etc. etc. Mi è venuta in mente quest’affermazione leggendo la sua descrizione della vita dei contadini, come si è tradotto questo, a partire dagli anni ’60 nella convinzione dell’oppressione femminile ancora me lo devo spiegare. Grazie per questo scritto, e soprattuto grazie per la conclusione.

    • Simone
      11 giugno 2020 at 6:25

      Dal momento che le donne morivano di parto (nel durante o dopo, per vie delle infezioni che sopraggiungevano) ed erano pochissime quelle che potevano “fare altro che non fosse partorire”.
      Inoltre, signora Rita, nei miei altri commenti ho parlato dell’influenza aristotelica-cristiana sulla definizione della donna vista come “minus habens”. L’idea aristotelica (e poi cristiana) della donna non l’ha inventata il femminismo degli anni Sessanta.
      Le suggerisco di leggere “La Politica” di Aristotele, che parla appunto di come la società doveva essere organizzata, nei ruoli di genere e di classe. (le società antiche erano anche classiste oltre che misogine e schiaviste)
      Le ricordo anche che la potestà maritale fu in vigore fino al 1975, come consuetudine giuridica prevedeva la disuguaglianza tra i coniugi, con l’autorità effettiva in mano al marito.
      Chi è del sud Italia si ricorderà ancora del grande valore che veniva dato alla donna solo se vergine, fino a tempi recenti.

      • Rita
        11 giugno 2020 at 11:16

        Ho parlato, mi sembra chiaro, di esperienze reali e narrate. I suoi esempi portano all’errore del femminismo storico: selezionare i testi senza considerare contesto e applicazione. Che esistesse una gerarchia che era frutto della concezione delle antiche società che consideravano più l’interesse della comunità che non dell’individuo (non a caso lei cita anche lo schiavismo) è un errore che molti storici, da Block in poi, cercano di correggere. Non così la concezione femminista che continua ad insistere su un’oppressione millenaria che suggerirebbe l’idea delle donne che stanno sempre e solo male e degli uomini che stanno sempre e solo bene. Credo che l’articolo delinei bene il quadro antropologico e storico che, difficilmente un antropologo o uno storico potrebbero contestare. La nostra (l’occidentale) è la prima società al mondo che tenta l’esperimento dell’uguaglianza, perché in tutte le società, la fattualità della diversità delle donne e degli uomini ha portato a una divisione di ruoli. Divisione di ruoli che puo’ essere superata solo con la modifica della natura (era colpa del maschio oppressore il parto pericoloso o le infezioni? Ne erano esenti gli uomini morti in battaglia o in lavori rischiosi? l’aspettativa di vita di un uomo era superiore a quella delle donne?. Lei cade nello stesso errore, a mio avviso. Guarda e legge il passato con gli occhi del presente e solo con gli occhi (parziali) di una categoria.

        • Simone
          27 giugno 2020 at 3:32

          Aggiungo, a quanto scritto da Rita: “la fattualità della diversità delle donne e degli uomini ha portato a una divisione di ruoli.”
          dovrebbe anche dimostrare cosa ci sia di naturale, già insito nella fisicità di uomini e donne, quando parliamo di cose come “verginità solo per le donne\poligamia solo per gli uomini”, quando oggi è dimostrato che le stesse donne possono avere una vita sessuale al pari di quella maschile. Per cui: la sessualità femminile era già “progettata in natura” per essere monogama (anzi: illibata..) oppure era un’imposizione culturale di una certa ideologia?
          Perché, sa, non ci trovo niente di biologico e naturale in cose come le mutilazioni genitali (maschili e femminili), segregazione delle donne mestruate, convinzioni inerenti un’inferiorità mentale del “secondo sesso” e simili pratiche retrograde aberranti di secoli fa: diciamo piuttosto che erano “cultura”, ideata da certi uomini del tempo, non diversità naturale tra uomo e donna.
          Concordo con Lei sul fatto che sia buona cosa intervenire sulla natura laddove tale natura sia svantaggiosa per il genere umano: infatti il nostro progresso tecnologico e scientifico ha migliorato l’esistenza a tutti.
          Sul “parziale” ho già risposto in un altro commento: se cito Aristotele non sono “parziale”. Sto citando il massimo esempio di testimonianza storica di quel dato periodo. Se Lei vuole dimostrare che sia “parziale” citare Aristotele, deve anche sapermi citare un autore che lo contraddica o che abbia avuto maggiore influenza culturale di lui. Sono certo che non potrà trovare non solo autori maschili che abbiano avuto la sua importanza storica così incontrastata almeno fino a Settecento inoltrato, ma neppure femminili: non troverà, infatti, nessuna autrice femmina che abbia avuto un peso paragonabile al suo, tanto da saper influenzare intere epoche.

          Per quanto riguarda le regine, che venivano citate negli altri commenti, Elisabetta è stata sicuramente quella più celebre, ma si potrebbe citare la coppia di regnanti Cattolici di Spagna, Isabella e Ferdinando: non vedo cosa ci sia di rivoluzionario nel fatto che una donna sedesse su un trono “in quanto moglie e sposa” di un re (peraltro, a lui soggetta), seguendo le direttive culturali in vigore nel suo tempo (e neanche ideate da lei): quelle della chiesa cattolica (cioè l’inquisizione). Se volete parlare di paesi protestanti o conflitti religiosi condotti da regine filo-protestanti contro i cattolici, idem: non vedo cosa ci sia di rivoluzionare se una femmina segue e mette in pratica, pedissequamente, l’ideologia che un qualcun altro ha postulato. Idem parlando delle mogli dei dittatori, non vedo quale potere femminile ci sia nel sedere “accanto” al dittatore, nell’unico ruolo che alla femmina è concesso impersonare quando viene scelta da un uomo: la moglie e la madre.
          Margaret Thatcher fu un’eccezione: fu donna leader (che giudico pessima, tra l’altro, non ho simpatie capitaliste e liberiste…) “messa in posizione di potere” non in quanto “moglie-sposa di…” ma in quanto soggetto autonomo: ma si parla di una donna del Novecento, per l’appunto, quando il concetto di donna = soggetto giuridico, essere individuale autonomo, era già stato sdoganato e introiettato nelle donne stesse (la Thatcher non era sottomessa proprio a nessuno, non a caso era soprannominata la Lady di Ferro)

          • Rita Vergnano c/o
            27 giugno 2020 at 18:04

            commette, secondo me, l’errore che fanno molti: citano autori, lungo un arco di tempo di millenni senza preoccuparsi di sapere e/o cercare di capire qualcosa di come viveva e cosa sentiva la gente delle varie epoche. Se parliamo di donne non sottomesse a nessuno e assurte agli onori della cronaca non in quanto “mogli di”, se ne trovano in tutte, ma proprio tutte le epoche e non c’è bisogno di aspettare il Novecento. Da Santa Caterina da Siena a Giovanna d’Arco, più indietro magari Cleopatra … ma sicuramente lei è più erudito di me e saprà sicuramente andare oltre Aristotele, a meno che non abbia già concluso che dopo Aristotele non c’è stato più nulla. Ovviamente dopo la Rivoluzione Industriale è cambiata la concezione del lavoro e di conseguenza sono cambiati anche i ruoli, o perlomeno si sono fatti più simili. Continuo a non capirla. L’unica cosa che ho capito è che per lei al mondo pare essere esistito solo Aristotele e che tutto sia dipeso da lui. (se non si puo’ trovare nessun’altro che abbia influenzato le genti umane né maschio né femmina…) .per il resto siccome continua a citare solo verginità e la segregazione sessuale femminile la invito a seguire l’interessante Barbero (storico che ha sicuramente più conoscenze di me e di lei) che smonta un po’ di miti del medioevo e della vita sessuale (e persino del fatto che il piacere femminile non contasse per nessuno)… Magari la gente viveva e lavorava senza aver letto Aristotele. Io, comunque, La ringrazio perché non mi ha citato, come fanno certe femministe la cultura dei Moso dove, al contrario, erano le donne ad essere libere sessualmente. :-DA me continua a sembrare chiaro l’articolo: fa un excursus della storia umana, in cui le regole e le leggi erano, via via, il compromesso fra le esigenze di due sessi. Lei continua a dipingere l’intera storia femminile come la storia di povere derelitte sottomesse, incapaci di affrancarsi da uomini che pensavano solo ai propri comodi, senza volontà propria. E sinceramente io ho una maggior stima del mio sesso.
            https://www.bing.com/videos/search?q=il+sesso+nel+medioevo+Barbero&ru=%2fsearch%3fq%3dil%2bsesso%2bnel%2bmedioevo%2bBarbero%26qs%3dn%26form%3dQBRE%26sp%3d-1%26pq%3dil%2bsesso%2bnel%2bm%26sc%3d0-14%26sk%3d%26cvid%3d1BA0BF0D5E354584A6DABAD1AE397F81&view=detail&mid=9D2540C220D0C36BBD5B9D2540C220D0C36BBD5B&&mmscn=vwrc&FORM=VDRVRV

        • Alessia
          21 luglio 2020 at 15:49

          Lei è antropologa?È una storica ?o una filosofa?…. beh io contesto ogni cosa che lei scrive,innanzitutto non le permetto di offendere oltre ,tutte le donne che le hanno risposto facendole passare per ignoranti e sprovvedute .. quando in realtà è lei ad esserlo.
          In secondo luogo ,pretende dai lettori una visione nella quale ci si estrapoli dal presente .. allora le chiedo si estrapoli dal passato ,perché ciò che accadeva succedeva proprio per gente che pensava come lei,che vigliaccamente finge di voler leggere il passato in chiave antropologica .
          A proposito sà che vuol dire antropologica? E conosce l’è Romolo già di questa parola?

  3. Rino DV
    5 giugno 2020 at 21:17

    Quanto ai riferimenti, vedo che, come sempre, le produzioni italiane vengono snobbate. Sul piano socio-filosofico ci sarebbe il mio “Questa metà della Terra” che, opportunamente nessuno legge, sul piano della rivisitazione storica del fenomeno in Italia c’è “Sulle orme del padre” di Antonio Bertinelli, sul piano della demolizione totale della narrazione femminista abbiamo il lavoro ciclopico di Santiago Gascò Altaba che ha messo giù 1200 pagine (de facto 1.500) con circa 6.000 quotation.
    Ci sono poi i lavori di Fabrizio e “La questione maschile oggi” di Armando Ermini.
    Stare alla larga dal mio è comprensibile, ma almeno gli altri testi citati si possono leggere.
    Non tutta la verità viene da anglosfera.

    • Francesco
      29 luglio 2020 at 2:13

      Grazie per gli eccellenti testi consigliati che sto letteralmente divorando e che consiglio vivamente a tutti!

  4. Alessandro
    6 giugno 2020 at 17:21

    Saggia riflessione. Va comunque scritto che il femminismo rintraccia l’oppressione femminile più che altro nell’accesso alle carriere-professioni di spicco, quelle che lasciano un segno nei libri di storia, nelle letterature, nelle enciclopedie, li rintraccia nei nomi e nei cognomi. Per il femminismo il fatto che ci siano stati pochi capi di governo donna, pochi grandi scrittori-poeti-filosofi-scienziati… in gonnella testimonia l’oppressione che le donne hanno subito nel corso della storia; è l’uomo ad aver cospirato contro la donna perchè non raggiungesse i vertici, dal momento che la donna, come sostengono in modo più o meno esplicito, è più dotata se le si consente la libera espressione. Al femminismo non interessa la base, altrimenti si occuperebbe anche oggi di donne comuni e non sarebbe ossessionato dal potere fine a se stesso, gli interessa ciò che sta al vertice, ciò che viene celebrato mediaticamente, in ambito politico, economico, scientifico e così via.
    E’ vero che nel passato alle donne è stato precluso l’accesso a questi posti di spicco all’interno della società? Domanda che necessiterebbe un trattato apposito di migliaia di pagine. L’impressione è che, almeno nel Vecchio Continente, se ostacoli ci sono stati, sono stati di gran lunga inferiori a quelli che la propaganda femminista diffonde, per via dei nomi femminili che un po’ in tutte le epoche comunque compaiono tra quelle personalità di spicco.
    In ogni caso, anche questo è un discorso che al nostro mondo che vive solo del presente anglo-tecnologizzato dovrebbe interessare poco. Il presente, o comunque il più recente passato, ci dice che se discriminazione c’è, questa è subita essenzialmente dai maschi, almeno da una parte, e basta semplicemente fare riferimento alla leva obbligatoria, con tutti i danni di varia natura a essa connessi. Ma le generazioni maschili attuali sono talmente scadenti, per quanto si credano superiori a chi li ha preceduti, che accettano passivamente persino questo incredibile capovolgimento della verità.

    • Rino DV
      6 giugno 2020 at 21:03

      Ok. Ma anche se il passato fosse stato quello descritto dalla narrazione femminista, o anche peggiore, va sentito, pensato e detto questo:
      noi non ci pentiremo, perché non abbiamo colpe,
      non confesseremo, poiché non siamo rei,
      non ci vergogneremo, giacché non abbiamo imbarazzi,
      non pagheremo, perché non abbiamo debiti.
      Noi non pagheremo.
      .
      Questo ce lo dobbiamo dire 3 volte al giorno prima e dopo i pasti. Prima di addormentarci e subito da svegli. Perché solo così ci si libera dalla dipendenza psicoemotiva che subdolamente ci avvelena e ci rende dipendenti.
      .
      Prescrizione del dr. RDV – ricetta ripetibile e ripetenda.

    • Simone
      11 giugno 2020 at 6:19

      Insomma, in epoca greca non compare nessuna femmina che sia al pari di Aristotele: un motivo ci sarà stato… Le società antiche infatti erano tutte basate sulla segregazione delle donne alla sfera domestica: il gineceo era “tutto il mondo della donna greca”, il focolare è ancora “tutto il mondo della donna che vive nel terzo mondo”.

      Le rammento che una delle pochissime filosofe antiche di cui abbiamo testimonianza, venne crudelmente uccisa dai cristiani: Ipazia.

      Le donna hanno iniziato a partecipare alla vita culturale dell’Occidente soprattutto dall’Ottocento in poi: Jane Austen, Emily Dickinson, Mary Shelley e molte altre scrittrici tutte ottocentesche. Nel Novecento le donne hanno cominciato anche a dedicarsi a campi culturali che per secoli furono maschili: la musica, la scienza.

      • Alessandro
        11 giugno 2020 at 12:00

        Io non sono certamente colui che afferma che in epoca antica donne e uomini avessero gli stessi diritti, in società dove la violenza, anche fisica, dominava spesso incontrastata, dove vigeva la schiavitù, l’oppressione, la legge della giungla. E in ogni caso le società antiche sono talmente tante, avvolte nelle nebbie del passato, che estrapolarne un denominatore comune è una forzatura, ma i tempi a nostra disposizione son quelli e quindi procediamo per facili generalizzazioni.
        Si stupirà forse se nomino Saffo, una delle più grandi voci poetiche di tutti i tempi, Teoclea, Plotina, Panphilia, ipparchia, oltre a Ipazia che lei nomina, e mi fermo qui ma potrei continuare. Su Diotima, figura femminile straordinaria, non possiamo attestare niente di certo, ma neanche escluderne l’esistenza fisica. Queste sono giusto poche righe che fanno riferimento all’antichità classica, ma una ricerca su internet può far scoprire ancora molto sul tema.
        Procedendo oltre, a parte l’Alto Medioevo dove studiavano solo quattro gatti, ossia i chierici, già nel Basso Medioevo le donne ritornano ad avere un ruolo non solo come lettrici ma anche come scrittrici. Basta una semplice ricerca su internet per rendersene conto. Donne talvolta scrittrici, spesso lettrici, in una società dove l’analfabetismo maschile, non voluto ma imposto, era sterminato.
        Ovviamente poi con i tempi moderni e soprattutto contemporanei, per ovvie ragioni, i nomi femminili si moltiplicano, come quelli maschili.
        Questo vuol dire che uomini e donne, fermo restando che una lettura di genere della storia è una sciocchezza, avevano le stesse opportunità nel diventare figure di primo piano all’interno della società? No, per tutta una serie di ragioni, tra cui anche il pregiudizio di genere, spesso alimentato dalla chiesa cattolica, ma al tempo stesso è una bufala la versione femminista, secondo cui erano sempre oppresse e condannate all’ignoranza e a vivere tra quattro mura.
        Questo per spiegarle che la storia umana è molto più complessa delle banalizzazioni ideologiche a cui la sottoponiamo, strattonandola da una parte all’altra.

      • Francesco
        9 luglio 2020 at 0:20

        Mmmh…
        Hildegard von Bingen 1098-1179
        Claudia Rusca 1593-1676
        Isabella Leonarda 1620-1704
        Barbara Strozzi 1619-1677
        Clara Schumann 1819-1896
        eccetera eccetera
        Se poi si esula dal campo della composizione, si vedano le innumerevoli cantanti e virtuose di vari strumenti, dalle dame di Ferrara alla corte degli Este alle „figlie di Choro“ dell‘Ospedale della Pietà a Venezia all‘epoca di Vivaldi, alle numerose dive di canto dell‘epoca barocca (Francesca
        Cuzzoni, Faustina Bordoni ecc).
        E meno male che le donne hanno iniziato a fare musica solo nel Novecento! Prima di scrivere certe cose sarebbe opportuno informarsi.

  5. Anna
    8 giugno 2020 at 11:26

    Analisi interessante e appropriata. A mio modestissimo parere manca del tutto il problema di fondo del ruolo femminile: l’aspetto della sua funzione/destino biologici. La donna/madre riproduttrice e preservatrice della specie. Questo ruolo enfatizzato ed elaborato fin dalle origiini dell’umanità (vedi le varie figure femminili ritrovate in insediamenti preistorici) ha costituito un ruolo rigido e obbligato che da sempre si affiancava al ruolo maschile che si doveva esporre a rischi maggiori per tutelare la continuita’ del proprio gruppo famigliare e/o tribale. Ovviamente con la modernità, la destinazione a questo ruolo obbligato, nelle classi piu elevate e con accesso a strumenti di elaborazione culturale ha cominciato a rapppresentare un motivo di xondizionamento esercitato in forma anche violenta dalla società patriarcale. Si pensianche al problema della successione di grandi capitali, alla legge salica, all’uso del matrimonio per tafforzare casate regnanti e consoliidare alleanze. Donne nobili e ri che usate come merci di scambio, o costrette alla chiusura in convento per non interferire sulla conservazione e la concentrazione di grandi capitali . L’era contemporanea ha reso possibile scegliere e rifiutare il ruolo riproduttivo interpretato come una forma di asservimento ad una società che usa le persone come merce.Ma rifiutare il ruolo biologico per cavalcare la ricerca di una pretesa primazia del ruolo femminile nella società è un grave fraintendimento che risponde a logiche a loro volta oppressorie ed in linea con lo sfruttamento capitalista: invece di subire lo agisco in quanto femmina emancipata!

    • Fabrizio Marchi
      8 giugno 2020 at 13:46

      I matrimoni combinati per qualsiasi ragione (successione di beni e capitali, rafforzamento delle casate ecc. ) erano un obbligo per tutti e per tutte. O pensi forse che per un uomo sposarsi con una donna che neanche conosceva o che magari gli faceva pure schifo, fosse un piacere?…
      Ciò detto, il “patriarcato” ha rappresentato tutta una serie di obblighi innanzitutto per gli uomini prima ancora che per le donne, sia in età antica che medioevale che moderna. Erano forse le donne obbligate ad andare in guerra? Anche nelle classi alte, in tutte le epoche, sono sempre stati gli uomini ad andarci e se nelle guerre moderne erano sicuramente in una condizione di sicurezza enormemente maggiore rispetto ai soldati semplici, in età medioevale anche i ricchi (i cavalieri) si scannavano di santa ragione. Nessuna donna aristocratica (neanche plebea se è per questo…) è mai andata in guerra ed è tornata (se fosse tornata…) senza un braccio o una gamba. Inoltre erano comunque gli uomini, anche nelle classi alte, che rispondevano legalmente, non le donne. Se provassimo a vedere le cose cambiando per una volta punto di osservazione, potremmo giungere alla conclusone che le donne ricche si limitavano a godere della loro condizione senza avere nessun tipo di obbligo (legale, militare) eccetto gli obblighi formali/morali che però avevano anche gli uomini. Non dovevano sfidarsi a duello in caso di controversie, non dovevano prestare il servizio militare, non dovevano andare in guerra, naturalmente erano esentate da ogni fatica e da ogni lavoro (che venivano espletati dalla servitù, composta da donne e da uomini) ecc. ecc. Moltissimi uomini, inoltre, visto che hai portato tu l’esempio, sono stati costretti a farsi preti, perché così si usava. Entrare a far parte del clero era, diciamo così, un percorso come un altro, un percorso che molto spesso non era affatto deciso dalla persona ma dalla famiglia, i genitori ecc.
      La verità (e uso questa parola forte, anzi fortissima, non casualmente…) è un’altra. E cioè che ci dobbiamo mettere in testa una volta per tutte che la contraddizione di classe è oggettivamente incompatibile con quella di genere. Alcuni femminismi fanno i tripli salti carpiati per cercare di coniugare e sovrapporre le due cose, ma sono tentativi a dir poco, e sottolineo, a dire poco, maldestri.
      Ma questa verità elementare, agli occhi di chiunque abbia un briciolo di buon senso, il femminismo non può ammetterla, pena la sua dissoluzione.

      • Simone
        11 giugno 2020 at 6:15

        Lei dimentica che nelle guerre, le donne venivano stuprate dagli eserciti e rapite come bottino: succede anche nelle guerre moderne (Bosnia, Kosovo, Iraq\Siria, Sierra Leone e altri conflitti etnici africani…)

        • Fabrizio Marchi
          11 giugno 2020 at 12:46

          Amico mio, io non dimentico affatto che le donne durante le guerre vengono spesso stuprate, è lei che dimentica o finge di dimenticare che nelle guerre, anche quelle che lei ha citato, gli uomini venivano spesso castrati, torturati e ovviamente uccisi. Non solo, dimentica o finge di dimenticare che anche le donne si sono rese responsabili di atrocità durante quelle guerre, come peraltro ampiamente documentato. Se poi vuole suonare il solito scontato spartito della totale deresponsabilizzazione delle donne (a mio parere anche offensiva nei confronti delle donne stesse perché le tratta, questa sì, alla stregua di minus habens) o della loro incapacità di agire in modo violento in virtù della loro specificità di genere, allora è un altro discorso. Ma questa sarebbe soltanto ideologia e nulla più.
          Per il resto, mi dispiace dirlo ma ripete come un disco rotto le solite scontate litanie femministe di sempre. Non solo le donne, ma la stragrande maggioranza degli esseri umani per millenni sono stati considerati come degli esseri inferiori (sostengo da tempo che il nazismo non ha inventato nulla…) e poi non certo tutte le donne, come è già stato ricordato. Ci sono state donne, regine e imperatrici, che in epoche differenti (ma fin dall’antichità) hanno retto imperi sterminati e potentissimi. Se fossero state considerate degli esseri inferiori come e perché gli avrebbero consentito di governare quegli imperi? Non le avrebbero neanche lasciate avvicinare al trono, neanche con la fantasia. E invece…Vuole che le faccia i nomi? Non credo che ci sia necessità…
          Il punto vero è un altro. Lei è prigioniero di schemi ideologici ed è purtroppo sempre molto più facile che l’ideologia porti alla chiusura della mente piuttosto che alla sua apertura. Vale per tutte le ideologie, sia chiaro, nessuna esclusa. Le persone prigioniere degli schemi ideologici non sono purtroppo in grado di leggere la complessità della realtà e la loro visione resta monca. Lei è una di quelle. Se così non fosse si sarebbe posto in modo diverso rispetto ad un’analisi che propone una lettura diversa. Ma lei non ha risposto nel merito. Si è immediatamente messo sulla difensiva spostando il discorso su altro. Succede molto spesso anche questo, mi creda, specie quando si affronta questo argomento.

  6. Simone
    11 giugno 2020 at 6:12

    Infatti, nella storia dei secoli passati, prima dell’Ottocento, mancano filosofe, pittrici, scrittrici perché per la mentalità di allora, solo l’uomo maschio era intelligente e detentore del Sapere, la donna era inferiore fisicamente ma anche mentalmente e segregata nella dimensione del focolare domestico e come riproduttrice;
    da qui, il considerarla unicamente per l’integrità verginale, che doveva testimoniare la sua validità come come merce di scambio (dal padre\pater familias, passava al marito, col contratto del matrimonio) e poi come madre e angelo del focolare.

    La misoginia implica il disprezzo della donna non solo come essere sessuato diverso dall’uomo maschio, cioè il modello primo e perfetto dell’Umanità, (mentre la donna è tentatrice\altro dall’uomo\demoniaca e impura), ma implica anche il ritenere la donna un essere umano di serie B, deforme, deviazione del modello perfetto originario di umanità (Adamo, quindi l’Uomo maschio) e privo di intelligenza, più soggetto all’azione del male.
    Si valuti l’idea aristotelica (e di tutta la cultura antica) e successivamente cristiana della donna, così come è definita in libri quali “La Politica” di Aristotele o nei passi biblici a Corinzi ed Efesini o ancora, negli scritti di Sant’Agostino e in numerosi altri teologi moralisti che hanno sempre visto la donna come personificazione del Male, strega e lussuriosa, inferiore e infanticida (nonché androcida).

    La potestà maritale è stata abolita nel 1975, qui in Italia, in altri paesi del terzo mondo non è mai stata abolita, la donna continua a restare soggetta all’autorità del marito, perché considerata minus habens, in tutto e per tutto.

  7. Rino DV
    11 giugno 2020 at 13:34

    1. Le mie affermazioni sono compatibili con questa testata, ciò non implica che siano anche condivise, né del tutto, né in parte.
    2. Simone non sta dicendo nulla di nuovo. Sono pagine del racconto femminista che è un racconto unilaterale. Narrazione che non ha di mira la verità ma il cambiamento del mondo (=della psiche maschile).
    3. La verità potrebbe essere avvicinata solo dalla comparazione/confronto di due racconti. Quello maschile è in costruzione da un paio di decenni, sul piano analitico non ha nulla da invidiare all’altro, sul piano quantitativo siamo solo agli inizi.
    4. La psiche altrui si modifica in vari modi, il primo è la propaganda. Diffusione sistematica, capillare, universale di una narrazione che contiene verità incontrovertibili ma ovviamente parziali e quindi false perché manipolatrici, contiene deformazioni, esagerazioni, purissime interpretazioni, falsità confutabili e falsità inconfutabili. attribuzioni di intenzioni, menzogne spudorate e assurdità folli (100 > 80.000) etc. ed un mare di fatti occultati. Un oceano di negazioni ottenute
    con la censura totale.
    5. La narrazione femminista descrive la storia come il dipanarsi del male, come una rapina-stupro universale, trasforma i nostri ascendenti in una associazione a delinquere su scala planetaria di durata millenaria. I nostri avi in delinquenti, noi e e generazioni maschili future in debitori senza fine.
    6. Di fronte a questa criminalizzazione stanno insorgendo uomini di diversa estrazione le cui “intenzioni” non contano nulla (come non contano nulla le mie), Conta solo ciò che stanno facendo. Ciò che stiamo facendo.
    7. Io propongo il rifiuto radicale di ogni attribuzione di colpa e perciò di ogni risarcimento. Non ci devono essere equivoci su questo: se anche i crimini maschili antichi e presenti fossero dieci, cento, mille volte più grandi ed estesi di quel che racconta il femminismo, si sappia che c’è chi propone, sostiene e propaganda senza mezzi termini l’opposizione aprioristica e finale di ogni pretesa femminista. Esiste il Fronte del Rifiuto di cui sono promotore e paladino da decenni.
    E non è finita qui.

  8. Simone
    27 giugno 2020 at 3:09

    Rispondo un po’ a tutti, ringraziando per il tempo che avete messo nella discussione e che metterete (per chi vorrà).

    Resto scettico, perché leggendo l’articolo in questione noto subito che non contiene nessuna fonte autorevole: giudicare Aristotele “narrazione femminista”, o peggio, “litania femminista” quasi a suggerire che se lo siano inventate le femministe degli anni Settanta lo trovo alquanto grottesco… I miei commenti volevano semplicemente aggiungere un dato oggettivo e storico (quello dei nomi autorevoli) che qui nessuno ha pensato di citare. (anche perché parlate solo di contadini, ma le leggi e i libri e le ideologie non le facevano i contadini)
    Quando parliamo di epoche passate, il resoconto è comunque parziale, basti pensare a quanto hanno distrutto i cristiani, con gli incendi delle biblioteche pagane (citavo Ipazia, non a caso: una donna storicamente esistita, di cui abbiamo menzione, che gestiva una scuola e che è stata uccisa su ordine del vescovo Cirillo per mero gioco politico ma anche per fanatismo integralista…) ma determinate fonti ci sono arrivate pressoché integre: è il caso di Aristotele, appunto, che piacque immensamente anche agli stessi cristiani e arabi, che, anzi, lo “cristianizzano” nella loro teologia scolastica (mentre i secondi lo trascrissero e tradussero in arabo).
    Certamente, della società greca o romana non c’è arrivato tutto, in parte è andato perduto, altro fu distrutto… ma quanto c’è giunto è chiaro e non vedo dove sia la “litania femminista” se io, per parlare di storia greca e antica, utilizzo Aristotele come fonte, e se per parlare di storia medievale utilizzo i teologi della Scolastica.
    Se volete metterlo in dubbio questo approccio, dovreste anche dimostrare che trattasi di fonti storicamente false o proporre qualcosa che le contraddica…
    Altrimenti, se affermo che, storicamente, come leggo in Aristotele, la donna era considerata una sottospecie di essere umano imperfetto e minorato del tutto priva di diritti, non dico una menzogna men che meno una “litania femminista”.
    Se affermo storicamente, come leggo in certi trattati di teologia morale o negli scritti di santa Caterina da Siena, che l’omosessualità era (è, ancora per alcuni) considerata deviazione contronatura, peccato da emendare con i roghi, non dico una fesseria.: questo è stato, infatti gli omosessuali venivano messi al rogo.
    Se affermo storicamente, come leggo nel famoso Malleus Maleficarum composto da due celebri teologi Sprenger e Kramer, che la stregoneria era molto più praticata dalle femmine, perché più spregevoli e peccatrici e “preferite” dal Diavolo, non dico una fesseria storica, ma ancora una volta mi baso sull’opinione corrente di quel periodo che prendo in esame.
    E così via. A quanto ho capito siete un sito schierato a sinistra, ebbene, potrei fare esempi analoghi citando Marx o altri scrittori famosi del Risorgimento italiano, se vogliamo esempi in “casa nostra” che trattarono non solo il conflitto di classe ma anche il conflitto “tra regioni” (la questione meridionale\Piemonte imperialista).
    Farò un solo esempio, tanto per dare l’idea: se voglio vedere come i primi lavoratori vedevano le nuove macchine, mi baso sul luddismo: quanto fatto ed etichettato come tale, dimostra cosa a quel tempo i primi lavoratori pensassero delle macchine.
    Se qualcuno vuole dimostrare che non sia avvenuto così, deve anche trovare fonti alternative che dimostrino che il luddismo non sia mai esistito o sia una falsità “inventata oggi” per parlare di 1779.
    Per cui, liberissimi di credere che “la narrazione femminista del passato è falsa” ma dovete anche citarmi nomi di autori o autrici a sostegno di questo, e che abbiano avuto un certo peso storico riconosciuto tanto da influenzare i loro contemporanei ad agire e pensare in un dato modo: Aristotele lo fece, Voltaire idem (se volete un nome agli antipodi) e quando noi parliamo delle loro epoche citiamo i loro libri, i loro scritti e pensieri: per l’appunto, proprio perché furono lo “Zeitgeist” del loro tempo.

    Cara signora Rita, no, non era colpa del maschio se la femmina moriva di parto; al di là che, nella sensibilità di quel tempo, simili calamità erano spiegate come “castighi di Dio, flagelli di Dio” (vedi anche la peste e persino la sifilide ottocentesca…)
    la colpa era quel continuare a “figliare di continuo”, che rendeva consunte le donne (se non morte a seguito di qualche aborto “fai da te”), ovverossia la pratica sessuale egoistica, che non vedeva il rapporto sessuale come qualcosa ” di voluto da entrambi” da concordare reciprocamente (che è la visione che – per fortuna – abbiamo oggi), e scollegato dal fardello della procreazione, ma come un qualcosa che doveva essere estorto con le buone o le cattive anche sul coniuge che “non lo voleva”: debito coniugale, per l’appunto.

    • Rita
      27 giugno 2020 at 18:37

      temo che qui si diverga sul metodo, Perlomeno io divergo sul suo metodo. Quando si afferma che la storiografia femminista è manipolata si afferma che estrapola solo alcune affermazioni e da queste ne fa discendere una teoria. Le faccio un esempio. Lei per la storia della caccia alle streghe legge il malleus maleficarum e basta? (oltretutto un testo scritto da due domenicani per l’Inquisizione tedesca e che non è mai stato approvato con bolla papale). Io no, andrei a sentire gli storici che se ne occupano, magari. Proprio sulla caccia alle streghe la storiografia femminista ha rilanciato alcune clamorose bufale storiche (come il numero delle esecutate). Tanto per fare un esempio. Bufale che sono anche entrate nei libri di storia fino all’altro ieri. Leggere gli autori dell’epoca senza contestualizzare e senza cercare di connettere anche la mentalità dell’epoca e cosa pensavano o come vivevano o il motivo di quelle regole sociali, per conto mio, non è fare storia. Lei dice praticamente che il motivo dei tanti parti era l’egoismo sessuale maschile. Questo è esattamente l’esempio di applicare una conclusione della storiografia femminista (la teoria estrapolata senza aver analizzato la storia, ma soltanto appunto, con il metodo dell’estrapolazione della frase senza la contestualizzazione) alla storia medesima. Facendo de cherry picking per confermare la propria teoria. E’ anche per questo che ho parlato della vita dei nostri nonni e dei contadini. Perché la storia è anche (e oserei dire soprattutto) quella.

  9. armando
    10 luglio 2020 at 23:48

    Esiste in questa discussione un presupposto, non dichiarato ma falso in sè, e per di più non applicato coerentemente nelle sue conseguenze logiche bensì secondo convenienza: Il presupposto non dichiarato è che donne e uomini sono soggetti che, lasciati liberi, avrebbero le stesse identiche passioni, inclinazioni, preferenze, predisposizioni. O meglio, le passioni, inclinazioni, preferenze, predisposizioni, si distribuirebbero in linea di massima equamente fra i due sessi. L’origine di questo “presupposto” è che il corpo sessuato sia un “accidente” senza influenza alcuna sulla psiche dei soggetti: la psiche maschile non sarebbe diversa in nulla da quella femminile se non per ragioni di ordine culturale. Da qui, detto fra parentesi, il così detto Gender e la negazione o l’assoluta sottovalutazione del fatto che la natura ha fatto maschi e femmine con corpi diversi anche nella dislocazione/funzione degli organi sessuali: esterni, proiettati verso il fuori da sè, atti a penetrare quindi ad agire quelli maschil, interni, proiettati piuttosto verso l’interno, atti ad accogliere , quelli femminili. Liberi di dire che tutto ciò non ha alcun significato su come donne e uomini pensano, riflettono, concettualizzano il mondo, ma a me pare una solenne sciocchezza, che fra l’altro, curiosamente, contraddice un assioma del femminismo che molto insisteva sul corpo, sulla sua importanza ecc., accusando gli uomini di astrattezza e intellettualismo. Da qui anche la proliferazione di ogni combinatoria sessuale possibile, etero gay lesbiche bisex trans ecc. ecc. ecc senza tener conto, anche qui curiosamente, che qualsiasi siano le preferenze sessuali di una persona ed al netto di problematiche organiche, ciascun soggetto è pur sempre nato maschio o femmina, e che quindi i sessi sono due e solo due. Ma andiamo avanti: conseguenza logica del presupposto di identità assoluta fra uomini e donne, dovrebbe essere che ogni qual volta in un qualsiasi, e sottolineo qualsiasi, settori dell’umano agire si riscontri una non equivalenza nelle presenze maschili o femminili, ciò sia dovuto a fattori di discriminazione. Così il femminismo grida alla discriminazione perchè in politica o nei board delle società per azioni o comunque in posti più ambiti e remunerativi ci sono più uomini che donne, o perchè lo sport maschile è più seguito e meglio pagato di quello femminile. Quì esiste un primo salto logico e una prima contraddizione.Logica e coerenza vorrebbero infatti che ci si gridasse alla discriminazione anche per tutti quei settori e lavori poco retribuiti, rischiosi e faticosi in cui le donne sono del tutto assenti. Qui non esiste lamentela alcuna, chissà perchè! Fatevi avanti, prego, viene da dire. A patto però che non si chiedano percorsi facilitati, come accade, ad esempio, nelle prove fisiche per essere ammessi nelle forze armate. Altrimenti si tratta di una prima sconfessione del presupposto dell’identità. Una seconda contraddizione consiste nel fatto che, mentre si vogliono spingere le donne a frequentare scuole e facoltà scientifiche, anche con incentivi fiscali, la stessa cosa non si fa per incoraggiare i ragazzi a tornare al liceo classico che ormai hanno abbandonato in massa, cosa che sarebbe importantissima e rivaluterebbe l’importanza della formazione umanistica in un mondo dominato ormai dalla tecnica e dalla tecnologia, cieche per chi non ne vede le implicazioni ma niente affatto neutre. Nulla di tutto ciò accade. E qui veniamo ad una terza contraddizione che “contraddice” le altre e soprattutto il presupposto di uguaglianza assoluta: è noto che ormai in quasi tutti i paesi occidentali i risultati scolastici delle femmine sono migliori di quelli dei maschi, e che il numero complessivo delle laureate supera quello dei laureati. Sarebbe un campo ottimale per dimostrare coerenza e buona fede, ed invece nulla. Anzi quei numeri sono portati ad esempio della maggiore intelligenza, applicazione, ambizione femminili. Insomma il presupposto di uguaglianza si traduce in questo: quando le donne sono svantaggiate è per discriminazione, quando svantaggiati sono gli uomini è perchè le donne sono migliori. Vogliamo chiamarla sfacciataggine? NO, io lo chiamo razzismo, con buona pace di chi dice che un tempo le donne erano considerate inferiori.
    Se sgombrassimo il campo da tutti queste più o meno gravi distorsioni della realtà e soprattutto dal veleno indotto dal confronto /scontro fra i sessi , che certo non è voluto dai maschi, dovremmo arrivare all’unica soluzione possibile e condivisibile: maschi e femmine devono essere rigorosamente uguali di fronte alla legge e ugualmente liberi nei propri progetti di vita. Ma fatto ciò, lo Stato e le istituzioni dovrebbero rigorosamente astenersi dall’ influenzare,
    indirizzare, incoraggiare, in definitiva forzare mediante propaganda mediatica , o al contrario scoraggiare sia gli uni che le altre, nelle loro scelte. Sarà un caso che anche nei paesi dove l’emancipazione femminile è massima e certo le donne non hanno di che lamentarsi del patriarcalismo ecc. ecc. ecc. ecc., alla fine quelli che vengono considerati stereotipi di genere, non muoiono affatto e anzi si ripropongono imperterriti? la realtà imporrebbe alcune riflessioni che mettono in crisi tutto l’impianto femminista, sul piano concreto e conseguentemente su quello teorico. Ma questo sarà l’oggetto di un eventuale altro intervento.

    • Fabrizio Marchi
      11 luglio 2020 at 10:51

      Sottoscrivo in toto, naturalmente, e propongo che questo tuo commento, in riferimento all’articolo di Badiale, diventi un vero e proprio articolo. Fammi sapere se vuoi pubblicare una seconda parte (ed unirla alla prima), come hai già detto, oppure posso pubblicarlo così com’è già ora…

      • armando
        12 luglio 2020 at 18:50

        direi intanto di pubblicarlo così, anche x ragioni di lunghezza. Poi ricordami la seconda, visto che l’età porta smemoratezza.

  10. Fabrizio Marchi
    21 luglio 2020 at 16:58

    Normalmente non pubblico i commenti offensivi, idioti e arroganti come quelli di questa tale sedicente Alessia. L’ho fatto proprio per mostrare quale sia il livello di questa gente, qualora ce ne fosse bisogno. Non credo che valga la pena rispondere, ovviamente… Oltretutto dare dell’ignorante a Rino Della Vecchia è qualcosa a metà fra il comico demenziale e il surreale… 🙂

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