Spunti di antropologia e logica

Intorno all’annosa questione della natura umana si consuma oggi una delle battaglie culturali decisive contro l’ideologia dominante.
Varie analisi pubblicate su questo giornale mettono a fuoco l’odierno scontro fra le tendenze opposte eppur complementari del culturalismo e dell’ontologismo. La loro opposizione è facilmente intuibile: l’una afferma l’assoluta fluidità (e la conseguente infinita malleabilità) dell’uomo, l’altra prende rassegnatamente atto della sua natura immutabile. Più complessa è la loro complementarità, che non va ricercata nel campo della teoria pura bensì in quello della genesi oggettiva, storica e di classe, di tali forme ideologiche (nel senso deteriore del termine): ad essere “naturalizzata” e resa immutabile è soltanto la parte della “natura umana” che si conforma alle leggi dell’economia di mercato, cioè il suo istinto egoistico che renderebbe impossibile un sistema sociale improntato al collettivismo, alla cooperazione e alla solidarietà reciproca; fluidi e manipolabili divengono invece tutti i tratti della “natura umana” che contrastano, in atto o in potenza, con gli interessi del capitale, ossia tutte le tradizioni in blocco, i rapporti familiari, l’identità sessuale, ecc. È palese che la fonte di queste tendenze ideologiche non va ricercata nel progresso del pensiero scientifico e filosofico contemporaneo ma negli interessi di classe della borghesia e in particolar modo dell’oligarchia finanziaria, che soli ci offrono la chiave per la mediazione di queste tesi contraddittorie.
Di simili contraddizioni ideologiche il capitalismo ne produce parecchie: da un lato si proclama in tutte le lingue e i gerghi possibili che l’uomo è e deve essere libero, che l’individuo è sacro, che la sua iniziativa va rispettata e promossa di contro al totalitarismo e all’organicismo, che l’originalità fine a se stessa è un valore, e così via; dall’altro la libertà di pensiero degli individui si risolve nel predominio del pensiero unico e del conformismo, nel livellamento delle coscienze verso il basso, nonché nella quotidiana frustrazione dell’interesse personale di chi non appartiene alla classe dominante. Anche qui l’origine della contraddizione va ricercata nei rapporti di produzione.
Tornando alla questione della natura umana, bisogna registrare un cambiamento di non poco conto nell’ideologia capitalistica dai suoi primordi ad oggi. Secondo un’arguta osservazione di Costanzo Preve, la borghesia dei secoli XVIII e XIX trionfò non con l’hobbesiano “homo homini lupus” bensì con la Teoria dei sentimenti morali di Adam Smith, basata sull’identità dell’interesse individuale e di quello sociale, sulla tesi secondo cui l’iniziativa dell’imprenditore non arricchisce soltanto quest’ultimo ma anche tutta la società. Ora non resta quasi più traccia di questo ottimismo: il capitalismo non è una società ideale ma è l’unica possibile, data la natura intrinsecamente egoistica dell’uomo. L’osservazione di Engels secondo cui gli economisti borghesi, che esaltavano la libera concorrenza come il supremo prodotto della civiltà umana, avevano in realtà dimostrato che nel capitalismo l’uomo si trova nella medesima condizione degli animali coinvolti nella lotta per la sopravvivenza, viene oggi capovolta dagli apologeti dello status quo: il capitalismo è l’unico sistema possibile proprio perché si conforma alla natura umana e, perché no?, animalesca della nostra specie.
Occorre reagire a questo stato di cose e risolvere il problema. Sulle pagine di questo giornale e in particolare in alcuni articoli e commenti del suo direttore, sovente si addita la soluzione in un tertium che superi le unilateralità dell’ontologismo e del culturalismo. Perché un simile terzo sinora non si è dato, perlomeno nella cultura occidentale? Oltre alla scontata constatazione del fatto che la classe dominante non ha alcun interesse a trovare una soluzione, va aggiunto che il dogmatismo ha pesato molto negativamente sulle risposte formulate dai comunisti. Nelle opere di Marx, Engels, Plechanov e altri l’attenzione si concentra sul carattere storico e transeunte degli attribuiti dell’uomo, si illustra la caducità di quei tratti prima ritenuti eterni e fissati una volta per tutte. Ma da ciò sarebbe errato concludere che i classici fossero dei culturalisti ante litteram: in base alla loro concezione tattica dell’attività filosofica (perfettamente compresa dal Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo e peraltro esplicitata da Engels nella sua lettera a J. Bloch del 21 settembre 1890), essi posero l’accento sulla dialettica più che sul materialismo, sulla logica dialettica più che sulla logica formale, sul movimento più che sull’immanenza, ecc. non tanto per ragioni teoretiche quanto per colpire gli obiettivi polemici di allora, ossia i materialisti volgari e i metafisici. Questa impostazione dei fondatori non fu ben afferrata da molti degli epigoni, che tentarono di dissolvere tutta la natura umana nella storicità dei rapporti sociali, negandone perfino l’esistenza, come nel caso di Althusser. In tal modo rimase aperto uno spiraglio alla penetrazione dell’ideologia reazionaria, da questa abilmente sfruttato per “dimostrare” l’impossibilità del comunismo speculando sui risultati delle scienze naturali, sulla psicologia e perfino sul senso comune.
Come uscire dalla difficoltà? Qui nessuno può affermare di avere la verità in tasca, per cui il mio è solo un abbozzo di soluzione. Come nella società socialista avanzata occorre recuperare, privandole della loro limitatezza di classe, tutte le garanzie e i diritti che il sistema legale borghese offre alla persona, eccezion fatta per la proprietà privata dei mezzi di produzione (vedi G. della Volpe, Rousseau e Marx, Editori Riuniti, 1997), anche negli altri campi occorre superare (ossia sormontare i loro aspetti contraddittori-negativi, classisticamente limitati) e insieme conservare (cioè serbare le loro conquiste umanistiche universali) gli elementi che ereditiamo dalle società precedenti. Nel caso in questione, si tratta di recuperare la smithiana Teoria dei sentimenti morali di cui sopra: essa è una pura mistificazione ideologica se applicata al capitalismo, a causa dell’inconciliabilità degli interessi delle sue classi antagonistiche, ma nel socialismo, in assenza di tali classi, risulta perfettamente valida. L’interesse individuale che ogni uomo è portato per natura a perseguire non viene necessariamente declinato in maniera egoistica, a detrimento degli interessi altrui; se si manifesta in questo modo non è per sua propria predisposizione ma a causa delle perturbazioni accidentali che subisce dall’esterno, vale a dire da condizioni oggettive (naturali ma soprattutto sociali) disagevoli. La contraddizione tra interessi individuali e interessi collettivi e sociali non può essere rimossa hegelianamente, in astratto, ma soltanto risolvendo la più profonda contraddizione da cui essa sorge, insita nelle condizioni oggettive.
Marx ci ha fornito una profonda indicazione antropologica di fondo: tutti quei tratti che si suol inscrivere nella “natura umana” sono in ultima analisi un prodotto del lavoro manuale votato alla produzione di strumenti, dal quale deriva lo stesso perfezionamento della corteccia cerebrale che ha reso possibile il notevole sviluppo del pensiero astratto proprio della specie umana. Si tratta, a ben vedere, di un caso inconsueto per la logica tradizionale: un genere di lavoro estremamente specifico determina tutto il successivo articolarsi e diversificarsi delle attività umane, dal particolare si deduce l’universale. Il che suona come un perentorio avvertimento metodico: per risolvere le questioni più complesse, come quella dell’impulso primordiale che spinge l’uomo al lavoro e alla vita associata (tutt’oggi dibattuta), non basta la vecchia logica formale, che semplicemente astrae dal contenuto della conoscenza per interessarsi unicamente alla sua forma. Va altresì detto che la reazione alle aporie della logica aristotelica non può consistere in un puro e semplice ritorno a Hegel, tale da disconoscere l’istanza irrinunciabile della determinatezza, del rigore e della precisione tipici del discorso scientifico, e destinato, nel migliore dei casi, a sfociare in uno storicismo astratto che, al di là di singoli giudizi condivisibili, lascia insoluto il problema fondamentale del metodo. Fusaro insegna, in negativo.

 

9 commenti per “Spunti di antropologia e logica

  1. armando
    28 luglio 2015 at 13:12

    Per Aristotile l’uomo è un “animale” sociale, per Marx un “ente generico” (non ricordo se il termine sia esattamente quello) nel senso che non è interamente determinato dalla biologia, quindi può trasformarsi e trasformare il mondo intorno a sè. Per Kant l’uomo deve essere un fine e non un mezzo, Il cristianesimo, infine, ha per la prima volta dichiarato l’identica dignità di ogni essere umano.
    Credo che in ognuna di tali definizioni sia contenuta la risposta che possa fare uscire dalla dicotomia che è falsa in sè. Falsa perchè l’uomo non è infinatemente malleabile e non è vero che la sua “natura” lo porti a sopraffare e opprimere gli altri per il suo interesse. L’uomo è un insieme di bene e male, di tanti elementi contraddittori, capace di azioni abiette e sublimi. Non esiste alcun meccanismo automatico (la mano invisibile del mercato) che faccia si che il bene indivduale si trasformi in bene sociale, ma non è vero neanche che siano solo le condizioni ambientali esterne disagevoli a far si che l’uomo sia lupo all’altro uomo.e che , trasformate queste, tutto vada a posto. Alla fine, quella contrapposizione frontale fra capitalismo e comunismo che ha segnato tutto il secolo scorso, verteva su queste due concezioni. Il comunismo declinato storicamente come socialismo reale ha mostrato tutte le sue pecche, filosofiche e materiali tanto da essere sconfitto. il capitalismo è risultato vincente ma non ha per niente attenuato le sue contraddizioni , e la mano invisibile si rivela sempre più come una concezione ideologica falsa.
    Personalmente credo che la conciliazione fra interesse individuale e sociale possa esserci solo in una società “comunitaria”, nella quale ciascun membro riconosca il vincolo sociale che lo lega agli altri e lo faccia proprio in virtù di una concezione filosofica in forza della quale la felicità di un individuo dipende anche dalla felicità degli individui che gli sono prossimi, e (o oppure) da una concezione religiosa che arrivi alle stesse conclusioni. A me pare il solo modo che, ad esempio, possa istituire vincoli e limiti accettati da tutti all’interesse individuale (e quindi anche alla propreità privata) in nome di un bene comune il cui contenuto non provenga solo dall’alto ma sia “democaticamente” elaborato anche dal basso.

    • Fabrizio Marchi
      28 luglio 2015 at 14:26

      “Ente naturale generico” (per Marx)

  2. 28 luglio 2015 at 15:29

    Ciao compagno e complimenti per l’articolo.
    Per rispondere alla difficoltosa questione di una terza via tra culturalismo e ontologismo, penso bisogni analizzare in che punto le due correnti vanno a intersecarsi.
    La questione della natura umana, è di per sè esposta alle deviazioni dell’infinita malleabilità e, altresì, dell’esistenza di un carettere fisso nella struttura personal-psicologica di una persona.
    Il tema sarebbe possibile porlo secondo i parametri della tesi gramsciana dell’egemonia, nel momento in cui anche gli usi e i costumi della classe dominante, o quelli che la classe dominante stessa vuole far passare, diventano usi e costumi della maggioranza della società, indipendentemente dalle classi.
    Stessa cosa pare applicabile per quella che è la natura umana: Fin dove per natura si intendono i comportamenti e le azioni, e soprattutto i chimismi di coscienza e interesse che spingono a compierle. In questo caso, sembra davvero che l’egemonia possa applicarsi alla natura umana, rendendola sia malleabile che immutabile, il tutto a secondo degli interessi dei poteri. Modificando, infatti, in base alle operazioni ideologico/politiche che si vogliono applicare i costumi, le abitudini e persino i caratteri psicologici, si crea la componente della mutabilità. Altresì, se gli interessi creano la mutabilità della natura umana, quest’ultima genera la propria apparente antitesi, l’immutabilità: Immutabilità che però è superabile, nella misura in cui con il cambio di interessi dominanti (il mutamento della classe al potere, per esempio) cambiano anche l’indirizzo e il modo in cui si vuole organizzare e far apparire una società.
    Ovviamente, anche questa risposta è abbozzata e incompleta, in quanto genera domande; come, ad esempio, il modo in cui possa avvenire il cambiamento di classe se un’intera struttura comunitaria è asservita agli usi dominanti, e, nel caso ciò avvenisse, cosa le forze antagoniste odierne muterebbero nell’organizzazione, per sradicare la natura competitivo/individualistica che va solidificandosi nella struttura delle coscienze.
    Un saluto.

  3. Giacomo
    29 luglio 2015 at 0:09

    Parlando della natura umana è impossibile non andare a cozzare contro l’edificio darwiniano e tutto quanto è seguito dalla scoperta dell’evoluzione biologica. Vanno fatti però alcune distinzioni metodologiche di base. Innanzi tutto bisogna rifiutare l’impostazione scientista che è stata data fin dall’inizio a Darwin e seguaci. La scienza non è il “mondo”, è solo un tentativo di comprenderne i meccanismi profondi ma sempre nei limiti di quella particolare teoria in quelle determinate circostanze, tenendo anche conto che le nostre descrizioni, pur sofisticate, sono molto parziali e divengono incerte laddove raggiungiamo i limiti dei paradigmi presenti.
    Nel merito dell’evoluzionismo si è parlato e si parla ancora a vanvera di “darwinismo sociale” che ovviamente non esiste ne è mai esistito, come si è spesso diffusa la malsana interpretazione di Dawkins del “gene egoista”. In se l’idea è già sballata perché non c’è nessuna traccia di una “intelligenza genetica” che programmi le specie, anzi spesso si è constatato il contrario ovvero l’estinzione proprio per comportamenti indotti da errori e da scelte sfortunate. Ma ne è stata fatta una indebita estensione all'”individuo” egoista, mentre il mondo animale è pieno di esempi in cui il comportamento collettivo e cooperativo è stato quello che ha permesso di salvare la specie e non l’individualismo egoistico indifferentemente rivolto a se stessi o alla propria stirpe. La deriva genetica del darwinismo che ha seguito la prima onda del darwinismo sociale è una follia e frutto, come è stato osservato, anche dell’impostazione culturale anglosassone dei suoi principali studiosi influenzati dalle stesse idee applicate in campo economico. Gli ecosistemi tendono piuttosto a mantenere l’equilibrio delle loro componenti e sono a rischio quando nuove specie o disastri naturali ne mutano le condizioni di riproduzione. In questi punti di crisi vi è la possibilità dell’emersione di nuove specie. In quanto esseri umani noi abbiamo una relativamente grande capacità di adattamento all’ambiente, ma non possiamo mutare su due piedi la nostra natura corporea perché l’evoluzione agisce su tempi troppo lunghi per essere concepibili dall’uomo. Abbiamo si la possibilità con la genetica di curare e di modificare il nostro DNA dove occorre per qualche malattia o per qualche altra cosa, ma l’espressione dei geni che influenzano in comportamento è troppo complessa, non ben compresa al momento, e difficilmente mutabile senza scassare l’intero edificio genetico. Ogni discorso sull'”infinita malleabilità” si va a scontrare con questa fisicità dura che non possiamo mutare, ma non essendoci un “egoismo” programmato nei nostri geni questo è un problema minore. E’ possibile d’altro canto influenzare la sfera psichica, ma anche qui fino a un certo punto, Reich pensava che gli aspetti fondamentali del carattere di una persona non potessero essere cambiati. L’influenza sulla psiche si attua principalmente attraverso la modificazione e l’influenza sulla rappresentazione del mondo esterno che ci diamo attraverso i media e non solo quelli anche attraverso tutte le pratiche culturali che ci attraversano ogni giorno. Quando questa rappresentazione è falsa parliamo di “falsa coscienza”: un mondo farlocco in cui la natura delle forze reali è nascosta. Un analisi profonda dell’influenza delle rappresentazioni sulla psiche e sul loro backlash sugli alcuni aspetti di quella che chiamiamo struttura ci porterebbe molto lontano. Non possiamo modificare tuttavia al momento alcune cose: il fatto che viviamo in un mondo in cui l’energia è limitata e che non è prevedibile un cambiamento di questo su una scala temporale dell’ordine di 100 anni. Per di più questo mondo è minacciato dall’attuale “capitalismo estrattivo” il quale mira esclusivamente ad arricchire una minoranza a scapito delle risorse degli altri mettendo in pericolo la sua stessa esistenza futura. Una soluzione del problema energetico non implica anche la soluzione del secondo, sebbene questo renderebbe le cose più facili, ne la soluzione del secondo implica la soluzione del primo, sebbene in assenza di soluzioni al problema energetico non resta che abbandonare il dogma della crescita come fanno i decrescisti.
    Tornando alla natura umana se l’evoluzione biologica non ci determina come bruti egoisti “darwiniani” interessati eventualmente solo alla propria prole (ma neanche tanto!) perché l’unione collettiva la cooperazione, il comunismo per farla breve non diventa la regola di vita dei più? Le risposte sarebbero molte, ma me ne vengono alla mente alcune: 1. la cooperazione in società complesse è a sua volta complessa e costringe all’uso di gerarchie tra i gruppi, in breve chi comanda? E come si decide chi lo fa? L’analisi del potere è uno dei limiti dell’attuale fase e forse anche di molte fasi precedenti, legata a questa è ovviamente la crisi della c.d. rappresentanza che alcuni vedono decisamente come al tramonto peraltro trovando a mio avviso dei sostituti piuttosto deboli (Negri e compagni). 2. Mentre prendere il potere ci fa paura e ci paralizza (ai più, che dire della folle nemesi che ha travolto la classe dirigente del PCI che si è trovata ad inseguire Clinton e consorte come miti d’una sinistra mondiale subito dopo il crollo del muro) d’altro canto il potere è saldamente nelle mani dei residui dello stato in combutta con la minoranza “estrattiva” di cui sopra (peraltro come ho spesso sostenuto ci sono stati e stati, stati di ferro e stati di “coccio”). 3. La psiche: il resto lo compie la rappresentazione, il mondo viene dipinto come sempre uguale o sempre in progresso a seconda di dove occorre per vendere meglio le merci. Progresso = crescita = progresso = riforme, ma nella pratica è anche l’ipostasi della merce e dei mercati visti come dei. La possibilità di una mutazione che ci allontani dal modello di sviluppo attuale sembra remota ai più immersi nell’ideologia neoliberale della competizione, del successo, e del culturalismo dell’illimitato. E qui le colpe dell’intellighenzia, gli “egemoni” distratti, sono a mio avviso immense: il disimpegno, il disgusto per il potere, il disinteresse non ha portato altro che come conseguenza che il rifugiarsi in temi “minori”: diritto-umanismo, femminismo d’importazione, microfisica del potere (after Focault, certo interessante ma …), varie forme di pensiero debole (mentre altri infilavano l’ombrello) e altre amenità… per lo più “romanzeria” cercando di essere profondi senza scalfire che la superficie. Ma la perdita dell’empatia non può che portare ad una società “disastrosa” di esseri soli in cui la fratellanza/sorellanza è un vago ricordo…

  4. 29 luglio 2015 at 22:27

    Molto interessanti questi spunti: “Come nella società socialista avanzata occorre recuperare, privandole della loro limitatezza di classe, tutte le garanzie e i diritti che il sistema legale borghese offre alla persona, eccezion fatta per la proprietà privata dei mezzi di produzione (vedi G. della Volpe, Rousseau e Marx, Editori Riuniti, 1997), anche negli altri campi occorre superare (…) e insieme conservare (cioè serbare le loro conquiste umanistiche universali) gli elementi che ereditiamo dalle società precedenti (in particolare le conquiste di libertà storicamente addebitabili allo sviluppo della società borghese -n.d.r.). Nel caso in questione, si tratta di recuperare la smithiana Teoria dei sentimenti morali di cui sopra: essa è una pura mistificazione ideologica se applicata al capitalismo, a causa dell’inconciliabilità degli interessi delle sue classi antagonistiche, ma nel socialismo, in assenza di tali classi, risulta perfettamente valida. L’interesse individuale che ogni uomo è portato per natura a perseguire non viene necessariamente declinato in maniera egoistica, a detrimento degli interessi altrui.” Meno convincente è invece il seguente passo: “…quei tratti che si suol inscrivere nella “natura umana” sono in ultima analisi un prodotto del lavoro manuale votato alla produzione di strumenti, dal quale deriva lo stesso perfezionamento della corteccia cerebrale che ha reso possibile il notevole sviluppo del pensiero astratto proprio della specie umana.” Dalle risultanze scientifiche più avanzate sta emergendo una pressione molto più consistente di quanto non si credesse in passato da parte dei geni (dna) sul comportamento e sullo stesso modo di pensare della maggioranza gli appartenenti alla specie. Esiste quindi una natura umana indipendente dalle condizioni storiche ed economiche di vita.

    • Giacomo
      30 luglio 2015 at 23:43

      Non credo nel determinismo genetico. Da fisico ti dico pure che la natura è fondamentalmente indeterministica, e non solo a livello microscopico, per una serie di ragioni che sarebbe lungo spiegare. Nondimeno certamente i geni sono importanti, definiscono il quadro in cui posso muovermi e pensare. Definiscono una parte della mia identità (se sono maschio o femmina per dire) che non posso cambiare se non in modo parziale dato che nella storia ci sarà sempre un’altro me. Nemmeno credo ad una “intelligenza dei geni” che ci spinge a fare cose e non altre. L'”intelligenza dei geni” è stata usata per introdurre elementi di competizione, ad esempio scelta del partner “migliore”, contro elementi cooperativi in modo eccessivo: chi ci dice che il partner “migliore” è l’egoista brutale e assassino piuttosto che una persona che invita alla cooperazione e al bene comune? Come possiamo saperlo a priori. Simulazioni matematiche di modelli molto semplici di società (modelli derivati da quelli di Volterra-Lokte) dimostrano che la concentrazione delle risorse in una minoranza conduce tutta la specie all’estinzione.
      Tornando ancora alla natura umana ho a lungo riflettuto sul fatto di come l’identità sia il prodotto di tre fattori: il primo sono i geni che se dovessi dire ci determinano per un terzo o poco meno; il secondo fattore è l’ambiente sociale con i suoi input educativi e formativi un altro terzo poco più o poco meno. Due fattori non bastano a spiegare la variabilità umana per questo io credo che ne esista un’altro che quello che la psicoanalisi chiama “inconscio” ed la dinamica complessa e non lineare del nostro cervello la cui elaborazione degli input esterni e dei dati di base è assolutamente non prevedibile. E’ quella per cui dalla migliore scuola escono anche i peggiori assassini e da una eterosessualità di base si finisce poi nell’omosessualità (senza bisogno di un ipotetico gene che la esprima).

  5. Armando
    31 luglio 2015 at 21:42

    Giacomo, l’inconscio non è solo individuale ma anche collettivo. E fra i fattori che determinano l’uomo come è metterei anche gli archetipi junghiani, invariati psichiche stratitificate nei millenni e difficilmente scalabili, pena lo squilibrio psichico. Per questo ogni tentativo di forzatura in nome del mainstream èèsbagliato e pericolodo, quantunque funzionale alle élites che gestiscono il potere capitalistico. Il capitalismo è un sistema condannato a rivoluzionare tutto in funzione della sua riproduzione, anche le sovrastrutture culturali. Per questo non ha alcun interesse, né intenzione di conservare nulla del passato che non gli sia funzionale. Ma, come dice anche Tronti, la rivoluzione comunista ed anche quella conservatrice, volevano evitare la dissoluzione di ogni forma del passato. Perché,dice sempre Tronti, non esiste nulla di più moderno del capitalismo.

  6. Fabrizio Merlo
    8 agosto 2015 at 11:33

    Mi permetto di ampliare il discorso.Ciò che indichiamo con il termine interesse collettivo, ha un suo contenuto, che va indagato, e dunque non ci si deve fermare al rapporto formale che questo può avere con l’interesse individuale, con il pericolo di ipostatizzazioni di fenomeni storici- questo mi pare che emerga dall’interessante discorso di della Scala.
    Per fare un esempio concreto oggi avremmo come interesse collettivo quello della creazione di posti di lavoro, interesse oggettivo della maggioranza delle persone, il cui contenuto è però relato ad un determinato contesto produttivo, e bisognerebbe vedere in che modo le necessità di questo contesto, dovrei dire processo, vengano a determinare il contenuto dell’interesse collettivo.
    Quando si dice che il lavoro è un diritto o la prima priorità dell’agenda politica senza riferirsi ad altro, facilmente si fa dell’ideologia (e l’ideologia è l’opposizione logica della scienza) – quando si è sinceri, beninteso, gli slogan di certi politici sono un’altra cosa – cioè si astrae dal contenuto reale del lavoro che ha nella nostra situazione, contenuto riconducibile alle particolari necessità del processo produttivo capitalistico, si scambia un mezzo di soddisfacimento dei bisogni con il bisogno tout court mettendo in secondo piano i bisogni che giustificano i mezzi, e dunque confondendo un più profondo e generale diritto all’esistenza e all’autodeterminazione degli individui con necessità particolari di un sistema (produzione di valori di scambio, consumismo, innovazione continua del processo e del prodotto) tra l’altro tanto contraddittorio da negare le sue stesse necessità, perchè il suo cuore è una contraddizione di interessi, il capitale necessita del lavoro per poterlo negare.
    Pertanto credo che alla contraddizione tra interesse individuale e interesse collettivo se ne debba collegare un’altra, quella tra bisogni umani e interessi del processo produttivo, un processo che soffre di crescente ipertrofia, rendendo sempre meno immediata la soddisfazione dei bisogni delle persone, di qualunque genere essi siano. Per quanto riguarda la loro definizione, il discorso torna al tema della natura umana, nella nostra cultura forse ancora troppo poggiato sulla vecchia dicotomia vizio/virtù – che riflette il modo astratto di concepire la contraddizione in oggetto – , e non trattata dalle scienze naturalistiche con la stessa urgenza e obiettività con la quale si è cercato di indagare la realtà fisica, dunque lasciato alla speculazione filosofica.Ciò che serve allora per risolvere questo conflitto è la definizione di un sistema di bisogni al quale accordare un nuovo modo di produrre, più che una nuova filosofia,e al tempo stesso penso che se la strada maestra per fare ciò rimane quella comunista, ovvero l’impegno collettivo per una società senza classi, bisogna anche soddisfare le condizioni della più bassa possibile interdipendenza degli individui nella produzione ( metto l’accento su possibile in quanto la divisione del lavoro è una legge ineliminabile della civiltà, pur essendo utilizzabile coscientemente dall’uomo) e della più bassa possibile mediazione nella soddisfazione dei bisogni, altrimenti il singolo individuo sarà sempre estraniato di fronte ad una mastodontica macchina fatta di milioni di macchine e di uomini il cui senso ultimo sarà sempre più lontano e incomprensibile ai suoi occhi, e non vedo modo di organizzare una coscienza collettiva che se ne impadronisca e riesca ad esercitare un’efficace azione pedagogica sui singoli. La maniera di rendere più diretta possibile la soddisfazione dei bisogni è quella di far coincidere il momento della produzione con quello della soddisfazione del bisogno, e dunque il lavoro, da mezzo di produzione di un mezzo molto indiretto (perchè c’è scambio e non autoconsumo) di soddisfacimento di un bisogno, dovrebbe passare ad esser il mezzo diretto di soddisfacimento di un bisogno, in definitiva il lavoratore produrrebbe sè stesso. Parlando del lavoro nella fase comunista più elevata Marx dice che esso passerà “da mezzo di vita a primo bisogno della vita”, mi pare che applichi la stessa logica dell’astratto che nasce dal ricco sviluppo del concreto utilizzata per il lavoro nella società capitalistica (cioè il lavoro come generale mezzo di creazione di ricchezza nasce dallo sviluppo del lavoro come sviluppo di generi specifici, dal particolare si deduce l’universale, come ha detto della Scala), e dunque il lavoro generico come bisogno umano può nascere dalla concreta capacità di ogni individuo di passare da una qualsiasi determinata attività con la massima facilità, mentre io ho parlato di lavoro come mezzo diretto di soddisfacimento di un bisogno, dunque non un bisogno esso stesso.
    Può darsi che le due formule non siano in contraddizione, che siano valide per fasi di sviluppo storico diverse. Tuttavia ritengo che se è pur vero che sono solo i moderni mezzi di produzione capitalistici a render possibile quell’appropriazione di una totalità di forze produttive da parte dell’individuo, intese come tutti gli strumenti, le competenze, le tecniche, i materiali che possono permettergli lo sviluppo di “una totalità di facoltà” che permetta un’agevole passaggio da un’attività ad un’altra, tali mezzi di produzione oggi comunque presuppongono la produzione di valori di scambio, essi sono conformi alla produzione finale di un oggetto, un mezzo di soddisfacimento di bisogni, e come dicevo prima, rientrano in un sistema troppo complesso per darci a vedere un efficace metodo di appropriazione direttamente sociale e individuale di questo mastodontico sistema.Penso che la strada da percorrere verso la coincidenza di lavoro e bisogno debba passare da una trasformazione del carattere stesso dei mezzi di produzione in modo che innanzitutto essi permettano un diretto soddisfacimento del bisogno, detto brutalmente, il lavoro deve dar luogo a sensazioni piacevoli nel lavoratore, e non posporle a un momento sempre più successivo; e dunque, tornando al tema della natura umana, ci sarebbe da indagare come una concreta attività pratica si traduca nella coscienza del soggetto, in pratica bisognerebbe tirar fuori una nuova scienza che riunisca tecnologia, sociologia,psicologia e neuroscienze,una sorta di nuova ergonomia e mutata di significato, ove lo studio dei parametri fisiologici del lavoratore non sia apparente adattamento della macchina all’uomo che nasconde il suo contrario, cioè l’adattamento dell’uomo ai bisogni alla produzione, ma adattamento della produzione all’uomo .Dunque la mia impostazione non è molto culturalista, ma ovviamente è un discorso apertissimo.
    Ciò significherebbe però dover definire un sistema di bisogni nuovo, il meno possibile acquisitivo (dico acquisitivo perchè materiale è un termine fuorviante, tutti i mezzi di soddisfazione dei bisogni sono materiali, in quanto mezzi, beni strumentali o attività concrete che siano).Tra l’altro, la mancata definizione di un sistema dei bisogni da parte dei comunisti – rilevata anche dal marxista tedesco Hans Heinz Holz – potrebbe esser una chiave di lettura della sconfitta del comunismo novecentesco – che ha avuto molti successi nella risoluzione del primo compito storico dell’affrancamento dalla miseria materiale e culturale, pur non completato – sia all’est che all’ovest ; se il fine della produzione capitalistica è la valorizzazione del capitale, il fine di una società che superi il capitalismo non può che essere la soddisfazione dei bisogni.E proseguendo su questa linea, diventa chiaro che non occupandosi della ricerca e definizione dei bisogni ai quali la produzione dovrebbe sottomettersi, alla lunga viene a decadere lo stesso carattere teleologico della produzione, che per svilupparsi ulteriormente potrebbe trovare più efficace il ritorno alla proprietà privata dei mezzi di produzione, pur con le sue insanabili contraddizioni. Una chiave di lettura, nulla di più, ma credo che già qualche decennio prima del crollo del muro non fosse più sufficiente limitarsi al discorso del socialismo come “semplice” mutamento dei rapporti di proprietà, mantenendo sostanzialmente inalterate le strutture produttive ereditate dal capitalismo, e legate a determinati fabbisogni.

  7. Armando
    20 agosto 2015 at 22:21

    Ma la definizione di un sistema di bisogni presuppone esistano bisogni naturali, invarianti qualitativamente, e bisogni indotti o inventati. I maghi del marketing sono specializzati nel far scoprire ai soggetti bisogni che non sapevano di avere, ossia non bisogni. Ora, il socialismo o riscopre la naturalità di alcuni bisogni , e con ciò nega la totale storicità dell’uomo, oppure definisce il sistema dei bisogni in funzione di se stesso, ma con ciò fa una operazione ideologica come il capitale. La terza via è che anche i bisogni vengano definiti in un ambito comunitario, partendo dal fatto che ne esistano, come dicevo, di naturali e immodificabile.

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