Grecia, una risposta dalla periferia

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La grande vittoria elettorale di Syriza nelle elezioni greche può rappresentare un evento importante per i popoli europei, in particolare per quelli massacrati dalle politiche monetariste dei pareggi di bilancio, affermatesi dopo la crisi mondiale del 2008 e dirette dalla Germania.

Più che dell’affermazione di una sinistra “nuova” – come si sono affrettati a dichiarare alcuni epigoni nostrani – il risultato elettorale mi pare soprattutto la voce dell’indignazione di un popolo stremato ma orgoglioso e a noi fratello, come quello greco.

Syriza è un esperimento politico complesso di  opposizione “nazionale” che si concretizza a cavallo del 2010 quando le politiche liberiste e liberticide di Bruxelles spinsero a “commissariare” la politica economica di Atene. Il successo elettorale deriva proprio da questa indignazione anti-euro (l’Europa dei banchieri) che monta da allora, e perciò appare incerta, timida (e anche ambigua), in quanto poco realisticamente conflittuale, la posizione di Syriza nei confronti della moneta unica. Tuttavia l’auspicio è che l’assunzione della responsabilità del governo del paese, innescando conflitti reali, spinga il suo gruppo dirigente, guidato da Alexis Tsipras, a chiarire tale posizione. Ho l’impressione, in breve, che se la Grecia non si svincola dall’Euro, il precipizio continuerà e la stessa sinistra greca, oggi riconosciuta dal voto popolare, potrebbe essere travolta

Oltre le legittime perplessità ci sono però anche delle indicazioni interessanti che il passaggio propone nel fronte dei cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), cioè i paesi colonizzati o in via di colonizzazione tedesca. 1) Si crea una falla nella palude dei governi “tecnico-social-liberisti” nelle manfrine di manovre puramente finanziarie, del continuo massacro del lavoro e della tanta retorica delle “riforme” che hanno caratterizzato le politiche di risposta al ciclone del 2008. Il consenso, quasi spontaneo, per Syriza, è la prova provata che il popolo greco si è accorto di quel che è successo in questi anni: è stato scambiato lo stato sociale, chiamato debito, per le rendite speculative e per ripagare gli azzardi finanziari dell’economia globalizzata. 2) La Storia contemporanea greca è fatta di enormi sacrifici, dalla lotta totale e popolare antifascista alla guerra civile per impedire il successo comunista nel 1948 (abbandonata, come fu, all’Inghilterra dalla spartizione di Yalta), quindi alla cupa dittatura dei colonnelli. In questi sacrifici, cui da ultimo si somma quello imposto da Bruxelles, il popolo greco ha conservato il suo orgoglio e la sinistra ha mantenuto, o riconquistato (a differenza della restante italiana ed europea), una sua distinzione dal potere -fascista prima, ora tecnocratico- un tentativo di autonomia critica, pur tra i non pochi limiti sia pur brevemente accennati. Diciamo che viene oggi riconosciuta parte “dirigente” dal popolo greco più per una sua autorevolezza morale che per una sua capacità teorica e politica che è tutta ancora da verificare. Proprio per questa specificità ritengo che quella sinistra lì non sia raffrontabile né esportabile alla nostra, italiana (e non solo…), consumata da almeno 25 anni di trasformismo, di elitismo, di isolamento dal paese, da una perdita appunto di prestigio morale del suo personale politico. Alla Grecia si può guardare come possibile avanguardia di un più vasto sentimento e di una rinnovata coscienza popolare e sociale ma non rappresenta ancora (lo si potrà capire in futuro) un modello politico a cui fare riferimento, tanto meno se l’obiettivo è quello di riciclare le “sinistre” europee e i loro fallimenti…Da ricordare inoltre che negli altri paesi PIIGS ci sono altri movimenti di opposizione che vanno crescendo e alimentano  raggruppamenti eterodossi come il M5S in Italia e Podemos in Spagna, che forzano e aggiornano i tradizionali recinti della sinistra del ‘900. 3) Infine, e per cenno, la data di oggi potrebbe segnare un passaggio storico: la Grecia “istituzionalizza”, stabilizza un processo che da Blair, a Hollande a Renzi mostra la crisi “mortale” della socialdemocrazia. Certamente la crisi della mediazione tra lavoro e profitto -il ruolo storico della socialdemocrazia- è più acuto in questo come in altri paesi a più alta distruzione dei ceti “intermedi”, a più alta “polarizzazione sociale”. Tuttavia il significato mi pare piuttosto “universale”: il Capitale Assoluto non ha più bisogno dei “procuratori”, dei “sensali” e muove direttamente i suoi mezzi di pressione politico-finanziari o militari a seconda della posizione gerarchica dei popoli e/o la fruibilità da parte dei monopoli dei mercati dei paesi colonizzati. Per quanto ancora potrà l’Europa, anche quella ricca, sottrarsi alla barbarie?

Come spesso succede nella storia, le risposte alle crisi, piccole o grandi, possono iniziare dalle periferie.

 

1 commento per “Grecia, una risposta dalla periferia

  1. Fabrizio Marchi
    3 febbraio 2015 at 15:44

    Un’interessante intervista a Joseph Halevi sulla strategia seguita dal nuovo ministro dell’economia greco. Una possibile via d’uscita (politica, non solo economica) dalla gabbia e dal ricatto dell’eurozona, senza necessariamente fuoriuscire dall’Europa. Vale la pena di rifletterci:
    http://www.sinistrainrete.info/estero/4665-joseph-halevi-il-nuovo-governo-greco.html

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