Capitalismo e liberalismo potrebbero divorziare?

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C’è una questione “scabrosa” che voglio affrontare da tempo e di cui in parte ho già trattato in questo articolo http://www.linterferenza.info/attpol/la-nuova-falsa-coscienza-delloccidente-e-del-capitale/

Per molto tempo, se non da sempre, il capitalismo è stato del tutto sovrapposto al liberalismo. Questa equazione, capitalismo=liberalismo è stata sostenuta più o meno da tutti, sia dai pensatori liberali che da quelli marxisti (ma anche da quelli di altre formazioni filosofiche e ideologiche).

Sia i liberali che i liberisti – oggi del tutto o quasi sovrapposti – hanno ovviamente tutto l’interesse a sostenere questa tesi, per ovvie ragioni. E cioè perché sostenere che il capitalismo è inscindibile dal liberalismo significa sostenere che capitalismo e democrazia (e diritti) marciano assieme. L’affermarsi dei diritti, della libertà e della democrazia marcerebbe di pari passo e sarebbe anzi una diretta conseguenza dell’affermarsi del capitalismo e viceversa. Questo, in estrema sintesi, il pensiero dei liberali e dei liberisti. Questa visione delle cose fa comodo ad entrambi – comunque, come dicevo, molto spesso o quasi sempre sovrapposti (ma sarebbe un errore non prendere nella dovuta considerazione anche quei pensatori liberali ma non liberisti) – perché in questo modo il capitalismo può vantare di essere l’unico sistema economico e sociale in grado di garantire diritti e democrazia.

Dal canto loro, sia pure da un punto di vista opposto e naturalmente di critica radicale, i marxisti hanno sempre avallato questa tesi perché gli ha consentito di sottoporre entrambi (capitalismo e liberalismo) al fuoco incrociato della loro critica radicale e strutturale al sistema capitalista di cui il liberalismo ha rappresentato e tuttora rappresenta l’ideologia (falsa coscienza) necessaria di riferimento. Tutt’al più, sempre nel caso dei pensatori marxisti (ma anche di altri non marxisti), ha prevalso la tesi (peraltro in parte corretta, a mio parere, ma insufficiente e incompleta) che il capitalismo, all’occorrenza, laddove minacciato dall’insorgenza di movimenti operai e/o antagonisti o addirittura dalla possibilità di una vera e propria rivoluzione, ricorra ai metodi brutali, alla sospensione di ogni garanzia democratica, alle dittature militari o al fascismo (nelle sue varie e differenti declinazioni e determinazioni storiche), per poi tornare ad una condizione di “normalità”, una volta superata la minaccia.

Personalmente la vedo da tempo in modo diverso. Io credo che se la storia ci ha insegnato qualcosa, fra le altre cose, è che il capitalismo – che non è soltanto un rapporto di produzione, a mio parere, ma anche un ideologia molto flessibile (e anche questa è la sua forza) – può incistarsi e sposarsi con qualsiasi contesto sociale e culturale. Certo, non c’è alcun dubbio che nella fase della sua affermazione, nel mondo europeo e occidentale, tra il XVII e il XIX secolo, il capitalismo abbia avuto come sua ideologia di riferimento il liberalismo al fine di abbattere il sistema feudale e assolutistico e affermare il proprio dominio, né avrebbe potuto essere altrimenti, date appunto le circostanze storiche. Ed è altrettanto vero che in quella fase i due erano, per lo meno sulla carta, del tutto sovrapposti. Ma appunto sulla carta, perché sappiamo benissimo che il diritto liberale è stato sistematicamente violato sia dal punto di vista interno (sfruttamento dei lavoratori, repressione del dissenso e limitazione delle possibilità di organizzazione sindacale e politica) che esterno (guerre imperialiste e dominio coloniale). E però questa sistematica violazione dei diritti veniva (e tuttora in parte) viene interpretata dai pensatori liberali come una degenerazione o tutt’al più come una falla di natura formale che però non ne inficia o non ne inficerebbe la struttura. I marxisti, per parte loro, hanno invece interpretato questa evidente contraddizione come un vizio strutturale del pensiero liberale (e hanno ragione) ma non hanno mai preso in considerazione l’idea che quest’ultimo possa essere, anche se non in toto, separato da quello capitalista e liberista.

Ecco, io credo, sfidando fulmini e saette, strali e scomuniche di ogni genere che potrebbero arrivare da ogni lato (ma il sottoscritto non è un accademico né un “intellettuale” mediaticamente riconosciuto come tale e quindi può permettersi il lusso di dire eventuali strafalcioni o esprimere pensieri scabrosi senza particolari timori…) che sia giunta l’ora di cominciare a pensare che liberalismo e capitalismo/liberismo possano essere separati. La qual cosa non comporta, ovviamente, l’adesione al pensiero liberale, ma solo la presa d’atto che i due non solo non necessariamente marciano assieme, ma che il secondo (il capitalismo) marcia forse e addirittura meglio senza il primo (il liberalismo).

Se è vero che il capitalismo si è affermato distruggendo gradualmente l’”ancient regime”, cioè il sistema feudale e le sue determinazioni politiche e ideologiche (sostanzialmente le monarchie assolute e la Chiesa) proprio attraverso il liberalismo, è altrettanto vero che ha continuato a proliferare, specie nell’età moderna e contemporanea, in assenza parziale o totale dei diritti e della democrazia.

Se la storia ci ha dimostrato qualcosa, è che il capitalismo è un sistema (rapporto di produzione) e un’ideologia (accumulazione illimitata del capitale e forma merce elevata a feticcio e oggi “assolutizzata”, cioè capace di occupare ogni spazio non solo dell’agire umano ma dell’umano stesso) estremamente flessibile, in grado di coniugarsi con qualsiasi contesto storico e culturale. Il capitalismo, nella sua accezione liberista, ha convissuto e prosperato allegramente con tutti i fascismi, con il nazismo, con le dittature militari e clericali, con i regimi apertamente razzisti, e oggi con le monarchie assolute wahhabite, con lo stato-partito “neoconfuciano” cinese, la società organizzate per caste indiana e in generale con tutti quegli stati asiatici (la quasi totalità) a capitalismo cosiddetto “autoritario”.

Dopo la sconfitta storica del Movimento Operaio e il crollo del socialismo reale e dell’URSS questa tendenza “autoritaria” del capitalismo non poteva che accentuarsi, per ovvie ragioni. E cioè perché lo stato sociale, il welfare, il sistema di diritti sociali e anche le stesse Costituzioni democratiche erano comunque il risultato di un rapporto di forze, e quindi del compromesso tra forze sociali e politiche in conflitto. E’ da questa dialettica che sono scaturiti i sistemi democratici e anche lo stato sociale. Nel momento in cui questa dialettica non esiste più perché una delle parti in conflitto (il lavoro) è stata sconfitta, è evidente che viene meno anche la necessità oggettiva di mantenere quegli standard di stato sociale e di democrazia che pure hanno indubbiamente caratterizzato la storia occidentale ed europea soprattutto nel famoso “glorioso trentennio”.

E’ vero che oggi, nel mondo occidentale, europeo ed americano, come sosteniamo da tempo, l’ideologia politicamente corretta è tuttora l’ideologia principale di riferimento, però è importante rilevare alcuni aspetti.

Il primo. L’ideologia politicamente corretta, fondata su una concezione distorta e opportunamente indirizzata dei diritti civili (femminismo inteso come criminalizzazione del genere maschile, mercificazione dei corpi camuffata come libertà, vedasi fra le altre la vicenda uteri in affitto ecc.), convive serenamente con la sistematica distruzione dei diritti sociali. Dal punto di vista di chi scrive è ovviamente una contraddizione, perché diritti civili e sociali non possono essere separati, e separarli significa indebolire se non distruggere la democrazia stessa. Ma tant’è, e questo è stato uno dei capolavori del sistema capitalista.

Il secondo.  Quarant’anni di bombardamento ideologico/mediatico politicamente corretto hanno finito per produrre inevitabilmente il suo alter ego, cioè il neo populismo di destra sempre più crescente in tutto il mondo occidentale, né poteva essere altrimenti. Questo fenomeno ideologico e sociale è solo apparentemente un fenomeno “antisistema”, anche se questo è ciò che spaccia per poter conquistare consensi, soprattutto nei ceti popolari. In realtà il neo populismo di destra (che porti le maschere di Trump, Le Pen, Hofer o Salvini è del tutto indifferente) non mette assolutamente in discussione il sistema capitalista; tutt’al più ne rappresenta una variante politica, appunto ideologica e gestionale, diciamo così. Lo vedremo ora con Trump e forse in un futuro prossimo con la Le Pen alla ipotetica guida della Francia.

Il terzo. La distruzione dei diritti sociali (che anche il neo populismo di destra si guarda bene dal contrastare, dal momento che anche le sue ricette protezionistiche si sposano serenamente e anzi prevedono l’annichilimento del potere contrattuale e sindacale dei lavoratori e il rafforzamento del ruolo e del potere dell’impresa) è un processo in corso da anni in occidente, cioè come dicevamo dal crollo del muro di Berlino ad oggi. Il modello e il termine di paragone utilizzati per questo processo di sistematica distruzione dei diritti e degli spazi di democrazia reale sono proprio quelli del capitalismo “autoritario” asiatico (cinese, giapponese, indiano o coreano), e quelli già collaudati del modello tatcheriano e addirittura di quello “pinochettista”.

Questa non è una scelta ideologica bensì un processo determinato dai fatti e nei fatti. Dopo di che il capitalismo, da sistema e ideologia flessibile qual è, si relaziona con la realtà sulla base delle sue necessità (la sua peculiare e intrinseca “volontà di potenza”, potremmo dire…), che poi sono costituite dalla sua tendenza strutturale alla illimitata e infinita riproduzione di se stesso.  Insomma, il capitalismo, volendo utilizzare una metafora banale ma forse efficace, è un po’ come l’acqua che si frange sugli scogli e ne prende la forma e non come un treno che va a sbattere contro una montagna…

Nella speranza, tutto sommato, di sbagliarmi (è un sincero auspicio e non un modo di dire) io credo che il divorzio fra capitalismo e liberalismo, se ragioniamo in termini globali (non vedo in quali altri termini dovremmo ragionare a meno di non guardarsi nell’ombelico), si stia consumando.  Lo dicono i fatti, non lo dico io…

Se così è, ci sono altre due brevi considerazioni da fare.

La prima. L’eventuale e ipotetico divorzio fra i due non comporta, come abbiamo visto, la dismissione dell’ideologia politicamente corretta, il che la dice lunga sulla vera natura di tale ideologia che si vorrebbe “progressista e di sinistra”.

La seconda. Tale divorzio (sempre eventuale ed ipotetico), che però parrebbe essere nei fatti, potrebbe consentire a noi – e quando dico noi intendo dire tutti coloro che provengono dal Movimento Operaio e da tutte le sue declinazioni e determinazioni storiche, ma in particolare i marxisti – di recuperare ciò che di positivo c’è anche nel pensiero liberale e che sottratto al dogma capitalista/liberista e inserito all’interno di un pensiero critico e anticapitalista, potrebbe risultare anche una carta vincente, metaforicamente parlando, non solo da un punto di vista meramente tattico ma strategico?  Del resto, come negare che quella della coniugazione fra eguaglianza e libertà sia stata una delle note dolenti dell’esperienza comunista più o meno in tutte le sue storiche determinazioni?

Mi sembra che la questione sia più che mai attuale e che sia giunto il momento di aprire una riflessione in tal senso.

 

 

 

 

 

 

10 commenti per “Capitalismo e liberalismo potrebbero divorziare?

  1. 4 gennaio 2017 at 18:54

    Mi pare un titolo molto interessante..da approfondire. Sono in grande crisi fra di loro, è successo altre volte nella storia. Si ricomporrà la frattura nel processo di mantenimento dell’equilibrio generale o il fenomeno della globalizzazione è talmente devastante da arrivare alla rottura? Preludio ad una nuova e diversa fase di neo-nazismo internazionale? il neo comunismo democratico dovrà nascere dal mondo occidentale e in particolare dall’Europa, compreso i Balcani? O si dovrà chiedere aiuto ad una necessaria unione Russia-Cina? Queste e tante altre domande dovrebbero affollare le nostre menti invece di continuare a tenere la testa dentro la sabbia e quindi necessariamente con il sedere in alto?

  2. 5 gennaio 2017 at 17:01

    Ottima, anzi eccellente analisi, coraggiosa e lucida, specialmente per la parte finale che pone al movimento marxista internazionale, ammesso che esista ancora, interrogativi a cui rispondere con urgenza. Bravo Fabrizio.

  3. Armando
    6 gennaio 2017 at 22:48

    Credo anch’io che sia necessaria una discussione approfondita. Il fascismo, ad esempio, non fu né liberale né liberista, ma ad onta della vulgata che lo vuole fenomeno reazionario delle classi agrarie, rappresentò invece un ammodernamento capitalistico importante nelle condizioni date, anche nell’interventismo statale in economia e nella regolazione corporativa del conflitto sociale. Da questo punto di vista Fabrizio ha ragione a parlare di estrema flessibilità del sistema, con la necessaria aggiunta , “purché non si attacchino i suoi fondamenti”. Però sarei molto cauto nel “raccogliere le bandiere” abbandonate dal nemico. Il problema del liberalismo è che, portato al limite, implica il disconoscimento dell’esistenza della verità, e quindi del relativismo. Gli effetti di ciò sono evidenti sul piano culturale e antropologico. Perché, ad esempio, dovrebbe essere vietata la pratica volontaria dell’utero in affitto? Solo perché sfavorisce le donne povere ( e quindi sarebbe ammissibile come elemento di libertà individuale qualora fossero rimosse le ragioni economiche) o perché è sbagliato in sé in quanto in contrasto con la verità della natura umana? In altri termini, dove il liberalismo pone il limite, ammesso che intenda porlo? Ed ancora, quale limite, e dove, pone il liberalismo alla libertà di commercio ? Ma una società che pone limiti implica il riconoscimento che esista un interesse sociale , o una verità da salvaguardare anteponendola alla libertà individuale. La libertà di opinione è solo una parte del problema, non il problema in sé. Detto in altri termini, è del tutto insufficiente anche attenersi rigidamente alle pratiche procedurali legali e democratiche quando non si ammetta che esiste una verità che trascende l’opinione del soggeto anche della eventuale maggioranza dei soggetti. La domanda vera diventa allora come far sì che ad essa si giunga per via comunitaria e razionale, intendendo per ragione non quella puramente calcolante, ma la sua forma superiore per cui è razionale (e giusto) ciò che persegue il bene comune, irrazionale e ingiusto ciò che col bene comune contrasta.

    • Fabrizio Marchi
      7 gennaio 2017 at 11:04

      Non vorrei essere frainteso (o forse mi sono spiegato male…), non sto proponendo nessuna adesione al liberalismo né tanto meno e soprattutto a chissà quale “principio di illimitatezza” etica o di altro genere o quant’altro.
      Quello che volevo dire è che il capitalismo sta di fatto gradualmente dismettendo la sua ideologia storica di riferimento, cioè il liberalismo (sebbene, sia chiaro, dismessa più e più volte nel corso della sua storia…) e sempre più si sta rivelando per quella che è la sua essenza (che proprio il pensiero e l’ideologia liberale gli ha consentito di coprire o camuffare…), che è appunto nel principio di accumulazione illimitata di capitale, nel profitto, e quindi nello sfruttamento selvaggio degli uomini e delle risorse, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, in primis la guerra imperialista e la distruzione sistematica dei diritti sociali e quando occorre (sempre più spesso) anche di quelli civili e delle libertà democratiche.
      Tutte cose che già sapevamo e che sono accadute e che fanno parte della struttura stessa del capitalismo. Ora però questa sua natura (e struttura) si sta assolutizzando e di fatto anche il paravento ideologico rappresentato dalla ideologia liberale sta venendo meno.
      Allora io credo che noi, cioè coloro che si pongono nell’ottica di una critica radicale al sistema capitalista e lavorano verso l’orizzonte di un suo futuro e auspicabile superamento in una prospettiva socialista e comunista, dovremmo denunciare e acutizzare questo processo per rendere sempre più nudo il re, per dirla con una metafora, e mostrare quindi quale sia la sua vera essenza. Dopo di che, io credo che alcuni principi cardine del pensiero liberale – libertà di espressione ecc. (che poi sono principi che non appartengono solo al pensiero liberale ma anche a quello socialista e anarchico…), opportunamente depurati dall’ideologia capitalista e liberista, possano e debbano essere fatti propri anche e proprio da chi si pone l’obiettivo strategico del superamento del sistema capitalista in una prospettiva comunista.

    • dante
      7 gennaio 2017 at 11:04

      obiezione sensata e condivisibile,ricordo che gli USA si rifiutarono di pagare un debito contratto con l’Iraq di Saddam definendolo “odioso” non si potrebbe applicare la stessa norma per ciò che concerne il profitto?Un profitto odioso sarebbe un limite che risolverebbe parecchi problemi senza dover troppo legiferare lasciando allo Stato la gestione deil’energia , trasporti,sanità,educazione

  4. Fabrizio Marchi
    7 gennaio 2017 at 11:35

    Per chi non è su facebook riporto il dibattito in corso con l’amico e compagno Anio Fusco Celado.
    Anio Fusco Celado:” Credo che il cuore del contendere possa essere riassunto in questo modo: fino ad oggi i marxisti hanno a ragione sempre interpretato le evidenti sinergie, ma anche le contraddizioni periodiche, tra capitalismo e pensiero liberale come manifestazioni di un unitario ed inscindibile assetto strutturale del dominio alto-borghese, di conseguenza non hanno mai preso in considerazione l’idea che i due aspetti ideologici del dominio di classe potessero essere disgiunti e separati, anche solo in parte, in quanto di fatto indipendenti.
    Tale atteggiamento inconsapevole ha purtroppo favorito l’avanzata del capitalismo. Dividi et impera sostenevano gli antichi romani, ma i comunisti del passato non hanno saputo cogliere la differenza, non sono riusciti per tempo ad incunearsi in questa debolezza per scardinare il sistema che ci opprime, e adesso paghiamo le conseguenze di quella mancata comprensione. Tardive e deboli sono state le recenti aperture del comunismo libertario internazionale, così come vane furono le ultime teorizzazioni del comunismo europeo già preda dei traditori riformisti interni, così che lo slogan “tutte le libertà meno una” (quella della libertà economica privata tesa allo sfruttamento) è rimasto lettera morta.
    Ma non è mai troppo tardi.
    Intanto è bene precisare al meglio l’argomento di cui stiamo dissertando, al fine di fugare qualsiasi equivoco: il liberalismo o pensiero liberale (da distinguere nettamente dal liberismo, essendo quest’ultimo una teoria solo economica del libero mercato capitalistico) ha prodotto in sinergia con il capitalismo, sia pure in modo collaterale, indubbi risultati di effettivo progresso della condizione generale dell’uomo e suoi diritti, anche se poi nelle concrete applicazioni limitati soprattutto alle fasce sociali medio alte.
    L’economicismo capitalista si è indubbiamente avvantaggiato della funzionale impostazione ideologica che garantiva libertà teorica a tutti, dal suo canto il portato liberale ha specularmente rafforzato la libertà di mercato, l’accumulazione e la circolazione della merce-denaro, ma allo stesso tempo ha costretto le società capitaliste ad esprimere nel tempo libertà sempre maggiori ad una velocità sconosciuta alla storia, nonché a permettere le condizioni affinché le più disparate libertà si manifestassero pienamente, si consolidassero e divenissero sempre maggiori di generazione in generazione (anche di degenerazione in degenerazione), emancipando infine categorie sociali all’inizio escluse.

    È necessario precisare che le manifestazioni di libertà congeniali e strumentali all’affermazione di modelli di sviluppo mercantile iperproduttivi e iperconsumistici si devono anche alla particolare interpretazione della democrazia da parte del dominio ideologico capitalistico, ovvero democrazia intesa soprattutto come libertà, e libertà di intrapresa economica su tutto, e non come rispetto della volontà popolare (di scegliere radicalmente tra modelli economici e stili di vita diversi), rispetto che rappresenta il più genuino e tradizionale intendimento della democrazia fin dai tempi di Pericle”.

    La mia risposta (Fabrizio Marchi):”E’ fondamentale però ricordare e sottolineare, caro Anio, che quegli spazi democratici di cui certamente abbiamo in alcune fasi goduto in questa parte di mondo non sono soltanto il risultato dell’ideologia liberale ma soprattutto (come spiego nel mio articolo) dei rapporti di forza e dela dialettica di classe, cioè delle lotte sociali, operaie, proletarie e popolari che hanno conquistato queli spazi a un prezzo salatissimo…il punto è proprio questo, e cioè che nel momento in cui quella dialettica viene a mancare perchè il movimento operaio è stato sconfitto, il sistema capitalista non ha più interesse ad una mediazione politica e sociale, e quindi quegli spazi tendono a ridursi sempre di più. Da qui la divaricazione crescente (che appunto ho voluto evidenziare nel mio articolo) fra il capitalismo e la sua storica ideologia (falsa coscienza) di riferimento. Quello che voglio ancora dire è che quella falsa coscienza – perchè tale è l’ideologia liberale declinata in senso capitalistico – contiene però anche dei principi in linea teorica validi che a mio parere non debbono essere gettati nelle ortiche, anche e soprattutto dai comunisti. Quegli stessi principi che a quel punto, sottratti al loro utilizzo strumentale cessano di rappresentare una falsa coscienza per assumere un significato diverso.
    capitalista in una prospettiva comunista”.

  5. Fabrizio Marchi
    8 gennaio 2017 at 8:04

    Il dibattito, anche molto ricco, su facebook nel merito dell’articolo è proseguito con altri amici e lettori e ha preso strade impreviste ma è troppo lungo ed è impossibile riportarlo qui…

  6. armando
    9 gennaio 2017 at 14:06

    L’ideologia liberale non può essere declinata che in senso capitalistico, essendo appunto un’ideologia che comprende in sé i diversi aspetti della vita economica, culturale, sociale, antropologica. In tal senso è improprio associare liberalismo e libertà di pensiero e/o di opinione. Ed infatti, come si dice nell’articolo e nelle risposte, le “conquiste democratiche” del movimento operaio sono state ottenute contro, e non grazie al liberalismo.

  7. pizzstef
    10 gennaio 2017 at 19:30

    All’articolo in oggetto , che ritengo fondato, va secondo me aggiunto che uno dei due fattori basilari dello scontro sociale CAPITALE/LAVORO: il lavoro, è ormai da anni in fase di assorbimento sempre più manifesto. Nell’era digitale, appena cominciata, perderà sempre più significato numerico e qualitativo; le macchine sostituiranno sempre più il fattore umano anche in campo intellettuale. Si arriverà in poco tempo all’uomo bionico; il TRANSUMANESIMO sarà la aberrante realtà dei prossimi anni. A quel punto il divorzio fra CAPITALISMO E LIBERALISMO non sarà più un problema. ILCAPITALE (IL POTERE DOMINANTE) avrà soltanto L’intenzione di ridurre drasticamente il numero degli inutili ex lavoratori, oramai superflui, senza più alcun sostentamento ed autonomia: un inutile peso inquinante a carico della Società.

  8. Arturo
    13 gennaio 2017 at 15:55

    Se ho ben capito, Fabrizio, stati sostenendo che del liberalismo sarebbero salvabili, anzi salvandi, certi contenuti garantistici. Più o meno quel che diceva il Bobbio di Politica e cultura.
    Secondo me è un falso problema: è vero che le esperienze comuniste hanno conosciuto orribili forme di autoritarismo, ma la risposta non va cercata in un’altra teoria politica autoritaria, ma nel Marx politico, cioè nella democrazia sociale. Per quanto mi riguarda la lezione di Hal Draper rimane, oltre che storicamente, politicamente fondatissima: “Draper’s central argument: Marx did not abandon liberty and democracy to become a communist but became a communist in order to make real the promise of liberty and democracy.” La citazione l’ho tratta da questo articolo in cui Johnson critica, direi molto giustamente, le tentazioni neoblanquiste di Zizek: https://www.jacobinmag.com/2011/07/the-power-of-nonsense/

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