Il mio antifascismo

Mi è stato riproposto e segnalato da un amico alcuni giorni fa questo breve articolo del filosofo Costanzo Preve (tratto dal suo libro “La quarta guerra mondiale”), purtroppo scomparso poco più di un anno fa,  dal titolo “Il mio antifascismo”:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=70200&highlight

Mi sono avvicinato negli ultimi anni al “Preve-pensiero” affascinato dal suo modo di proporre e fare filosofia, così lontano dalle liturgie del “circo accademico-mediatico politicamente corretto” che lui giustamente disprezzava (e io con lui) e dalle sue riflessioni che da un punto di vista squisitamente filosofico possono essere più o meno condivise (e che in parte personalmente condivido) ma restano, comunque la si pensi, di altissimo valore teoretico e sicuramente di grande attualità, anzi, di grande “inattualità” – come forse lui stesso avrebbe definito il suo filosofare – anche se questa affermazione potrà sembrare paradossale a chi non ha avuto modo di conoscerlo, di persona o attraverso le sue opere.

Nel ribadire la mia personale stima intellettuale e umana nei suoi confronti, restano, per quanto mi riguarda, dei punti di importante e radicale divergenza con le sue analisi, sia di natura politica che di natura filosofica.

Uno di questi è proprio relativo alla sua analisi del Fascismo contenuta nell’articolo di cui sopra.

Non sono d’accordo con la sua tesi o soltanto in parte. Non si può, infatti, essere antifascisti “solo” perché Mussolini ha aggredito l’Etiopia, la Libia, la Grecia, la Jugoslava e altri paesi, quindi attuando una politica imperialista, colonialista e guerrafondaia. Se è per questo la Spagna franchista e fascista non ha mai attuato una politica imperialista ma questa non è certo una ragione sufficiente per assolvere politicamente il fascismo franchista …

Ciò detto, bisogna interrogarsi sulle ragioni per le quali il Fascismo è stato anche una potenza imperialista e colonialista (sia pure non al livello della GB e degli USA, ma per ragioni oggettive, cioè minori capacità e potenza economica, industriale e militare, non certo per mancanza di volontà politica).

E le ragioni sono strutturali (ideologiche e politiche), non occasionali o individuali (la singola volontà di Mussolini), e cioè quelle che ho cercato sia pur molto sinteticamente di spiegare in questo articolo pubblicato sia sul sito dell’associazione Uomini Beta che sul giornale on line “Contropiano” in cui criticavo la decisione di uno degli allievi di Preve di accettare il dialogo con i neofascisti di Casa Pound:  http://www.uominibeta.org/articoli/sulla-questione-fusaro-casa-pound/

L’aggressione imperialista a quei paesi è la logica e inevitabile conseguenza  della natura di classe e imperialista del Fascismo, che è esso stesso una dittatura di classe (cioè delle classi dominanti, all’epoca la borghesia industriale e agraria), naturalmente motivata e giustificata su basi ideologiche, oltre che politiche; e qui, per non tediarvi ulteriormente vi rimando ancora al suddetto articolo.

E’ peraltro stupefacente, devo essere onesto, che un uomo e un pensatore del calibro di Costanzo Preve non abbia colto l’aspetto o il risvolto ideologico che ha coperto e giustificato l’aggressione ai popoli libici ed etiopi da parte del Fascismo, che è dato appunto dal razzismo ideologico di cui (fra le altre componenti ideologiche) il Fascismo stesso era intriso. Se è vero, come è vero, che oggi gli USA giustificano le loro guerre imperialiste dietro le false bandiere dell’esportazione dei diritti umani e civili (guerre “umanitarie”), è altrettanto vero che le guerre fasciste (di natura altrettanto imperialista) erano all’insegna del “portare la civiltà (superiore) a chi non ce l’ha” (il non detto, e neanche tanto, era “perché sono barbari, incivili e in ultima analisi “inferiori”).

Il Fascismo è stato dunque una dittatura di classe, sia pur ideologicamente camuffata, coperta e giustificata (come tutte le forme di dominio di questo mondo), naturalmente con tutte le sue inevitabili peculiarità, date dal contesto storico e culturale in cui essa si è concretamente determinata.

Personalmente non mi scandalizzo di per se per la soppressione di ogni spazio di libertà e di democrazia operato dal Fascismo (fatto comunque gravissimo sul quale mi pare che Costanzo Preve sia stato un po’ troppo indulgente, pur non condividendolo, ovviamente…) perché questo, storicamente parlando, non ha riguardato di certo solo il Fascismo e sarebbe maldestro negarlo. Così come trovo quanto meno ipocrita – come invece dice giustamente anche Preve –  condannare le aggressioni fasciste alla Libia e all’Etiopia e giustificare quelle americane e della NATO all’Iraq, all’Afghanistan, alla Jugoslavia e via discorrendo.  Fin qui non ci piove…

Ma questo, cioè la critica radicale all’attuale “sinistra” e alla sua spregevole ipocrisia e il disvelamento della reale funzione dell’ideologia politicamente corretta  (uno dei punti di maggior forza del Preve-pensiero) non comporta e non ha nessuna ragione di comportare una rivisitazione storico-politica-ideologica della natura del Fascismo che è quella che ho in modo ovviamente molto sommario, cercato di spiegare.

Ora bisogna intendersi su un punto fondamentale. Se per Fascismo intendiamo il ventennio fascista mussoliniano o la dittatura franchista protrattasi per diversi decenni dopo la seconda guerra mondiale, o altri regimi fascisti europei dell’epoca (Ungheria, Romania ecc.), non c’è dubbio che quel fascismo non esista più, perché quelle esperienze storiche sono morte e certamente irripetibili, per lo meno in quei termini e con quelle modalità. Di conseguenza se il Fascismo fosse solo quello, circoscritto a quello specifico periodo storico e a quelle specifiche esperienze storiche , potrebbe, da un certo punto di vista, essere giustificabile sostenere, come in effetti ha sostenuto Preve,  che non ha più molto senso continuare a definirsi antifascisti in assenza di fascismo. Sarebbe come definirsi oggi antifeudali e portare avanti una battaglia culturale e politica contro il cosiddetto “ancient regime”.

Il problema è che le cose non stanno affatto così e per varie ragioni, sia di ordine politico che ideologico. E’ bene chiarire subito che i due aspetti non possono essere separati.

Cominciamo dal primo aspetto, quello politico. Il fascismo, sia pure parzialmente e necessariamente sotto altre spoglie e modalità organizzative, è tuttora vivo, vegeto e operativo. E’ sufficiente osservare ciò che sta accadendo in Grecia e soprattutto in Ucraina per capirlo. In questi contesti e soprattutto nel secondo, il fascismo si manifesta, sia sotto il profilo ideologico che su quello politico, nella sua forma più tradizionale (e brutale), cioè come manovalanza e braccio armato al servizio delle politiche imperialiste delle potenze occidentali e delle oligarchie sociali e locali dominanti. Il collante ideologico del fascismo ucraino è più o meno a tutti noto, e non credo ci sia la necessità di entrare nel merito. Dal punto di vista politico, il fascismo ucraino non si differenzia in nulla da quello delle dittature militari sudamericane alle dirette dipendenze degli USA e della CIA , del tutto simile sia nella brutalità che nella funzione svolta.

Ma l’Ucraina non è propriamente l’Europa, è un paese di cerniera, diciamo così, fra quest’ultima e la Russia e l’Asia. E’ un paese che ha una sua storia con delle sue specificità e si trova in un contesto ancora in larga parte diverso da quello europeo occidentale. Quella tipologia di fascismo, per un paese con quelle radici storiche e culturali, ha ancora la sua ragion d’essere (non per noi, ovviamente, stiamo soltanto analizzando il fenomeno…) e la sua funzione.

Quel genere di fascismo vecchia maniera, diciamo così, in un paese europeo occidentale, sarebbe invece del tutto improponibile, inservibile e addirittura controproducente per gli interessi di quelle forze e di quei gruppi sociali che da sempre hanno appoggiato, finanziato e sostenuto il fascismo, nelle sue varie forme.

Nel contesto europeo occidentale c’è quindi necessità di una forma ampiamente rivisitata, “arricchita” e corretta di fascismo, al punto tale che i suoi stessi animatori (ad eccezione di qualche gruppuscolo come Casa Pound o Forza Nuova) non si dichiarano fascisti o comunque sostengono di considerare il Fascismo appunto come un fenomeno storico, magari apprezzabile, ma non più ripetibile.

E’ il caso di tante formazioni di destra, “populiste” (e nella sostanza neofasciste), che hanno proliferato e stanno proliferando un po’ in quasi tutta l’Europa,e che stanno raccogliendo molti consensi in quei settori popolari dove tradizionalmente erano assenti, anche e soprattutto a causa dell’assenza di forze di Sinistra degne di questo nome, capaci di interpretare il legittimo malcontento sociale nei confronti di quell’Europa dominata dal grande capitale finanziario interessato solo a riprodurre se stesso a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Rimando, anche in questo caso, ai numerosi articoli (e in particolare questo: http://www.linterferenza.info/attpol/la-classe-operaia-va-allinferno/ ) pubblicati su questo stesso giornale da uno dei nostri redattori, Matteo Luca Andriola, che da tempo studia il fenomeno della cosiddetta “nuova destra”, o “nouvelle droit”, nella sua versione francese, che è anche quella più significativa sia dal punto di vista politico che ideologico e che fondamentalmente si identifica con il Front National di Marine Le Pen (il suo parente più prossimo in Italia è la Lega Nord).

Come è stato spiegato in quegli articoli in modo molto più esaustivo e puntuale di quanto possa fare il sottoscritto in poche battute, siamo di fronte a un fenomeno parzialmente nuovo, cioè ad una destra post neo fascista che ha avuto però l’intelligenza di rinnovarsi profondamente (e proprio per questo è un avversario ancor più pericoloso) a differenza di quanto ha fatto, o meglio, non ha fatto la sinistra, in tutte le sue differenti declinazioni, al punto addirittura di assimilare o fare proprie alcune tematiche da sempre patrimonio della sinistra stessa: ecologismo, decrescita economica, critica alla società dei consumi e al capitalismo crematistico finanziario ecc.

L’operazione (molto astuta, e infatti sta riuscendo, perché, come dicevo prima, molti settori sociali popolari, colpevolmente abbandonati a loro stessi da una falsa “sinistra” in larga parte ormai completamente organica al capitale, e sprovvisti di coscienza politica, stanno concentrando i loro consensi proprio su quelle forze politiche) prevede la costruzione di un blocco sociale interclassista dove però l’egemonia culturale, ideologica e politica, “gramscianamente” parlando, non è certo esercitata dalle classi lavoratrici ma da quella borghesia nazionale che si è resa conto di essere stata messa sia pure parzialmente nell’angolo dal grande capitale trans e multinazionale, che è stata in parte anch’essa colpita nei suoi interessi dal processo di globalizzazione capitalista e che aspira a tornare ad essere nuovamente egemone.

Il presunto anticapitalismo (meglio sarebbe dire, “antieuropeismo”) di queste forze politiche si riduce a questo. La nostalgia per lo stato-nazione è tutta interna a questo paradigma, quello cioè di recuperare uno spazio politico dove poter continuare ad essere politicamente egemoni. Nella totale assenza di una credibile prospettiva di trasformazione in senso democratico e socialista della realtà, questi gruppi sociali sono riusciti a coinvolgere intorno a questo progetto molti settori popolari (anche della vecchia classe operaia che da sempre era roccaforte della sinistra) che, più per rassegnazione che per convinzione,ritengono che i loro interessi siano di fatto in qualche modo  convergenti con quelli di quella vecchia borghesia nazionale che da sempre li ha sfruttati, cioè in buona sostanza dei loro stessi datori di lavoro o ex datori di lavoro che vorrebbero tornare ad essere tali.

Il collante ideologico e politico di questa alleanza interclassista è l’ostilità nei confronti degli immigrati considerati nello stesso tempo causa ed effetto del loro malessere sociale e personale. L’immigrazione di massa, che ovviamente è da sempre (non certo da ora) un effetto inevitabile e strutturale dello sviluppo capitalistico che crea a livello mondiale una massa enorme di forza lavoro precaria, ultraflessibile, sradicata e migrante, viene individuata come la causa prima di tutti i mali. In questo modo viene quindi esattamente rovesciato il paradigma: invece di combattere il sistema capitalistico e le sue contraddizioni strutturali, si combattono gli effetti di quel sistema e di quelle contraddizioni, finendo per criminalizzare proprio quelli che più di altri soffrono quelle stesse contraddizioni.

In tutto ciò, buttiamoci sopra una bella spruzzata di “identitarismo” etnico culturale che serve a camuffare un “sentimento” sostanzialmente xenofobo e razzista e in generale di ostilità verso lo “straniero” (quindi una forma di razzismo riveduta e corretta, non più su base biologica-ontologica, ormai impresentabile, ma culturale), la nostalgia per i fasti della “grandeur” ,cioè per il grande stato colonialista e imperialista, nel caso specifico francese (con ambizioni estremamente più ridotte per la nostrana Lega Nord, il cui limite, e secondo me il suo attuale leader lo ha compreso, sta diventando proprio il fatto di essere “Nord”…), capace di competere alla pari con tutte le altre superpotenze mondiali, e il piatto è pronto per essere servito.

In tutto ciò di autenticamente anticapitalista, antimperialista e men che meno di socialista, non c’è assolutamente nulla. Si tratta invece di un bel minestrone, di natura squisitamente fascistoide, che purtroppo sta raccogliendo molti consensi e che sarebbe profondamente errato sottovalutare.

Anche per questa ragione l’analisi di Costanzo Preve nel merito è a mio avviso sbagliata. Il fascismo, sia pur riveduto, corretto, arricchito e ampliato è una latenza (che può essere sempre utile e utilizzata, al bisogno…), proprio e anche perché ha un suo fondamento ideologico (che non deve essere sottovalutato) che ha dimostrato anche di disporre di una notevole capacità di rinnovamento e di rigenerazione, sia pure sotto forme diverse.

Tutto ciò, ovviamente, non significa, per quanto mi riguarda, che il neofascismo, in tutte le sue variegate forme,  sia oggi al top dell’agenda politica. Sono perfettamente consapevole che l’attuale sistema capitalistico ha ben altri e sofisticati strumenti (anche e soprattutto ideologici e culturali) per perpetrare il proprio dominio, così come sono altrettanto consapevole che un certo antifascismo di maniera e demagogico (poi sostituito con l’antiberlusconismo) è stato utilizzato per decenni per coprire prima il sistema di potere democristiano e poi la miseria politica e culturale di una “sinistra” completamente asservita e organica al Capitale.

Ma questo è un altro discorso (fondamentale) che non deve però indurci in confusione.  Il fascismo non è morto (appunto perché affonda le sue radici in presupposti di ordine ideologico e non solo politico), va soltanto svelato (perché in parte camuffato) nelle forme nuove con le quali si sta manifestando. La critica radicale e strutturale all’ideologia politicamente corretta attualmente dominante (comunque largamente egemone in questa fase storica) e al sistema capitalistico che l’ha fatta sua e in larga parte partorita, sarà tanto più efficace quanto più avremo idee chiare e distinte sulla destra, vecchia o nuova che sia, e sul ruolo e la funzione (se vogliamo speculare a quella dell’ideologia politicamente corretta) che è stata chiamata ad assolvere.

6 commenti per “Il mio antifascismo

  1. Rino DV
    1 dicembre 2014 at 18:11

    Marchi: ” Il fascismo, sia pur riveduto, corretto, arricchito e ampliato è una latenza
    …omissis …
    Il fascismo non è morto (appunto perché affonda le sue radici in presupposti di ordine ideologico e non solo politico), va soltanto svelato (perché in parte camuffato) nelle forme nuove con le quali si sta manifestando.”
    .
    Concordo pienamente sulla latenza permanente del fascismo, con due aggiunte:
    1- le sue radici non sono solo ideologiche ma ancora più profonde: sono genetiche.
    2- perciò andrebbe denotato più precisamente come nazifascismo.
    .
    Ovviamente una mia simile affermazione (la 1) dovrebbe venire adeguatamente motivata. Lascio la cosa ad un possibile futuro.
    .
    Passo ora a considerazioni di ordine filosofico e più precisamente epistemologico.
    Con la filosofia di Preve mi trovo in accordo solo a macchia di leopardo e lo stesso dicasi con le argomentazioni e le tesi di Fabrizio Marchi qui espresse.
    .
    Lo stesso accade ovviamente (non solo a me) con un gran numero di pensatori e filosofi. Mi chiedo allora quale possa esserne la causa.
    A rigore, ogni tesi ed argomentazione singola, in quanto parto di una stessa mente, espressione di un pensiero unitario, dovrebbe essere correlata al tutto e quindi dovrebbe accadere questo: o si concorda su tutto o non si concorda su nulla, (salvo ovviamente dettagli marginali o affermazioni limitate).
    .
    Ma così non è. Accordo e disaccordo si alternano, si intrecciano, si mescolano in un groviglio di linee, segmenti, aree, dimensioni, di tal fatta che non si riesce a dipanarlo. A venirne a capo.
    .
    Mi chiedo allora se sia io incoerente, parziale, autocontraddittorio etc. o se lo siano gli altri, ovvero se lo siamo …tutti.
    .
    Se anche fosse così, come è probabile, potremmo/dovremmo tutti dire di sbagliare in qualche cosa. Ammirevole atto di umiltà collettiva.
    Ma ciò non risolverebbe (e di fatto non risolve) il problema che consiste nel trovare le falle, le aporie, le contraddizioni etc. in ogni posizione, (ovviamente per poterle eliminare): le mie, dunque, e le altrui.
    .
    Ovviamente mi preoccupo soprattutto delle mie contraddizioni, dei miei “aveuglement”.
    .
    Non ho trovato la chiave per risolvere l’enigma.
    E neppure so di qualcuno che l’abbia trovata.

    • Fabrizio Marchi
      2 dicembre 2014 at 20:04

      Sono d’accordo con Rino, anche perché, come noto, sono un convinto assertore dell’impossibilità di separare natura e cultura, cioè la condizione ontologica degli esseri umani dalle condizioni, da processi e dai contesti storici e culturali che vengono a crearsi di volta in volta .
      Gli esseri umani sono naturali e culturali nello stesso tempo e non si è mai dato un essere umano al di fuori di un contesto sociale, anche il più primitivo. Chi separa nettamente, sia da “destra” che da “sinistra” la natura dalla cultura commette, a mio parere, un errore interpretativo molto grande.
      L’uomo è un animale comunitario, uno “zoon politikon”, il che non significa che sia “buono” (come sosteneva qualcuno) per condizione naturale, o “cattivo” (come sosteneva qualcun altro) sempre per condizione naturale. L’uomo è un essere complesso, animato da passioni, pulsioni, spinte e controspinte spesso contraddittorie e altrettanto spesso irrazionali che deve però saper governare; e qui entra in ballo il logos, la razionalità, l’altra grande e fondamentale componente dell’umano.
      Questa premessa per dire che ha ragione Rino quando dice che il fascismo ha radici non solo ideologiche ma anche ontologiche (lui dice genetiche). Il fascismo cioè non è soltanto una forma storica e politica dell’agire umano, appunto storicamente circoscritta e determinata, ma affonda le sue radici n qualcosa di più profondo.
      Naturalmente qui si potrebbe aprire una discussione interminabile perché qualcuno potrebbe legittimamente obiettare (penso ad esempio proprio al filosofo Preve, ma certamente non solo a lui) che il fascismo è stata un’esperienza storica svluppatasi e affermatasi in una determinata fase storica e che ormai non ha più senso parlare di fascismo (e quindi di antifascismo) dal momento che quella stessa esperienza storica è morta. Io non sono ovviamente d’accordo sia sul piano storico politico (perché, come ho cercato di spiegare, ritengo che il fascismo si sia rinnovato, abbia cambiato volto e in parte, ma solo in parte, sostanza) sia sotto il profilo metastorico, come dice giustamente Rino. Certo, si potrebbe ora aprire un’ulteriore discussione (come quella sui concetti di destra e di sinistra) e cioè se sia possibile o legittimo anche dal punto di vista della concettualizzazione linguistica attribuire al fascismo un significato metastorico oppure sia necessario trovare altre modalità linguistiche per significarlo e per significare quelle componenti ontologiche o genetiche (che comunque non possono essere separate dalla cultura e dal contesto storico culturale per le ragioni che abbiamo detto; Lukacs parlava appunto di “ontologia dell’essere sociale”) dell’umano che producono il “fascismo” (lo scrivo in questo caso fra virgolette appunto per significare la questione) sia pure sotto forme politiche diverse e in diverse fasi storiche. Siamo consapevoli che uno storico o uno storicista doc inorridirebbe di fronte a quanto stiamo dicendo, ma tant’è. Preferisco allora dire, e forse è più corretto dire, che il fascismo è una delle modalità storiche e politiche attraverso cui hanno preso corpo e forma determinate spinte che a loro volta, si sono fuse con motivazioni e interessi sociali, economici e politici determinati. Come possiamo vedere, torniamo al nesso indissolubile fra natura e cultura. Naturalmente questo discorso non vale solo per il fascismo ma per tutto, quindi anche per il capitalismo, il socialismo, il comunismo e via discorrendo e, ovviamente, anche per le religioni.
      A differenza invece di Rino non trovo nulla di cui meravigliarsi nell’apprezzare alcuni aspetti di un autore e nel non apprezzarne altri. Trovo questo assolutamente normale, non ci leggo nessuna contraddizione e anzi ribadisco che non c’è un solo filosofo al mondo del quale condivido tutto al 100%.
      Condivido nella sostanza anche il commento di Armando che in ultima analisi è un invito alla tolleranza e a non assumere atteggiamenti dogmatici perché, proprio in virtù di quella complessità di cui sopra, in (io dico quasi…) tutte le ideologie o filosofie potremmo trovare degli elementi di condivisione.
      Vero, e raccolgo senz’altro l’invito ad un atteggiamento laico e non dogmatico. Tuttavia nella vita siamo chiamati, obtorto collo, a scegliere, e quindi ad assumere necessariamente una parzialità e ad assumerci conseguentemente delle responsabilità, con tutto ciò che questo comporta. L’inevitabile (altrimenti non saremmo neanche uomini e donne nel mondo) assunzione di una parzialità, che è insita nella scelta, può essere anche faticosa se non addirittura in alcuni casi lacerante, perché ci obbliga ad entrare nell’agone politico, prendendo appunto parte, né potrebbe essere altrimenti. Stare al mondo in modo consapevole significa operare costantemente delle scelte, scegliere cioè da che parte stare, anche quando si è consapevoli che la propria parte, in relazione dialettica con l’altra, non è “perfetta” (spesso non lo è per nulla) e contiene e sviluppa delle inevitabili contraddizioni.
      Stare al mondo significa scegliere, schierarsi. Anche se può costare molto, può essere lacerante, in tutti sensi. Si chiama Politica (quella con la P maiuscola, s’intende…)

  2. armando
    1 dicembre 2014 at 23:43

    Non credo ci sia una chiave per risolvere l’enigma di Rino. Non credo esista una teoria o un sistema di idee totalmente privo di contraddizioni o senza lati deboli sui quali sia attaccabile. Ogni teoria si sforza di accordare molti elementi “semplici” in un sistema complesso e unitario, ma la vita è complessa nella sua varietà di forme, non si fa mai afferrare compiutamente e una volta per tutte. Il che non significa affatto si debba rinunciare a cercare la verità e avvicinarla il più possibile. E’ il senso del filosofare. Ma se anche fosse possibile una teoria unitaria e priva di contraddizioni interne, questa sarebbe comunque fondata su alcuni presupposti che, se invalidati, la farebbero crollare dalle fondamenta. Ma anche in questo caso non vorrebbe dire che quella teoria non possa contenere alcune verità parziali, che se inserite entro un altro contesto rimarrebbero verità parziali ma con segno e utilizzazione diversi. Così, ad esempio, si può riconoscere che l’universalismo cristiano contiene una verità sull’uomo senza per ciò essere per forza credenti, e all’opposto è possibile riconoscere alcune verità nella teoria marxiana del capitalismo senza per questo dover essere marxisti per forza. Così che quelle verità parziali diventano funzionali a narrazioni diverse, che certo non sono tutte equivalenti dal punto di vista della verità ma delle quali nessuna può pretendere di contenere essa sola tutta la Verità. Anche perchè, e quì è l’aspetto più intrigante della cultura umana, l’una narrazione attinge sempre e necessariamente dalle altre, da quelle che la precedono e da quelle ad essa contemporanea. Ma non basta ancora, perchè è vero anche che da identici presupposti possono scaturire linee di ragionamento diverse che portano a diverse conclusioni. Sai meglio di me che la storia della filosofia è intessuta di fenomeni simili. Ed allora il meglio che possiamo fare, secondo me, è: 1) Credere che la verità esista 2)Sapere che difficilmente si farà afferrare in tutte le sue articolazioni 3)essere convinti delle proprie idee ma 4) ammettere che ci sarannno inevitabilmente aporie alcune delle quali non inficeranno l’impianto complessivo, ma che potrebbero essercene altre ben più gravi e 5)saper porsi in posizione di ascolto di quelle altrui per coglierne elementi di verità integrabili nel proprio discorso (e fin quì tutto normale)- Il problema nasce quando si riconoscono verità nelle idee altrui che non sono integrabili con le nostre. E’ il riconoscimenti di queste che costringe al salto di paradigma, come nelle scienze empiriche, anche se va detto che poichè, ad esempio, l’esistenza di Dio non è nè dimostrabile nè indimostrabile coi procedimenti delle scienze esatte, il problema rimane spesso irrisolto e irrisolvibile. D’altra parte, fosse facile, non esisterebbero nè la filosofia e alla fine nemmeno la cultura umana.
    Tornando all’argomento dell’articolo, tu dici che le radici del fascismo sono genetiche prima ancora che ideologiche. Non sono certo di aver compreso bene. Forse intendi che fanno parte della natura umana come, credo, le spinte opposte. Ossia dell’estrema complessità dell’uomo e dell’impossibilità di darne una rappresentazione monocolore.
    Se ho capito bene, allora il fascismo è solo un modo storico con cui quella tendenza genetica è emersa in un certo periodo, e poichè come fenomeno storico è tramontato, allora sarebbe più utile a comprendere la situazione odierna parlare di quelle radici, comunque le si definiscano, piuttosto che di fascismo in senso stretto. In questo caso l’uso di quel termine, che le nostre generazioni potrebbero (uso il condizionale non casualmente) ancora comprendere nel suo significato metastorico, per i più giovani potrebbe risultare incomprensibile quando non fuorviante. Un solo esempio. Quando le femen profanano piazza San Pietro oltraggiando la sensibilità di milioni di credenti, compiono un’azione intrinsecamente squadrista e fascista benchè fisicamente incruenta. Ma che possibilità hanno i più giovani di capirlo quando per fascismo si intende comunemente solo quello con le camice nere e i manganelli? E di esempi ne potremmo fare molti altri, di diversi colori.

  3. Vince
    2 dicembre 2014 at 1:18

    Non mi sorprende più di tanto ciò che sta avvenendo nello scenario politico-sociale, non solo europeo. Se, guarda caso, gli opposti poi alla fine si vanno ad incontrare nei punti nevralgici generando nuovi rimescolamenti, è perché i burattinai sono sempre gli stessi – non penso che ci siano dubbi in proposito – sono i soliti detentori di denaro e ricchezze. Più soldi hai più manovri… ed egregiamente ancor più quando ciò avviene nel segreto e nell’unità d’intenti che in parole povere si estrinseca nella spartizione del bottino. Alla fine del XIX secolo la Società Fabiana ne è l’esempio emblematico e non casuale di un sincretismo che non conobbe contrapposizioni almeno fin quando non ci si pestano i piedi o non necessitano nuove opposizioni. Per farla breve… dividi, crea caos su caos… dai l’illusione di un riordino, spingi da un lato e nello stesso tempo dall’altro lato dei contendenti per accorgerti di essere nel posto giusto di una strategia (oltremodo perfida) ma vincente. L’arcano per me sta nel DNA di questo mondo, fatto di carne e di spirito, di male e di bene, di amore e di odio che poi alla fine si incontrano e si fondono sotto i piedi del dio Denaro…

  4. armando
    2 dicembre 2014 at 20:33

    A Fabrizio dico che la mia non è tolleranza (termine che trovo orribile), ma, appunto, atteggiamento mentale aperto e non rigido/dogmatico. Vale sul piano culturale in primo luogo, ma ha riflessi anche su quello politico. In politica è certo che le scelte vadano fatte, anche nette e senza inciuci. Ma l’influsso di quell’atteggiamento mentale di cui dicevo, si ritrova puntualmente anche dentro le scelte nette. C’è modo e modo di essere comunisti, cattolici o liberali. Non mi spingo a dire anche fascisti per non far concentrare tutta l’attenzione su quel termine ancora scottante, eppure…. E per me è chiaro anche l’atteggiamento mentale non dogmatico affatto da decisioni politiche anche drastiche.
    Di Vince trovo molto stimolante l’ultima frase, dove afferma che il dio denaro è il punto di coagulo di molte cose, ben oltre la sua indubbia utilità. Il denaro ha, o sembra avere, un suo proprio valore simbolico, e il rapporto con esso non solo è lo specchio del carattere di ciascuno (senza distinzioni ideologiche) ma anche la cartina tornasole dell’essenza dei rapporti familiari, interpersonali etc. Credo sarebbe davvero interessante approfondire l’argomento.

    • Fabrizio Marchi
      2 dicembre 2014 at 21:01

      Si, sono d’accordo, volevo sostanzialmente dire quello che hai detto tu, un atteggiamento mentale non dogmatico, il che ovviamente, voglio ribadirlo, non può impedire e sarebbe sbagliato se impedisse l’assunzione di responsabilità della scelta (politica) che è doverosa, pur con tutto ciò che comporta, nel “bene e nel male”.

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