Sogno di una notte di mezza estate

C’è, ancora, un socialismo, nel nostro futuro?
Tutto ci porta a pensare di no. La parola è scomparsa dal vocabolario corrente. Salvo che nelle parole di odio dei suoi nuovi avversari. Rimane, forse, la carta da visita di qualche funzionario attempato o di qualche falso giovane: sempre nell’attesa di poterne esibire una nuova, magari più “in”e più “cool”. Scomparsi, anche, il proletariato industriale e la lotta di classe; e i “padroni”sostituiti dai “datori di lavoro”.
Ci ripetiamo, però, che l’antagonista deve esserci per forza: perché l’alternativa è la barbarie.
La barbarie di un mondo mai come oggi in grado di affrontare, gestire e risolvere i suoi e problemi e mai come governato da oggi classi dirigenti che, per stupidità se non per odio cieco lo spingono verso la distruzione.
La barbarie di un turbo capitalismo e di un mercatismo che, lungi dal rappresentare la “fine della storia”, appaiono insieme ingiusti e irrazionali.
La barbarie della società in cui viviamo; e in cui vediamo, giorno dopo giorno, dissolversi le basi stesse del nostro vivere collettivo: solidarietà, fiducia, speranza.
Ce lo ripetiamo; ma più per farci coraggio a vicenda che per intima convinzione. Perché lo spettacolo che vediamo intorno a noi è di generale passività di fronte a un disastro che incombe. Una passività nutrita di parole, di ipocrisie, di false coscienze e di politicamente corretto; dove i nostri sacerdoti continuano a pronunciare meccanicamente formule cui non credono più.
Ma forse non guardiamo nella direzione giusta. Ricercando oggetti, persone, formule, riti che hanno totalmente perso il loro valore. Perché il socialismo del futuro, quello che si manifesta, magari inconsapevolmente, nelle azioni di milioni di persone di buona volontà, sarà una Cosa del tutto nuova; ma che, per certi aspetti si richiamerà alle origini del movimento più che a quello che abbiamo conosciuto nel “secolo breve”. E che, soprattutto, si collocherà lungo discriminanti di fondo molto diverse da quelle ereditate dagli anni della sua maturità.
Sarà il ritorno dell’internazionalismo pacifista dei Jaurès e dei Turati. Insomma la convinzione che nessuno si può salvare da solo. E che c’è, tra tutti gli esseri umani, una comunità di destino.
Sarà il ruolo dirimente di questioni che travalicano i limiti delle classi e degli interessi settoriali: la sovranità, la democrazia, il potere; al dunque il diritto/dovere degli individui e delle collettività di vedersi riconosciuto la possibilità di costruire il proprio destino. E, in questa prospettiva, il ruolo decisivo dello stato e delle sue istituzioni.
Sarà, infine, e forse soprattutto, la consapevolezza che quelle che chiamiamo pomposamente le sfide del cambiamento non possono essere gestite dal mercato o da esperti a ciò delegati ma da una intelligenza pubblica e da un coinvolgimento attivo delle persone; pena la catastrofe.
E’ questo lo scenario del socialismo del futuro. In tutto diverso dal presente: sperimentale e non frutto di formule preordinate; nato in mezzo alla gente e non imposto dall’alto; delle persone e non di fantasmi costruiti a nostro uso e consumo; potenzialmente di tutti e non patrimonio di pochi; irriverente e non subalterno; nato dalla pancia e dal cuore e non da astratta razionalità; largo e fraterno e non dogmatico e settario; rivolto al futuro e non alla custodia, selettiva, delle memorie del passato; trasformativo e no soltanto redistributivo.
A questo punto, però, abbiamo il dramma, lo scenario e i personaggi. Ma la rappresentazione è da rinviare a data da destinarsi perché mancano sia gli attori sia il pubblico.
Vero. Ma non dobbiamo perderci d’animo per questo. Perché il dramma, prima o poi, verrà portato in scena. E questo avverrà nel giorno, non troppo lontano, in cui il degrado del sistema attuale, in una o in tante aree del globo, arriverà a livelli insopportabili e in cui infinite voci grideranno “ora basta”. E non per affidarsi a nuovi uomini del destino o a nuove rivoluzioni; ma per mettere le mani nel fango per costruirne, a pezzi e a bocconi, un altro.
Forse la nostra generazione non sarà presente a questo appuntamento. Ragione di più per sognarlo.

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5 commenti per “Sogno di una notte di mezza estate

  1. Gian
    29 luglio 2019 at 0:16

    Troppo ottimista. Io credo piuttosto che, visto il folle imbarbarimento delle generazioni giovani attuali, vedi i casi di Manduria, quando crollerà la società “occidentale”, l’alternativa sarà tra l’emigrazione in Cina o Russia o persino Africa, e la barbarie che si scatenerà nella società individualista.
    Si arriverà al cannibalismo, e non tanto per fame, ma per la depravazione morale cui è giunta la società “di mercato”…

  2. Giulio larosa
    29 luglio 2019 at 14:31

    I socialisti sono pochi e l interferenza è uno di questi pochi circoli realmente socialisti. Perché il socialismo torni protagonista l unica soluzione è di condannare e combattere il partito radicale di massa che oggi ha devastato il cervello e il profondo dell animo della sinistra. Faccio un modesto esempio. Oggi parlavamo di una ns conoscente che aspetta un bambino. Tutti a dire l importante che sia sano. Xché dico io se non è sano? Non eè meglio un innocente affettuoso down piuttosto che un pervertito criminale come certi, un deficiente degradato, avido, un vigliacco…. niente! Tutte le donne contente dell idea che se si scopre essere down si può abortire. Ma che gente è questa? Una di loro ha un cane sordo. Un cane sordo è l equivalente di un bambino down. Xché non fa abbattere il cane? Xche un bambino che non è figo va eliminato prima di nascere? Se si è socialisti non si può stare dalla parte delle benestanti signore progressiste x le quali l importante è che sia sano.

  3. armando
    29 luglio 2019 at 17:36

    Sono d’accordo sia con Gian che con Giulio Iarosa. L’esempio del cane sordo (e io amo molto gli animali) e del bambino down, centra perfettamente il nocciolo della questione. Nessun socialismo o equivalente concettuale se proprio non lo si vuole chiamare così, potrà mai rinascere se non vengono sconfitte la mentalità e lo spirito del “radicalismo di massa” che ha pervaso tutto o quasi l’occidente capitalistico, di cui peraltro è figlio più che legittimo. ma battere il radicalismo di massa significa sconfiggere il “progressismo”, e quindi assumere una forma mentis opposta, sia nei rapporti personali che in quelli sociali.

    • ndr60
      1 agosto 2019 at 9:12

      Accettare di mettere al mondo un figlio affetto da una patologia per definizione incurabile (almeno per ora) vuol dire prendere una decisione sia per lui/lei sia per la collettività che si farà carico del suo mantenimento, quando i genitori non ci saranno più. E, in tempi di azzeramento del welfare e di privatizzazione della sanità, mi sembra una preoccupazione più che legittima. inoltre, che un figlio diventi una persona affettuosa e tollerante o che uccida i genitori con una roncola poiché gli hanno negato il motorino dipende in gran parte dagli insegnamenti (e dall’esempio) ricevuti dai suoi educatori.

      • Giulio larosa
        1 agosto 2019 at 19:36

        Non ci siamo capiti. Anche un figlio devastato dalle droghe finisce x pesare sull assistenza pubblica. Comunque i down sono perfettamente in grado di lavorare e sono pressoché autonomi e richiedono meno allo stato sociale di un ubriacone molesto. Ieri signore comunque non esprimevano alcuna preoccupazione sullo stato sociale o altro ma una cinica e stupida eugenetica basata sul pupazzo figlio da mettere al mondo. Quanto all influsso della famiglia sui figli al massimo dei massimi può valere un 50 % dato che un bambino ed un un’adolescente stanno in famiglia poche ore al giorno mentre passano la loro vita a scuola, palestra, ecc..

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