L’overtourism è tra le emergenze di questi anni. La riduzione delle città a spazi “da consumare e da bere svela” il volto cannibalico del capitalismo che ormai sa solo distruggere e accumulare capitali. Il fenomeno si sta estendendo in molte regioni e città italiane ed europee con implicazioni plurali.
L’overtourism, sfatiamo un mito, non è “turismo democratico”. I turisti che si avvicendano come una fiumana nelle città seguono percorsi preordinati dalle multinazionali del turismo che vendono pacchetti standard. L’autodeterminazione del turista è minima e la pianificazione è delegata agli esperti che con le loro “campagne mirate guidano alla scelta”.
Se l’iperturismo può concretizzarsi in tutta la sua potenza è grazie alla congiunzione dello sfruttamento degli operatori e dei dipendenti che lavorano nel settore del turismo e allo sfruttamento abitativo delle città. I dipendenti del settore spesso sono stranieri sottopagati e, questo contribuisce ai pacchetti economici e accessibili a molti.
Le città sono diventate alberghi diffusi, in cui si affitta per brevi soggiorni il patrimonio abitativo. Gli affitti per famiglie e singoli sono diventati impossibili. Le case offerte per affitti lunghi sono in quantità minima e, dunque, per la legge del mercato che determina il valore in base alla quantità, gli affitti sono esorbitanti.
E’ in atto una deportazione silenziosa di intere comunità. Specie nell’Italia del Sud le comunità continuavano ad esistere e resistere con la loro lingua e con la ritualità tradizionale. Con l’iperturismo si è voluto dare il colpo finale alle comunità e imporre l’atomistica della disperazione. Le città sono irriconoscibili. I turisti sciamano e senza averle conosciute si spostano nervosamente da un capo all’altro della stessa con le bici, con i trenini per turisti e con le guide. Tra i mezzi più odiosi il rickshaw a pedali, un triciclo guidato spesso da giovani di colore, che sembra riportare le nostre città in una dimensione sociale regressiva sconosciuta “da piantagione”.
Le classi medie sull’orlo della proletarizzazione ristrutturano e affittano locali e appartamenti ereditati. Non più classi produttive, si convertono, se possono, alla rendita. Tale economia parassitaria è incoraggiata dallo Stato e dai Comuni devoti, come sappiamo, al liberismo senza freni, pertanto le leggi favoriscono l’uso di appartamenti, anche al limite dell’abitabilità, per gli affitti brevi.
Salari e stipendi bassi, affitti da strozzini e costo della vita insostenibile producono la distruzione delle comunità che si tinge di rabbia impotente, perché non si ha alcuna rappresentanza politica. La metamorfosi è tale che la produzione dei beni è abbandonata per l’economia parassitaria. Le città si dotano di “ramba” viali, in cui scorrono “umani ansiosi di consumare e indifferenti verso gli effetti sociali e politici dell’ingranaggio in cui sono integrati”.
L’Italia è in piena trasformazione e riconversione violenta. Le comunità sono sostituite da un turismo che non porta idee, ma lascia le sue impronte indelebili. Tutto accade e, non sembrano elevarsi voci dissenzienti in una nazione omologata e che “pare” senza speranza.
Lo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, in Spagna a Madrid, sfrattata dalla sua casa dopo 71 anni e la successiva morte in ospedale è solo un episodio, o meglio una tragedia, strettamente collegata alla riqualificazione delle città divenute “mangiatoie per turisti e per i proprietari di case. La casa era stata acquistata dalla società immobiliare (Urbagestión). Privati e società immobiliari sono divenuti con ragioni differenti la tenaglia che incombe sulle città e sulle esistenze dei più fragili.
Si sta innescando un processo di distruzione e di violenza che non sappiamo a cosa condurrà, tanto più che la speculazione edilizia, spostatasi anche nelle periferie, vende gli appartamenti a prezzi impossibili. L’indebitamento del ceto medio sale, mentre i precari precipitano nella povertà reale e anonima lontani dalle comunità d’origine. Su tutto questo, specie in Italia, vige il silenzio, in quanto le case per affitti brevi sono l’ammortizzatore sociale concesso alla piccola borghesia e fonte di introiti senza limiti per le società immobiliari. Tutto sembra nel segno di una decadenza inarrestabile e dolorosa fino alla tragedia. Roberto Terroso ha descritto nei suoi studi l’alienazione e mercificazione totale dell’overtourism:
“La realtà normalizzata è divenuta il marchio del turismo che tutti conosciamo. Oggi però si sta andando oltre, nel segno di un’esperienza che è mercificata in sé stessa. Inoltre tutta l’attività turistica è completamente riassorbita nel business tanto da trascurare ormai il vecchio riferimento ai monumenti in nome dell’esperienza emozionale. Cerchiamo di chiarire questi punti. Il Grand Tour era basato sull’educazione. Le persone potevano finalmente vedere dal vivo ciò che avevano a lungo studiato. Questo momento di incontro era così carico di emozione che nel caso di alcune opere esso comportava la cosiddetta sindrome di Stendhal. Questo incontro con le opere e il loro ambiente costituiva un’ulteriore maturazione dal punto di vista di questa Bildung. Nel turismo moderno invece si cerca l’emozione senza l’educazione. In questo modo il soddisfacimento di questo desiderio non è dato più dal monumento o dalla veduta, bensì da un qualsiasi meccanismo di intrattenimento sul tipo delle attraction dei luna park ”.
Siamo dinanzi ad un fenomeno estremo e speculare alla violenza del “capitalismo assoluto”. Troppe poche sono le voci che si alzano dinanzi ai pericoli sociali ed estetici di un fenomeno che aliena e distrugge senza nulla produrre nel campo culturale, estetico, politico ed economico. L’iperturismo non è solo un affare sulla pelle degli ultimi, ma è un mezzo per disarticolare ciò che resta delle comunità e sostituirle con il flusso ininterrotto di capitali attraverso “la mercificazione dell’esperienza turistica”.
Fonte foto: https://www.globalbrandsmagazine.com/overtourism-impact/ (da Google)