La violenza è un linguaggio della politica. Lo è sempre stato. L’oppressione, quando non esistono strumenti di rappresentanza istituzionale del dissenso, si contesta con le barricate. Esse non necessariamente esprimono un’elevatissima coscienza politica e perlopiù, nel corso della storia, esclusa la fase dei grandi partiti di massa, si muovono spontaneamente, senza una vera organizzazione.
La violenza è stata espulsa dal dibattito perché il capitalismo ha deciso, dalla fine dei Settanta, di porre fine all’esperienza democratica. Le prediche laiche sulla non violenza, sul gandhianesimo, sulla resistenza passiva, prime argomentazioni della sinistra innocua e partecipativa, servirono a comprimere le capacità di mobilitazione delle classi subalterne che dovevano starsene zitte e buone ad accettare, con entusiasmo partecipativo, la globalizzazione e la ricerca dell’imprenditore che è in ognuno di noi.
La violenza è una risposta alla crudeltà capitalista. A maggior ragione ciò è ancor più vero se si fa riferimento al sistema neoliberale. Pian piano, negli ultimi quarant’anni, è stata smantellata la società, è stata disintegrata la sicurezza. Ancora oggi, una classe di super ricchi dalle movenze aristocratiche, impone austerità con la guerra alle porte, con un’economia di guerra già in fase avanzata, e togliere la percezione del futuro al popolo è un atto violento; è l’atto violento per eccellenza.
La violenza, quando non è conseguenza di un disegno strategico, quando non è partecipata da un consenso generale, è assolutamente permeabile, può essere manovrata e infiltrata. Ma ciò non toglie sostanza alla legittimità della sintassi. Quando si distruggono negozi si sceglie un simbolo della tracotanza classista, si individua un campo elementare di azione, facilmente comprensibile.
Un grado di coscienza più profondo lo sta raggiungendo la Francia, perché è l’unità delle lotte a spaventare i demiurghi del libero mercato e i grandi azionisti affamati di profitti trimestrali. Studenti, sindacati, i piccoli autonomi dei gilet gialli. Il capitalismo è da sempre terrorizzato dall’avanzata di un blocco sociale capace di produrre un blocco storico contro-egemonico in un contesto conflittuale. La violenza delle piazze non è che una delle espressioni del conflitto. Ma è solo attraverso il conflitto che si potrà costruire una democrazia sostanziale con orizzonti socialisti.
Il totalitarismo liberale, con la sua retorica scenograficamente democratica, non può permettere di esprimere questa conclusione politica. Il conflitto nei nostri regimi va mortificato, va anestetizzato, va disilluso. Il fragile consenso di cui godono i dignitari del libero mercato poggia le basi sull’euforia del consumatore appagato dallo Spettacolo. I conflitti possono essere solo orizzontali o quelli che discutono di forme culturali, di emancipazione psicoanalitica. E potranno essere esposti solo all’interno di due contenitori speculari nella loro impoliticità: il centro-sinistra e il centro-destra. Una ripetizione dell’identico massacrante, inaffondabile, ignifuga a qualsiasi evento storico. Così ragionano le nostre liberaldemocrazie.