Disagio psichico e democrazia

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Il disagio psichico ha raggiunto vette record nel mondo occidentale. Già negli Stati Uniti, punta di diamante del capitalismo consumistico globale e patria del consumismo, è considerata un’ “emergenza”, benché tutto sommato “normalizzata”, l’overdose da pain killer (farmaci antidolorifici su base oppioide). A questo, si aggiunge l’iperconsumo di psicofarmaci. Probabilmente, il fenomeno ancora più rilevante non si è ancora del tutto manifestato: riguarderà le dipendenze tecnologiche, la cui gravità sono le meno misurabili e anche le più sistemiche e, in quanto tale, difficili da affrontare.

Le cause sono tante e quelle politiche, sociali ed economiche sono ovviamente fondamentali. La ECity (città elettronica) globale è costantemente attiva nell’erodere lo spessore delle identità e potenziare la dimensione del precario e del contingente. I processi di sradicamento globali procedono senza sosta nella direzione di un iper-individualismo nel quale i vincenti sono pochi e i perdenti masse sterminate e, a volte, interi paesi. Non credo occorra sottolineare in quale misura la dimensione del precario e del contingente (o dell’eccezione elevata ormai a norma), e la logica della competizione neoliberista, possano incidere sulla coscienza dell’uomo e sui processi di formazione della personalità.

Peraltro, e rimanendo all’interno dei paesi occidentali, sembra che la situazione sia fuori controllo anche per professionisti e benestanti. Non è certo che le persone si rendano conto dello sforzo psicofisico necessario per correre verso standard professionali che permettano di stare sul mercato. La verità è che questa nuova schiavitù sta producendo dei veri e propri disastri psichici. Presto, non riusciremo più a consolarci affollando le sale d’attesa di nutrizionisti interpellati come fossero maghi, e neppure riusciremo a tirarci su attraverso la pratica di sport compulsivo, viaggi-fuga, acquisti automatizzati indotti dal mimetismo sociale.

 

Grazie ai media e alle loro sconfinate possibilità manipolatorie, la società è fondata su una mercificazione che ormai riguarda anche gli esseri umani. L’assolutizzazione e la “naturalizzazione” del mercato, ossia l’ideologia neoliberista, sfocia inesorabilmente in stati di depressione generalizzata. L’infelicità è il frutto, amaro ma inevitabile, dello  sforzo di adeguamento ai modelli imposti e dalla delusione laddove non si riesca nello scopo. A fronte di ciò, la società della frustrazione di massa promette un rifugio nella forma del cosiddetto progresso scientifico e dei suoi ritrovati chimici. Sostanze psicotrope che non bastano mai e che rimandano le incombenti questioni legate alla sofferenza psichica, a volte le potenziano, ma certamente non le risolvono. L’insoddisfazione dipende strettamente da speranze deluse rispetto ad un mondo nel quale soldi e successo rappresentano mete irrinunciabili perché reputati viatico verso la salvezza dall’abisso dell’esclusione. Inoltre il disagio psichico è da porre come conseguenza diretta dell’incapacità da parte di soggettività rigide di piegarsi, accompagnando naturaliter lo svolgimento dell’esperienza. Non stupisce neppure che, in ambito sociale, prevalga il cinico “così fan tutti”: nell’atmosfera generale di inadeguatezza e di insoddisfazione, non si ha tempo se non per pensare al proprio “particolare”. L’indifferenza e l’astio nei confronti del vicino è ormai sistematico. Come già affermato da Tocqueville a proposito delle società democratiche al loro stato nascente, l’invidia è la passione dominante dell’Homo democraticus. In questo orizzonte, in un tempo di guerre fra poveri, diviene impossibile comprendere che siamo tutti servi di un modello economico sociale che ha prodotto sfruttamento, degrado sociale e ambientale – per non parlare del crollo verticale della solidarietà e del senso di comunità.

 

I problemi legati alla soggettività e alla sua formazione non si fermano qui: non può infatti esistere un’adeguata costruzione del soggetto che non nasca all’interno di un con-testo sociale. Lo sviluppo della soggettività passa inesorabilmente attraverso l’esperienza vivente con altri esseri umani: soltanto in tal modo, le soggettività stesse possono essere fluide e costantemente in movimento. In una fase storica che vede sempre più protagonista l’interazione uomo-dispositivo elettronico, invece, l’identità umana rimane rigida ed incapace di formazione e tras-formazione. Si ha a che fare con regole eteronome fissate da una macchina. Ci si abitua ad un rapporto in cui i soggetti prendono dal mondo soltanto ciò che desiderano in un determinato momento. In tal modo, però, non si cresce ma si rimane sempre gli stessi: rispetto alla macchina, infatti, non esiste la necessità di mutare noi stessi per farci accettare, capire (cognitivamente ed emotivamente), e per vivere le necessarie interazioni che caratterizzano i gruppi umani.

Come si vede, la situazione è esattamente opposta a quella descritta da coloro che intravedono nel contemporaneo una tendenza irresistibile verso un’identità liquida, aperta e magari fluida. Quella di cui stiamo parlando non è affatto un’identità liquida, bensì un’identità legata, irrigidita, tutto sommato dipendente e poco flessibile rispetto alle inevitabili fluttuazioni dell’esistenza.

 

Stiamo parlando dunque degli esiti estremi della patologizzazione della società (e della socializzazione della patologia) che caratterizzano un mondo non più retto da criteri umani ma interamente dominato dal progetto di trasformazione artificiale dell’uomo e dall’impersonalità della tecno-finanza. La convinzione che abita nell’inconscio della società capitalistica post-industriale ritiene che l’essere umano vada ottimizzato e migliorato nella sua “usabilità”. Ridotto cioè a mera potenza di calcolo: macchina desiderante e produttiva. Ci avviamo verso la sovranità di un apparato che algoritmizza (magari in maniera chimica) anche le passioni umane e le emozioni. In seguito ai disagi prodotti da questo nefasto progetto, vengono proposte panacee dietro cui si nasconde un disegno di “normalizzazione” della società.

 

È chiaro che un essere umano di tal fatta non è che uno zombie che può sopravvivere soltanto grazie ad appoggi terapeutici. Tali sostegni tuttavia, come detto, soprattutto quando si risolvono in psicofarmaci e nuove dipendenze accentuano problemi già gravi anziché risolverli.

 

Le lotte operaie e i movimenti giovanili nati negli anni ’60, benché inspirate dalla giusta rivolta contro l’autoritarismo e lo sfruttamento, non hanno saputo/potuto/voluto edificare una visione del mondo alternativa realmente emancipato. In tal modo, le battaglie contro una modernità rigida e autoritaria hanno creato uno spazio vuoto entro il quale è penetrato, senza incontrare resistenza alcuna, l’uso ampio e pervasivo di nuove e più forti “dipendenze”: da ciò, è emersa la società che vediamo oggi, composta da uomini e donne incapaci di sostenere senza “supporti chimici”, o pesi economici e materiali, più o meno invasivi, l’incombenza del nulla che abbiamo costruito.

 

Dopo un formidabile lavoro di addottrinamento teorico (l’ideologia della libertà tipica del neoliberismo) e di produzione di soggettività addomesticate da quella stessa ideologia, ciò che residua è soltanto un (post)individuo inteso come un essere dotato di sensazioni, desideri e bisogni da appagare attraverso il mercato. In buona sostanza, il post-modernismo si presenta come un superamento delle grandi narrazioni mentre, invero, nel suo progressismo falso e ipocrita, nel ritenere di fatto immutabile l’esistente, nel suo dogmatismo rigido e immobile cioè, diviene esso stesso uno dei più rilevanti scandali ideologici della storia moderna.

 

Da questo contesto politico-culturale, emerge la società di massa così come oggi la conosciamo. Se è vero infatti che le masse occidentali nascono già con la modernità, è altrettanto vero che quelle attuali appaiono sensibilmente diverse, poiché non hanno più alcuna forza ideale che le disciplini in partiti strutturati e in organizzazioni solide. Le masse nate dal ’68 e affermatesi negli anni ’80 non sono altro che un’unica, immensa massa globale. Il mondo contemporaneo non può più essere pensato, infatti, come l’epoca in cui regnava una struttura politica cementata da un ideale e/o da un progetto. Oggi esistono soltanto solitudini, oscillanti incessantemente da un’emozione all’altra, più o meno appaganti, più o meno frustranti: tendenzialmente senza memoria e senza futuro. Solitudini collocate davanti all’impegno ineludibile di affermare un sé-stesso costruito sulla base dei modelli della società capitalistica. C’era una volta un individuo fuso nell’anima di una massa di cui condivideva presupposti e progetti. Ciò che oggi rimane è soltanto un individuo solitario collocato davanti ad un display – alla ricerca dell’appartenenza perduta.

 

Bisognerebbe cambiare strada. La cura è radicale quando penetra in maniera altrettanto radicale nelle cause del male che intende affrontare. Non si cambierà strada, evidentemente, utilizzando cure e farmaci tesi a contenere il dolore ma non a superare, effettivamente, le patologie psichiche che hanno una profonda radice sociale. Per farlo, è necessario affrontare criticamente i modelli di soggettivazione neoliberisti, ossia mettere in questione anzitutto le condizioni di vita e di lavoro disumane che si sono imposte nel nostro tempo storico. Insomma, si tratta di combattere contro una vera e propria visione del mondo alla ricerca d’una alternativa che dovrà essere necessariamente e radicalmente diversa – e che non può trovare nel passato appigli sufficienti.

È evidente, tuttavia, che quanto più sarebbe necessario un cambio di rotta, tanto meno ciò sembrerebbe possibile. Dobbiamo confessarlo senza riserve: con la consumazione della fase storica connotata dai partiti tradizionalmente moderni, caratterizzati da una sinistra effettivamente progressista, internazionalista ed egualitaria e da una destra nazionalista e gerarchizzante, ci ritroviamo oggi il caos costruito dalla peggiore classe politica della  modernità. Quest’ultima, evidentemente maneggiona e ignorante, è ridotta ormai ad una pattuglia di servi della tecno-finanza dipendente totalmente dai diktat delle oligarchie e dei potentati finanziari. A parte qualche piccola formazione che prova, fra mille difficoltà, a far emergere qualcosa di critico, ma di cui sappiamo già da ora l’assoluta irrilevanza nazionale e internazionale, la classe politica ha perso qualsiasi differenziazione interna ed appare contestualmente priva di qualsivoglia ideale che presupponga lungimiranza. Essa appare certamente compatta nel sostenere le “mirabili e progressive” sorti dell’umanità, fa mostra indubbiamente di dividersi su temi “a basso costo sociale”, ma è segretamente concentrata soltanto sul proprio successo e sulla propria poltrona. Per quanto riguarda i media, inutile pretendere informazione critica: sono troppo presi a favorire le personalità politiche che i propri padroni e padroncini hanno chiesto di sostenere in vista dei propri vantaggi.

 

In un orizzonte simile, in un tempo in cui chi sta male rimane solo, e chi ancora possiede un poco di forza fa di tutto per non cadere nel precipizio di chi sta male, ossia la NoCity del degrado e dell’esclusione, com’è possibile affrontare adeguatamente il diffusissimo problema del disagio psichico? Peraltro, il fenomeno dell’astensionismo significa nient’altro che l’aumento del senso di frustrazione di cittadini che si sentono realmente impotenti a cambiare qualcosa. Sembra che una parte degli elettori (che si avvia a diventare maggioritaria) scorgano nella politica soltanto un apparato invasivo e minaccioso contro cui non si può combattere. In questa luce, le elezioni si riducono ad una farsa che può cambiare poco o niente sul piano delle scelte politiche e sociali concrete.

In questo quadro, certo non particolarmente consolatorio (ma chi dice che le analisi politiche lo debbano essere?) s’intravede un orizzonte oscuro. A me sembra, infatti, che identità rigide, non abituate all’esperienza vivente, ridotte a nient’altro che un prolungamento umano di flussi di bit, e comunque da questi ultimi dipendenti, non possano creare affatto un terreno di coltura adatto ad una società democratica. Molto diversamente, temo che il nostro sistema economico, politico e sociale stia costruendo la rigidezza del totalitarismo piuttosto che l’apertura accogliente della democrazia.

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