La dialettica ci insegna che la parte dev’essere riportata alla totalità strutturale da cui emergono le forze produttive. Queste ultime con il liberismo non sono solo umane, perchè nel tempo attuale assistiamo alla sostituzione graduale di ampi strati della popolazione lavorativa con l’IA. L’umano e tutto ciò che ha significato la parola “umano” è sotto attacco pianificato. L’IA in questo contesto non è semplice mezzo tecnologico, è “il mezzo con cui la lotta di classe dei padroni si esplica e si materializza nel quotidiano”. L’in sé, e questo è il vero dramma, non diviene per sé. I sudditi usano l’IA gestita dalle multinazionali per sorvegliare ed estrarre plusvalore, i dati con cui sorvegliare, conoscere e condizionare i “sudditi”. Ogni gesto tecnologico, anche un selfie o un’immagine banale, diviene materiale da cui astrarre informazioni per consolidare il controllo e la sorveglianza dei sudditi. Durante le 24 h del giorno si è sottoposti ad un controllo tale, quasi sempre inconsapevole, che realizza il detto evangelico presente nel Vangelo di Matteo (capitolo 10, versetto 30) e nel Vangelo di Luca (capitolo 12, versetto 7) secondo cui Dio conosce quanti capelli abbiamo in capo. I padroni hanno il loro dio di materia e sangue, con cui sorvegliano i lavoratori sempre e con il loro “libero consenso”. Sul lavoro e fuori l’IA è il mezzo divino con cui i lavoratori sono integrati in modo impalpabile nella sorveglianza digitale. L’IA è un furto, poiché si nutre del lavoro cognitivo e del quotidiano dei subalterni e restituisce loro solo prigione digitale e mutazione antropologica secondo gli interessi del mercato e delle oligarchie. Le informazioni estratte non sono utilizzate solo per sorvegliare, ma sono fonte gratuita di conoscenza che nutre l’industria militare. La rete digitale che si estende nell’infosfera diviene parte di un chiaro disegno di “inclusione digitale” che conduce l’umanità tutta nel grembo gelido dell’IA. La cattiva madre dell’IA controlla, rassicura, si sostituisce fino ad infantilizzare le masse omologate che si offrono come “bimbi all’IA” incapaci di “pensare autonomamente”. L’IA attacca la definizione e la peculiarità umana dell’intelligenza, quale capacità di “divergere dalle opinioni imposte”.
La vita interiore è così estroflessa;
un essere umano senza la profondità del pensiero e il coraggio dell’autonomia
critica e della prassi è il suddito perfetto da coltivare nei laboratori
istituzionali: scuola, università, accademie ecc. dove l’IA è usata in modo
massiccio senza conoscerla. L’Università di Modena ha codificato e regolarizzato
l’uso dell’IA anche per “produrre tesi di laurea”. L’IA è dunque un operatore pedagogico,
apparentemente neutro, dietro la cui maschera si celano gli interessi delle
multinazionali. Il tema dell’inclusione è uno dei dogmi culturali e pedagogici
del liberalismo. La parola inclusione è utilizzata quale mezzo di propaganda
per mascherare scelte aziendali e capitalistiche come democratiche e per
tacitare i dissenzienti, giacché solo un essere antidemocratico e ostile
all’umanità potrebbe essere contrario all’inclusione. Con tale propaganda i
dissenzienti sono zittiti e posti ai margini della vita culturale e, nel
contempo, coloro che sono per l’inclusione indifferenziata nel “migliore dei
mondi possibili e specialmente nell’unico possibile” sono nei fatti
discriminati. Si include e si discrimina, tale ritmo censorio non è mai colto,
poiché è già il segno della profondità del male.
Con l’IA “i padroni della parola” filtrano le informazioni con i programmi e censurano “le parole non conformi al politicamente corretto”. Solo la critica cerimoniale è ammessa. Chiunque osi pensare in modo critico il dogma dell’inclusione è guardato con sospetto e marginalizzato, le sue parole sono niente, poiché sono respinte in modo meccanico e immediato. L’inclusione è il dogma che neutralizza la contestazione, poiché non si può contestare una società inclusiva che consente a ogni differenza di esprimersi sul mercato della diversità, purché si taccia sullo sfruttamento, sulla mercificazione delle vite, sulla precarietà erotica con annesso depopolamento programmato, su un regime pensionistico semplicemente disumano e sull’iniqua e scandalosa distribuzione delle ricchezze. Il pedaggio da pagare per l’espressione, all’interno dei confini del capitalismo delle differenze, è l’accettazione sovrana delle contraddizioni rese fatali e inemendabili. Nella società inclusiva le pulsioni sono “libere” e sono sganciate dall’etica e dalla progettualità, sono materialità primitiva e meccanica da scaricare, mentre la mente è, invece, nella gabbia d’acciaio del pensiero unico. L’alternativa reale al sistema è resa impensabile mediante il terrore orchestrato dello stalinismo e del fascismo sempre alle porte che bussano per privarci della società inclusiva, per cui bisogna solo accettare e ringraziare “il dio mercato” con i suoi dogmi.
Ma c’è molto di più, l’inclusione è
tecnica in senso heideggeriano. L’IA è installata nei soggetti, essi sono parte
del corpo digitale dell’IA. L’organizzazione della società a misura di mercato
è fondata sulle leggi dell’economia liberista e sul connubio tra sorveglianza e
persuasione perenne mediante tecnologie e apparati mediatici. Gradualmente
l’organizzazione diventa una rete avvolgente e asfissiante che penetra nella
psiche conquistandone i pensieri mediante l’immissione del lessico
“politicamente corretto” e disciplina il corpo reso mezzo per produrre,
consumare e godere rigorosamente in solitudine, poiché l’altro è sempre un
mezzo e mai un fine con cui disegnare progettualità etiche. Tale pianificazione
mediante l’organizzazione tecnica e ideologica raggiunge il suo completamento e
senso nella Grande Madre. L’inclusione è simbiosi, pertanto è accostabile
all’archetipo junghiano della Grande Madre, la quale include al fine di
impedire l’autonomia del soggetto e l’esplorazione di altre possibilità
organizzative. L’attacco alla figura del padre nel suo significato materiale e
simbolico è evidente. Il padre libera il figlio dalla simbiosi materna causando
dolore al fine di creare il nuovo e di progettare nuove realtà relazionali.
La ferita della crescita e la perversione della Grande
Madre
L’intero sistema si fonda
sull’edonismo e promette di non recare alcuna ferita. La vita come distacco
generativo è condannata, essa dev’essere sempre e solo piacere e protezione,
per cui l’infantilismo deve regnare. La derealizzazione porta a gesti estremi.
Il piacere è regressivo per cui la morte è rimossa, la vecchiaia anche e
l’impegno è considerato sempre aleatorio, in quanto connesso esclusivamente al
piacere personale. Dalla simbiosi inclusiva si genera solo la morte. Si esclude
la possibilità di procreare biologicamente e intellettualmente, poiché ciò reca
fatica e, specialmente, la Grande Madre potrebbe intervenire con conseguenze
terrorizzanti, o meglio essa non interviene, in quanto l’abitudine al desiderio
personale divenuto diritto destabilizza i caratteri e li rende pavidi e
vigliacchi. Il sistema, dunque, ha ucciso il padre e il maschile, questi sono
tollerati solo se si dedicano a produrre reddito e a imitare la Grande Madre
con la sua pedagogia inclusiva. Il padre è stato abbattuto, poiché ha il
compito naturale ed etico di infliggere la ferita, come detto, del distacco
dalla madre, in modo che il figlio possa cercare nuovi percorsi e progettare da
autonomo la sua esistenza mediante la famiglia e nella comunità. L’assassinio
del padre coincide con la morte di Dio, pertanto tutto è relativo e tutto è
possibile. In tale contesto anche la madre è offesa e mutila, poiché la sua
funzione è complementare a quella del padre. La madre nutre, cura e difende la
vita, mentre il padre consente di nascere liberamente al mondo. L’abbattimento
del padre nella caccia ideologica realizzata ha sostituito la madre con la
Grande Madre dell’organizzazione inclusiva. Si tratta di una madre perversa,
poiché ha sostituito la cura premurosa della madre con il controllo e il potere
assoluto sugli inclusi. Le madri, esattamente come i padri, in tale contesto
sono esseri neutri nel genere, poiché le loro esistenze devono essere
finalizzate al produttivismo e all’eterna giovinezza da comprare con attività
ginnica infinita, con l’industria cosmetica e con la chirurgia estetica. Nelle
città è impossibile non imbattersi nei forzati della salute e le medesime
realtà urbane sono un invito all’attività ginnica. L’IA misura i passi, conta i
respiri e i battiti. Si è sempre e comunque degli oggetti da cui astrarre dati
per controllare salute, orientamento affettivo e opinioni. La vita è libertà di opinione e di esplorarazione.
L’Odissea è l’archetipo della libertà. Con l’IA tutto è programmato e
trasformato in dato da usare per conoscere i sudditi, in ogni attività, e
prevenire eventuali divergenze. La vita si muta in morte, poiché la vita come
generazione e cura che prepara la propria morte permettendo ai nuovi nati la
naturale e umana sostituzione è negata. Il mito dell’immortalità che si fa
strada all’ombra della morte della Grande Madre reca con sé la morte di una
civiltà millenaria con la sua sterilità voluta e indotta con cui si respinge la
morte, in quanto ogni nuovo nato ci rammenta la nostra morte. La Grande Madre
con la sua organizzazione tecnocratica potrebbe essere il punto finale della
fine della civiltà occidentale. Forse è il primo caso di una civiltà che
organizza il proprio suicidio e legalizza la cultura della morte come atto
supremo per respingerla non potendola dominare realmente e sostituirla con
l’immortalità. Il delirio di onnipotenza, abbattuto ogni limite etico, politico
e religioso non può che portare a una conflittualità perenne e a una serie di
guerre suicide.
Guerre e Grande Madre
La rottura dell’equilibrio tra il
maschile e il femminile è foriero di violenza, e tale violenza ormai palese è
coperta con il Velo di Maya dell’ipocrisia delle parole. La parola prima è
“inclusione”, parola ossessiva e compulsiva onnipresente in ogni discorso e
scelta, poiché se si include non vi possono essere contestazioni e, dunque, si
può procedere senza limiti e confini. Capitalismo e Grande Madre tecnocratica
sono un corpo unico, sono il mostro policefalo che la critica radicale deve
svelare nella sua verità. Naturalmente l’inclusione non può essere autentica,
poiché dove regna la corrente glaciale della morte non vi può essere autentica
inclusione. La Grande Madre è una parvenza di madre, è il volto perverso della
maternità, poiché infantilizza, spinge alla mortale competizione i suoi figli
per tenerli al suo guinzaglio e impedisce loro di crescere e diventare “padri e
madri” a livello materiale e simbolico, giacché per essere padre o madre non è
necessario generare un figlio, ma è fondamentale “sostenere le vite nel loro
percorso di generazione e di autonomia”. L’IA è il volto penetrante e astratto
di una “Grande Madre” matrigna che, mentre rassicura, divora e addestra ad
obbedire ai valori delle classi al potere.
Nelle scuole la Grande Madre ha la sua espressione più completa e dunque è l’istituzione in cui essa si mostra pienamente. L’inclusione è ottenuta trasformando la scuola in istituzione erogatrice di promozione e voti sempre attenta a soddisfare il desiderio del cliente. Vedasi in Italia il caso dei cento e lode alla maturità. A scuola mentre si include, si insegna la competizione, la lotta e l’agonismo imprenditoriale. Si include per formare i futuri sudditi a immagine e somiglianza del potere. La Grande Madre non è madre, pertanto inganna, in quanto persegue il potere. Il desiderio deregolamentato costantemente utilizzato per strappare un facile e irriflesso consenso è la via che conduce alla chiusura alla vita. Il desiderio senza scambio simbolico chiude in una atomistica dell’indifferenza nella quale il godimento onanistico e decerebrato conduce alla derealizzazione e alla morte della vita politica. Le comunità sono solo aziende dove si comprano desideri e nelle quali si muore in solitudine. La proliferazione delle “case del commiato” è parte di un sistema di negazione della morte e del rifiuto della vita dal concepimento alla sua fine. Nulla è più menzognero che la lettura della crisi demografica causata da “condizioni economiche non ottimali” per generare. La causa reale è il desiderio narcisistico idolatrato, pertanto non c’è spazio per relazioni di dono. L’inclusione nel mondo della Grande Madre esige la rinuncia alla natura sociale e politica dei suoi membri. Il pensiero dev’essere neutralizzato, in modo che la Grande Madre sia eternizzata e a-storicizzata. Le famiglie sono ormai quel che resta di una comunità famigliare, in quanto i genitori, quando vi sono, sono ormai adolescenti accecati dal desiderio e pronti a soddisfare senza filtro i capricci dei figli. L’aggressività non è contenuta o sublimata, ma regna sovrana nel sistema della Grande Madre. Le pulsioni sadiche non sono controllate, dato che i padri che avrebbero il compito di insegnare ai figli a contenerle sono scomparsi, la conseguenza è una violenza generalizzata e distruttiva che si propaga in modo angosciante tra patologie e lotte darwiniane. Molte patologie che nelle scuole si riscontrano hanno la loro causa nel vuoto famigliare e nella deregolamentazione pedagogica. Se non vi sono regole ma solo desideri l’attenzione non può che scemare, il disagio relazionale non può che aumentare per il diffuso narcisismo e l’irrequietezza motoria diventa sovrana. Si deve constatare un progressivo decadimento dell’azione paideutica, in quanto genitori, docenti e pedagogisti e, si potrebbe continuare, sono i migliori custodi dell’esercizio della tecnocrazia capitalistica. I punti di trasmissione del “male” devono essere individuati con chiarezza in modo da agire per riportare la politica del bene e della cura nel disordine irrazionale dell’impianto della Grande Madre/capitalismo assoluto. I due punti si toccano, la Grande Madre è un assoluto, non conosce limiti e confini, essa vuole solo se stessa, è un idolo che esige il sacrificio perenne dei suoi figli asserviti e alienati. Il nuovo umanesimo comunista non potrà che fondare comunità nelle quali l’equilibrio tra il maschile e il femminile saranno la condizione per la generazione e per un’equa distribuzione delle risorse, in quanto il desiderio deregolamentato sarà sostituito con il logos e con la facoltà, di conseguenza, di pensare la vita e le vite nella loro realtà immanente e negli autentici bisogni. La dismisura è il grande male che ha il volto tutto da decodificare della Grande Madre tecnocratica.
Nel frattempo stiamo allevando generazioni dedite all’irrazionalità del desiderio e all’omologazione e ciò potrebbe essere la premessa di nuovi e tragici totalitarismi. Al complesso di Telemaco delle nuove generazioni bisogna rispondere e il dramma è il vuoto abissale di adulti autentici che possano rispondere a tale umano bisogno. Di questo bisogna prendere atto senza cadere nel pessimismo paralizzante, frutto tossico della Grande Madre di cui non dobbiamo nutrirci. La Grande Madre nutre se stessa con il godimento del potere sui propri figli, pertanto li vuole eterni infanti corrosi dal desiderio e pronti all’obbedienza e all’omologazione e li ricatta con il terrore dell’esclusione, di conseguenza li forgia nel conformismo più abietto e li rende incapaci di ascoltare “le stelle che danzano” nel loro essere.
Ciò malgrado, dinanzi alla catastrofe
che avanza non pochi sono insoddisfatti dalle facili risposte che il sistema
mediatico pone per spiegare e calmierare le domande e per spiegare i crimini
truculenti di una società senza padri, senza maestri e senza madri. In modo
carsico l’inquietudine comincia a prendere forma intorno a domande profonde
alle quali dobbiamo concorrere a dare risposte in modo da favorire l’esodo
dalla violenza della Grande Madre tecnocratica, la quale ha nell’illimitato e
nella sola logica acquisitiva i suoi tremendi fondamenti nichilistici. La vita
è sempre relazione, e la relazione prima è il rapporto tra “padre e madre” che
il capitale ha sostituito con il mercato e con i suoi idoli letali.
La Grande Madre ha il volto dell’IA. Quest’ultima da possibilità reale di realizzare il comunismo della conoscenza e dell’emancipazione è divenuta il mezzo con cui le oligarchie producono disuguaglianze economiche, erodono i diritti più elementari ed eternizzano – loro sperano – il loro dominio.
Fonte foto: da Google