Quando esce un nuovo libro di Luciano Canfora, sono uno di
quelli che corre a leggere il suo lavoro e parto pregiudizialmente ben
predisposto verso l’ultimo grande esponente di una prestigiosa scuola storica e
filologica che ha avuto nel secolo scorso una lunga tradizione. In questo caso
la sua ultima fatica, “Comunismo, un’altra storia”, edito da Feltrinelli
qualche mese fa, è di particolare interesse per il taglio che l’autore dà a un
tema così aperto, controverso e necessario, come quando si discute del
socialismo-comunismo ottocentesco-novecentesco. Come spesso capita, il
professore affronta momenti o grandi temi trattando nodi specifici della
storia.
Esamina, scompone, dettaglia alcuni eventi, passaggi e attori
innestandoli nel quadro storico, nel contesto, come diremmo oggi, risalendo con
dovizia filologica e spesso ridando vita a fenomeni processuali ormai estinti.
La sua ricostruzione materiale prima che materialista del processo storico,
delle sue contraddizioni, delle sue discontinuità, delle sue deficienze è un
esercizio utile per analizzare correttamente la storia del presente.
Come diceva Croce, che spesso Canfora cita nelle sue
conferenze, la storia è sempre storia contemporanea, intendendo che interrogarsi
sul passato ha sempre una contestualità attinente al presente. La grande
questione del comunismo e della società socialista, nonostante sia stata
demonizzata e zombizzata dal discorso pubblico nell’Occidente collettivo,
rimane un nodo storico epocale da cui non si può sfuggire. A maggior ragione
oggi, che la storia ha ripreso a correre dopo la sbornia narcotizzante della
fine della storia promossa dallo storytelling atlantico post ’89. Il libro di
Canfora si inserisce, non a caso, nel contesto della guerra mondiale a pezzi,
nella crisi/tramonto dell’Occidente e nell’affacciarsi di un multipolarismo del
sud globale che segna, forse, un cambio di direzione epocale alla traiettoria
del mondo.
Nell’incipit il professore esprime in poche righe una riflessione
che spiega il senso profondo del libro: “Si può fare una storia de comunismo
a partire dall’antichità seguendo il filo del tempo, lungo i millenni. Questa
storia è stata già scritta e non è il nostro argomento. Vogliamo parlare del
comunismo come movimento politico venuto a esistenza dopo il definitivo
tramonto dell’ancien régime. E’ una storia proteiforme che prosegue. E
proseguirà, mutati i nomi e i miti di riferimento, fino alla sconfitta,
eventuale, del suprematismo “occidentale” rispetto ai miliardi di uomini che si
sono “alzati in piedi” e che il cuore ricco del pianeta stenta ormai a
dominare”.
Due elementi sono degni di nota: il primo è che il comunismo
è un movimento reale segnato dalla necessità secolare dell’eguaglianza e della
giustizia sociale che attraversa in forme diverse epoche storiche, che si
presenta e si presenterà con necessarie modalità multiformi e anche spurie, che
non sarà riproduzione di epoche passate, ma che si alimenterà della relazione
interagente con la cassetta degli attrezzi della tradizione, dell’esperienza e
del bilancio, con le nuove forme della dialettica e della lotta di classe che vede nel conflitto
classi dominanti-classi subalterne il suo paradigma ontologico.
Il secondo elemento degno di nota è che nel termine sconfitta
eventuale del suprematismo occidentale, inteso come costrutto materiale
ideologico dell’imperialismo razzista e coloniale dell’Occidente messo in opera
dall’inizio della età moderna, non è detto che se ne esca con una certezza
positivista del sol dell’avvenire; al contrario, sarà un cammino tortuoso,
denso di tragedie e di colpi di coda da cui non va espunta drammaticamente
neanche un possibile esito esiziale per l’umanità stessa. Il secolo in corso
presenta molti inediti scenari, sfide che ci obbligano a ricercare,
sperimentare strade e forse soluzioni inedite dentro una crisi generale del
mondo da cui proveniamo. Compito essenziale è quindi aggiornare le categorie,
compito facile a dirsi. Il limite profondo dell’estinto-residuale marxismo
occidentale è quello di separare la teoria dalla prassi, ripetere in maniera, a
volte ossessiva, mantra ideologici che sono figli di una storia almeno nella
sua forma organizzativa chiusa e non ripetibile. Non è un caso infatti che
Canfora scelga in particolare due argomenti: la storia della pubblicazione e
della ricezione del Manifesto del partito comunista e il tema
dell’accerchiamento bolscevico e della guerra civile dei bianchi finanziata
dalle potenze di allora, Francia e Inghilterra, nel periodo 1918-1920. Sono
eventi lontani che sono tenuti insieme da un filo conduttore, un movimento che
nasce e si aggiorna nel corso degli eventi,
nel fuoco della storia, ampliando e correggendo una visione lineare ed
evoluzionistica che pur tanto è stata presente nella prima fase della nascita
del movimento socialista e di cui la socialdemocrazia tedesca dell’ultimo Engels e Kautsky sono stati a
loro modo gli interpreti indiscussi fino allo scoppio della grande mattanza
imperialista della prima guerra mondiale. Il professore, nell’esame della
nascita e delle traversie del testo fondativo
del socialismo scientifico, non si sottrae da un’opera di ricostruzione
storica del testo, attento alla decostruzione di narrazioni mitizzanti
accumulatesi nella stessa tradizione marxista, che nulla tolgono alla
profondità e all’influenza che il testo ha avuto nella storia socialista e
umana in generale, ne evidenzia alcuni limiti, la frettolosa e superata
stesura, in parte scavalcata dagli eventi straordinari del ’48 parigino nella
sua prima esplosione del febbraio e il
suo utilizzo in funzione di una sperata
rivoluzione in Germania, cosa che fu esperita dagli autori e da molti
comunisti tedeschi della Lega dei Giusti, diventata lega dei Comunisti, che
tornarono in patria al fine di agire per la democratizzazione repubblicana
della Germania.
Degno di nota anche il richiamo di Canfora alla grandezza e
alla non minore rilevanza della tradizione socialista francese, figlia
legittima della parte più avanzata della Grande Rivoluzione. Mi riferisco, in
particolare, alla centralità politica e organizzativa di un personaggio, sempre
messo ai margini e relegato alla categoria minore di un avventurista e
utopista, come Auguste Blanqui. Fa bene l’autore a rimettere Blanqui al suo
posto di diritto come esponente centrale della storia del socialismo francese e
della prima ondata rivoluzionaria che culmina nelle vicende della Comune di
Parigi. Fa bene a considerare la vulgata marxista dell’epoca troppo prevenuta verso
questa tradizione di rivoluzionari che qualche segno lasceranno anche nella
tradizione bolscevica e nella visione organica maturata con il leninismo. Il
suo nome, passato alla storia come “l’enferme” per aver trascorso quasi metà
dei suoi anni nelle carceri e nelle colonie penali francesi, è stato troppo
spesso ridotto a sinonimo di avventuriero, putschista, barricadiero, ma le sue
tracce hanno lasciato alcuni segni anche nella svolta del primo bolscevismo. In
particolare nella visione e nella pratica consolidata dal suo stesso esempio, di
rivoluzionario di professione dedito costantemente alla costruzione di
minoranze politiche organizzate disposte anche alla lotta armata per prendere
il potere, lontano senza alcun dubbio dal prototipo di dirigente
secondointernazionalista che trova il suo tipo nei dirigenti del Partito
socialdemocratico tedesco August Bebel e Wilhelm Liebknecht. Lungi da me
operare una contrapposizione post eventum sulle vicende del socialismo
ottocentesco. Semplicemente Blanqui è l’ultima erede e prosecutore della
tradizione rivoluzionaria della prima grande ondata rivoluzionaria che con la
Comune Giacobina arriva fino alla Comune del 1871. Questo socialismo è
sicuramente non marxista, ciò non di meno svolse una funzione decisiva e
preziosa nella costruzione del socialismo marxista e il primo grande
esperimento socialista della storia, la Comune di Parigi, ne fu il prodotto più
evidente e prezioso.
Non è un caso che nel libro sia stata data una notevole
rilevanza al tema dell’accerchiamento bolscevico e dell’assedio delle potenze
occidentali alla neonata Russia bolscevica e all’episodio della fallita
trattativa tra alcuni emissari americani e il governo bolscevico nella
primavera del 1919. In questo senso è
istruttivo, anche per il grande pubblico, riandare a queste vicende che ci
ricordano l’antica tendenza delle potenze occidentali, in primis l’Inghilterra,
di combattere con ogni mezzo la Russia sovietica fin dal suo emergere e che
questa propensione imperialista sia continuata con la Germania nazista nella
seconda guerra mondiale, per proseguire oggi contro la Federazione Russa non
più sovietica. Alcuni tratti generali e strutturali non sono cambiati nella
sostanza. Fa bene il nostro, che certo non può essere tacciato di antipatia
verso il movimento socialista, a evidenziare, segnalare la discontinuità del
leninismo verso la tradizione socialista e socialdemocratica europea. Perchè
questo è un fatto decisivo per spiegare il bolscevismo. Non si intende con
questo termine la cesura o l’antagonismo irriducibile con il socialismo del
partito socialdemocratico tedesco.
Fino al drammatico fallimento della seconda Internazionale nel 1914 sui crediti di guerra, la natura della relazione tra il bolscevismo leninista e la socialdemocrazia europea era contrassegnata da un rapporto di riconoscimento teorico della tradizione marx-engelsiana ma anche di marginalità e di estraneità subìta dai russi rispetto ai partiti fratelli, in particolare tedeschi e francesi. Ciò era anche frutto, ma non solo, inevitabilmente, di contesti sociali e politici radicalmente differenti. La visione del partito, la sistematizzazione teorica della categoria dell’imperialismo inteso come stadio di evoluzione necessario del modo di produzione capitalista, la lotta per il potere, anche armata, condotta dai bolscevichi ne segnalano elementi di salto teorico decisivi. La guerra mondiale e la non improvvisata rivoluzione d’Ottobre del 1917 e il ruolo decisivo del movimento bolscevico nel dare sostegno e forza ai popoli delle colonie e delle semicolonie segnano il punto di non ritorno. Ora i marxisti devono sempre concentrarsi sull’essenza viva delle contraddizioni che è sempre varia e molteplice. Non si difende il marxismo con la lettura dogmatica di esso, non c’è nulla di intoccabile nel nostro modo di relazionarci con la dura realtà materiale e con le sfide che ci attendono. Una piccola lezione viene in tal senso da questo libro.