Il governo delle imprese


La manovra di Bilancio è alle porte e dopo le indicazioni fornite dall’Unione Europea (e dalla Nato), ogni governo deve fare i conti con il proprio elettorato affinchè le innumerevoli pillole amare siano accompagnate da qualche gentil concessione rivendibile come conquista.

In Italia il cantiere è aperto e tra gli argomenti gettonati restano le pensioni e la sempre verde suggestione di potenziare la previdenza integrativa con il consenso attivo dei sindacati.

E come già avvenuto negli anni scorsi si aggira per le stanze ministeriali lo spettro della iscrizione obbligatoria, per i neo assunti, ai fondi previdenziali, contrattuali e non, nell’ottica di depotenziare la previdenza pubblica a favore di quella integrativa.

Ma i desiderata della destra (e forse, in parte, anche di quella che dovrebbe, fino a prova contraria, rappresentare l’opposizione in Parlamento) non finiscono qui con l’idea di accordare qualche favore alle imprese e alle associazioni padronali ormai appiattite sulle posizioni governative (e viceversa) rendendo la vita difficile ai lavoratori che volessero ricorrere alla Magistratura per recuperare gli stipendi arretrati o per liberalizzare l’uso dell’interinale nelle imprese.

Come avviene in un cantiere che si rispetti i cambiamenti in corso d’opera possono arrivare da un momento all’altro ma il disegno governativo è già chiaro e va nella direzione di rafforzare le imprese a mero discapito della forza lavoro.

E con qualche approssimazione potremmo parlare di una Lega attenta alla previdenza integrativa (anche per la provenienza sindacale di alcuni suoi esponenti governativi) e di Fratelli d’Italia protesa verso istanze più datoriali.

In attesa di conoscere il testo della Legge di Bilancio e di eventuali proposte di legge all’orizzonte, sarebbe il caso di comprendere la realtà, i problemi e le soluzioni prospettate, ad esempio se lo Stato dovrà risparmiare per investire risorse in spesa militare da qualche parte, questi soldi dovranno arrivare e, di conseguenza, una minor spesa previdenziale e sociale potrebbe rappresentare la soluzione. E ai giovani, senza memoria del recente passato, dovremo pur spiegare che saranno loro stessi a pagare lo scotto con la rinuncia futura al Trattamento di fine Rapporto obbligatoriamente indirizzato a rimpinguare i magri assegni previdenziali.

Ancora da decidere se preleveranno i contributi  dalle buste paga o dal trattamento di fine rapporto (Tfr), tuttavia in entrambi i casi il Governo eviterebbe di chiedere ai datori un aumento dei contributi scaricando l’onere sui giovani lavoratori e a mero vantaggio dei fondi privati.

Un autentico specchietto per le allodole potrebbe essere l’età di uscita dal mondo del lavoro, il Governo avrebbe del resto due strade: o porre fine a quel meccanismo di adeguamento dell’età previdenziale con l’aspettativa di vita (e non può farlo se vuole conservare il sostegno di Bruxelles e del capitale economico finanziario) oppure far pagare un eventuale e piccolo anticipo direttamente al TFR.

L’altro argomento dibattuto nel cantiere della Manovra di Bilancio è dato dalla richiesta di datori e consulenti del lavoro di favorire le imprese complicando le regole per il pagamento dei crediti da lavoro a cui aggiungere l’ampio margine di utilizzo dei contratti precari ed interinali.

Il governo che aveva vinto le elezioni facendo credere di essere contro la Legge Fornero e la precarietà getta via la maschera ma lo fa con la solita astuzia e il sostegno creativo dei grandi gruppi editoriali che non chiederanno conto alla Meloni del proprio operato e della incoerenza tra programmi elettorali e azioni di Governo.

Un elementare principio di equità sociale dovrebbe escludere sul nascere ogni taglio alle aliquote di rendimento delle pensioni (ma i tagli sono già una realtà) e al contempo prevedere la esigibilità immediata dei crediti da parte dei lavoratori evitando di allungare i tempi dei pagamenti, allo stesso tempo evitare il protrarsi dei contratti interinali restituendo parte di quel potere di acquisto e di contrattazione perduto da decenni a questa parte.

Ma  è proprio l’equità ad essere bandita e di conseguenza ogni scelta sociale che presupponga un impegno economico a sostegno delle classi sociali meno abbienti in tempi nei quali a prevalere dovrà essere l’economia di guerra.

Fonte foto: da Google

1 commento per “Il governo delle imprese

  1. Giovanni
    2 Settembre 2025 at 13:33

    Per non parlare della ben nota promessa elettorale berlusconiana di aumentare le pensioni minime a 1000€ (che pure è un limite a malapena sufficiente per sopravvivere e neppure sempre).

    Promessa rinviata col solito trucco di trasformarla in obiettivo di legislatura ed ora del tutto sparita dai radar. Del resto il suo originale promotore è pure venuto a mancare, la promessa elettorale segue la medesima sorte.

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