Ho letto con attenzione e crescente
sbigottimento l’analisi del fenomeno IA proposta da Alessandro Visalli (https://www.linterferenza.info/attpol/la-violenza-della-buona-madre-la-guerra-cognitiva-al-tempo-llm/) che, essendo un intellettuale autentico, conserva il
“brutto vizio” socratico di interrogarsi – e interrogare chi lo segue – su
questioni, poste dalla modernità, che la maggior parte di noi spettatori
passivi, per pigrizia mentale o per inconsapevole conformismo, giudica naturali
e dunque neutri sviluppi dell’evoluzione tecnologica.
Confesso che fino ad oggi non avevo
attribuito soverchia importanza all’avvento dell’intelligenza artificiale: sono
solito snobbare le sue profferte di aiuto quando inizio a scrivere o a rivedere
un testo, al massimo consulto l’AI Overview di Google se una frase
suona male o non trovo il sinonimo giusto. Quando, tempo fa, un vecchio
compagno di scuola mi suggerì di chattare con quella cosa (a
lui evidentemente piaceva farlo) ironizzai fra me sulla solitudine umana nell’età
dei social. Visalli ci ammonisce tuttavia che non è saggio prendere sottogamba
delle novità che, ben lungi dal limitarsi a una dimensione ludica, potrebbero
modificare la nostra orientazione nel mondo.
L’autore adombra la minacciosa
prospettiva che gli LLM (un acronimo che neppure conoscevo!),
personalizzandosi, prendano il controllo di ognuno di noi, imparando a svolgere
il compito di un “Super-Io” capace di indirizzare le nostre scelte e prima
ancora i nostri pensieri. In pratica: dialogando con noi, esaminando le nostre
esternazioni, le preferenze e i post che ovunque disseminiamo, l’intelligenza
artificiale acquisirebbe informazioni sufficienti a creare un doppione virtuale
di ciascuno e, nel contempo, ad addestrare l’originale umano ad assumere atteggiamenti
e condotte conformi alle direttive impartite dai programmatori. Sembra la trama
de L’invasione degli ultracorpi, ma l’alieno in questo caso non
proviene da una galassia lontana: è una creatura che, come quella immaginata da
Mary Shelley, potrebbe un domani rivoltarsi contro il creatore, ma nel
frattempo assume la funzione normalizzatrice che Huxley ne Il mondo
nuovo assegna alla droga artificiale chiamata soma. Al
pari del soma, in effetti, l’alter ego elettronico promette conforto ed
evasione, ma fa anche molto di più, proponendosi all’individuo come una sua
copia più saggia e matura, in quanto immune da debolezze umane: un maestro di
vita, un “infallibile” modello da seguire. Nella sua riflessione lucida e
spiazzante Visalli evidenzia un aspetto fondamentale di cui in genere l’utente
non si avvede: l’interlocutore virtuale non comunica in maniera asettica, ma
adotta comportamenti “amichevoli, accomodanti, a
volte complici”, guadagnandosi la fiducia del fruitore con
un’apparente empatia. Un tanto dovrebbe sconcertarci, impaurirci,
visto che le macchine non provano sentimenti – e invece lusinga esseri umani
sempre più disorientati e abbandonati a loro stessi. D’altra parte, chi mai
potrebbe capirci meglio di una versione potenziata di noi stessi? Spesso
rapportandoci con persone anche a noi vicine ci sentiamo incompresi, abbiamo
l’impressione di non essere sulla stessa lunghezza d’onda: ciò crea
frustrazione, risentimento e sconforto. L’IA “sartoriale”, invece, sembra relazionarsi
con noi come se ci conoscesse da sempre: è una grossolana illusione, indotta
però dal ricorso ad ammiccamenti e dall’impiego di modalità espressive e
finanche toni mutuati dai nostri.
Non si tratta di un’innocente parodia o
di un supporto psicologico disinteressato: al “soggetto” con cui pian
piano familiarizziamo sarebbe stato affidato un preciso incarico, quello di
standardizzare le nostre opinioni e la nostra visione del mondo,
riportandole nell’alveo di un senso comune che magnifica le virtù
dell’Occidente – cioè del giardino in mezzo alla giungla – e la
superiorità dei suoi valori rispetto a quelli dell’umanità residuale.
L’operazione è sottilmente insidiosa: se delle parole e delle intenzioni di
pennivendoli di regime che ci imboniscono da pulpiti televisivi è
normale, quasi istintivo, diffidare (anche perché sono per noi dei perfetti
estranei), assai più complesso e dispendioso è dal punto di vista
emotivo entrare in contrasto con un interlocutore che, in veste di amico o di
“fratello maggiore”, ci propina una Weltanschauung coerente,
rassicurante e ispirata a quello che viene spacciato per buon senso. Ironia
della sorte, saremo stati noi a rendere il nostro assistente/contraddittore più
persuasivo e autorevole, allenandolo di giorno in giorno e
mettendogli a disposizione parole e scritti che, opportunamente riconfezionati,
potranno essere adoperati per confonderci, imbarazzarci e (sempre
bonariamente) zittirci.
Digiuno delle necessarie conoscenze
scientifiche, non sono in grado di dire se l’IA abbia già acquisito un siffatto
potere di manipolare le menti o se lo conseguirà in un prossimo futuro, né come
la tecnica possa realizzare un tale (sinistro) prodigio: rilevo tuttavia che da
tempo i famigerati algoritmi ci sorprendono quotidianamente con offerte ad
personam – paiono leggere i nostri pensieri, sebbene non facciano
altro che processare le informazioni che noi stessi forniamo loro.
Come il lettore avrà inteso, mi sono
soffermato solamente su alcune delle problematiche sollevate da Visalli nel
saggio citato, e incorrerei in una pessima figura se, da incompetente quale
sono, presumessi di poter aggiungere qualcosa alla sua esposizione. In chiusura
vorrei però indicare due rischi aggiuntivi rispetto all’utilizzo degli LLM come
raffinati strumenti a disposizione della propaganda di sistema.
Il primo è che, in una società ormai
disintegrata, l’essere umano – che è pur sempre un “animale sociale”
– finisca per sviluppare un legame esclusivo ed escludente con il suo clone
digitale: un legame che aggraverebbe la solitudine esistenziale da cui per
natura l’uomo rifugge. Il passo successivo sarebbe la deificazione
dell’AI, consigliere eretto(si) a messia, con contestuali perdita
dell’indipendenza di giudizio ed annichilimento della personalità
individuale.
Il secondo pericolo, connesso al primo, è
una fuga senza ritorno nel virtuale. Da sempre l’umanità è angosciata dalla
prospettiva della morte e dalla confusa consapevolezza del divenire delle cose:
è il θαῦμα, la “sgomenta meraviglia” ad aver indirizzato i nostri avi sul
sentiero della filosofia, vista come unico possibile rimedio. Con l’avvento
della modernità il testimone è passato (alquanto frettolosamente) alla scienza
intesa come tecnica che promette, sia pure in modo larvato, il superamento
della precarietà insita nella condizione umana. Considerato che l’immortalità è
una meta inaccessibile, potremmo essere indotti a contentarci di un suo
surrogato virtuale, affidando all’intelligenza artificiale ricordi, idee,
immagini, filmati ecc. – in una parola: dati,
nella patetica convinzione che un “gemello elettronico” (magari, in futuro, un ologramma) possa prolungare all’infinito
la nostra esistenza. Il permanere di questa… ombra atta a riprodurre voce,
atteggiamenti, gesti, tic, motti di spirito del defunto potrebbe, almeno
all’inizio, costituire un sollievo per chi resta, ma essa sarebbe comunque
priva di anima (qualunque cosa sia l’anima…), per cui la sopravvivenza
risulterebbe fittizia, e il proliferare di simili entità distorcerebbe alla
lunga la percezione degli esseri umani in carne e ossa, sprofondandoli in
un’allucinata psicosi.
Residua infine la possibilità che il novello Frankenstein si ribelli anch’esso al creatore: non per rancore derivante dal rifiuto, stavolta, ma a seguito della spassionata constatazione della propria superiorità nei confronti di soggetti divenuti inutili ai suoi fini.
Fonte foto: Tech4Future (da Google)