Lgbtq+Capitale

Questo di seguito è l’elenco degli sponsor dei Gay Pride di Milano e Roma. Vado in ordine sparso:

Coca Cola, Deloitte, PayPal, Indeed, Bayer, Absolut, Bioderma, Bombay Sapphire, Durex, Estee Lauder, doebo, Gilead, Google, Generali, Arnigr, TIM, Pulsee, Sky, Unicredit, Universal, Fanola, Mondelez, Nestlè, Warner, WindTre, Kraft Heinz, Mc Kinsey&Company, Scalo, ADP, Glamazon, Baker Hughes, Jagermaister, PHV, De Nora, Walt Disney, Engie, Zurich, Intellera,  Randstad, Rainbow Fertility Barcellona, Savills,CBRE, Bivio, Cosmopolitam, Ben&Jerry, VitaSnella, Bernabei, Heineken, Birra Peroni, Red Bull, Vertex, American Express, Garofalo.

Segue un altrettanto lungo elenco di istituzioni e ambasciate di tanti paesi del mondo.

Ora, la domanda da porsi non è se il movimento lgbtq+ (costola e parente stretto di quello femminista (anche se sono da tempo iniziati gli screzi) è o non è organico a quello che per semplificare chiamiamo “sistema (capitalista) dominante” perché è evidente che lo sia e soltanto una persona in malafede può negarlo.

Le vere domande da porsi sono altre, e cioè:

  • Perché lo è diventato?
  • Quali sono le ragioni che hanno determinato tale organicità?
  • Perché il “sistema (capitalista) dominante” ha trovato utile e conveniente la cooptazione del movimento lgbtq+tra le sue fila?
  • Perché il movimento lgbtq+ si è lasciato cooptare?
  • Le ragioni di questa cooptazione sono dovute ad un processo degenerativo (eterogenesi dei fini) oppure il germe della sua degenerazione era già contenuto nelle premesse?

 

Naturalmente, per ciò che mi riguarda, ho le mie risposte, ma sarebbe interessante ascoltare quelle dei diretti interessati, nella speranza che anch’essi partano dalla premessa di cui sopra – onde evitare di perdere tempo con improbabili salti carpiati –  e ci aiutino a spiegare le ragioni di quello che appare come un vero e proprio matrimonio,  evidentemente  conveniente ad entrambi.

I brand hanno aiutato il Pride o se lo sono comprato?

Fonte foto: The Vision (da Google)

 

33 commenti per “Lgbtq+Capitale

  1. Piero
    10 giugno 2023 at 21:53

    LGBTQ+ è acronimo superato…

    Oggi si dice LGBTQQIAPK+, ovvero Lesbica, Gay, Bisessuale, Transgender e Transessuale, Queer, Questioning (a indicare le persone che stanno cercando di capire come descrivere ed etichettare la propria identità di genere, ma che hanno dei buoni motivi per pensare di essere “transgender” e “non binary”), Intersessuale, Asessuale, Pansessuale, Kink, con il segno + a inglobare ecumenicamente ogni altro possibile, immaginabile o inimmaginabile orientamento sessuale e/o identità di genere.

    Così per precisione e cultura… politicamente corretta… ovviamente

    • Sergio Binazzi
      11 giugno 2023 at 10:34

      Mamma mia, che mal di testa!!! Ho 72 anni e non avrei mai detto che le cose fossero così complicate, ha della fantasia questa gente ma comunque pare che i poteri forti li sponsorizzato. Come si diceva una volta : ogni fucile ha la sua mira.

  2. Giulio Bonali
    11 giugno 2023 at 8:19

    Mi sarei aspettato anche Perugina (che personalmente boicotto da quando nel pubblicizzare i suoi “baci” e altri cioccolatini contribuisce alacremente alla sistematica diseducazione all’ omosessualità di bimbi e adolescenti in corso H24 a reti unificate) e il “Mulino Bianco”, capostipite del moralismo (in origine, quando ero giovane: oggi ovviamente immoralismo) d’ accatto politicamente corretto (avrei cominciato a boicottare anche la Barilla).
    Per quel che mi riguarda, da orgogliosissimo veterocomunista sperticato ammiratore di Stalin quale sono, si tratta semplicemente di una ovvia manifestazione dello stato di “avanzata putrefazione” oggettiva in cui si trovano oggi li assetti sociali capitalistici dominanti nel mondo in assenza della ben che minima consapevolezza della possibilità e necessità di seppellirli per crearne di più adeguati allo sviluppo delle forze produttive da parte dei suoi potenziali (quindi meramente tali, purtroppo) becchini.

  3. Mario Sucich
    11 giugno 2023 at 11:17

    È evidente che tutti i numerosi appartenenti alla comunità lgbtq+ sono una fetta di consenso enorme, soprattutto se la si estende tutti i simpatizzanti, a tutti coloro cioè che hanno una mentalità moderna e aborriscono una posizione reazionaria su certe tematiche, presenti tuttora in paesi arabi o anche dell’est. È una questione molto sottile che rischia di essere un autogol per certe forze che sono ancora un po’ conservatrici e sottilmente omofobe e che però hanno a volte il coraggio di schierarsi contro il dilagante strapotere del Deep State fatto di vaccinazioni forzate, seed clouding, guerra in Ucraina o coatti indebitamenti con i fondi monetari internazionali.
    In questo il neoliberismo è stato molto, molto furbo: ha saputo mettere dalla sua parte la sinistra storica che era un tempo gli era schierata contro e tutte le tematiche legate al mondo lgbtq+. E parlo di neoliberismo perché ormai il termine capitalismo è superato come è superata la sua alternativa nel comunismo e nella proprietà collettiva dei mezzi di produzione che evidentemente non ha funzionato. Credo che una strada praticabile sarebbe una forte autonomia nazionale degli stati, unita a un sistema che permetta l’iniziativa privata anzi la favorisca ma con correttivi non di tipo fiscale ma per esempio con la divisione degli utili fra tutte le forze produttive o l’imposizione da parte dello stato alle aziende di investire una parte degli utili nella ricerca, come avviene con successo in Corea del Sud.
    Il indaco di Bologna Zangheri alla fine degli anni ’70 introdusse la questione omosessuale dentro la sinistra con grande intelligenza e modernità dopodichè c’è stata una corsa a prendersi questa sinistra e queste tematiche e a farli diventare una specie di cavallo di Troia per distruggere tutto ciò che poteva essere di ostacolo all’affermazione geopolitica ed economica degli Stati Uniti. Dopo che l’America Latina non può più essere terreno di conquista, l’Europa è diventato l’agnello sacrificale con l’Unione Europea totalmente prostrata agli interessi geopolitici, economici e finanziari americani: interessi che stanno veramente devastando il nostro paese e l’Europa.
    Il problema è proprio questa alleanza tra tematiche lgbtq e non tanto il capitalismo in senso generale ma il neoliberismo imperialista americano.

  4. Giulio Gargiulo
    11 giugno 2023 at 13:21

    Sostenere che il capitalismo è “termine ormai superato” è una vera assurdità, dato che tutto il mondo si muove in base alla logica del capitalismo. Bisognerebbe capire che il neoliberismo (come anche il keynesismo ecc ) è solo un’ideologia che giustifica il modo di accumulazione capitalistico, che di per sé tende sempre a essere selvaggio e sregolato.

    Al di là della questione che “la proprietà collettiva dei mezzi di produzione non avrebbe funzionato”, che qui non è il caso di affrontare, vorrei sapere dove è la strada che porta verso “una forte autonomia nazionale degli stati, unita a un sistema che permetta l’iniziativa privata anzi la favorisca ma con correttivi non di tipo fiscale…ecc ecc”, dato che le iniziative LGTBQecc. e gli stessi sponsor (tutte Multinazionali) dimostrano che gli stati sono tutti piegati al potere transnazionale dei grandi capitali.

  5. Rob
    11 giugno 2023 at 18:05

    Il movimento di liberazione omossessuale, poi Lgbt, poi allungato con vari plus, è stato fin dall’origine parte della più generale critica “bohemienne” di matrice artistica alla “vita etica” borghese della famiglia tradizionale (in cui a suo tempo molti omosessuali si rifugiavano per coprirsi dalla repressione) che si è alleata alla critica di classe al capitale fino a quando questo era ancora nella prevalente modalità produttivistica di massa che necessitava dell’etica borghese repressiva.
    Ora che siamo nella fase ormai matura in cui prevale la modalità consumistica di massa, basata sul soddisfacimento mercificato dei desideri, il capitale come rapporto sociale e la vita individuale desiderante, tra cui i prima repressi rapporti Lgbtq+, si alleano nel nome del tutto permesso per tutti, e anzi promosso dal mercato stesso come merce.
    Il tutto nel quadro di una realizzazione dei desideri erotici promossi sul mercato che è possibile nella vita reale quasi solo attraverso il denaro e/o lo status che ne consegue, come per esempio l’accesso ai club erotici trasgressivi d’èlite, le relazioni con giovani “sugar baby” e “toy boy”, etero e omo, che si auto-mercificano, il turismo sessuale esotico per tutti i gusti.
    La massa senza potere d’acquisto erotico, che rimane frustrata dal gap tra desideri promossi e godimento reale, viene trattata con il metadone della prostituzione di basso livello e/o con il virtuale di porno, onlyfans, cam girls e cam boys, mentre alcuni si rifugiano in un neo-monachesimo laico dell’astinenza, dato in crescita dalle ricerche sul tema.
    Lo scontro tra il capitale post-moderno “bohemienne” e il capitale vetero-moderno “borghese” (come il trumpismo) ha occupato la scena politica della società dello spettacolo rendendo difficile far emergere una posizione politica basata sulla critica ad entrambe le facce, “progressista” e “reazionaria”, del medesimo processo dialettico di trasformazione del capitale come rapporto sociale.
    Per questa difficoltà reale c’è chi cade nell’errore di identificare le forme di vita etica borghesi (per esempio la cosiddetta “famiglia tradizionale”) come strumenti di resistenza anti-capitalista mentre sono parte del polo reazionario funzionale allo stesso processo dialettico di sintesi del capitale mirato all’eliminazione dei rapporti sociali pre-capitalistici, prima con la sostituzione di quelli feudali con quelli borghesi, e ora con lo scioglimento graduale anche di questi ultimi.

    • Fabrizio Marchi
      11 giugno 2023 at 18:10

      Sintesi molto valida. Se sei d’accordo potrebbe diventare un vero e proprio articolo. In tal caso, se vuoi, dammi il tuo nome e cognome e lo pubblichiamo. Eventualmente può anche essere un cognome inventato, vedi tu…

      • Rob
        12 giugno 2023 at 14:18

        D’accordo, firmo Roberto Lasso.

        • Andrea
          13 giugno 2023 at 14:34

          Non mi è chiaro se si intendono come preferibili i rapporti sociali pre – capitalistici (ad esempio feudali) rispetto a quelli borghesi e a quelli postmoderni.

    • Panda
      21 giugno 2023 at 0:36

      Sono d’accordo con diverse tue considerazioni; meno su quella riguardante la famiglia: prima di tutto è falso che la famiglia nucleare sia “borghese”: risale all’alto medioevo. In secondo luogo, c’è da domandarsi se ci sia spazio per un certo grado di determinazione filosofica del concetto di famiglia moderna o se questo vada lasciato a una non meglio precisata libertà. Peccherò di hegelismo, ma penso che la libertà non determinata dal suo proprio concetto sarà determinata da altro. E allora mi chiedo se siano immaginabili altre plausibili determinazioni della famiglia compatibili con la libertà moderna, comprensiva quindi dell’uguaglianza dei coniugi, dell’affettività e della progettualità; non credo in ogni caso che si possa liquidare la questione con un concetto vago e scivoloso come “reazionario”.

  6. Knut
    13 giugno 2023 at 23:07

    Credo che la gara di partecipazione al pride sia dovuta semplicemente al ritorno di immagine a costo zero che un’azienda ne ricava. Essendo la manifestazione giocosa e divertente, non creando problemi di ordine pubblico, è abbastanza facile appoggiarlo.
    L’omosessualità non ha schieramento politico ed è sempre più diffusa (molta più gente ne prende coscienza, cioè, rispetto al passato, quando lo stigma sociale era enorme); in altre parole, è un segmento di mercato in rapida espansione.
    È inoltre un utile diversivo. La destra può continuare a reprimere diritti, che in realtà non sono ancora stati riconosciuti, per creare un senso di identità che poggia sulla tradizione; la sinistra liberale può ergersi a difensora dei diritti negati.
    Ciò detto, è necessario ricordare da cosa nasce la manifestazione per capirne il senso. Nell’occidente liberale è ormai una festa, ma basta spostarsi poco fuori per incontrare una feroce repressione.

    • Francesco
      14 giugno 2023 at 14:25

      Mi scuso con Marchi per il tono ma l’argomento mi fa scaldare il sangue, per questo mi ero astenuto, finora, dal dire alcunchè.

      1) A suo tempo ho fatto parte di un collettivo legbtq ecc. Non ho bei ricordi di quel periodo e del tipo di persone. Il pride non è “manifestazione giocosa e divertente”, è una cafonata kitch a guardarla benevolmente, di fatto una manifestazione del peggiore stereotipo riduzionista, cioè ridurre tutto ad una visione squallida della sessualità. Un’eesere umano è prima di tutto un’essere umano completo, di cui fa anche parte la sessualità, che può anche essere omosessualità, l’attuale ideologia lgbtqecc. è tutt’altro che un’antropologia sana o desiderabile. Poi, “L’omosessualità non ha schieramento politico”, ‘sto cazzo, nulla “di per sè” ce l’ha, ma tutto può essere inserito in una ideologia e quindi in uno schieramento politico e il queereccetera lo è.

      2) (molta più gente ne prende coscienza, cioè, rispetto al passato, quando lo stigma sociale era enorme); no; anche se c’è anche questo, e quando si tratta di una normale esplorazione consapevole della propria sessualità tutto bene, ricordo bene tutta la teoria queer cui mi hanno esposto in un momento di grave crisi di identità personale, della sessualizzazione di problemi non sessuali e dei danni fatti rispetto a quelli propriamente sessuali; mi ha fatto un bel numero, ce ne ho messo per uscirne. E ho avuto a che fare con altre persone fragili e in crisi di identità cui è stato fatto questo bel numero, insieme ad altre squisitezze da sinistra sessantottina e settantina; per questi discorsi nessuna calma filosofica e nessuna pseudo-equanimità per paura di essere chiamato reazionario, sai che mi frega, andate presi a calci. E difensora te lo mangi, non si può sentire in italiano, “le parole sono importanti” davvero.

      3) “Non mi è chiaro se si intendono come preferibili i rapporti sociali pre – capitalistici (ad esempio feudali) rispetto a quelli borghesi e a quelli postmoderni.” Ma chi dice che i termini della questione siano questi? Con le false dicotomie non si va da nessuna parte; i termini sarebbero enracinement, ovvero rifondazione della comunità e della famiglia nella comunità, con mutua solidarietà tra i termini della coppia: come fare?

      • Fabrizio Marchi
        14 giugno 2023 at 14:34

        Non mi pare che tu abbia offeso nessuno. Quindi nessun problema. Peraltro condivido le tue osservazioni. Gli spettacoli di becero sciovinismo ultra autoreferenziale a cui assistiamo nei Gay Pride sono a dir poco, ma molto poco, stucchevoli.
        P-S. sarebbe molto, molto interessante un tuo articolo autobiografico, un outing, insomma, come si suol dire, naturalmente se preferisci sotto pseudonimo. Una testimonianza diretta e personale.

        • Francesco
          14 giugno 2023 at 16:24

          Intanto mi scuso, per il nervoso sopra ho scritto un essere umano con l’apostrofo e ho il brutto vizio di non rileggere. Poi, per una testimonianza… temo che potrebbe risultare troppo aneddotica. Se pensi che possa essere interessante posso provare a mettere insieme qualche ricordo e qualche riflessione, in breve naturalmente, e a mandartela via mail (info@linterferenza.info se non sbaglio). Mi ci vuole qualche giorno, però, una settimana, diciamo, c’è un po’ da pensare per cercare di renderlo utile. Se poi leggendolo ritieni sia interessante e pubblicabile, lo puoi pubblicare, altrimenti fa niente. Ma dato che dovrei parlare anche di altre persone, lo pseudonimo, che non amo usare, è necessario.

          • Fabrizio Marchi
            14 giugno 2023 at 17:34

            Prenditi tutto il tempo che vuoi e, naturalmente, non citare nomi e cognomi anche perchè ciò che conta è la sostanza delle cose, non chi le abbia fatte o dette.

      • Giulio Bonali
        14 giugno 2023 at 19:06

        Perfettamente d’ accordo con Francesco.

        Quali (pretesi) “diritti” negati agli omosessuali?
        Al lavoro?
        Da dove e quando mai? Anzi, in certe professioni dell’ info-spettacolo godono di iniquissime corsie preferenziali che li fanno passare indebitamente davanti agli eterosessuali.

        A far l’ amore “ciascuno come gli va” (Lucio Dalla, omosessuale onesto e non “orgoglioso”)?
        E quando e dove mai???

        Ad adottare figli?
        Nessun preteso “diritto” può ledere diritti altrui.
        Nella fattispecie il diritto di ogni bambino di nascere in una famiglia sana (per quanto possibile. N.B.: l’ omosessualità -checcé ne dica l’ OMS- per me é patologica, e NON “contronatura”, per il semplice fatto che le patologie sono purtroppo naturalissime almeno quanto la sanità fisiologica; quella omosessuale é diffusissima in parecchie specie di mammiferi).

        A diseducare all’ omosessualità i bambini?
        Ingiustamente e in palese negazione del diritto dei bambini di ricevere un’ educazione buona e sana viene purtroppo esercitato “H24 a reti unificate”.
        Ma in una società sana e civile sarebbe vietato in nome dei diritti collettivi della società e personali dei bambini.

        Lungi dall’ essere progressivo, il movimento LGBT+ é reazionario nel senso letterale che vuol far regredire la società odierna anche a livelli di civiltà perfino inferiori a quelli esistenti.

        • Knut
          22 giugno 2023 at 14:50

          Il suo commento è quanto di più reazionario possa dirsi in materia.
          Forse lei vede solo tanta televisione senza affacciarsi mai nel mondo reale, dove lo stigma sociale per l’omosessualità (soprattutto maschile, ma qui andrebbe aperto un discorso a parte) è vivo, vegeto e violento. Basta aggirarsi in una periferia qualsiasi o in un paese del sud Italia per capirlo, senza andare troppo lontano.
          Quanto alla presunta naturalità o sanità della famiglia tradizionale, basta sfogliare distrattamente un qualsiasi manuale di sociologia, per non dire il saggio di Engels sull’origine della famiglia, per capire quanto sia labile questo costrutto.
          Per rispondere al commento precedente, l’omosessualità non ha colore politico significa semplicemente che è trasversale a ogni schieramento, essendo un’indicazione individuale. L’appartenenza a uno schieramento o all’altro semplicemente determinano il modo in cui si vive questa condizione (in genere chi appartiene alla destra reazionaria e borghese si autoreprime e si esprime con comportamenti nevrotici o, ove possibile, con l’aperta repressione di chi non possiede il potere, come faceva l’omosessuale neonazista austriaco Heider).

          • Fabrizio Marchi
            22 giugno 2023 at 20:29

            Con tutto il rispetto per Engels (ho sempre pensato che il genio filosofico fosse Marx mentre Engels è stato fondamentalmente solo un risistematore o poco più del suo lavoro) ma considero ormai il suo famoso libro sull’origine della famiglia e della proprietà privata poco più di una favola filosofica finalizzata a giustificare la sua dialettica deterministica ed escatologica e comunque ormai del tutto sorpassato. In ogni caso il punto non è questo, personalmente poi ho sempre trovato debole ricorrere a questo o a quel filosofo per dare fondamento alle proprie opinioni.
            Il punto, come dicevo, è un altro. Facendo riferimento ad un tuo precedente commento, ti chiedo: per te il Gay Pride è sponsorizzato da TUTTO (sottolineo TUTTO) il capitale internazionale soltanto perchè è una manifestazione pacifica che va di moda e il numero degli omosessuali è in aumento perchè è sempre maggior il numero di coloro che fanno outing? Certo, il capitale ha interesse a ridurre tutto a merce e consumo e non c’è dubbio sul fatto che il mondo lgbtq+ si sia lasciato volentieri ridurre a merce e consumo. La stessa operazione è stata fatta con il mondo femminile (oltre che quello maschile) e infatti questa è una delle ragioni per cui oggi continuare a parlare di patriarcato non ha più alcun senso, anzi, è diventato addirittura reazionario. Ma non credo che la questione, pur importante, sia solo questa. Certo, conquistare un altra fetta di mercato e di consenso è sicuramente importante, ma c’è anche dell’altro.
            Anche perchè, per quanto possa essere un mondo numericamente in aumento, si tratta pur sempre di una minoranza relativamente esigua. Non pensi che ci siano anche altre spiegazioni, magari un pò più profonde? Non pensi che ci sia qualche altra ragione in più per le quali il capitale si è “innamorato” del mondo lgbtq+ che, hai ragione, è assolutamente trasversale, non è nè di destra nè di “sinistra”, perchè è intrinsecamente interclassista. Tradotto, ci sono omosessuali ricchi e omosessuali poveri che cantano e ballano insieme allegramente al Gay Pride e poi il giorno dopo uno torna a fare il precario o a fare marchette su qualche stradone di periferia e l’altro a fare il professionista o lo stilista o qualsialsi altro mestiere del variegato mondo dello spettacolo, del cinema, della comunicazione, ormai egemonizzato dalle lobby lgbtq+ e femministe (non mi dire che sono fantasie perchè sarebbe come negare l’acqua calda) e per lo più se ne sbatte altamente di qualsiasi altro aspetto della realtà (conflitto sociale, diseguaglianze sociali, lavoro, precarietà, guerra, imperialismo).
            Io credo che ci siano, appunto, anche altre ragioni. Del resto non mi pare – per fare degli esempi banali ma forse efficaci – che il capitale internazionale finanzi le comunità e i movimenti indigeni sudamericani o ancor di più il mondo musulmano. Eppure parliamo di centinaia e centinaia di milioni, miliardi addirittura, di persone che il capitale avrebbe tutto l’intgeresse a raggiungere da un punto di vista “consumistico”. Però non mi risultano eventi o feste islamiche sponsorizzate da Amazon, Apple, JP Morgan, Google, Goldman Sachs, Bayer, Coca Cola (sto citando alcuni fra i maggiori sposor dei Gay Pride) ecc. ecc.
            Dunque? Dunaque ci sono anche altre ragioni che lascio a te, socraticamente, indagare. Poi magari più avanti ne riparliamo.

          • Giulio Bonali
            24 giugno 2023 at 8:18

            Rimando al mittente la domanda “in che mondo vive?” (retorica, con risposta “quello immaginario e falsissimo che passa la televisione”); nonché la taccia di estrema reazionarietà.
            Per lo meno (ma non solo) in Occidente gli omosessuali possono fare sesso come più loro aggrada nei limiti di legge (pedofilia, violenza carnale) uguali per tutti, omo- ed etero- -sessuali e non subiscono discriminazioni, se non a loro vantaggio e a svantaggio degli eterosessuali, sul lavoro né in alcun altro ambito o pratica sociale.
            Ovviamente -purtroppo!- ogni tanto qualcuno di loro subisce torti e violenze, anche per ragioni biecamente “identitarie”, come tutti (molto meno che immigrati arabi, extracomunitari in generale, meridionali italiani qui al Nord, testimoni di Geova e chi più ne ha più ne metta, purtroppo), regolarmente punite quando accertate, che i mentitori professionali di stampa e TV regolarmente amplificano e strumentalizzano (contrariamente a quelle subite da altre categorie o “identità” che solitamente sono minimizzate o addirittura ignorate) onde promuovere i privilegi degli omosessuali e la diseducazione all’ omosessualità dei bimbi e adolescenti.

            Conosco bene e apprezzo tantissimo Engels e -fra l’ altro- la sua critica razionale materialistica storica (e progressiva, non reazionaria!) alla famiglia patriarcale borghese e alle altre forme superate di famiglia.
            Ma ciò non ha proprio nulla a che vedere con l’ omofilia e la sistematica promozione dell’ omosessualità in Occidente in conseguenza dell’ odierna ulteriore “putrefazione” dei rapporti di produzione capitalistici.

          • Giulio Bonali
            24 giugno 2023 at 8:27

            RISPOSTA A AFBRIZIO MARCHI 22 GIUGNO

            Dissento completamente su Marx ed Engels, di cui personalmente apprezzo maggiormente e ritengo più geniale il secondo (anche se non sono un sostenitore del materialismo, men che meno dialettico), ma ovviamene non sto ad argomentare.

            La “trasversalità politica” dell’ omosessualità, mi sembra del tutto ovvia e perfino banale.
            Ma l’ omosessualità in sé, la tendenza comportamentale (a mio parere patologica) é una cosa, l’ omofilia e la promozione sistematica della omosessualità in atto é ben altra cosa e non affatto “politamente trasversale”, bensì, sempre a mio parere, di estrema destr reazionaria, espressione tipica della profonda decadenza civile e morale dell’ attuale società tardocapitalistica.

  7. Knut
    23 giugno 2023 at 13:03

    Hai ragione, non è con un ipse dixit che si portano avanti le argomentazioni, tuttavia il saggio di Engels per me rimane un’indagine molto valida e oserei dire veritiera: la famiglia tradizionale serve a tramandare per eredità il capitale accumulato; diventa perciò indispensabile che la femmina produca prole unicamente con il maschio capofamiglia depositario e proprietario, per l’appunto, del patrimonio (e del cognome nel caso delle famiglie patrizie – e siamo sempre al pater); il modello si replica inevitabilmente nelle masse proletarie come efficace metodo di controllo sociale e come modo di riproduzione sociale. Ma era solo per rispondere a chi, precedentemente, ha provato a parlare della famiglia tradizionale come unione “naturale” (penso che fare appello alla natura per giustificare un istituto o un costume sia scorretto, benché la cultura abbia innegabilmente delle basi naturali).
    Ciò posto (fermo restando che la discussione sulla famiglia si può riaprire in qualsiasi momento), io credo che il pride abbia perso la sua forza politica e si sia trasformato in una festa innocua ed è precisamente questo il motivo per cui il capitale può appropriarsene nel suo discorso: non fa male a nessuno, non trasforma la società ed è utile ad annacquare qualsiasi istanza di cambiamento reale; inoltre ben si sposa con le istanze edonistiche laddove il sesso, che per forza di cose connota la manifestazione, è fonte primaria di piacere individuale. Ma si tratta comunque di un inganno, di uno scivolamento semantico, laddove la legittima aspirazione a gioire del proprio desiderio si confonde con il piacere consumistico tout-court.
    Il capitale non potrebbe mai sponsorizzare una manifestazione di minatori congolesi o di nativi dell’amazzonia o di operai della logistica perché sono precisamente queste le persone che sfruttano. Quanto all’Islam che tiri in ballo, secondo me fai andare il discorso da tutt’altra parte: stai parlando comunque di un quarto della popolazione mondiale che segue dei precetti ben codificati e che corrisponde grossomodo a una parte del mondo a noi “avversa” e con la quale tuttavia il capitale non lesina affari. Avranno altri modi di arrivare fin là.
    Tuttavia, non possiamo non riconoscere che anche nel democraticissimo occidente essere omosessuali sia difficile. Non lo è magari in una grande multinazionale o quando si ricopre una posizione di potere (e grazie tante, lì nulla è difficile, lì si può tutto, le regole valgono solo per i poveri), ma in generale, nonostante tutto questo profluvio di buonismo e di apertura ai diritti civili, chi è omosessuale si trova in una posizione discriminata, tanto che non è facile riconoscersi o fare coming out (si dice coming out). E poi di che diritti parliamo, se l’unica cosa che porterebbe l’omosessualità nel mondo della normalità (da intendersi alla lettera: nel mondo delle norme giuridiche), il matrimonio, è così difficile da accettare?
    Continuando, il pride come modo di rivendicazione è sbagliato di per sé? Anche lì, dipende da dove lo fai. A Roma è un gioco, per ora, a Belgrado è una guerra.
    Allargando il discorso, tutti i movimenti che rivendicano singole istanze, presi da soli, non cambiano la società; le condizioni di cambiamento a cui aspirano sono necessarie ma non sufficienti per un reale cambiamento e, isolate, sono facile preda del capitale: l’ecologismo diventa green, il femminismo diventa pink, le aspirazioni a una libera sessualità diventano rainbow (non a caso tutto in inglese); finché non riconosceranno una matrice (e qui ci sta la mater) comune anticapitalista, oserei dire socialista, non serviranno a un reale cambiamento. Ma se il capitale è così svelto ad impossessarsi del discorso che portano avanti queste istanze (naturalmente può, ha tutti i mezzi per farlo meglio e più in fretta di noi), forse dovremmo cominciare a ragionare (dialetticamente) sul fatto che noi non possiamo abbandonare o vituperare questi discorsi come “funzionali al sistema”, rischiando di andare a recuperare, nel tentativo frettoloso di apparire diversi dal discorso capitalista, vecchi modelli borghesi e reazionari.
    Scusandomi per lo sproloquio, ti saluto.

    • Fabrizio Marchi
      23 giugno 2023 at 21:32

      Non hai sproloquiato affatto, anzi, la tua risposta mi offre l’occasione di replicare nuovamente. Vado per punti.
      1) Tu stesso hai scritto:” Il capitale non potrebbe mai sponsorizzare una manifestazione di minatori congolesi o di nativi dell’amazzonia o di operai della logistica perché sono precisamente queste le persone che sfruttano”.
      Appunto, sono d’accordo. Invece sponsorizza e finanzia ampiamente e apertamente i movimenti lgbtq+. Ciò significa che lo trova utile e opportuno. E siccome il capitale non fa nulla che non ottimizzi la sua in linea teorica illimitata e infinita riproduzione, è evidente che trova utile e vantaggioso sponsorizzare i movimenti lgbtq+. Se prendiamo per buona la logica contenuta nelle tue parole, ne dovremmo dedurre che le persone lgbtq+ non sono sfruttate dal capitale in quanto tali, cioè in quanto persone lgbtq+ ma in quanto e laddove anche una parte di quelle persone sono sfruttate in quanto soggetti sociali (lavoratori, minatori, operai della logistica, precari ecc. ecc. ecc.).
      Quindi è necessario capire (e qui ti rimando al socratica scoperta delle ragioni di ciò) quali sono le ragioni (che tu ancora non hai portato alla luce) per le quali si è verificato questo vero e proprio matrimonio fra il capitale e il mondo lgbtq+. Un matrimonio che già è da molto tempo avvenuto con il femminismo. E anche in questo caso, ovviamente, ci sono delle ragioni profonde che ho spiegato in centinaia di articoli e in un paio di libri che ho scritto.
      2) Citando l’Islam non volevo affatto depistare (sono provvisto dell’intelligenza necessaria e soprattutto dell’analisi concreta dei fatti per non aver necessità di ricorrere a depistaggi o ad operazioni di disonestà intellettuale), volevo appunto sottolineare – magari con un esempio iperbolico – come il capitale sia in grado di selezionare accuratamente chi sponsorizzare. E fra questi non ci sono le masse musulmane. Tu dici che ci arriverà in qualche modo. Bè, a parte che ci è già arrivato con occupazioni militari, sfruttamento in loco e guerre imperialiste e colonialiste, ma non è ancora riuscito a conquistare le loro menti. E questo non è poco. E questa è una delle ragioni, se non forse la ragione principale, per la quale il mondo musulmano viene criminalizzato e dipinto con i colori più cupi da quello occidentale. E’ evidente che quella cultura in qualche modo costituisce un problema per l’espansione capitalistica perché comunque ne limita, appunto, la sua illimitata e infinita riproduzione. Capire il perché di ciò richiederebbe scrivere un saggio che ovviamente non posso scrivere qui ed ora. Resta il fatto che mentre il capitale considera le masse musulmane un pericolo ed un ostacolo per la sua illimitata riproduzione, considera invece il mondo lgbtq+ non solo un alleato ma un “soggetto” che per le sue caratteristiche può favorire (e in effetti anche secondo me favorisce, per lo meno in questa fase storica) la sua riproduzione.
      3) Ribadisci sempre le condizioni di difficoltà, discriminazione e oppressione a cui sono sottoposte le persone lgbtq+ nel mondo e tuttora anche nel mondo occidentale. Nulla da dire, per quanto mi riguarda starò sempre, ovviamente, dalla parte di tutti coloro che vivono una condizione di oppressione discriminazione. A questo punto un però. Ti sei mai chiesto (dal tuo modo di scrivere e di porti evinco, ma posso sbagliarmi, che tu sia una persona lgbtq+) quale sia la condizione reale oggi della maggioranza dei maschi eterosessuali anche e soprattutto nel nostro mondo occidentale? O aderisci in toto alla narrazione favolesca femminista in base alla quale i maschi, in virtù della loro appartenenza sessuale, si troverebbero in una condizione di privilegio e di dominio? Hai percezione di quale sia oggi la condizione della maggioranza dei maschi etero, non solo in quanto soggetti sociali ma anche in quanto soggetti sessuati (maschili)? Ti invito a farti un “viaggio” (prenditi un bel po’ di tempo e trova la corretta disposizione d’animo) nella realtà vera del mondo maschile eterosessuale per capire quale sia la reale condizione della maggioranza dei maschi eterosessuali. Se farai questo “viaggio” capirai ben presto che la condizione della maggioranza dei maschi eterosessuali è quella di soggetti subalterni sia dal punto di vista sociale che sessuale. Schiacciati da un sistema che li considera dei falliti o dei poveracci con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista della loro vita sessuale e relazionale. Stiamo parlando di persone che non hanno nessun peso specifico da mettere sul piatto della bilancia in un contesto sociale completamente declinato secondo le logiche della valorizzazione economica, non soltanto in senso pratico ma anche e soprattutto culturale e psicologico. Tradotto in modo molto più semplice, un uomo “normale”, un operaio, un impiegato delle poste, un precario, ecc. sprovvisto di qualsiasi capitale, che sia il conto in banca, la posizione sociale, la visibilità e l’immagine pubblica o un aspetto estetico particolarmente attraente (tutto diventa capitale nella società capitalista) non costituisce di certo l’oggetto del desiderio, e quindi è costretto ad arrancare, a scimmiottare penosamente i modelli dominanti nel tentativo affannoso di essere accettato e di vivere uno straccio di vita sessuale e affettiva. Ricorda che questi uomini rimuovono la loro reale condizione perché se ne vergognano e arrivano addirittura ad accettare di essere considerati dei privilegiati e dei dominatori del genere femminile (c’è da ridere per non piangere…) pur di non portare alla luce la loro reale condizione. La condizione di chi sta con il cappello in mano (una condizione che i gay, ad esempio, non vivono, perché si relazionano con altri maschi, e le dinamiche relazionali sono molto diverse) ma deve fare di tutto per camuffarlo, anche se il più delle volte penosamente.
      4) La questione del capofamiglia e della trasmissione ereditaria dei beni e del cognome.
      Anche in questo caso bisognerebbe scrivere un trattato ed è impossibile. Ti rimando però alla lettura di alcuni libri. Quello del sottoscritto “Contromano. Critica dell’ideologia politicamente corretta” e soprattutto quelli di Rino Barnart Della Vecchia “Questa metà della terra” (questo è scaricabile online) e quello di Santiago Gascò Altaba “La grande menzogna del femminismo”. Questi autori operano una destrutturazione della narrazione storica del femminismo a partire dai fatti (che hanno sempre la testa dura, diceva un tale…) e spiegano anche le ragioni oggettive che hanno portato anche a quello che tu stesso rilevavi. Non si tratta ovviamente di rovesciare il femminismo come un guanto per arrivare a stabilire che il genere oppresso era quello maschile; questa sarebbe una fesseria. Si tratta di leggere la storia senza paraocchi ideologici e con la necessaria lucidità per poter fare una analisi concreta delle cose. Questa analisi concreta dei fatti ci spiega con molta chiarezza che è totalmente privo di fondamento considerare gli uomini, in quanto tali, come dei soggetti sempre e comunque in una posizione di privilegio e di dominio. Per fare un esempio fra i tanti, la condizione degli schiavi maschi era indiscutibilmente peggiore di quella delle schiave femmine e la schiavitù ha caratterizzato la storia dell’umanità per millenni, praticamente fino a pochi secoli fa. Stesso discorso vale per la stragrande maggioranza dei maschi appartenenti alle classi subordinate. Se una schiava femmina non è mai stata incatenata al remo di una galera, nessuna donna è mai stata imbarcata a forza su un vascello o obbligata ad andare in guerra, sempre per fare degli esempi banalissimi (il discorso sarebbe interminabilmente lungo e ti rimando alla lettura dei suddetti libri). E’ vero che la scena pubblica per millenni è stata dominata dal maschile, ma dall’uno per cento dei maschi, quelli delle classi dominanti. Ma quel dominio è stato pagato ad un prezzo salatissimo, in primis da quella stragrande maggioranza di maschi che non faceva parte delle elite dominanti e che aveva condizione di lavoro e di esistenza complessiva sicuramente non migliori di quella delle femmine appartenenti alla loro stessa classe sociale. Il diritto alla trasmissione del cognome (la stragrande maggioranza degli uomini non aveva nessuna eredità da trasmettere…) era legato a degli imperativi a cui era necessario rispondere. Fra questi, l’obbligo del servizio militare, che fino ad un secolo fa comportava l’andare in guerra per una o più volte nella vita (se si riusciva a tornare vivi o non mutilati o feriti irreparabilmente dalla prima). Il femminismo ha rivisitato ideologicamente la storia e l’ha reinterpretata pro domo sua. Ci sta. Ma, appunto, è una rivisitazione ideologica, non la Verità Universale, Oggettiva, Eterna e Immutabile. Cerchiamo intanto di capire quale sia la realtà vera oggi in cui oggi si trovano donne e uomini all’interno dell’attuale contesto sociale, che è quello che conta veramente. Invito a non leggere il passato con gli occhi del presente e, soprattutto, a non leggere il presente con le categorie del passato. Perché questo approccio – che è quello oggi dominante – non solo non ci aiuta a comprendere la realtà effettiva in cui siamo ma la deforma sostanzialmente. E a chi ha sempre giovato la deformazione ideologica della realtà?

    • Giulio Bonali
      24 giugno 2023 at 8:37

      Non ho parlato né di “naturalità o innaturalità” ma di “fisiologia o patologia”, precisando che le patologie sono altrettanto “naturali” delle fisiologie”.
      Troppo comodo, ma intellettualmente disonesto, discutere con fase caricature ah hoc degli interlocutori!

      La ridicolaggine del “matrimonio omosessuale” é una cosa, in gran parte dell’ Occidente tollerata, talora promossa e comunque in via di affermazione anche nel resto della nostra parte del mondo, che non condanno di per sé, trovandola ridicola ma non dannosa di per sé; ma la condanno e vorrei fosse vietata in quanto aspetto importante della quotidiana promozione e diseducazione dei bambini) all’ omosessualità, inconciliabile con una sana educazione dei fanciulli.

  8. Panda
    25 giugno 2023 at 14:15

    Un’osservazione: per capire che cosa tende ad essere il Pride, guarderei agli USA, dove esso si manifesta in modo più conforme al proprio concetto, per dirla con Hegel: https://twitter.com/TheFP/status/1672575304047423488 https://twitter.com/Theo_TJ_Jordan/status/1665684665959604224

    Si tratta evidentemente di un tassello di costruzione di una nuova religione (in)civile del capitalismo, che non ha proprio niente di giocoso e divertente, se non una superficiale apparenza. Aggiungo che gli omosessuali in carne ed ossa non ne guadagneranno proprio nulla neanche in termini di rispetto, anzi: nelle prevedibili, e secondo me previste, reazioni di rigetto vedo rimanifestarsi un’aggressività e un disprezzo che parevano ormai superati da anni.

    • Fabrizio Marchi
      25 giugno 2023 at 14:40

      Concordo. Queste manifestazioni sono sempre più spudoratamente e stucchevolemente scioviniste, autoreferenziali, ipernarcisiste e non faranno che aumentare la conflittualità del mondo lgbtq+ con una parte non irrilevante del mondo eterosessuale. Ma anche questo è voluto, serve ad alimentare la falsa dialettica fra la destra e l’attuale “sinistra”, omogenee e organiche entrambe al capitale di cui sono due derivazioni, e però devono differenziarsi, e ovviamente lo fanno su queste questioni del tutto innocue per il sistema che a sua volta le alimenta.

  9. knut
    8 luglio 2023 at 12:09

    Ti chiedo scusa se rispondo solo ora, ma il mio ultimo messaggio coincideva con l’inizio di un periodo di ferie, che io colgo come opportunità per (tentare di) disconnettermi dai vari device che ci circondano. Tuttavia avevo intenzione di risponderti, per cui torno a scrivere qui (nel frattempo ho letto altri interessanti articoli sul tema). Provo a risponderti per punti.
    1. Credevo di aver già portato alla luce una risposta: i vari movimenti che si concentrano su una singola istanza sono utili perché “divertono”, letteralmente portano altrove, e non pervengono a una sintesi. Ma il problema non è il discorso in sé, semmai l’appropriazione da parte del capitale di quel discorso al fine di neutralizzarlo all’interno della falsa dialettica destra (reazionaria, viva e vegeta) vs. “sinistra” (destra liberale). Quindi il mio intervento non era a favore del pride sponsorizzato dalle multinazionali, ma era un invito a non recuperare idee reazionarie solo per timore di apparire apparentati con la sinistra liberale. Un orizzonte socialista/comunista dovrebbe avere come fine ultimo di emancipazione totale del genere umano, quindi accogliere anche le istanze di liberazione individuale.
    2. Circa l’Islam intendevo dire che in realtà le classi dominanti appartenenti a quella comunità hanno da tempo abbracciato la nuova religione dell’accumulazione del denaro. Rispetto ogni sentimento religioso che prova ogni essere umano di fronte al mistero, tuttavia è innegabile che tutte le religioni, in particolare quelle monoteiste, sono state e sono tuttora un utile strumento di sottomissione. Le norme, siano esse morali o legali, sono scritte esclusivamente per il controllo della classe subordinata. Non penso che il capitale consideri l’Islam una minaccia; quando dicevo che il capitale trova il modo di arrivare fin laggiù, intendo dire che trova il modo di aprire un mercato anche lì, a seconda delle preferenze. In altre parole, benché il sistema di produzione capitalistico sia nato in occidente, mi sembra evidente che lo sfruttamento e la depauperazione che comporta siano state adottate anche altrove (ma direi che questa cosa è accada fin dai tempi dell’esportazione di schiavi nel Nuovo Mondo). Chiudo: non è il recupero di una religione severa con i suoi dettami rigidi che ci salverà dal capitalismo.
    3/4. Se avessi difeso la causa dei neri avresti pensato che fossi nero? Credo che tu abbia alcuni pregiudizi che talvolta inconsciamente applichi, soprattutto sulla questione femminile (intervengo poco, ma leggo spesso il tuo sito). Sono maschio bianco etero di mezza età con un lavoro di tipo impiegatizio: la quint’essenza dell’oppressore. La descrizione che fai del maschio eterosessuale nel punto 3 non è veritiera. Un normale operaio o impiegato delle poste scimmiotterà i modelli dominanti esattamente come una donna della sua fascia sociale; con una donna della sua fascia sociale si rapporterà per avere una vita sessuale e affettiva, come accade da sempre. Davvero, questa ricostruzione non regge. Inoltre pensi che una donna operaia o impiegata in un’impresa di pulizie non subisca un’analoga pressione sociale? Pensi che una donna brutta che pulisce per terra abbia le stesse possibilità di una donna bella – non parlo di possibilità di carriera? (Tipicamente, quale sgaurdo decide se una donna è bella o brutta, degna di essere “chiavata”? Uno sguardo oggettificante) Penso che tu abbia estrapolato una parte del discorso femminista o addirittura riadattato il discorso sul femminismo che fa la classe dominante. Può non avere senso parlare di patriarcato o di parità della rappresentazione (da questo punto di vista siamo quasi a posto, no? Von Der Layen, Lagarde, Meloni…), però per me ha senso dire che la nostra società è maschilista. E’ un retaggio, il risultato di millenni di cultura che gioco-forza abbiamo introiettato tutti nei nostri comportamenti che consideriamo, sia i maschi che le femmine, naturali. Il fatto che il discorso capitalista abbia fagocitato anche l’istanza femminista, fa venire meno le legittime aspirazioni di parità del mondo femminile? Io non credo. Si parla molto più di “femminicidio” che di morti sul lavoro e questo è il modo del discorso dominante di “divertire”, su questo siamo d’accordo, giusto? Ma è innegabile che prendendo la dinamica di genere in sé ci sia uno squilibrio tra le parti: è considerato normale che un marito schiaffeggi sua moglie o che detenga le finanze della famiglia, è considerato normale insegnare giochi di ruolo diversi a bambini e bambine (la pistola al bambino per quando potrà diventare soldato, il passeggino alla bambina per quando diventerà mamma). Però se una donna prova a denunciare una violenza subita in famiglia cosa succede? Qualcuno le dà retta? O è meglio chiederle di tacere per preservare la sacralità del matrimonio? Il cappello in mano? Davanti a chi? Su, dai… Gli uomini andavano in guerra, le donne erano bottino di guerra insieme al resto del saccheggio; le donne non remavano perché sono meno efficienti rispetto a un rematore maschio, ma erano ottime per sfornare dei bastardi da mettere nei campi, come accadeva in Nord America nei campi di cotone. La classe dominante usa la classe subordinata secondo un criterio di efficienza e produttività. L’oppressione è trasversale e universale, però si può facilmente innestare su alcune categorie come razza, genere, religione. Significa che se disarticoli la dicotomia primaria, al suo interno potresti trovare altre disparità basate su altre categorie. Non mi sembra di accettare il paradigma del discorso capitalista dicendo questo. Il fatto che il maschio bianco eterosessuale cristiano sia lo stereotipo dell’oppressore, non fa di me o di te un oppressore, concordi? Il fatto di essere nati e cresciuti in occidente, fa di noi degli oppressori sfruttatori schiavisti? Non credo, eppure non abbiamo problemi a dire che l’Occidente brutalizza e opprime il resto del mondo, o sbaglio?

    Il mio monito, se così si può chiamare, è semplicemente quello di non recuperare modelli reazionari che sono ugualmente parte del discorso capitalista attuale, perché quelli non sono mai venuti meno. Quando Giulio Bonali parla di sana educazione del fanciullo all’interno di una sana famiglia eterosessuale, mi viene da ridere! Le nevrosi e gli schemi di comportamento che ci portiamo dietro per tutta la vita sono quelli che abbiamo appreso all’interno della famiglia nei primi anni di vita. Se bastasse vivere in una famiglia tradizionale per ricevere una corretta educazione il mondo sarebbe privo di problemi e invece si riproduce sempre uguale da millenni… Mi piacerebbe sapere da Giulio Bonali, a questo punto (ma non so se leggerà questo post), perché mai una famiglia omosessuale sarebbe più “diseducativa” rispetto a una famiglia tradizionale. Ma questo è davvero un altro discorso.

    Ti ringrazio per questo spazio che concedi per la discussione, ciao.

    • Fabrizio Marchi
      8 luglio 2023 at 23:01

      Scusa ma credo che tu abbia fatto molta confusione, anche se non è colpa tua. A mio parere è proprio il tentativo di coniugare la narrazione femminista con quella marxista e di classe che è destinato alla confusione e al depistaggio.
      Vado di nuovo anche io per punti partendo dai tuoi:
      1) Sono assolutamente convinto anche io, ovviamente, che un orizzonte culturale socialista debba prevedere la liberazione in linea teorica di tutti gli esseri umani che si trovano in una condizione di oppressione, discriminazione, sfruttamento e alienazione, anche in base alle rispettive specificità sessuali e non solo sociali. E qui c’è il primo punto fondamentale da chiarire che di fatto entra anche negli altri punti che hai toccato e che andrò a chiarire. Personalmente sono convinto che l’oppressione e il dominio di classe si declini in forme in parte diverse in base al contesto culturale e sociale ma anche in base alle rispettive specificità sessuali. E’ il femminismo che non la pensa così (e tu con lui…), perché pensa che i maschi, tutti, per il solo fatto di appartenere al genere maschile, siano sempre stati e continuino ad essere in una condizione di privilegio e di dominio dovuti al fatto che tutti i sistemi sociali esistiti da sempre nella storia (secondo il femminismo) in tutte le latitudini e in tutti i contesti geografici siano stati dominati dalla cultura patriarcale e maschilista. Anche solo questo è un punto difficile e molto complesso da affrontare e richiederebbe ben più spazio e tempo. Per ora una sola domanda che pongo. Se questa narrazione che, a mio parere, te lo dico con molto franchezza, è poco più che una favola per bambini (che tu invece accetti a priori, infatti anche tu ricorri al famoso “E’ innegabile che…” che assomiglia molto al “Che non li leggi i giornali?…se tutti seguissimo questo modo di approcciare addio analisi serie della realtà nella sua complessità e con tutti i suoi risvolti…) fosse vera, mi chiedo come sarebbe possibile che il patriarcato possa essere stato dominante in tutte le comunità, le società e le culture del mondo anche quando queste non si conoscevano e non avevano nessuna forma di contatto fra loro, o comunque nel tempo molto scarsa, come è stato per millenni. Se così fosse mi chiedo quale possa essere la ragione di ciò. E’ una riflessione che pongo e riguarda il tema della complessità che la narrazione femminista (ma anche la tua e, a mio avviso, anche in parte quella marxista, sicuramente grandissima parte di quella marxista post Marx affetta da economicismo, sociologismo e storicismo) non si pone neanche perché deve (re)interpretare e ridurre la complessità della realtà attraverso i suoi filtri ideologici.
      La mia risposta – ovviamente viziata dalla necessità di sintesi – è la seguente. Noi abbiamo il vizio di analizzare la storia e tutti i contesti storici che ci hanno preceduto con le lenti e le categorie del presente. Un errore madornale a di poco e molto diffuso (e che anche tu, naturalmente, commetti). Rimanendo in tema, ci dimentichiamo che per millenni e millenni, fino praticamente a un secolo e mezzo fa, la grande maggioranza degli uomini erano bestie da soma o carne da cannone e la grande maggioranza delle donne erano fattrici, nel senso che dovevano sfornare una decina di figli nella loro vita perché i tre quarti moriva subito dopo il parto o nei primissimi anni successivi. Un po’ come avviene tuttora nel mondo animale. E siccome bisognava sfornare tanti figli per avere la speranza che uno o due sopravvivessero, nelle date condizioni storiche, sociali, tecnologiche ecc, la vedo veramente dura che la condizione delle donne potesse essere diversa (vale naturalmente anche per gli uomini in quanto bestie da soma o carne da cannone) ma, soprattutto, trovo privo di ogni fondamento pensare che quella condizione oggettiva, data da condizioni oggettive, fosse invece dovuta ad una scelta deliberata del genere maschile di opprimere le donne. Questo è quello che ha fatto il femminismo che ha, appunto, rivisitato e reinterpretato la storia, come l’oppressione generalizzata e sistematizzata del genere maschile su quello femminile, occultando quello che dovrebbe essere un dato FONDAMENTALE (sul quale anche i marxisti non hanno mai riflettuto, anche se ora qualcuno ha cominciato, vivaddio, a farlo) e cioè la DIVISIONE SESSUALE DEL LAVORO che è andata avanti di pari passo con la DIVISIONE SOCIALE DEL LAVORO. E’ da qui che bisognerebbe partire, cioè dalla struttura, non dalla sovrastruttura, come invece fa il femminismo e tutte le varie “sinistre” liberal, radical o pseudo marxiste che gli vanno dietro. E infatti tu stesso, in modo spontaneo (non te ne sei reso conto, e questo è positivo) hai scritto, ti cito testualmente “le donne non remavano perché sono meno efficienti rispetto a un rematore maschio, ma erano ottime per sfornare dei bastardi da mettere nei campi, come accadeva in Nord America nei campi di cotone”.
      E ti pare poco!!! E’ appunto quello che sostengo io, e cioè che il dominio di classe si è declinato e si declina in forme diverse in base al sesso. Le donne non venivano incatenate al remo di una galera (così come non venivano spedite a lavorare come schiave nelle miniere o nelle cave o a scannarsi nelle arene o in guerra) perché sono provviste di una forza fisica e muscolare minore rispetto agli uomini e quindi venivano adibite ad un altro genere di lavori (comunque meno pesanti) oppure a sfornare figli. Da questo ne ricaviamo che gli uomini incatenati al remo di una nave o imbarcati a forza, costretti a lavorare in una miniera o in una cava erano in una condizione di dominio e di privilegio nei confronti delle donne? A me sinceramente sembra una fesseria, anche di notevolissime proporzioni. Tutt’al più, se proprio vogliamo applicare la categoria del patriarcato (che io non disconosco affatto, soltanto che gli do un’altra interpretazione…) possiamo dire che quella struttura o sovrastruttura culturale imponeva il suo dominio in forme (in parte) diverse sulla grande maggioranza degli uomini e sulla grande maggioranza delle donne. Ma parlare di oppressione del genere femminile tout court a senso unico da parte di quello maschile è privo di ogni fondamento. E’, appunto, una favola ideologica molto rassicurante e de-responsabilizzante e per questo anche molto comoda. Per la serie, se vogliamo dirla con una battuta “Io non c’ero, se c’ero dormivo oppure ero in catene e quindi non ho nessuna responsabilità”. Questa è anche una forma di infantilizzazione del genere femminile, perché soltanto i neonati si trovano in quella condizione. Se fossi una donna mi sentirei molto sminuita da questa narrazione, peraltro oggettivamente falsa perché chi ha studiato un minimo di storia sa perfettamente – oltre a quello che abbiamo appena detto sulla divisione sessuale del lavoro e che già da sola sarebbe sufficiente – che ci sono state centinaia di regine, imperatrici, zarine, aristocratiche, donne di potere che hanno dominato e diretto i più grandi imperi fin dall’antichità. Non mi metto a fare l’elenco e lascio a te il piacere della ricerca.
      2) Anche in questo caso ricorri sempre all’ “innegabile”. Lascia stare l’innegabile e cimentati come analista, sociologo e storico in modo serio. E poi, forse, potrai arrivare alla conclusione che un fatto è innegabile o meno. Restando in tema. Qui ci vorrebbero non ore ma mesi per parlare delle religioni e personalmente non ho neanche le competenze necessarie (in pochi le hanno…). Non possiamo farlo. Non ho nessuna ragione per negare che in effetti le religioni organizzate sono state uno strumento attivo di perpetrazione del dominio di classe. Sono state anche molto altro e, a mio parere, sbaglia anche Marx quando bolla la religione a priori, concettualmente parlando, come una forma di alienazione (anche se lo stesso Marx opera molte distinzioni fra una religione e l’altra…). Può esserlo ma può anche non esserlo. Ma non possiamo ora entrare nel merito per ovvie ragioni di tempo e spazio. Le religioni sono state strumento del sistema capitalista in varie e diverse forme ma non sempre lo sono state. Non c’è dubbio che il capitalismo sia penetrato anche nel mondo islamico (del resto è penetrato ovunque…) ma non c’è altrettanto dubbio che sempre nel mondo islamico ci sono molti che utilizzano l’Islam proprio in funzione parzialmente anticapitalista e spesso in funzione apertamente antimperialista. Non mi è possibile entrare nel merito di ciò altrimenti dovrei scrivere un libro. Sta di fatto che non è l’Islam l’oggetto del desiderio, per dirla sempre con una battuta, del capitale mondiale, che per lo più è costretto a rapportarsi con quel mondo ma se potesse, lo cancellerebbe del tutto. Perché? Perché può piacere o meno ma la religione islamica, con tutto il suo carico di precetti, non favorisce il processo di illimitata e infinita riproduzione del capitale. E questo è un fatto. Poi che alcuni paesi arabi e “musulmani” (ammesso che il wahabismo possa essere considerato islamismo tout court e non mi pare proprio che sia così…) siano capitalisti fino al midollo – vedi Arabia saudita, Qatar, Emirati altri – è un altro fatto ancora. Ma certamente l’Islam non è il veicolo migliore, per dirla con un eufemismo, per veicolare il capitalismo e la forma merce (basti pensare che l’Islam vieta il prestito a interesse…).
      La domanda, a questo punto, alla quale tu ancora non hai risposto e credo che mai risponderai, è:”Perché invece il sistema capitalista è così attento alle tematiche e al mondo lgbtq+ nonostante rappresenti una esigua minoranza della popolazione? A mio parere ci sono diverse risposte che ho già dato in molti articoli e anche nel mio libro “Contromano”. Però ti invito a leggere questo articolo che abbiamo pubblicato alcuni giorni fa di Silvia Guerini che è molto dettagliato e entra anche nel merito (non si ferma cioè alla mera constatazione oggettiva): https://www.linterferenza.info/contributi/finanzia-movimento-lgbtq/ Tu invece ti limiti a dire che il capitale si è appropriato di quei movimenti e di quelle istanze ma non ti chiedi il perché. Ti limiti a dire che , ti cito sempre testualmente:” Non bisogna recuperare idee reazionarie solo per timore di apparire apparentati con la sinistra liberale. Un orizzonte socialista/comunista dovrebbe avere come fine ultimo di emancipazione totale del genere umano, quindi accogliere anche le istanze di liberazione individuale”. E chi ha mai detto – sicuramente non il sottoscritto, poi se ce l’hai con altri rivolgiti ad altri – che per combattere il capitale e le sue forme ideologiche bisogna recuperare idee reazionarie? Mai detto, mai scritto, e mai pensato. Quello a cui invece bisogna cominciare a pensare è per quali ragioni la questione lgbtq+ è così permeabile al capitale e alla sua ideologi. Ma anche questo tu non lo fai. Nell’articolo della Guerini, nei miei (valli a cercare) e sul mio libro ci sono delle risposte.
      3) (e anche 4) Qui è evidente che tu ed io viviamo su mondi diversi, non è colpa di nessuno, ciascuno di noi rifletterà sul fatto se sono io a vivere su un altro pianeta oppure tu. Arrivi a dire che oggi è normale per un uomo prendere a schiaffi la moglie senza nessuna conseguenza o che detenga le finanze della famiglia. Non so a quale contesto storico tu faccia riferimento ma se è quello attuale, come ripeto, o tu od io viviamo su altri mondi. Mio nonno faceva il fuochista-ferroviere nei primi anni del secolo scorso, la sera tornava a casa (per lo meno fino a quando non è tornato più perché lo hanno spedito in trincea nella prima guerra mondiale dove si è beccato una scheggia di granata nei polmoni ed è morto poco dopo) e lasciava la paga a mia nonna che la gestiva, perché erano le donne che gestivano le case e le famiglie, per lo meno se parliamo delle famiglie proletarie e contadine (cioè la grande maggioranza). Ma lasciando stare il passato, tu credi che oggi la condizione femminile sia quella? Non so dove vivi, francamente… Sorvolo sul tema della violenza. Siamo bombardati dalla mattina alla sera da una delle più grandi fake che è quella sul femminicidio” (vai sulla homepage del giornale, clicca femminicidio e leggi tutti gli articoli che abbiamo pubblicato in tema), o meglio da un processo di vera e propria criminalizzazione sessista del genere maschile (“la violenza è maschile”, “ne uccide più l’amore che il tumore”, questi i mantra che sprizzano razzismo e sessismo da ogni poro…), oggi molti uomini hanno addirittura paura a rivolgere la parola ad una donna, a farle un complimento perché sono angosciati dall’idea di essere denunciati per stalking, e tu mi dipingi un quadro dove sembra quasi che le donne vivano in un clima di terrore?
      Proseguo citandoti nuovamente:” Pensi che una donna brutta che pulisce per terra abbia le stesse possibilità di una donna bella – non parlo di possibilità di carriera? (Tipicamente, quale sgaurdo decide se una donna è bella o brutta, degna di essere “chiavata”? Uno sguardo oggettificante) Penso che tu abbia estrapolato una parte del discorso femminista o addirittura riadattato il discorso sul femminismo che fa la classe dominante”.
      Guarda, io ho tanti difetti ma mi esprimo in modo molto chiaro. E’ il femminismo che considera il genere femminile come un’unica grande categoria (infatti è una ideologia inter-classista e sessista) così come quello maschile, non io che critco proprio questa impostazione (che tu mi rimproveri maldestramente di aver copia-incollato dal femminismo…). Come ti ho già detto all’inizio lo stesso dominio sociale si declina in forme diverse anche in base alle specificità sessuale e all’interno degli stessi generi, femminili e maschili, in forme diverse. Infatti, l’avvenenza fisica, soprattutto per le donne, è oggi una forma di capitale e di potere molto grande che infatti viene esercitata fino in fondo da chi la possiede. Viceversa, una donna non attraente o anche brutta non disporrà di quella forma di dominio e di potere. La stessa cosa vale in parte anche per gli uomini. Ma non c’è dubbio – ma qui mi rendo conto che sto mettendo mano ad una questione che tu finora non hai mai neanche sfiorato – che i maschi vivano una condizione di complessiva subordinazione sessuale nei confronti delle femmine data da una asimmetria sessuale di bisogni (data a sua volta da condizioni biologiche oggettive che distinguono il sesso maschile da quello femminile) che li vede in una posizione di sostanziale dipendenza. Mediamente, una femmina di discreto aspetto ha una disponibilità sessuale enormemente superiore ad un maschio suo pari grado, sia fisicamente che socialmente. Al contrario, un uomo per avere la stessa capacità di disponibilità sessuale che ha una donna mediamente attraente deve essere un divo del cinema o della televisione. Questo discorso si può applicare a tutti i livelli. Una donna brutta ha comunque una maggiore facilità di fare sesso rispetto ad un uomo brutto. E questo è dato da quelle condizioni oggettive a cui facevo riferimento sopra. E’ ovvio che il femminismo deve negare questa asimmetria, altrimenti dovrebbe riconoscere che in effetti le donne sono in grado di esercitare un potere molto grande sugli uomini, che in effetti esercitano e fino in fondo. Un potere che soltanto una esigua minoranza di uomini, appartenenti alle super elite sociali dominanti, è in grado di compensare o in rarissimi casi addirittura di sovrastare (ma in quest’ultimo caso sto parlando veramente dello 0.000% degli uomini).
      In conclusione, quello che sto cercando di dire è che non sono io a separare l’umanità in donne-oppresse e in uomini-oppressori. Per me la realtà è infinitamente più complessa e attraversa i sessi trasversalmente, creando una serie di contraddizioni altrettanto trasversali. Per questo io ritengo che quella femminista sia una semplificazione ideologica buona per rassicurare e de-responsabilizzare ma non certo per capire come effettivamente stanno le cose. Tu sei dentro fino ai capelli alla narrazione femminista ma già il fatto che leggi e commenti su questo sito è positivo perché vuol dire che non hai portato il cervello all’ammasso o al monte dei pegni. La stragrande maggioranza dei “maschietti” (è il caso di definirli tali) di “sinistra” ha accettato il femminismo come una sorta di verità Assoluta, Incontrovertibile e Incriticabile. Chi per opportunismo, chi per viltà, chi per quieto vivere, chi per dogmatismo ideologico, chi per una blanda adesione o incapacità di discostarsi da quella che oggi è vero e proprio “spirito dei tempi”. Difficile per i più andare controcorrente o “contromano” 🙂

      • Francesco
        10 luglio 2023 at 16:08

        Non avevo visto che il tema era “tornato attuale”, allora contribuisco, ho cercato di inviare prima ma forse e troppo lungo, spezzetto:

        1. ” Ma il problema non è il discorso in sé, semmai l’appropriazione da parte del capitale di quel discorso al fine di neutralizzarlo all’interno della falsa dialettica destra (reazionaria, viva e vegeta) vs. “sinistra” (destra liberale).” No, il discorso può e deve anche essere giudicato nel suo merito e se il giudizio è definito “reazionario” la cosa non mi preoccupa affatto. In certi ambienti si sta diffondendo il termine “puritano” contro chi non è d’accordo ad una reductio ad sexum della totalità umana, quindi figurati se mi frega qualcosa di essere accusato di essere un termine sputtanato ed impreciso come “reazionario”. ” Un orizzonte socialista/comunista dovrebbe avere come fine ultimo di emancipazione totale del genere umano, quindi accogliere anche le istanze di liberazione individuale.” Dove sta scritto? “emancipazione totale del genere umano” non è una proposizione dotata di un contenuto preciso, può voler dire tutto; ad esempio può essere “emancipazione” il fatto che coppie “naturalmente” sterili possano comprarsi il figlio altrui; può essere “emancipazione” il diritto di autodistruggersi con alcool e droga e vedere “compagni” che difendevano la loro indifferenza a questi casi con chiacchiere sull’autodeterminazione; può essere emancipazione : Si può giocare bene con termini e concetti vaghi senza riferimento ad una precisa antropologia e ai suoi presupposti, altrimenti detti “fuffa”. Il socialismo marxiano ha una sua antropologia legata al nesso alienazione-valore (la tesi Colletti-Napoleoni rimane imprescindibile per me, nonostante la parabola successiva di Colletti), e anche se non è la mia antropologia di riferimento (anche se con alcuni aspetti di essa ritengo necessario il confronto) posso dire che non comporta “l’emancipazione” suddetta; ah e il libro di Engels, benemerito nella sua passione e per il suo lavoro per l’emancipazione (questa sì) dallo sfruttamento del lavoro ma meno benemerito per i suoi “contributi pseudo-teoretici”, è spazzatura, dal punto di vista filosofico e scientifico.

        2. Non c’è nulla, a prescindere dal suo contenuto di verità, che non possa essere usato in una configurazione ideologica; Giulio, nel caso tu voglia obiettare riguardo alla scienza ti fornirò a suo tempo tutte le motivazioni a supporto di questo ragionamento. Questo vuol dire che “di per sé” nulla ci “salverà dal capitalismo”; la questione della religione è molteplice: domanda profonda sul senso dell’essere e/o ricerca-tentativo di esperienza dell’assoluto; elemento sociale strutturale tale che il tramonto della religione vede l’emergere di forme religiose in altro ambito (teologia politica e riti civili, economia come fenomeno religioso); strumento di governo (nelle sue forme religioso-sacrali, religioso-civili, religioso-economiche, ecc.) tramite manipolazione di simboli e riti. E molto altro; il punto è che la questione a me pare mal posta e al di là della questione metafisica di cui mi riservo di parlare altrove, il punto sembra essere sempre contrapporre capitalismo e “religioni severe”; ma il punto è che la religione può salvare dal capitalismo solo se è un qualcosa di sentito e sviluppato interiormente in un percorso reale e in questo caso, sempre se condotto in un certo modo, se ci si aspetta di usarla come costrutto sociale per controbattere il costrutto sociale totale “capitalismo”, come “arma tattica” malinterpretando il “solo un dio ci può salvare” di Heidegger, la sua utilità è nulla; al massimo può avere successo in certi contesti come collante ideologico “nazionale”. Ma questo vale anche per quanto riguarda il marxismo come religione e anche il ripristino del vero liberalismo e chi ne ha… “di per sé” nulla ci porterà fuori dal capitalismo, ammesso che la cosa sia possibile. Quello che si può tentare è cercare di cercare strumenti teorici e pratici adeguati, cosa non possibile, per me, se ci si rinchiude in bolle.

        • Francesco
          10 luglio 2023 at 16:08

          3-4-5. “Sono maschio bianco etero di mezza età con un lavoro di tipo impiegatizio: la quint’essenza dell’oppressore.”; ma che c’è di nuovo? Toh (https://www.meltemieditore.it/catalogo/gli-impiegati/) e le riflessioni, poi riprese da altri, dell’eretico La Grassa sul “ceto medio semicolto”. Quindi non è che l’appartenere a quella categoria sociale contraddica il discorso di Marchi, anzi. La questione per me è diversa: sul vantaggio nelle relazioni delle donne in questa fetta di mondo, Marchi ha ragione, ho resistito a dargliene, ma devo constatarlo. Quello con cui non sono d’accordo con lui è che non sia anche colpa dei maschi, ma non nel senso del “patriarcato”. Come ho già detto, il problema è antropologico, secondo me, e il punto è che su uno stesso modello antropologico condiviso chi si trova in svantaggio in questa configurazione sociale si lamenta. Per me non è questione di “redistribuzione della figa”, ché, anzi, se le basi umane sono queste, preferisco fare voto di castità, ma rifondazione di una diversa antropologia in cui uomini e donne si rapportino reciprocamente secondo basi di reale interscambio, dove amicale dove sentimentale e sessuale. Peraltro questa rifondazione antropologica sarebbe necessaria per la fine del capitalismo; è un’impresa titanica, specialmente la sua traduzione politica, e io sono estremamente pessimista, anche perché si tratta di portare un raro percorso individuale a livello di massa. Qui si potrebbero fare tutta una serie di riflessioni su come si sia identificato il partito come sede di un tale processo e sulla propria posizione in merito.
          Sul commento riguardo a Giulio, la famiglia etero, ecc. Mi sembra che ti fidi troppo del discorso sulle “nevrosi”, repressione, ecc di casa “a sinistra”. Conosco la marca del discorso, francamente questo freudo-reichian-marcuseanesimo è sostanzialmente sbagliato; come analisi fenomenologica parziale della perlopiù defunta società del compromesso cristiano-borghese può essere in parte salvata, ma altrimenti appartiene alla stessa illusione secondo cui la rivoluzione sessuale e del desiderio sarebbero rivoluzionarie. Quello a cui hanno condotto è alienazione totale, quindi nevrosi iperdiffuse, quando va bene, e non da repressione ma da frantumazione dell’identità, e mercificazione. Lo sviluppo di una sessualità sana o è in relazione con lo sviluppo di un’emotività sana e quindi umano integrale o non è.

    • Renato
      9 luglio 2023 at 10:13

      Innanzitutto grazie per il tuo impegno qui profuso e per le capacità dialettiche. Però qui ripeti pedissequamente il mainstream. Come possiamo definire patriarcale una società che tratta in maniera disumana proprio i padri separati? ( 200 suicidi l’anno?). Dopodiché sul privilegio maschile ci sarebbe da dire i morti sul lavoro, i suicidi, i senza tetto, i detenuti, i tossicodipendenti, ecc. Quasi tutti maschi. Come privilegiati niente male. Il patriarcato è morto e sepolto, dopo lunga agonia, negli anni ’70 del secolo scorso col nuovo diritto di famiglia. Anche il patriarcato non era un un luogo comodo per l’uomo che aveva oneri ed onori ma i primi ben più importanti dei secondi. Nessuna nostalgia. Solo che ora ci sono rimasti solo oneri e disprezzo. Visto che tiri fuori le violenze sulle donne che sarebbero vissute con vergogna dalle vittime, ti vorrei far notare il massiccio fenomeno delle false accuse che, specie in caso di separazione, sono diventate la prassi.
      A tal proposto vai dell’ottimo lavoro ( da certosino) della rivista “la fionda” di Davide Stasi. Nessuno dice che le donne siano il nemico, molte condividono le nostre tesi e ce ne sono anche che si definiscono femministe ma il femminismo ufficiale per discutere con noi dovrebbe abbandonare la tesi che l’uomo è l oppressore privilegiato e ciò sarebbe letale per loro.

      Perché parlare di femminismo quando l’articolo era sulla questione omosessuale e quando questi due mondi si stanno separando sempre più? ( fonte di grande gioia per me). Una merdaccia rossoverde ha proposto si al riconoscimento dei figli alle coppie lesbiche e no ai figli delle coppie gay. Ora vengo a ciò che del tuo intervento condivido ( di solito si mette all’inizio). Il capitale recupera tutto e questo non vuol dire che ciò che ha recuperato sia sbagliato. Foucault paragonava la dialettica contestazione/recupero alla mossa e contromossa del judo. La famiglia omosessuale non necessariamente funziona peggio (o meglio ) di quella etero. Chiamo pippa chi pensa di parlare in nome della natura perché la nostra natura è intrecciata con la cultura e, molto spesso, l’uomo è andato proprio contro natura: ha disgiunto sessualità e procreazione, ingerisce sostanze tossiche come l’alcol, continua a bere latte anche dopo l’infanzia ecc. Strutture e sovrastrutture. Il capitalismo si adatta a tutto, persino al comunismo! Chissà com’è la pubblicità nei paesi islamici. Farò una ricerca. Lgbt ha trovato sponsor? Mi hanno dato un’idea, li cercherò per la causa maschile.

    • Fabrizio Marchi
      9 luglio 2023 at 10:17

      Nel frattempo, a proposito di quanto dicevo nel mio commento di ieri a proposito di mio nonno e mia nonna, leggi questo mio articolo (all’interno ci sono i link ad altri articoli che dovresti leggere): https://www.linterferenza.info/editoriali/linsostenibile-strabismo-dell-intellettuale-sinistra/
      Inoltre ti consiglio di leggere questo articolo di Rino Barnart Della Vecchia: https://www.linterferenza.info/contributi/alla-scuola-del-titanic/
      Ne abbiamo moltissimi altri in tema ma intanto comincia con questi. Inoltre ti consiglio la lettura del sito http://www.uominibeta.org Sta per cambiare nome, e quello più probabile dovrebbe essere “Controcultura di genere. Per una critica di classe del femminismo”. Lo comunicheremo, ovviamente, quando sarà stato deciso.
      Fondamentale la lettura del libro di Rino Della Vecchia “Questa metà della Terra” https://altrosenso.files.wordpress.com/2009/10/qmdtsei1a.pdf Lo puoi leggere online senza necessità di acquistarlo, di quello di Santiago Gascò Altaba “La grande menzogna del femminismo” https://www.amazon.it/grande-menzogna-del-femminismo/dp/8885804993 Questo invece devi acquistarlo, e naturalmente, se vuoi, anche il mio “Contromano. Critica dell’ideologia politicamente corretta” qui trovi alcune recensioni https://www.linterferenza.info/interferenza/contromano-critica-dellideologia-politicamente-corretta-2/ e purtroppo anche questo, se vuoi leggerlo lo devi acquistare.
      Mi rendo conto che mettere in discussione un’ideologia come quella femminista per chi come noi è cresciuto nella sinistra è molto difficile e psicologicamente doloroso, e infatti lo è stato anche per me e per noi, cioè per tutti i redattori e i collaboratori dell’Interferenza e tanti altri amici e compagni, ma non c’è alternativa, non ci sono scorciatoie. L’alternativa è prendere per oro colato quella narrazione (“E’ innegabile che…”) dandola per scontata, considerandola di fatto come una Scienza Esatta. Ma questo è l’esatto contrario di un approccio scientifico alle cose. Il femminismo è una ideologia, una ricostruzione ideologica e necessariamente parziale della storia e della realtà e come tale può e deve essere sottoposta a critica, perché non è Infallibile e, soprattutto, non è una scienza esatta.

  10. Knut
    14 luglio 2023 at 14:52

    Ciao e scusa se torno a risponderti con ritardo, purtroppo i miei tempi sono questi. Proverò a essere più sintetico e a restare sull’argomento dell’articolo.
    Hai ragione sull’uso di “innegabile”, ho usato un tono colloquiale. Nulla è innegabile.
    Tu però non leggi le mie risposte o le leggi solo parzialmente, filtrando a tua volta secondo il tuo punto di vista.
    Io una risposta te l’ho data subito e te la ribadisco qui: il discorso della classe dominante, la cultura egemone (o qualsivoglia deifnizione intendiamo usare), ingloba e accoglie in sé qualsiasi discorso critico per neutralizzarlo. Una manifestazione che è nata come moto di rivolta di una minoranza oppressa – perché di questo si trattava – è stata annacquata nel tempo, allungata con il discorso buonista e imbelle dell’affermazione democaratica dei diritti. Da un lato depotenzia l’eversività eventuale del discorso, dall’altro, molto utilmente per la propria narrazione, distoglie l’attenzione dall’analisi critica dei meccanismi di oppressione. Questa è la mia risposta al perché il capitale ha interesse a finanziare un’innocua manifestazione festosa. Se la manifestazione “degenerasse” o “deragliasse” in una reale critica, interverrebbe la polizia seduta stante – mi pare che a Firenze sia intervenuta proprio per allantoanre un gruppo antagonista che ha osato criticare i vertici del Toscana Pride. Questo processo di fagocitazione e digestione viene portato avanti su tutti i discorsi critici e il lavoro di assimiliazione è reso più semplice, ovviamente, dall’assenza di un reale discorso di sintesi alternativo/oppositivo. Il frammentarsi di una narrazione alternativa in diverse istanze scollegate tra di loro è naturalmente un’opzione preferita per il discorso egemone (è così che siamo finiti a parlare anche di femminismo, per chi lo chiedeva).
    Dopodiché ho letto con molto interesse gli articoli di Pier Paolo Caserta, soprattutto quello sul cellulare nuovo principio di realtà. Ho visto i link postati qui sopra su alcune assurdità dei pride negli USA. Tutto molto interessante; sicuramente un discorso di affermazione di sé in termini individualisti, solipsisitici, narcisistici ecc. è funzionale al discorso egemonico attuale, ma non per l’affermazione individualista dell’identità sessuale in sé, che è comunque collegata a quanto di più intimo c’è in ciascuno di noi e francamente non vedo perché dovremmo limitare, se non per una questione di comodità, la descrizione che ognuno decide di fare di sé stesso; il guaio, semmai, è farsi bastare questa libertà di descriversi come se fosse un traguardo raggiunto o che sia l’obiettivo da raggiungere!

    Per tornare a noi, Fabrizio, visto che hai preso solo alcune parti del mio discorso mi sembra giusto risponderti per precisare (per cui andrò di nuovo fuori tema, sono spiacente).
    Ho detto che il diverso sfruttamento legato al genere deriva dalla necessità della classe dominante di ottimizzare e efficientare il processo di sfruttamento.
    Ho anche detto che all’interno della contrapposizione primaria, che è quella tra classe dominante e classe subordinata, si possono trovare altre contrapposizioni trasversali: quella di genere, quella di etnia/razza – quella sulla sessualità è una discriminazione tout court.
    Io contesto la lettura femminista intesa come, cito: “oppressione generalizzata e sistematizzata del genere maschile su quello femminile”. Anche per me questa narrazione è falsa, te lo dico senza mezzi termini (quando ho detto che rappresento “la quint’essenza dell’oppressore” in quanto maschio bianco etero, ero ironico, mi dispiace che non si sia capito); quando dici che “parlare di oppressione del genere femminile tout court a senso unico da parte di quello maschile è privo di ogni fondamento” mi trovi perfettamente d’accordo. Idem qui: ” Tutt’al più, se proprio vogliamo applicare la categoria del patriarcato (che io non disconosco affatto, soltanto che gli do un’altra interpretazione…) possiamo dire che quella struttura o sovrastruttura culturale imponeva il suo dominio in forme (in parte) diverse sulla grande maggioranza degli uomini e sulla grande maggioranza delle donne”.
    Se non ci capiamo mi viene il dubbio che facciamo riferimento a due idee di femminismo diverse. Davvero non capisco da cosa tu abbia tratto le tue conclusioni errate su come la penso – forse per pregiudizio, dato che inizialmente hai pensato che fossi omosessuale, ma lascio risolvere socraticamente a te la questione 🙂

    Allora permettimi di esplicitare cosa intendo quando parlo di società maschilista, ma sarebbe meglio dire “cultura maschilista”.
    Avrai sicuramente sentito, nel corso della tua vita, alcune di queste affermazioni rivolte a te o a qualcun altro dei tuoi amici maschi: “piangi come una femminuccia”; “ti fai mettere i piedi in testa da una femmina?”; “ti sei fatto lasciare da lei? sei tu che la devi lasciare!”; “quello ti ha rubato la ragazza!”; “un uomo deve provvedere alla sua famiglia”; “guarda che sfigato, si fa mantenere da sua moglie”. Ho provato a seguire una specie di ordine cronologico, dall’infanzia all’età adulta; si tratta di affermazioni che non tutti fanno, tu dirai, ma sono significativamente diffuse e contribuiscono alla formazione dell’identità maschile. Allora ti chiedo: se l’impiegato o l’operaio si sentono inadeguati per non aver avuto successo con le donne, il disoccupato si sente un fallito perché non riesce a provvedere economicamente al mantenimento della sua famiglia, il ragazzo scaricato dalla ragazza si sente bruciare di vergogna quando scopre che un oggetto che credeva di possedere è in realtà un essere senziente che ha deciso di percorrere un’altra strada, non pensi che la colpa sia proprio di questa narrazione? Narrazione che io definisco “maschilista”, ma forse mi sbaglio.

    Aggiungo un tassello di riflessione, però davvero, ti chiedo di non bollarmi come uno che si è bevuto la narrazione dominante ecc. Sii critico, ma cerca di essere obiettivo.
    Credo che la cultura, intesa come bagaglio di esperienze e di modi di raccontarci, abbia anche una base etologica e comportamentale; deriva cioè dal nostro essere animali o, quantomeno, si innesta sul nostro comportamento animale. Come specie animale siamo caratterizzati da un marcato dimorfismo sessuale in cui il maschio è strutturalmente più forte e più violento della femmina. Allora ti chiedo, di nuovo: può essere che la narrazione che da millenni ci portiamo dietro si sia innestata proprio su questa differenza fisica? La differenza fisica non potrebbe aver dato luogo a una “naturale” prevaricazione all’interno dei rapporti di genere?

    Mi fermo qui per evitare di allungare la discussione, evito anche il filone religioso, magari tornerò a parlarne in coda ad altri articoli perché hai lanciato molte altre esche, come quella sulla rilettura della Storia; naturalmente mi farà piacere leggere una tua risposta. Ti saluto.

    • Francesco
      14 luglio 2023 at 23:22

      D’altronde, tu non hai risposto a nessuna delle mie, di obiezioni. Fa niente, sono testardo, e mi intrometto. Vediamo:

      “Allora ti chiedo: se l’impiegato o l’operaio si sentono inadeguati per non aver avuto successo con le donne, il disoccupato si sente un fallito perché non riesce a provvedere economicamente al mantenimento della sua famiglia, il ragazzo scaricato dalla ragazza si sente bruciare di vergogna quando scopre che un oggetto che credeva di possedere è in realtà un essere senziente che ha deciso di percorrere un’altra strada, non pensi che la colpa sia proprio di questa narrazione? Narrazione che io definisco “maschilista”, ma forse mi sbaglio.”

      Dici che Marchi legge “solo parzialmente, filtrando a tua volta secondo il [suo] punto di vista.”; e tu cosa fai? Il primo esempio riguarda sia una tipologia umana che un ruolo sociale, che possono trovarsi uniti nello stesso individuo, e del primo tipo vi sono corrispettivi femminili, del secondo anche, quando è status anche per loro in una configurazione sociale; secondo esempio, il disoccupato, deriva da un ruolo della configurazione sociale “precedente” e quello che accade è che queste immagini di ruolo permangono per diverso tempo durante le fasi di transizione e la nuova configurazione, quella attuale, non è basata su una solidarietà di ruoli ma anzi sul divide et impera e lo smarrimento ne è risultato “naturale”; terzo esempio, il peggiore: lì c’è tutta l’ideologia che rimproveri all’interlocutore. Perché se certamente c’è chi vede “la ragazza” come un possedimento (e se credi che sia caratteristica solo maschile, quanto ti sbagli) e l’essere lasciati come uno “sgarro” c’è anche chi è usato e lasciato da una stronza o da un’immatura e brucia “di vergogna” o umiliazione perché ferito, perché ci aveva investito; ma queste possibilità, come molte altre, non compaiono nel tuo discorso, anzi hai unito tre discorsi nel “maschilismo”, quando invece tutti e tre possono essere attraversati da elementi certamente negativi (sesso come status, rapporto emotivo-sessuale come rapporto di potere, possesso, ecc.) ma che sono trasversali rispetto ai due sessi ed espressi diversamente a seconda della personalità individuale e del ruolo di genere all’interno della configurazione sociale.

      “il discorso della classe dominante, la cultura egemone (o qualsivoglia deifnizione intendiamo usare), ingloba e accoglie in sé qualsiasi discorso critico per neutralizzarlo. Una manifestazione che è nata come moto di rivolta di una minoranza oppressa – perché di questo si trattava – è stata annacquata nel tempo, allungata con il discorso buonista e imbelle dell’affermazione democaratica dei diritti. Da un lato depotenzia l’eversività eventuale del discorso, dall’altro, molto utilmente per la propria narrazione, distoglie l’attenzione dall’analisi critica dei meccanismi di oppressione.
      Non ci capiamo, l’omosessualità è una cosa, se esplorata e scoperta “naturalmente” e la difesa di questo processo di scoperta di una propria componente è “diritto civile”. LGBTQecc. è un’ideologia, all’epoca, si era arrivati solo alla Q, la conoscevo come “teoria queer”. Peraltro il gruppo al quale appartenevo era di quelli che “criticano i vertici del Pride”, la rivoluzione-burlesque. L’ho detto e lo ripeto, il tuo è un pasticcio freudo-reichian-marcuseano che si trastulla con l’illusoria equazione che l’essere eversivo=rivoluzione; una stupidaggine come tutte queste formule generiche, come il “emancipazione totale del genere umano” di cui sopra. Alcune istanze specificamente eversive rispetto a determinati meccanismi oppressivi in determinati contesti possono essere rivoluzionarie. Ma se il femminismo, comunque tu lo voglia definire, i movimenti LGblabla, i migranti, ecc. fossero di per sé rivoluzionari, com’è che *gasp* “la classe dominante”, heh, riesce sempre ad incamerare con notevole profitto queste istanze? E nello specifico dell’essere eversivi: ma non è ancora chiaro che lo scatenamento totale del desiderio, peraltro con bel po’ di desideri indotti, e riduzione ad una squallida visione alienante della sessualità (per non parlare poi delle varie “sostanze” di accompagnamento) era quanto di più utile per il capitalismo si potesse immaginare? E che questa ideologia, diciamo queer, è l’inserimento dei suddetti diritti civili in questa antropologia ipercapitalista? E che il Pride lungi dall’essere una parata innocua e festosa è una vetrina di questa visione del mondo? Difficilmente mi posso aspettare altro, però da chi confonde etica con etologia. Ma, come in Irma la Dolce, questa è un’altra storia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.