1.
Introduzione
Il
femminismo è diventato una delle componenti fondamentali del
panorama culturale del mondo contemporaneo, ed è largamente
sostenuto, nei paesi occidentali, da politica, istituzioni e media.
Appare perciò inquietante il fatto che il discorso femminista
contemporaneo si configuri in maniera sempre più esplicita come
razzismo antimaschile. In Italia ciò è divenuto del tutto manifesto
nelle reazioni pubbliche successive all’omicidio di Giulia
Cecchettin, quando affermazioni come “tutti gli uomini sono
colpevoli”, e simili, sono state diffuse dal sistema mediatico
trovando scarsa opposizione. In questo intervento voglio tentare
un’analisi di questo razzismo antimaschile, mirata soprattutto a
radicare tale formazione ideologica nella realtà della
società contemporanea.
2.
Razzismo?
Per
discutere di “razzismo antimaschile” è ovviamente necessario
precisare cosa si intende per “razzismo”, almeno nell’ambito di
questo scritto. La definizione che propongo è la seguente. Si ha
razzismo quando si compiono due operazioni: in primo luogo si
definisce un gruppo umano in termini biologici e, in secondo luogo,
ad ogni membro di quel gruppo si attribuiscono caratteristiche
negative sul piano culturale in senso lato (cioè sul piano morale,
psicologico, comportamentale, relazionale). Con una formula
sintetica, razzismo è la trasformazione di determinazioni
biologiche in determinazioni culturali negative. Mi sembra che
questa definizione sia compatibile con i casi esemplari più noti di
razzismo: le persone individuate dal colore della pelle, alle quali
vengono attribuite varie caratteristiche culturali negative, oppure
gli ebrei nell’ideologia nazista (l’essere ebreo non è di per sé
una determinazione biologica, ma il nazismo riteneva lo fosse, e
parlava appunto di una “razza ebraica”). Nel senso appena
definito, il concetto di “razzismo” include ogni discriminazione
su base biologica, quindi anche quello che oggi molti chiamano
“sessismo” [1].
Possiamo
osservare che chi indaga la realtà umana usando categorie biologiche
(il sesso o la razza) prepara il terreno al razzismo, anche se non
può ancora essere definito razzista. Il termine razzismo si applica,
come si è detto, quando a tale lettura si sovrappone un giudizio di
valore. Possiamo allora farci la domanda se il femminismo attuale
rientri sotto questa definizione. Mi sembra evidente che la risposta
è positiva. In primo luogo, la categoria fondamentale con la quale
il femminismo interpreta la realtà umana è una categoria biologica,
quella della divisione del genere umano fra maschi e femmine. In
secondo luogo, è pure evidente il fatto che il femminismo attuale
abbia attuato il secondo passaggio, cioè abbia trasformato la
divisione biologica fra maschi e femmine in un giudizio di valore.
Basta
infatti ripensare all’affermazione dalla quale siamo partiti,
quella cioè che “tutti gli uomini” sono colpevoli dei “delitti
relazionali” nei quali un uomo uccide la compagna o l’ex-compagna
[2]. Si tratta, come abbiamo scritto all’inizio, di affermazioni
che sono divenute sempre più comuni dopo l’omicidio Cecchettin. È
molto facile rendersi conto che essa ricade sotto la definizione di
“razzismo” sopra indicata. Infatti parlare di “tutti gli
uomini” significa appunto definire un gruppo umano attraverso una
determinazione biologica (in questo caso, il sesso); affermare poi
che tutti i componenti di questo gruppo, individuato su base
biologica, sono colpevoli (o affermazione equivalente), significa
appunto compiere la seconda delle operazioni che costituiscono il
razzismo, come da definizione sopra adottata.
Il
punto che qui si intende sottolineare è in realtà piuttosto
semplice, ma visto che la tesi che intendo sostenere si scontra con
il sentire comune, può essere utile un ulteriore approfondimento.
Una tesi come “tutti gli uomini sono responsabili” viene
sostenuta in riferimento agli omicidi relazionali ma anche ad altre
forme di violenza come lo stupro, con slogan come “sono gli uomini
che stuprano”, o cose del genere. Tempo fa mi sono imbattuto in
internet in uno slogan, del quale purtroppo non saprei ritrovare la
fonte, che replicava a quello appena citato, e diceva “sono gli
stupratori che stuprano”. Allo stesso modo, si potrebbe dire “sono
gli assassini che uccidono”. Mi sembra questa una buona risposta
all’ideologia che stiamo discutendo, e cercherò adesso di spiegare
perché. Qual è l’operazione logica operata da chi pronuncia frasi
come “tutti gli uomini sono responsabili”, “sono gli uomini che
uccidono”, e simili? L’operazione è quella di prendere un
insieme di individui, gli uomini che uccidono donne, aggiungere a
tale insieme tutti gli altri uomini, e sostenere che questo
stabilisca un nesso fra gli uomini che uccidono e quelli che non
uccidono. La cosa che vorrei mettere in evidenza, rispetto a questa
operazione, è il suo carattere arbitrario. Si può infatti fare la
stessa operazione costruendo insiemi diversi di esseri umani. Per
esempio, posso aggiungere all’insieme degli uomini che uccidono
tutti gli altri esseri umani, e affermare che “sono gli esseri
umani che uccidono le donne”, affermazione assolutamente corretta e
anzi più precisa di quella che afferma “sono gli uomini che
uccidono le donne”, perché vi sono anche donne che uccidono, e che
uccidono altre donne. In questo modo posso concludere che “tutti
gli esseri umani sono responsabili”, e questa è una conclusione
che gode della stessa validità di quella che afferma “tutti gli
uomini sono responsabili”. Il punto da sottolineare in questo mio
argomento non è però il fatto che anche le donne uccidono. Questo è
vero, ma non è la cosa importante, che è piuttosto la necessità di
sottolineare il carattere logicamente equivalente, e in ogni caso
arbitrario, di entrambe le operazioni. Si può prendere l’insieme
degli uomini che uccidono donne e aggiungervi l’insieme degli altri
uomini, oppure aggiungervi l’insieme di tutti gli altri esseri
umani. Si tratta di due operazioni del tutto analoghe, entrambe
arbitrarie: una porta a “sono gli uomini che uccidono”, l’altra
a “sono gli esseri umani che uccidono”, e non c’è nessun
argomento logico che possa privilegiare l’una sull’altra. Ma lo
stesso schema logico può essere applicato in modi molto più
bizzarri. Posso prendere l’insieme degli uomini che uccidono donne
e aggiungerci gruppi umani a caso, chiamare l’insieme di esseri
umani così ottenuto “quelli brutti e cattivi”, e concludere che
sono quelli brutti e cattivi, da me arbitrariamente scelti, ad essere
responsabili. Così, prendo gli uomini che uccidono donne, vi
aggiungo i nazisti uomini e donne (sempre disponibili nella parte dei
cattivi), i pisani, i postini, e i tifosi del Milan (uomini e donne
per ognuno dei gruppi) . Avendo messo assieme, in modo del tutto
arbitrario, gli uomini che uccidono donne con questi altri, posso
trionfalmente concludere che nazisti, pisani, postini e tifosi del
Milan sono responsabili dell’uccisione di donne. Si tratta di
un’affermazione equivalente a quelle esaminate in precedenza, tutte
accomunate dall’essere puramente arbitrarie.
Mi
sembra che ci sia un’unica obiezione possibile all’argomento fin
qui sviluppato. Essa consiste nel sostenere che gli esempi bizzarri
sopra indicati rappresentano in effetti operazioni puramente
arbitrarie, mentre l’operazione di prendere gli uomini che uccidono
donne ed aggiungere ad essi tutti gli altri uomini, e solo loro, non
è un’operazione arbitraria ma è basata su un aspetto di realtà
obiettiva che manca negli altri esempi. Ma quale mai potrebbe essere
questo aspetto di realtà obiettiva? Qualcosa che accomuna tutti gli
uomini, e che li differenzia dagli altri esseri umani. Ma che cosa
hanno in comune “tutti gli uomini”, se non appunto il dato
biologico di essere uomini? Eccoci allora ricondotti al problema di
fondo: se l’operazione logica di passare da “gli uomini che
uccidono donne” a “tutti gli uomini” non appare arbitraria come
negli altri esempi sopra indicati, è perché si sta assumendo che il
dato biologico dell’essere uomini (cioè maschi della specie Homo
sapiens) sia decisivo e fondamentale nel giudizio sul fenomeno
dell’omicidio. Si sta basando un giudizio politico e morale su un
dato biologico. Si sta cioè facendo del razzismo. Se in larga parte
della popolazione questo passaggio viene percepito come non
problematico, è perché larga parte della popolazione ha
interiorizzato un razzismo antimaschile che non viene percepito come
tale, ma che in ogni caso è il necessario fondamento logico delle
tesi femministe che stiamo discutendo.
3.
Cultura maschile della violenza?
Il
modo principale per controbattere la tesi sul carattere razzista del
femminismo contemporaneo mi pare possa consistere nel sostenere che
ciò che il femminismo pone in questione negli uomini, il male che
esso combatte, non è un dato biologico ma un dato culturale,
qualcosa come una “cultura maschile della violenza”, la cui
scomparsa migliorerebbe la vita di donne e uomini. Cerchiamo allora
di affrontare quest’obiezione. Mi sembra che contro di essa si
possano portare varie osservazioni.
In
primo luogo, parlare di “cultura maschile” (della violenza, dello
stupro o dell’omicidio) non elimina il razzismo, perché resta il
riferimento a un dato biologico. Se, di fronte all’omicidio di un
bianco ad opera di un nero, qualcuno parlasse di “cultura violenta
delle persone di pelle nera”, tutti percepirebbero immediatamente
il razzismo di una tale espressione. Con la “cultura maschile della
violenza” la situazione è esattamente la stessa.
In
secondo luogo, non è chiaro cosa intenda con la parola “cultura”
chi sostiene la tesi che stiamo esaminando. Se la si usa nel senso
dell’antropologia culturale, allora “cultura” è un termine
molto generico che denota l’intera gamma delle elaborazioni
simboliche degli esseri umani: miti, storie, tradizioni, leggende,
istituzioni, teorie, arti, filosofie e via di questo passo. In
sostanza, in questa accezione la parola “cultura” si contrappone
a “natura” e designa lo specifico dell’essere umano, che
appunto è anche cultura e non solo natura. Ma se si usa il termine
in questo senso, affermare il carattere culturale di qualsiasi cosa
riguardi l’essere umano o le azioni umane rappresenta una vuota
tautologia. Qualsiasi problema abbiano o abbiano avuto gli esseri
umani, in quanto è un problema umano, è anche un problema
“culturale”. Dire che gli omicidi, o un particolare tipo di
omicidi, sono effetto di una “cultura della violenza”, è come
dire che le invasioni barbariche che portano alla caduta dell’Impero
Romano d’Occidente sono un effetto della “cultura migratoria”
dei popoli germanici, o che il colonialismo europeo dell’età
moderna è un prodotto della “cultura coloniale” dei popoli
europei dell’età moderna: si tratta di affermazioni che non sono
false ma sono vuote, nel senso che non dicono in realtà nulla sul
fenomeno in esame. Per uscire da questa vacuità bisognerebbe allora
dire qualcosa di determinato sulla “cultura maschile della
violenza”. Ma per fare questo occorre uscire dalla nozione astratta
e indeterminata di “cultura” fin qui esaminata e parlare di
“cultura” nel senso di precise e determinate elaborazioni
culturali riscontrabili nella realtà sociale. Se si intende
“cultura” in questo senso, si può osservare che una tradizione
culturale ha sempre bisogno di una base materiale per trasmettersi
fra le generazioni. Di conseguenza, ci sono alcune ovvie domande a
cui dovrebbe rispondere chi sostiene la tesi della “cultura
maschile della violenza”: dov’è mai concretamente, materialmente
rintracciabile la “cultura maschile della violenza”? Dove sono i
libri che la teorizzano? Le istituzioni che la sostengono? In quale
Università di questo pianeta si tengono corsi su “come picchiare
le donne, teoria ed esercitazioni”? E non si tratta solo di libri o
di corsi universitari. Anche le culture minoritarie, magari orali,
devono materialmente concretizzarsi in qualche ambito sociale. Per
millenni nonni e nonne hanno raccontato fiabe ai propri nipoti che a
loro volta le raccontavano ai propri, e solo alla fine di questo
percorso millenario sono arrivati i Grimm e gli Afanasev. Non c’erano
libri o corsi universitari, ma appunto c’erano delle persone, i
nonni e le nonne, che trasmettevano questo patrimonio culturale. Come
può oggi perpetuarsi una “cultura maschile della violenza” se
l’intero apparato culturale è impegnato a estirparla? L’educazione
di bambini e bambine oggi, nei paesi occidentali, è largamente in
mano alle donne, cioè alle madri in primo luogo, e poi al personale
della scuola che è maggioritariamente femminile, almeno in Italia.
Dove sono i luoghi nei quali si potrebbe tramandare la “cultura
maschile della violenza”? Si potrebbe pensare a internet, e
sicuramente in internet vi sono nicchie di misoginia e maschilismo,
come vi sono nicchie di qualsiasi cosa. Ma proprio il fatto che in
internet c’è qualsiasi cosa mostra che “trovare qualcosa in
internet” non significa nulla rispetto alla rilevanza sociale di
quello che vi si trova. Per riprendere l’esempio fatto sopra, le
fiabe raccontate ai bambini sono state a lungo una produzione
culturale marginale e trascurata dalla cultura ufficiale, ma erano
comunque un fenomeno socialmente rilevante, per il banale motivo che
praticamente tutti i bambini erano esposti ad esse. Per poter parlare
di “cultura maschile della violenza” bisognerebbe indicare nella
realtà attuale un fenomeno simile: cioè una sfera sociale, una
pratica diffusa, nella quale una larga maggioranza di uomini,
bambini, ragazzi sono esposti a una cultura di esplicita violenza
antifemminile. Esiste oggi qualcosa del genere? Mi sembra di poter
tranquillamente affermare di no. E dunque non esiste nessuna “cultura
maschile della violenza”, e chi ne afferma l’esistenza dice o una
vuota tautologia (vedi sopra) oppure, semplicemente, dice il falso.
Il complesso delle nostre argomentazioni ci permette allora di
concludere che parlare di “cultura maschile della violenza” è
solo un modo di coprire il proprio razzismo antimaschile con la
foglia di fico della parola “cultura”. È solo un modo di essere
razzisti evitandone la coscienza.
4.
Un altro esempio
Facciamo
un ulteriore esempio di razzismo femminista. Prendiamo in esame un
altro noto slogan, quello che recita “bisogna credere alle donne”.
Si intende qui che bisogna credere ad una donna che accusa un uomo di
reati legati alla sfera sessuale (molestia, stupro). Ora, visto che
nella stragrande maggioranza dei casi un uomo accusato di un reato di
questo tipo nel processo cerca di difendersi, è evidente che dire
“bisogna credere alla donna che accusa” equivale a dire “non
bisogna credere all’uomo che si difende”. Lo slogan femminista
equivale dunque alla richiesta che in alcuni tipi di processi (non
tutti, pare, almeno per ora) la ragione e il torto siano decisi su
basi biologiche: se si appartiene ad una determinata categoria
biologica si ha ragione, altrimenti si ha torto. Il carattere
razzista di questo slogan è insomma del tutto ovvio ed evidente. La
cosa strana è che questo carattere sarebbe chiaro a tutti se
qualcuno dicesse “quando un bianco accusa un nero, il bianco ha
ragione e il nero è colpevole”, e sarebbe pure chiaro scambiando
bianco e nero nella fase precedente. Insomma, se si parla del colore
della pelle, tutti comprendono che una frase di quel tipo è
ovviamente razzista. Ma misteriosamente questa comprensione scompare
se invece di pelle bianca o nera si parla di cromosomi XX e XY e dei
connessi caratteri sessuali.
Essendo
razzista, lo slogan in questione è ovviamente in contraddizione con
l’articolo 3 della nostra Costituzione, che stabilisce
l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge “senza distinzione
di sesso”. Cosa significa “eguali davanti alla legge”? Quali
sono gli eventi della vita nei quali il cittadino si trova “davanti
alla legge”? Mi sembra evidente che un processo penale è uno di
questi eventi, e uno di quelli piuttosto importanti, direi. Se siamo
eguali davanti alla legge, significa che in un processo nel quale una
persona ne accusa un’altra, nessuna delle due ha un diritto a
priori ad essere creduta. Tantomeno se questo diritto a priori viene
stabilito su base biologica. Per quanto riguarda l’amministrazione
della giustizia penale, la parola d’ordine coerente con l’art.3
della Costituzione non è “bisogna credere alle donne” ma “non
bisogna credere a nessuno”. In un processo nessuno è a priori più
credibile di un altro, e la verità giudiziaria si stabilisce nel
confronto e nel dibattimento. Questo fondamentale principio giuridico
è indissolubilmente legato ad un altro concetto fondamentale della
civiltà giuridica moderna, quello della presunzione di innocenza. È
evidente che lo slogan femminista in questione distrugge alla radice
l’idea stessa di presunzione di innocenza: se venisse
istituzionalizzato il principio che una donna che accusa un uomo deve
essere creduta apriori, l’uomo accusato sarebbe automaticamente
colpevole prima di qualsiasi processo, e quest’ultimo si ridurrebbe
ad una rappresentazione teatrale utile solo a fingere l’esistenza
di uno Stato di diritto.
In
definitiva, il razzismo femminista è del tutto evidente anche
dall’esame di questo slogan, ed evidente è pure il suo carattere
eversivo: agitando slogan come questo, il femminismo chiede la
diretta negazione di alcuni dei fondamentali principi di giustizia su
cui si basa la nostra società, principi che, per noi italiani, sono
depositati nella nostra Costituzione.
5.
La base storica e sociale del razzismo femminista
Il
fatto che il femminismo attuale si configuri come razzismo
antimaschile è una cosa in realtà di chiara evidenza. La vera
questione da indagare è quella relativa alle cause di questo
fenomeno. Come mai negli ultimi decenni questa forma di razzismo si
sviluppa e acquista carattere di massa? La mia risposta a questa
domanda si basa sull’analisi della situazione storica attuale che
ho svolto in precedenti interventi [3]. In sostanza, ritengo che
l’attuale capitalismo mondializzato sia avviato su un percorso di
autodistruzione che porterà a un collasso sociale generalizzato
paragonabile ai grandi collassi storici del passato, come la fine del
mondo antico. Tale crisi generalizzata deriverà in ultima analisi
dal crollo degli ecosistemi del pianeta, causato dall’invadenza
distruttiva e senza limiti dell’organizzazione sociale
capitalistica. Naturalmente, gli scontri geopolitici cui stiamo
assistendo in questi ultimi tempi non potranno che avvicinare il
collasso. Non saprei dire quanto gli attuali ceti dirigenti siano
coscienti di questo, ma direi che, in un modo o nell’altro, una
qualche forma di coscienza vi sia: per citare un caso estremo, i
vaneggiamenti di un Musk sul fondare colonie umane su Marte mi sembra
manifestino una qualche forma di coscienza sull’irrisolvibilità
delle contraddizioni dell’attuale sistema socioeconomico. Comunque
sia, il punto decisivo, a mio parere, è che in questa situazione le
oligarchie al potere non sono più in grado di offrire ai ceti
subalterni un compromesso accettabile. Un compromesso di questo tipo
ha rappresentato la base dello sviluppo della “società del
benessere” nel secondo dopoguerra, ma anche la fase “neoliberista”
che a essa è succeduta, a partire dagli anni ‘80, presentava
elementi di compromesso nella promessa di possibilità di
arricchimento per tutti (non importa qui discutere quanto questa
promessa fosse realistica). Oggi, per la prima volta dalla fine della
Seconda Guerra Mondiale, i ceti dirigenti sanno di non poter offrire
più nulla, o almeno ne sono vagamente coscienti. Questo significa
che essi continueranno a erodere le conquiste ottenute dai ceti
subalterni nella fase del “compromesso socialdemocratico”
(scuola, sanità, pensioni, in generale welfare state), perché
questo richiede la forma neoliberista del capitalismo attuale, ma in
cambio di questa perdita di diritti e redditi i ceti subalterni non
otterranno la possibilità di una valorizzazione della propria
creatività e delle proprie capacità di lavoro, e la conseguente
ascesa nella scala sociale, come hanno promesso per decenni gli
ideologi neoliberisti. In cambio della perdita di diritti e redditi,
i ceti subalterni otterranno un catastrofico collasso sociale.
Questo
inquadramento generale ci offre una prima interpretazione
dell’attuale diffusione generalizzata del razzismo femminista.
Diffondere il razzismo femminista, come fa da anni e decenni
l’apparato ideologico dei media, al servizio del potere, appare
infatti come una efficace “arma di distrazione di massa”. Si
tratta cioè di distrarre le masse popolari dal continuo
peggioramento della propria vita, e dalle incombenti minacce di
collasso del sistema, creando contrapposizioni fittizie e scontri
artificiali. Da questo punto di vista, vi è una forte analogia fra
il razzismo femminista e il razzismo nazista. In primo luogo, c’è
una situazione di crisi di sistema, che peggiora la vita di tutti. La
mossa del potere è allora quella di selezionare un capro espiatorio
al quale addossare la colpa. In entrambi i casi il “colpevole”
viene individuato su base biologica: il maschio in un caso, la
cosiddetta “razza ebraica” nell’altro (come già detto, non ha
qui importanza il fatto che non esista nessuna “razza ebraica”,
il punto è che il nazismo crede alla sua esistenza). In questo modo
vengono messi sotto accusa fantasmi come “il complotto giudaico
internazionale” o “il patriarcato”, invece che il capitalismo e
i suoi ceti dirigenti. I ceti subalterni si dividono per combattersi
fra loro (donne contro uomini, ariani contro ebrei/comunisti) invece
di unirsi per combattere i ceti dominanti.
Facciamo
una piccola digressione per mettere in evidenza un ulteriore elemento
di analogia fra razzismo femminista e razzismo nazista: si tratta del
loro carattere eversivo. Il razzismo non è necessariamente eversivo,
anzi ha spesso una carattere conservatore nei confronti di una
struttura sociale data: l’esempio ovvio è il razzismo contro i
neri negli Stati del Sud degli USA dopo la guerra civile. Si trattava
in quel caso, appunto, di conservare un’organizzazione della
società che prevedeva l’inferiorità dei neri, nonostante la
sconfitta nella guerra civile. Il razzismo nazista invece voleva
abbattere le fondamenta giuridiche della società tedesca, che
garantivano pari diritti e uguaglianza di fronte alla legge, per
instaurare uno Stato razziale, e aveva quindi un chiaro carattere
eversivo. È evidente che il razzismo femminista, che vuole
scardinare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e
abolire la presunzione di innocenza (per gli uomini), è, da questo
punto di vista, molto più vicino al razzismo nazista che al razzismo
degli USA dopo la guerra civile.
Dopo
questa digressione, riprendiamo il filo del ragionamento. Abbiamo fin
qui delineato una spiegazione del razzismo femminista come
manipolazione ideologica dei ceti subalterni da parte dei ceti
dominanti. Ritengo questa spiegazione corretta ma incompleta, e mi
sembra necessario un approfondimento. Come abbiamo detto sopra, oggi
i ceti dominanti non hanno una prospettiva realistica che possa
evitare il collasso dell’attuale struttura sociale, e non sono
quindi in grado di offrire ai ceti subalterni un ragionevole
compromesso sociale. In questa situazione, mi sembra che il
femminismo offra un ulteriore importante vantaggio per i ceti
dominanti, oltre a quello già indicato di “arma di distrazione di
massa”: esso funziona come strategia di legittimazione. Grazie al
femminismo, i ceti dominanti che lo sostengono possono
rappresentarsi, di fronte alla propria coscienza e di fronte ai ceti
subordinati, come difensori di nobili principi, riparatori di torti
millenari nei confronti delle donne, combattenti di cause
giustissime. Si tratta di un servizio fondamentale che il femminismo
rende a un potere che sempre più perde credibilità e legittimazione
agli occhi dei ceti subalterni. Ma questa non è ancora la fine della
storia. Quello che a me sembra il punto fondamentale è che il
femminismo ha una funzione di saldatura fra i ceti dominanti e una
parte significativa dei ceti subalterni. Mi riferisco qui
essenzialmente al “popolo di sinistra”, cioè a quella parte
della popolazione che eredita gli ideali progressisti che furono
della sinistra storica. Il popolo di sinistra costruisce la propria
immagine come quella della parte migliore della società, la parte
delle persone istruite e aderenti a nobili valori, che hanno quindi
un atteggiamento critico verso i molti mali prodotti dall’attuale
organizzazione economica e sociale. Questa immagine di sé rispecchia
alcuni caratteri di realtà: è probabile che il “popolo di
sinistra” sia in effetti più istruito della media della
popolazione, e che, a livello individuale, percepisca con maggiore
coscienza le molte ingiustizie del mondo attuale. Ma d’altra parte
questa immagine di sé si scontra contro alcuni dati di fatto: in
primo luogo la sostanziale adesione del popolo di sinistra a quella
organizzazione economica e sociale che chiamiamo “capitalismo”, e
che è responsabile dei molti mali virtuosamente denunciati dallo
stesso popolo di sinistra, e in secondo luogo la totale incapacità,
da parte di tale strato sociale, di fare alcunché per fermare la
deriva autodistruttiva del capitalismo stesso [4]. Gli ideali della
sinistra storica erano legati a una prospettiva di superamento
dell’organizzazione sociale capitalistica (da raggiungere con le
riforme o con la rivoluzione) mentre la sinistra attuale ha
completamente rinunciato a tale prospettiva ed è quindi totalmente
interna alla logica capitalistica. Ma tale logica porta a evidenti
ingiustizie, e in prospettiva al collasso dell’attuale società:
tutte cose in evidente contrasto con gli ideali progressisti del
popolo di sinistra. Tale gruppo sociale si trova quindi nella
condizione di avere nella realtà pratica accettato una struttura
sociale che nega compiutamente gli ideali da esso affermati, e di non
avere nessuna prospettiva politica di superamento di questo stato di
cose e nessuna base culturale e teorica per pensare in modo
realistico tale superamento. Il popolo di sinistra non può
rinunciare alla percezione di sé come difensore di nobili valori,
che è costitutiva della sua identità, ma non può nemmeno mettere
in questione l’organizzazione sociale capitalistica perché da una
parte ciò significherebbe mettere in questione il tipo di vita
benestante che tale ceto riesce ancora a condurre, e d’altra parte
esso ha abbandonato da tempo ogni riferimento intellettuale di tipo
anticapitalistico.
Si
tratta di una situazione di stallo ideologico, politico e
psicologico, uno stallo tanto più angoscioso quanto più evidenti si
fanno i segnali dell’incipiente collasso. Esattamente come nel caso
dei ceti dominanti, qui interviene il femminismo, fornendo al popolo
di sinistra una narrazione ideologica che gli permette di continuare
a percepirsi come difensore di nobili principi, come combattente di
una battaglia in difesa di valori superiori. Aderendo al femminismo e
alla sua lotta contro il fantasmatico “patriarcato” il popolo di
sinistra ha l’illusione di “star facendo qualcosa”, mentre non
sta facendo assolutamente nulla per incidere sui meccanismi
fondamentali del capitalismo. Il femminismo rappresenta cioè per il
popolo di sinistra una via d’uscita ideologica dalla situazione di
stallo sopra delineata.
Si
tratta di un meccanismo molto simile a quello che agisce nei ceti
dominanti, e questa identità di reazioni psicologiche, come dicevamo
sopra, produce una saldatura fra ceti dominanti e ceti subalterni che
è, a mio avviso, il fondamentale vantaggio che l’ideologia
femminista offre ai ceti dominanti. Il femminismo cioè rappresenta
una delle componenti ideologiche fondamentali (non l’unica,
naturalmente) di una particolare realtà sociale e culturale, che è
stata a mio parere la principale base storica delle società
occidentali negli ultimi decenni: mi riferisco all’alleanza fra una
parte dei ceti dominanti, quella più legata ai flussi transnazionali
di denaro, merci, conoscenze, e una parte dei ceti dominati, quella
che abbiamo indicato come “popolo di sinistra”. Oggi, nella
situazione di collasso incipiente che abbiamo descritto, il popolo di
sinistra da questa alleanza ricava soprattutto una compensazione
illusoria della propria impotenza pratica e un sostegno alla propria
vacillante identità.
6.
Manipolazioni
Ricapitoliamo
quanto fin qui argomentato. Il successo del razzismo femminista si
basa sul fatto che riesce a mobilitare vasti settori della società.
In primo luogo, come abbiamo indicato sopra, i ceti dirigenti, che
vedono in esso una fonte di legittimazione morale, e ottengono il
gradito effetto collaterale di deviare l’attenzione delle masse dai
problemi reali. In secondo luogo, il “popolo di sinistra” trova
nel femminismo (e, più in generale, nel “politicamente corretto”)
un sostegno al proprio “complesso di superiorità morale”. A
questi punti sopra trattati possiamo aggiungere, in terzo luogo, il
fatto che decenni di propaganda femminista hanno creato un ceto
politico-intellettuale (politici, giornalisti, docenti universitari)
che ha costruito la propria carriera su questi temi.
Tutto
questo è importante, e crea di per sé una base sociale
significativa per il razzismo femminista, ma credo non sia tutto.
Manca ancora un elemento per completare il quadro. Possiamo infatti
osservare che le forme fin qui note di razzismo mobilitano aspetti
psicologici elementari e profondi, che vengono usati a supporto
della narrazione razzista. Si tratta della paura del diverso o dello
straniero, che è un dato psicologico che non possiamo pensare di
abolire, ma col quale dobbiamo cercare di fare i conti per evitare la
sua strumentalizzazione da parte del razzismo. Nel caso del razzismo
femminista ritengo ci sia un analogo uso di dati psicologici
elementari e profondi, con i quali è necessari confrontarsi. Poiché
si deve qui parlare di pulsioni inconsce, ovviamente difficili da
catturare in termini oggettivi, devo limitarmi a fare delle ipotesi.
Mi sembra ragionevole supporre in primo luogo che tali meccanismi
psicologici siano diversi fra uomini e donne. Nel caso degli uomini
mi sembra che quello che viene mobilitato sia il senso di protezione
nei confronti delle donne, che è un dato costante delle società
umane. Nel caso delle donne, mi pare si tratti di una fondamentale
paura dell’uomo in quanto stupratore o assassino dal quale non ci
si può difendere a causa della maggiore forza fisica maschile. Se
queste ipotesi fossero almeno parzialmente verificate, potrebbero
spiegarci perché il razzismo femminista abbia coinvolto larghe
masse, soprattutto femminili, al di là dell’adesione cosciente a
questa o quella teoria femminista. Inoltre, ammettendo queste
ipotesi, il ceto politico-intellettuale che diffonde il razzismo
femminista si configurerebbe in sostanza come un ceto che manipola
pulsioni inconsce di larga parte della popolazione, soprattutto
femminile, per guadagnare spazi di potere nella politica, nei media e
nel mondo accademico. In questo senso sarebbe molto forte l’analogia
con i vari movimenti anti-immigrati, che manipolano paure profonde
nei confronti del diverso per guadagnare posizioni di potere.
7.
Conclusioni e previsioni.
Di
fronte alla situazione descritta, è naturale porsi la domanda “che
fare?”. È pensabile un superamento del razzismo femminista oggi
dominante, con gli strumenti usuali con i quali si sono in passato
combattute battaglie di questo tipo, cioè il dibattito democratico,
l’analisi culturale, la mobilitazione politica? Mi sembra
inevitabile manifestare del pessimismo. Da una parte, il blocco
sociale che sostiene il razzismo femminista appare in questo momento
ampio e solido. Dall’altra, gli strumenti tipici della lotta
politica dei decenni passati sembrano sempre meno efficaci.
Esaminiamo prima questo secondo punto. Il dibattito democratico è
reso sempre più difficile dal controllo ferreo dei ceti dominanti
sui mezzi di comunicazione di massa. L’analisi culturale è
inefficace a causa della diffusione di un analfabetismo funzionale di
massa, che ha come aspetti evidenti la crisi generale della scuola
pubblica e il ricorso massiccio delle giovani generazioni (ma non
solo) a quella sentina di ogni iniquità che sono i “social”.
Infine, la mobilitazione politica appare sempre più un rituale
noioso e inutile. Questa erosione degli strumenti di lotta
democratica avvenuta negli ultimi decenni è uno dei motivi della
evidente passività delle masse popolari, che non si mobilitano di
fronte al continuo lento peggioramento delle proprie condizioni di
vita (perdita di potere d’acquisto, distruzione del welfare state,
ritorno di propositi bellici nei paesi europei). Ovviamente questa
“passivizzazione delle masse” è effetto ma anche causa
dell’attuale crisi delle nostre società.
Per
quanto riguarda poi il primo punto sopra indicato, se ricordiamo
l’ampio arco di forze che sostiene il razzismo femminista,
esaminato nei punti precedenti, appare evidente che i rapporti di
forza fra chi sostiene il razzismo femminista e chi lo critica sono
completamente sbilanciati a sfavore di questi ultimi, e questo rende
credibile l’affermazione che non ci sia speranza di cambiare la
realtà fin qui descritta, almeno nel tempo di una vita umana.
Questa
analisi mi sembra confermata dall’esame delle forze politiche nei
paesi occidentali. Parlando per semplicità di sinistra e destra,
possiamo in primo luogo osservare che per la sinistra attuale il
femminismo è un dato identitario, che ha sostituito quello che in
passato erano la classe operaia o il proletariato. Mi sembra del
tutto evidente che non c’è alcuna possibilità che la sinistra nei
paesi occidentali possa prendere una posizione ostile al razzismo
femminista. Chi intenda lottare contro di esso deve abbandonare
l’idea di poterlo fare all’interno della sinistra, e anzi deve
considerare la sinistra, rispetto a questo tema, come il nemico
principale. A una considerazione astratta sembrerebbe allora
necessario, per combattere il razzismo femminista, rivolgersi alla
destra, per l’ovvio motivo che il femminismo non è costitutivo
dell’identità della destra, e questo le permette almeno di
ascoltare le istanze dei critici del femminismo. Può darsi che
questo porti ad azioni legislative positive, da parte di un governo
di destra, su alcuni temi specifici, per esempio riguardo alle
iniquità antimaschili che dominano nella prassi giuridica italiana
su separazioni e divorzi. Ovviamente simili iniziative legislative
sarebbero senz’altro da appoggiare. Ritengo però un errore pensare
che la critica al femminismo debba cercare un legame organico con le
forze politiche di destra, per i motivi che provo adesso ad spiegare.
In primo luogo, tutte le forze politiche attuali sono essenzialmente
opportuniste e conformiste, e questo le spinge ad evitare di mettersi
in contrasto con le idee più diffuse e con le forze dominanti che
sostengono tali idee. Si può osservare per esempio che
l’amministrazione Trump ha preso posizioni molto decise contro
certi aspetti delle politiche culturali “woke”, ma questo
soprattutto in relazione alle problematiche “gender”, molto meno
in relazione al complesso ideologico femminista. In secondo luogo,
sarebbe assai pericoloso permettere l’identificazione delle
posizioni di critica al femminismo con le destra politica, perché
quest’ultima ha una sua agenda economica e sociale indipendente da
quelle tematiche, e identificare la critica al femminismo con una
tale agenda implica che le eventuali reazioni negative alle politiche
delle destre, per esempio su temi economici o geopolitici,
finirebbero per rivolgersi anche contro le istanze di critica al
femminismo.
Il
vero obiettivo dovrebbe essere quello di far diventare la critica al
razzismo femminista non una tematica dei partiti di destra, ma un
patrimonio culturale diffuso, indipendente da destra e sinistra,
esattamente come nella sostanza è diventato oggi il femminismo. Ma
mi sembra evidente che non c’è nessuna possibilità concreta in
questo senso, per il carattere sfavorevole dei rapporti di forza di
cui sopra s’è detto.
Si
può quindi ribadire che non c’è speranza di contrastare
efficacemente il razzismo femminista in un paese come l’Italia, nel
medio periodo (diciamo, nei prossimi vicini decenni). Probabilmente
questo vale per il complesso dei paesi occidentali. Questi
ragionamenti ci portano quindi a individuare un cambiamento profondo
nei fondamenti di ciò che chiamiamo “società occidentali”: esse
sono passate dal sostenere principi di uguaglianza degli esseri umani
all’essere permeate da quella particolare forma di razzismo che
abbiamo fin qui analizzato, il razzismo femminista. Si tratta di un cambiamento profondo, che a mio parere avrà
conseguenze culturali e politiche, e forse perfino antropologiche.
È
difficile fare previsioni precise su quali potrebbero essere tali
conseguenze, ma, in via del tutto ipotetica, provo a suggerire
qualche possibilità. In primo luogo, mi sembra ragionevole pensare
che la penetrazione sempre più spinta del razzismo femminista nella
società e nelle istituzioni possa portare a un forte indebolimento
delle società occidentali, e di quella italiana fra esse. Ci sono
vari elementi che rendono plausibile una previsione di questo tipo.
In primo luogo, c’è da aspettarsi che il razzismo femminista
generi per reazione una situazione di distacco e contrapposizione fra
uomini e donne. Vi sono già alcuni segnali in questo senso, per
esempio il fatto che si comincia a notare una polarizzazione politica
legata alla differenza sessuale, con gli uomini che sembrano
indirizzarsi verso partiti conservatori e le donne verso partiti
progressisti [6]. A parte questa polarizzazione politica, una
situazione di contrapposizione e diffidenza nei rapporti fra uomini e
donne porterà sicuramente a un maggior numero di persone sole e
aggraverà ulteriormente la crisi della famiglia. La famiglia è
un’istituzione che molti considerano obsoleta, ma essa assolve ad
un compito sociale fondamentale, quello di far stare assieme uomini e
donne per provvedere alla nascita e alla cura dei nuovi membri della
società. Non sembra che finora, nelle nostre società, siamo
riusciti a trovare un’altra istituzione che svolga lo stesso
compito, e di conseguenza la crisi della famiglia implica la crisi di
un meccanismo fondamentale per le durata nel tempo di una società. A
questi temi si collega il problema della denatalità, che sembra
toccare, in un modo o nell’altro, tutte le società avanzate. Sia
la crisi della famiglia sia la denatalità hanno probabilmente cause
molteplici, e sarebbe azzardato affermare che esse dipendano
prioritariamente dal diffondersi delle ideologie femministe. È però
chiaro che il distacco e la diffidenza fra uomini e donne, che mi
sembrano conseguenze inevitabili del diffondersi del razzismo
femminista, rappresentano fattori che aggravano la situazione e
rendono più difficile pensare una soluzione di tali problemi. Si può
osservare che già oggi separazione e diffidenza degli uomini nei
confronti delle donne vengono apertamente teorizzate, per esempio dal
movimento di opinione noto con la sigla MGTOW, che sta per “Men
Going Their Own Way”, cioè uomini che se ne vanno per la propria
strada, e si sottintende: senza preoccuparsi delle donne. Ma anche
senza incrociare le realtà che, essenzialmente in internet, si
rifanno a tale sigla, è possibile che in futuro una certa
percentuale della popolazione maschile arrivi alla conclusione che
nelle relazioni con le donne i rischi siano troppo superiori ai
benefici. Per capire questo punto, immaginiamo che in un paese come
l’Italia arrivino a pieno compimento le tendenze implicite in uno
slogan come “bisogna credere alle donne”, che abbiamo sopra
analizzato: immaginiamo cioè che diventi pienamente operante
l’abolizione della presunzione di innocenza quando una donna accusa
un uomo di reati legati alla sfera sessuale. Ciò significherebbe
dare ad ogni donna il potere di decretare la colpevolezza di
qualsiasi uomo con il quale ci sia stata una qualsiasi forma di
interazione. Se a questo aggiungiamo il fatto, già oggi del tutto
normale, che una causa di separazione o divorzio comporta per l’uomo
un’alta probabilità di perdere figli, casa, e una quota
significativa del reddito, appare ragionevole l’ipotesi che in
futuro una parte significativa della popolazione maschile possa
pensare che sia più prudente “andarsene per la propria strada”.
Un’altra
forma che può assumere tale distacco è quella dell’emigrazione
vera e propria, soprattutto da parte dei giovani che devono prendere
le decisioni fondamentali riguardo al proprio futuro. Già oggi molti
giovani, uomini e donne, scelgono di andarsene dall’Italia. Come
nel caso della denatalità, anche per quanto riguarda l’emigrazione
giovanile si tratta di un fenomeno che dipende da molte cause diverse
(e sicuramente quelle legate al declino economico italiano sono le
più importanti), ma mi sembra evidente che il razzismo femminista
oggi dominante in Italia non sia di grande aiuto nel trattenere i
giovani italiani dall’emigrazione. Mi sembra non irragionevole
pensare che nel prossimo futuro i giovani uomini, nel momento in cui
dovranno fare le scelte che indirizzano una vita, tengano in
considerazione paesi esteri nei quali le ideologie femministe non
siano così dominanti e istituzionalizzate come nei paesi
occidentali.
Tutti
questi fenomeni (diffidenza e distacco fra uomini e donne,
denatalità, emigrazione dei giovani) rappresentano ovviamente dei
problemi per la tenuta delle nostre società.
Un’ulteriore
conseguenza dei fenomeni esaminati è di carattere geopolitico. Siamo
infatti entrati da qualche anno in una fase storica di forte
contrapposizione fra le società occidentali e le potenze esterne
all’Occidente, come la Russia e la Cina. In tali scontri, che già
oggi sono molto aspri (si pensi alla guerra in Ucraina), e che
promettono di peggiorare in futuro, le armi dell’ideologia sono
quasi altrettanto importanti di missili e bombe. Il collante
ideologico fondamentale delle nostre società è la teorizzazione
della democrazia occidentale contrapposta all’autoritarismo di
paesi come appunto Russia e Cina. Ci sono però molti aspetti
discutibili rispetto alla pretesa delle nostre società di
rappresentare la “squadra democratica” contrapposta all’avversa
“squadra autoritaria”, e il punto fondamentale, per quanto
riguarda quanto stiamo qui discutendo, è che ai tanti problemi di
tenuta democratica dei nostri paesi il razzismo femminista ne
aggiunge un altro: può infatti definirsi democratica una società
nella quale l’ideologia dominante è una forma di razzismo rivolto
contro metà della popolazione? Non mi sembra si possano avere dubbi
sulla risposta, e di conseguenza la dominanza del razzismo femminista
priva i paesi occidentali di uno degli argomenti fondamentali a
sostegno della propria narrazione. È vero che questo tema non sembra
rilevante negli scontri geopolitici cui assistiamo oggi, ma non si
può escludere che lo diventi in futuro, specie se abbinato ad una
emigrazione di giovani uomini occidentali in fuga da un Occidente in
crisi economica, preda di furori bellicisti ed egemonizzato dal
razzismo femminista.
Non
mi sembra possibile andare oltre queste indicazioni, generali ed
ipotetiche, sugli sviluppi futuri della situazione che abbiamo
descritto in questo articolo. Il futuro ci illuminerà.
Note
[1]
Se si accetta questa definizione, non rientra nella nozione di
“razzismo” un fenomeno come l’islamofobia, perché l’essere
islamici non è una determinazione biologica. In questo caso si potrà
eventualmente usare un termine più generico come “intolleranza”.
[2]
Uso l’espressione “delitto relazionale”, invece di
“femminicidio”, perché quest’ultimo termine non ha una
definizione chiara. Per “delitto relazionale” intendo un delitto
avvenuto nell’ambito di una relazione affettiva per motivi legati
alla relazione stessa (rottura, tradimento).
[3]
https://www.badiale-tringali.it/2021/03/fine-partita.html
https://www.badiale-tringali.it/2021/07/verso-il-collasso-lettere-al-futuro-5.html
https://www.badiale-tringali.it/2024/03/un-senso-precipite-dabisso.html
[4]
È chiaro che questa descrizione del “popolo di sinistra” si
riferisce a quella che, in maniera un po’ sbrigativa, possiamo
chiamare “sinistra moderata”, cioè la sinistra che ha rinunciato
a ogni istanza anticapitalistisca. Si dovrebbe fare un’analisi
leggermente diversa per la cosiddetta “sinistra radicale”, che a
livello di enunciazioni verbali mantiene finalità
anticapitalistiche. Ma si tratta appunto di enunciazioni verbali
prive di effetti pratici, anche perché la sinistra radicale
rappresenta minoranze ininfluenti. Nell’analisi generale che sto
svolgendo in questa sede, possiamo quindi trascurare l’esame della
“sinistra radicale”. Ne ho parlato più diffusamente in
https://www.badiale-tringali.it/2020/06/riflessioni-su-sinistra-radicale-e.html
e,
in relazione al femminismo, in
https://www.badiale-tringali.it/2020/08/femminismo-anticapitalista.html
, sezione VIII.
[5]
Quanto fin qui detto potrebbe essere ripetuto per l’analisi del
complesso ideologico che si indica come “politicamente corretto”,
ma non possiamo discuterne nei limiti di questo articolo.
[6]
Si veda per esempio:
https://www.ilcignobianco.com/2024/04/politica-e-giovani-uomini-a-destra-donne-a-sinistra/
Fonte articolo: https://www.badiale-tringali.it/2025/08/razzismo-femminista.html
Fonte foto: da Google