A Gaza due corrispondenti e tre operatori di Al Jazeera,
oltre a un freelance palestinese sono stati ammazzati dall’esercito israeliano,
il quale secondo l’ultima versione
orwelliana del governo Netanyahu sta “liberando” Gaza occupandola, radendola al
suolo e trasferendo gli abitanti sopravvissuti. La morte della verità e della
razionalità è il presupposto della morte dell’uomo. Il sistema vorrebbe
sostituirlo con un essere generico privo di logica e di capacità valutativa
etica e politica. Un uomo che crede a tutto e si adatta a ogni verità del
sistema è sempre disponibile ad adattarsi per essere resiliente. Tale genere di
uomo potrebbe credere che Gaza sta per essere liberata. Siamo ad un passo da
questo abisso in cui verità e menzogna non sono più categorie oggettive, ma
prodotti ministeriali e burocratici. In questo clima di “rivoluzione antropologica”
il giornalismo libero e di denuncia rappresenta un baluardo contro il Ministero
della verità e pertanto è oggetto di attacchi e di censure. I giornalisti
durante il raid erano in una tenda, fra di loro anche Anas al-Sharif,
giornalista notissimo per l’impegno nella denuncia dei crimini che si consumano
a Gaza da sempre. Il giornalista era il vero obiettivo, era accusato di essere
capo di una cellula terrorista. Israele lo ha eliminato, gli effetti
collaterali, la morte di altre cinque esseri umani sono considerati
effetti irrilevanti in tale logica di
“occupazione-liberazione”. Anche questo è un altro passo verso l’abisso della
disumanità, per raggiungere l’obiettivo non si calcolano gli effetti. Gli
esseri umani sono presenze superflue di nessun valore.
Amnesty International nel 2008 denunciava:
“La morte di così tanti bambini e di altri civili non può
essere semplicemente liquidata come ‘danno collaterale’, come sostenuto
da Israele. Gli attacchi contro Gaza sono stati senza precedenti:
almeno 1400 palestinesi uccisi dalle forze israeliane comprendono circa 300
bambini e altre centinaia di civili che non stavano minimamente prendendo parte
al conflitto. Amnesty ha riscontrato come le vittime degli attacchi su cui ha
condotto le indagini non siano rimaste uccise nel fuoco incrociato tra
miliziani palestinesi e soldati israeliani e non stessero nascondendo miliziani
o altri obiettivi militari. Molte sono state uccise durante il bombardamento
delle loro case, nel sonno, mentre sedevano in cortile o stendevano
il bucato. I bambini sono stati colpiti mentre giocavano sul letto. Personale
medico e mezzi di soccorso sono stati presi di mira mentre cercavano di soccorrere
i feriti o recuperare le vittime”.
Siamo giunti al genocidio del popolo palestinese, ma tale
logica era in grembo da decenni. Nessun genocidio avviene improvviso, ci può
essere la causa accidentale o voluta che può metterlo in moto, ma esso ha una
lunga gestazione che porta al “parto della morte”. Ciò a cui oggi assistiamo è
l’effetto finale di una lunga sequela di complicità che hanno rafforzato nello
stato d’Israele un senso di impunità coniugato ad un senso di onnipotenza. Le
condanne ONU (69) non hanno sortito mai
nessun effetto e nessuna sanzione è stata mai posta in atto. Israele è la
proiezione degli interessi imperiali degli Stati Uniti in Medio Oriente e
avamposto del declinante occidente assediato dai BRICS. Ciò gli consente di
agire al di là del bene e del male e del diritto internazionale.
Giornalismo e democrazia
Gli anticorpi della
democrazia sono le informazioni, per cui in questi decenni di declinante
democrazia l’informazione è sotto attacco con modalità diverse. I giornalisti
si uccidono, certo, ma normalmente non sono posti nelle condizioni di svolgere
la loro professione etica. In Italia sono precarizzati, e i precari sono
ricattabili o sono trasformati in esecutori di ordini. Ben 45.000 giornalisti
risultano con “contratti atipici” e con retribuzioni bassissime, mentre 15.000
sono strutturati. Il precario come l’etimologia della parola suggerisce prega
il padrone e colui che “prega” non è libero, ma
si pensi, anche, alla TV di stato italiana nella quale i giornalisti
informano su spettacoli, concerti e canzonette. Ci sono tanti modi di “eliminare
l’informazione”, la quale ha il compito di svelare interessi inconfessabili e
disumanità del potere, e in tal modo contribuisce a disinnescare ciò che è in
grembo ad un sistema. La violenza non è un destino e non è voluta da divinità
malvagie, essa è l’effetto di un sistema che non coltiva nei cittadini la
mediazione della ragione la quale valuta criticamente i fatti e nel porli in
relazione. Tutto questo non trova spazio nell’occidente, pertanto il male può
continuare a proliferare, poiché non vi sono limiti all’avanzare della
disinformazione. L’informazione è concretezza, riporta il soggetto nella storia
e lo responsabilizza; la disinformazione è l’astratto, in quanto nella mente
del cittadino disinformato i fatti deflagrano, sono frammenti irrazionali e
bugiardi che conducono al disimpegno. Si uccide il giornalismo in una miriade
di modi per coltivare la “pubblica stupidità” che tutto tollera, in quanto non
ha gli strumenti cognitivi ed emotivi per comprendersi e capire il mondo. Ci si
comprende, solo se si riflette sulla propria posizione e responsabilità verso
la storia, se questo è inibito sopraggiunge la “stupidità”. Il divertimento è
la cifra della tragedia dell’occidente. Ci si diverte sempre, ovvero secondo
l’etimologia della parola “si cambia strada da se stessi e dalla verità dei
fatti”.
La stupidità è
nell’incapacità di porre in relazione logica i fatti e nel confrontarsi con
essi. Personalità solide e adulte sono normalmente capaci di questo. Nel nostro
tempo la “disinformazione e l’informazione spettacolo” hanno contribuito alla
stupidità di massa, pertanto i fatti sono accolti con superficiale distanza e,
se contraddicono le proprie stereotipate convinzioni, sono rimossi con
l’applauso generale. Gli slogan che tempestano le menti degli uomini nel tempo
della stupidità invitano a fuggire per godere senza limiti. Il resto del mondo
può oscurarsi. D. Bonhoeffer ha decritto
la stupidità nella sua genesi inquietante:
“Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della
malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in
caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé
il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un
senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può
ottenere nulla, né con proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a
niente. Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali
semplicemente non si deve credere – in questi casi lo stupido diventa
addirittura scettico – e quando sia impossibile sfuggire ad essi, possono
essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti. Nel far questo lo
stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé;
anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente
all’attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello
stupido che del malvagio. Non tenteremo mai più di persuadere lo stupido: è una
cosa senza senso e pericolosa[1]”.
Ai giornalisti, come ad ogni uomo e donna di buona volontà
politica, spetta il compito di informare per ricostruire il principio etico e
il principio di realtà senza i quali immense tragedie torneranno ad affacciarsi
nel nostro quotidiano. I giornalisti che muoiono sul campo per testimoniare il
senso della loro professione devono essere ricordati, in quanto dimostrano che
l’umanità soverchia la stupidità del male anche in condizioni estreme. La
stupidità della guerra e delle ingannevoli complicità dei poteri finanziari e
della politica non è l’ultima parola. Continuare a tenere desta l’attenzione su
tali tragedie è uno dei modi per difendere la democrazia e la libertà
d’informazione. La potenza delle oligarchie ha prodotto il “totalitarismo della
stupidità”. La stupidità con i suoi
slogan e con le sue frasi fatte vive nella mente e nei corpi degli uomini e
delle donne, per questo l’informazione è
oggi invisa, poiché essa potrebbe risvegliare l’umanità sopita dalla coltre dei
dicitur del potere. Contro tale onnipotenza ci troviamo a combattere ed
è sicuramente una delle battaglie più difficili che l’umanità abbia mai
affrontato. Dobbiamo armarci di fiducia e di tenace pazienza, in quanto se la
natura dell’essere umano ha nel logos la sua essenza nessuna cappa di potere
potrà mai deformarla in modo assoluto.
[1]Da una delle ultime lettere dal carcere, 3 agosto 1944; citato in Rosino Gibellini, La teologia del XX secolo, Queriniana, Brescia, 1999, p.126).
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