Capitalismo “woke”

Populismo aziendale

Il capitalismo woke è la nuova frontiera del capitale. Le metamorfosi sinuose del capitalismo sono in linea con il nichilismo che lo sostanzia. La capacità di sopravvivere del modo di produzione capitalistico ha la sua ragione profonda nel vuoto metafisico del capitale. L’economia si autofonda, non ha verità sul suo fondo,  è causa sui. Tutto è solo valore di scambio: la vita e la morte valgono fin quando producono PIL. Solo in tal modo riusciamo a comprendere la via che sta battendo il capitale: dal 2024 sarà possibile in Canada per i malati psichici chiedere  il diritto “alla dolce morte”. Non si investe per sanare gli effetti sulla psiche e sul corpo di un sistema che nega la natura umana e sociale, si incentiva l’autoeliminazione. Coloro che non sono resilienti possono chiedere il diritto alla morte. Nessuna indagine o analisi sulla causa del male di vivere, si procede per “la  libera eliminazione degli ultimi”.

Il capitalismo è ateo, poiché non contempla la verità, ma la avversa. L’ateismo del capitalismo è libertà da ogni vincolo veritativo.

Tutto è spettacolo e tutto “deve fare PIL”.

Il capitalismo è assoluto, in quanto ab solutus, sciolto da ogni vincolo etico e da ogni progettualità politica. La comunità non è contemplata, essa è solo “mercato”.

L’ultima frontiera del capitale è  Il capitalismo woke (progressista), è dunque la nuova metamorfosi, tale mutazione genetica non cambia la sostanza del capitalismo, anzi ne accentua la pericolosità.

 

Capitalismo dell’indecenza

Il capitalismo woke è l’arma egemonica contro la politica e, specialmente, contro l’elaborazione di percorsi politici alternativi al capitale. Tale salto qualitativo è reso possibile dal vuoto della politica, ormai dipendente dalla catena di comando dei grandi gruppi economici e dalle multinazionali.  Il travestimento del capitalismo in fogge progressiste è anche il sintomo palese del vuoto culturale e politico nella sinistra ufficiale, per cui il workismo può avanzare indisturbato con l’appalauso trasversale della politica e con la tragica ammirazione delle masse che divengono sempre più impotenti e depauperate nello spirito di classe e materialmente.

Si difendono i diritti individuali, si trasformano taluni eventi di cronaca in manifestazione semireligiosa con cui adestrare le masse ai dogmi del capitale. I popoli divengono plebe ubbidiente alla mangiatoia dei diritti individuali e nel contempo gli effetti dei tagli dei diritti sociali sono abilmente oscurati. Le campagne su taluni casi di cronaca che in modo sincronico occuppano ogni spazio mediatico, dimostrano la manipolazione dell’informazione e la sudditanza organizzata dei media al “credo” della religione del capitale.

Il capitalismo woke minaccia la democrazia e quel che ne resta.  Taluni esponenti della destra del capitalismo temono che il capitalismo woke  possa essere “la fine del capitalismo”, poiché sta assumendo forme socialiste, ma si tratta del gioco delle parti:

“E se invece l’adozione del wokismo da parte delle imprese producesse effetti esattamente opposti a quelli condannati dai critici conservatori? Anziché essere la campana a morto del capitalismo, il fatto che le imprese diventino woke non potrebbe essere piuttosto il mezzo con cui estendere il potere e la portata del capitalismo in modi estremamente problematici? Se così fosse, ed è questa l’idea fondamentale su cui verte il mio libro, il capitalismo woke dovrebbe essere contrastato e combattuto su basi democratiche, poiché esso fa sì che gli interessi politici pubblici vengano sempre più dominati dagli interessi privati del capitale globale. Se seguiamo questa linea di pensiero, i problemi per la democrazia sorgono nel momento in cui il peso considerevole delle risorse aziendali viene mobilitato per capitalizzare la moralità pubblica. Quando la nostra stessa moralità viene imbrigliata e sfruttata come risorsa aziendale, dietro c’è sempre all’opera l’interesse privato delle imprese[1]”.

Il capitalismo dell’indecenza ha dunque preso in carico una serie di iniziative favorevoli ai diritti individuali e all’ambiente per presentarsi ai popoli e alle classi come il liberatore degli infelici, sensibile all’ambente che ha devastato. In questa fantasmagorica manipolazione delle parole e dei fatti ha raggiunto il suo obiettivo finale: eliminare la politica e presentarsi come l’unica “sinistra” credibile. Il gioco è facile: inclusione, femminicidio, parità di genere ecc. sono temi che raccolgono un facile consenso e cle il capitalismo woke appoggia e incentiva. Si procede per slogan, non si effettuano analisi strutturali, pertanto lo spot è accolto mollemente dai popoli, ormai plebe. La politica tace, anzi a sinistra si applaude alla sua effettiva sostituzione e si inneggia al capitale. I popoli devono credere alla versione del mondo secondo il credo delle oligarchie, devono rivolgersi ai capitalisti per imparare a decodificare la storia e il mondo sociale. L’economia ha fagogitato la politica, la quale è a suo servizio. La sovranità dei popoli è superata dal polulismo aziendale:

“Al contrario, il vero pericolo del capitalismo woke non è che indebolisca il sistema capitalistico, quanto piuttosto che consolidi ulteriormente la concentrazione del potere politico nelle mani di un’élite aziendale. Il perdurare di questa tendenza costituisce una minaccia alla democrazia. Ed è inoltre una minaccia per la politica progressista che ha ancora il coraggio di sperare nell’uguaglianza, nella libertà e nella solidarietà sociale[2]”.

 

Il lupo e l’agnello

Andrew Forrest è un tipico esempio di capitalismo woke. Nel 2020 l’Australia è stata devastata dagli incendi, il magnate ha versato 70 milioni di dollari in beneficenza per il disastro ambientale, solo che ben 50 milioni sono rientrati nella sua fondazione la Minderoo Foundation. La beneficenza è un affare, si finanziano fondazioni, i cui risultati finali saranno in linea con le aspettative del benefattore, che in tal modo  produrrà merci e tecnologie  presentandole sul mercato come innovative e “green”. Le emergenze sono prodotte in laboratorio, sono un tipo speciale di merce da vendere alla plebe.

La fondazione del “benefattore”, dunque, non potrà che confermare la versione ufficiale sui cambiamenti climatici, di conseguenza orienterà e condizionerà l’opinione pubblica con la sua aureola etica e nel contempo supporterà la vendita della merce che risolve l’emergenza. Il ciclo produttivo si chiude:

“Tutto bene, finché non si guarda in bocca a caval donato. Dei 70 milioni di dollari promessi, 10 sono stati destinati direttamente alle vittime degli incendi e altrettanti sono stati dati per finanziare un “esercito di aiutanti”, i quali avrebbero contribuito alla ripresa. I restanti 50 milioni di dollari sono stati offerti alla ricerca sulla “riduzione degli incendi”, alla cui guida c’è però la Minderoo Foundation che è di sua proprietà, sollevando così il dubbio sui risultati, che dovranno essere in linea con gli interessi del suo titolare. Ecco quindi che, tutto a un tratto, la sua donazione è sembrata piuttosto un investimento[3]”.

Vi sono  momenti storici nodali, in cui la verità diventa palese e inaggirabile. Sono storici momenti, in cui i popoli possono  passare dalla condizione di plebe a quella di popolo consapevole di essere “classe sociale allargata” che può emanciparsi dal giogo alienante delle menzogne. Durante  la pandemia di Covid 19 le multinazionali non solo hanno acquisito aziende e imprese più deboli fallite per la chiusura generalizzata, ma hanno richiesto allo Stato i sovvenzionamenti per i “danni subiti”, mentre i lavoratori erano forzatamente disoccupati, e molti non sarebbero tornati più al lavoro. Ecco il volto autentico del capitalismo, dietro la patina del progressismo vi sono solo gli interessi delle oligarchie:

“Il fatto che essi abbiano usato la crisi per rimpinguare le proprie casse è una presa in giro crudele ed egoista. Nel momento della difficoltà, ovunque nel mondo le multinazionali si sono messe in fila a piangere miseria nella speranza di ottenere aiuti governativi contro il coronavirus finanziati dai contribuenti. Per decenni, il dogma neoliberista ha privilegiato le multinazionali, insistendo sulla necessità di avere governi poco interventisti rispetto alla regolamentazione delle imprese, al welfare e all’istruzione. La perversione dell’interesse personale ha quindi raggiunto il colmo quando proprio coloro che hanno ferocemente pasteggiato alla tavola neoliberista sono stati i primi a mettersi in fila per ottenere i sussidi (alle aziende). La messa in cassa integrazione e l’aumento della disoccupazione di massa causati dalla crisi del COVID-19 hanno mostrato le priorità delle imprese. Così come il rischio che aziende ricche di liquidità, quali Apple, Johnson & Johnson e Unilever, rafforzassero il loro potere monopolistico acquisendo le concorrenti più piccole in lotta per la sopravvivenza[4]”.

Il monopolio sempre più accentuato nega nei fatti i principi liberisti e liberali che le imprese proclamano. Siamo dinanzi ad un nuovo feudalesimo, in cui pochi soggetti sono i padroni della politica e dell’economia. Si tratta di un travestimento che bisogna smascherare. Il lupo si è travestito da agnello per disorientare e occultare le ragioni reali del “progressismo capitalistico”.

 

Egemonia  culturale

Per poter dominare incontrastato in una realtà pacificata e adialettica il capitalismo woke deve controllare la struttura e la sovrastruttura, inaugura in tal modo  un totalitarismo inedito e lasco. Orienta l’opinione pubblica su talune cause sociali, abbraccia l’uguaglianza dei diritti, si veste di arcobaleno, presentandosi come l’unica alternativa possibile. La popolarità nell’aver sposato “cause gettonate” consente ai miliardari di conservare l’iniqua distribuzione delle risorse, la precarietà sociale e il taglio allo stato sociale con il consenso di molti, specie delle nuove generazioni che non conoscono nulla al di là del capitalismo. Si tratta di una operazione egemonica ben pianificata, politica ed economia coincidono pericolosamente:

“Per Dreher, il capitalismo woke è una forma di «imperialismo culturale» o «totalitarismo morbido», in cui l’adozione da parte delle imprese di posizioni progressiste esercita una notevole pressione politica su altri soggetti – ad esempio i dipendenti –, affinché sposino quelle stesse posizioni, anche se non ci credono. L’esempio da lui citato è quello dell’IKEA, la multinazionale svedese che ha licenziato un dipendente per aver disapprovato il sostegno dato dall’azienda al movimento del gay pride, perché in contrasto con le sue convinzioni religiose[5]”.

 Dinanzi al capitalismo antropofago che ha divorato la politica e la cultura, l’unica alternativa per restare umani e riportare la storia ai popoli è riaffermare il primato della politica-cultura sull’economico:

“Il vero cambiamento viene dall’azione democratica, non dalle aziende che vanno avanti da sole. È tempo di abbandonare l’idea che le imprese, in quanto attori principalmente economici, possano in qualche modo aprire la strada politica per un mondo più giusto, equo e sostenibile. La politica democratica si fonda sulla convinzione che le persone abbiano il diritto di governarsi da sole. Questa politica deve essere riaffermata come primaria, mentre l’economia deve retrocedere in secondo piano. Con il capitalismo woke, invece, abbiamo visto la tendenza opposta toccare un culmine pericoloso, perché le organizzazioni capitalistiche hanno sconfinato sempre più nella vita morale e politica dei cittadini[6]”.

Siamo in un momento storico, in cui il pericolo è diventato minaccioso, ma quando il pericolo rischia di annientare una intera civiltà il risveglio della “coscienza di classe allargata a strati ampi della popolazione” è determinante.

Per neutralizzare tale deriva bisogna volgere lo sguardo agli effetti  e ai dati oggettivi del capitalismo dal “volto umano” e fugare, così, le ombre in cui siamo.

Ciascuno con il suo impegno può contribuire a riportare la verità, dove vige la manipolazione pianificata. Tutti siamo chiamati a contribuire alla formazione, dal basso, di una nuova coscienza comunitaria e comunista con la quale riaprire “il sentiero interrotto della politica”.

[1]Carl Rhodes Capitalismo woke,come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi editore, Roma 2023, Capitolo I Il problema del capitalismo, pp. 22 23

[2]Ibidem pag. 25

[3] Ibidem Capitolo Populisti aziendali pag. 32

[4] Ibidem pp. 40 41

[5] Ibidem, Capitolo VI Un lupo in abiti woke, pag. 94

[6] Ibidem Capitolo XIII Diventare woke nei confronti del capitalismo woke pag. 197

Capitalismo woke: Come la moralità aziendale minaccia la democrazia eBook :  Rodhes, Carl: Amazon.it: Libri

2 commenti per “Capitalismo “woke”

  1. Ros* lux
    7 dicembre 2023 at 9:29

    A conferma di una delle tesi dell’articolo…su un recentissimo contratto aziendale con riduzione del orario di lavoro a parità di retribuzione…che impone a lavoratori di impegnarsi nello sforzo neofemmminista.
    Mentre in Italia vige la giornata legale di lavoro di 13 ore ed oltre…ex art 7 dlgs 66/03!

    https://www.blog-lavoroesalute.org/un-accordo-fuoriserie-settimana-corta-in-lamborghini/#respond
    “Per quanto riguarda il contrasto alla violenza di genere, viene resa obbligatoria la formazione, in collaborazione con le associazioni che operano nel territorio sul tema. Viene inoltre costituito un gruppo di lavoro sulla “innovazione sociale”, con l’obiettivo di conquistare nuovi diritti civici.”

    • Ros* lux
      8 dicembre 2023 at 8:25

      Oggi i corsi aziendali di fantozziana memoria …di Biliardo, le gare di ciclismo della Coppa Cobram, il canottaggio sono sostituiti dal Corso di wokismo ,con giornata del tutti a lavoro in tacchi a spillo.

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