Maieutica del bene

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Ci sono uomini maieutici,  che trascorrono la loro esistenza impegnandosi  nella cura dell’alterità. Il bene è il loro scopo, uomini dalle profondità metafisiche che fioriscono ascoltando il loro tempo storico. Resistono al male testimoniando il bene, il loro nemico è il male, pertanto discernono  il male da coloro che ne sono stati toccati. La speranza è possibile solo dove il male non è  pensato come ontologico ma dispositivo sociale.

Jean Giono[1] è stato tutto questo e molto di più. Di umilissime origini ha vissuto la condizione degli ultimi, la letteratura e la riflessione non sono state per lui mezzi di rivalsa sociale, ma paradigmi per decodificare il male e l’ingiustizia del mondo. Il male produce infelici,  si riflette nell’ambiente, si radica nella concretezza delle vite. La condizione umana la si può dedurre dall’ambiente abitato dall’umanità. Il pianeta nel nostro tempo storico  brucia per la dismisura umana, per le disarmoniche relazioni nelle quali le comunità si frammentano in un ciclo di violenze senza precedenze. La verità del modo di produzione capitalistico è nelle cicatrici lasciate nell’animo umano e nell’ambiente.

Il male non è astratto, non riguarda solo gli esseri umani, esso è nell’ambiente in cui si trascorre la propria esistenza: entra nella terra, nell’aria, nell’acqua, desertifica, rende sterile la natura come le menti. Il male è radicale, in quanto l’essere umano per sua natura è vita in relazione, pertanto il male di vivere entra nelle relazioni umane e ambientali. Il bene ha la forza etica di rompere tale ciclo di alimentazione del male. L’essere umano è libertà, può spezzare i ceppi che lo inchiodano alla coazione a ripetere.

Jean Giono ha dimostrato nei suoi scritti e con la sua vita che il male non è un destino, anche quando si vive una condizione di cieco e fatale abbrutimento.

Nel mondo contadino e nei valori della terra minacciati dalla tecnocrazia vide sepolti i semi della rinascita. Lazzaro è ancora tra di noi, rinascere a nuova vita è la grandezza discreta dell’umanità. La cultura della terra è anticapitalistica.  In quanto ha la chiarezza dei bisogni autentici degli esseri umani, non è traviata da inutili sovrastrutture che conducono alla crematistica. Nella rovina del mondo contadino, nella sua perversione al capitalismo vide il male del capitale che inquina la fonte del bene:

“Sapete che la morte è preceduta da una sorta di passione anatomica; la materia fisica del moribondo sembra già plasmata in misteriosi miscugli. Voi siete nella stessa situazione: stando a quel che mi avete appena detto, la materia fisica della classe contadina è similmente plasmata. È sul punto di sparire per diventare altro. È malata di capitalismo. La meta del contadino non è più vivere, è costituire un capitale. Lui crede che vivere significhi costituire un capitale. Crede che il capitale gli concederà una magnificenza irraggiungibile con la sola vita. Voi mi dite che non ha più da mangiare: è che non cerca più di mangiare, cerca di vendere. La prova del suo errore è che non riesce più a vendere. La prova dell’errore della vendita, in generale, è che il lavoro dell’uomo applicato logicamente al desiderio di vendere distrugge da sé la possibilità di vendere”[2].

 

Denaro=Male

Il male si estende  in orizzontale e in verticale, ha la forma del denaro. Il desiderio di accumulo smodato di denaro è sostenuto dallo Stato e dalle sue oligarchie. Alla fine dell’operazione di trasformazione di una cultura e di una civiltà, non resta che l’arido vero. Non vi è più gioia, in quanto anche nel gesto del contadino che nutre con il suo faticoso e materno  lavoro la terra, si è interposto il denaro che sottrae l’essenziale per restituire illusioni e distopie. Il denaro quale scopo della coltivazione della terra rende ogni gesto sterile, allontana dalla vita e produce la morte interiore. Alla fine del processo di reificazione il contadino non è più tale, è una copia dell’imprenditore, è privato del senso del suo esserci:

“Lui è dunque come lo Stato lo vuole. Il fine dello Stato moderno non è dare la gioia; la gioia libera, mentre esso deve controllare costantemente l’esistenza degli uomini. Il fine dello Stato moderno non è l’uomo; è lo Stato. Quando si lavora per il denaro, non si lavora più per se stessi. Vale a dire che la gioia del lavoro non è più lo scopo essenziale. Si lavora per lo Stato. Non si vive più; si fa vivere lo Stato”[3].

L’arido vero e le miserie dell’abbondanza possono svelare che la povertà e la frugalità sono la  misura della pace e della gioia. La crematistica è perniciosa, inocula la guerra di tutti contro tutti, si diffonde il sospetto, si subisce la solitudine, si reagisce ad essa in modo irrazionale aggredendo i presunti nemici. Il delirio paranoico  diventa struttura dell’organizzazione sociale. La sete di ricchezza può condurre ad una percezione psicotica: l’altro è sempre il mio nemico, per cui la guerra è l’unica soluzione. Le due guerre mondiali hanno la loro causa nella crematistica come tutte le guerre. Nelle relazioni tra i singoli come fra gli Stati la violenza diventa, così, la normalità della cattiva vita:

“Parlo di quella povertà che è la misura, mentre voi avete inseguito la ricchezza che è dismisura ed essa vi ha gettato in una miseria disperata che distrugge gli uomini e li spinge naturalmente e ragionevolmente a distruggersi; mentre non osate più parlare di pace e desiderate la pace. Parlo di quella povertà che è la misura e la pace. Parlo di quella povertà che è la ricchezza legittima e naturale: la gloria dell’uomo”[4].

Nessun artificio e nessuna ricompensa potrà compensare la rinuncia a se stessi e alle relazioni profonde senza le quali, anche una vita di successi, è misera, è reificata al punto da perdere il proprio carattere e con esso il proprio mondo, ci si condanna ad una esistenza spettrale malgrado la visibilità sociale:

“Si vuol fare dell’umanità intera quel che si è fatto con certi uomini ai quali la guerra ha spezzato la spina dorsale e che si sostengono con busti di ferro e collari rigidi. Hanno medaglie e attestati da eroe, ma quando una donna li sposa, apertamente le si fanno le congratulazioni e sinceramente la si compiange. Niente rimpiazzerà mai la loro vera spina dorsale, semplice, naturale, per nulla tecnologica ma così esperta nell’inseguire, raggiungere la gioia e alimentarsene”[5].

 

Terra ostetrica di vita

Il denaro allontana dal fine autentico, ovvero dalla gioia delle relazioni, la parola diventa calcolo, i gesti sono finalizzati all’accumulo. La reificazione abita il corpo come la mente. A tanto male che penetra in ogni gesto rendendolo astratto e alienandolo dalla vita si contrappone la proprietà della terra dei contadini, i quali zappano, sarchiano e curano la terra per soddisfare bisogni concreti, in primis il cibo, per rendere possibile la vita. La terra è ostetrica di vita e di gioia, il contadino con i suoi gesti canta la vita, la libera dai processi di mediazione capitalistica indotti che rendono astratto ciò che è concreto. Il contadino nutre, produce per la vita, il lui risplende la vita nel suo ciclo quotidiano, la fatica è gratificata dal gesto che nutre e si radica nell’espansione della vita:

“La proprietà del contadino è naturale; essa è soggetta ai suoi bisogni; è quindi soggetta alla sua misura. Questa misura è la cosa più importante. Nel momento in cui la proprietà si dismisura, perde le sue qualità naturali, perde le sue qualità contadine. Solo la parte di proprietà commisurata ai bisogni del suo proprietario s’adatta a questo proprietario; tutta la parte in eccesso a tale misura può soltanto adattarsi al sociale e non è più contadina. I due grandi sistemi sociali moderni – il capitalismo e il comunismo – sono sistemi di dismisura. Entrambi distruggono la piccola proprietà contadina. Il contadino non può accettare l’uno o l’altro senza diventare da una parte un capitalista e dall’altra parte un operaio. In entrambi i casi, smette di essere un contadino”[6].

Dove l’ambiente e le relazioni sono attraversati dalla violenza dell’astratto e dallo sfruttamento la follia si impadronisce degli esseri umani e della natura. La competizione per il denaro inocula il cattivo seme dell’illimitato, l’anima concupiscibile governa la comunità fino a renderla folle ed assassina. L’irrazionale conduce ad un precipitare dei gesti, ad un abisso senza posa in cui ci si disumanizza nella separazione e nella competizione fine a se stessa. Vivere diventa sola “sofferenza” per sé, per gli altri e per l’ambiente. La rapina diventa costume sociale a cui si è aggiogati, l’infelicità governa e rende gli esseri umani creature del male:

“Gli uomini portano il carbone in città con i camion, poi tornano. Le più solide qualità scricchiolano sotto quella perpetua doccia scozzese. Le donnecovano rancori. C’è concorrenza su tutto, per la vendita del carbone come per il banco di chiesa, per le virtù che lottano tra di loro, per i vizi che lottano tra di loro e per il miscuglio generale dei vizi e delle virtù, senza posa. Per sovrappiù, il vento altrettanto senza posa irrita i nervi. Ci sono epidemie di suicidi e numerosi casi di follia, quasi sempre assassina”[7].

Ne L’uomo che piantava gli alberi lo scrittore descrive il katecon al male, il bene è discreto, lavora nel rispetto del tempo della natura, asseconda i ritmi della natura, ricostruisce relazioni olistiche.  Un oscuro e anonimo piantatore di alberi è il protagonista del testo. Con il suo silenzio fa germinare pensieri che divengono azioni. Le  ghiande per riportare la vita dove regnava la morte. L’albero è l’archetipo della vita, l’uomo pianta alberi, mentre l’Europa e il mondo sprofondano nelle due guerre mondiali. L’albero è simile all’Uno di Plotino, spontaneamente dona i suoi frutti, accoglie tra i suoi rami la vita nel suo fluire, fiorisce e dona al mondo la freschezza della bellezza. L’albero penetra con le sue radici nella profondità della terra, e si eleva verso la luce, coniuga la terra con il cielo, è il mistico incidere a riportare la vita dove imperversa il solo valore di scambio. Il piantatore di alberi  ha trovato in essi la forza etica di reagire-agire alla morte del figlio e della moglie. Ha sublimato l’esperienza della morte in vita. Ogni ghianda è un oasi, è il bene che inarrestabile riconquista gli spazi su cui apparentemente ha trionfato la morte e il saccheggio delle risorse:

“Da lì, proseguii a piedi. La guerra da cui eravamo appena usciti non aveva consentito il rifiorire completo della vita, ma Lazzaro era ormai uscito dalla tomba. Sulle pendici più basse della montagna, vedevo i campicelli di orzo e segale in erba; in fondo alle strette vallate, qualche prateria verdeggiava”[8].

La cura è nel gesto con cui seleziona le ghiande, nulla è lasciato al caso, tutto è finalizzato  alla vita:

“Notai che in guisa di bastone portava un’asta di ferro della grossezza di un pollice e lunga un metro e mezzo. Feci mostra di voler fare una passeggiata di riposo e seguii una strada parallela alla sua. Il pascolo delle bestie era in un avvallamento. Lasciò il piccolo gregge in guardia al cane e salì verso di me. Temetti che venisse per rimproverarmi della mia indiscrezione ma niente affatto, quella era la strada che doveva fare e m’invitò ad accompagnarlo se non avevo di meglio”[9].

Il messaggio di Jean Giono è eterno: ogni epoca ha i suoi deserti, dobbiamo scegliere se essere nel nostro breve passaggio: piantatori di vita da donare a chi verrà dopo di noi o complici del deserto che avanza. La vita di ogni essere umano si gioca su tale scelta. Il male del mondo, se lo vogliamo, non ha e non avrà l’ultima parola. Scegliamo buone parole con cui seminare le nostre vite, senza mai cedere alla violenza dell’invettiva, ciò  può essere in un’epoca di arsura un buon inizio.

[1]Jean Giono (Manosque, 30 marzo 1895 – Manosque, 9 ottobre 1970) è stato uno scrittore, saggista e traduttore francese

[2]Jean Giono,Lettera ai contadini sulla guerra  e la pace, Capitolo XIII. Perdita della libertà artigiana.Ponte delle Grazie, 2016, pag. 55

[3]Ibidem,  CapitoloXIV. Costituzione della schiavitù delle masse, pag. 58

[4] Ibidem Capitolo III La misura, pag. 74

[5] IbidemCapitolo IV. L’atroce orgoglio di non voler ricredersi, PAG. 75

 

[6] Ibidem Capitolo IVLa Facilità, la volgarità pag.39

 

[7] Ibidem L’uomo che piantava gli alberi, Prima edizione digitale 2011 Realizzato da Jouve, pag. 17

[8] Ibidem pag. 34

[9] Ibidem pag. 21

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