Cile: un’informazione di poche parole

Non ho nulla di illuminante da scrivere sul Cile, perché di quel Paese conosco approssimativamente la storia e di ergermi a tuttologo non mi va: ce ne sono già troppi in giro e, a parer mio, nocciono alla causa. Anche a proposito di Ecuador e Argentina lascio volentieri la parola a chi ne sa più di me: mai ho visitato quelle terre, e le mie informazioni sono di seconda mano.

Di una cosa però sono consapevole: che la nostra c.d. “libera informazione” sta pateticamente toccando il fondo. Non perché abbia d’improvviso iniziato a mentire con spudoratezza e continuità: quello lo fa da annorum, e tocca ammettere che sul Cile – e anche sull’Argentina – le notizie le sta dando. Mancano però di… condimento, di sugo: è una cronaca senza commenti, che scansa l’onere dell’approfondimento. Ecco: il giornalismo nostrano sembra aver improvvisamente smarrito attributi e apposizioni. Fino a poco fa ne era prodigo: Assad risultava invariabilmente “sanguinario”, Maduro era per tutti il “dittatore” (oppure il “tiranno”) ecc. Gli eventi odierni, per quanto drammatici, sono invece raccontati senza pathos, con minor enfasi di quella tributata a una partita di calcio di serie B. Con un pudore sospetto, direi.

Discettando di quanto avviene in Cile, dove folle strabocchevoli riempiono letteralmente le città e gli sgherri del regime (a quanto pare) ammazzano e violentano i civili, inviati e commentatori si astengono dal prendere posizione: ammettono che alla crescita economica si è accompagnato un gigantesco aumento della diseguaglianza, che la classe media è scivolata inesorabilmente nella miseria, che sanità e istruzione sono un privilegio della sparuta élite (ultra)benestante, ma a sentirli sembra quasi che tutto ciò sia frutto del caso o di un’avversa congiunzione astrale. Il presidente Piñera è un multimilionario liberista, d’accordo, ma se i fatti (spaventosi) non si accordano alle sue parole è a queste ultime che si presta fede, e a promesse che – pur prive di riscontro nella pratica – ci consegnano l’immagine di un illuminato statista attento al benessere del proprio popolo. Dai tele e radiogiornali si ricava l’impressione che il coprifuoco si sia dichiarato da sé, che le violenze di carabineros e militari (professionisti) siano eventi naturali al pari di grandine o terremoti, che tutto ciò che non va sia il prodotto di scelte magari sbagliate, ma in buona fede. Mi viene in mente quello che scrisse il giornalista argentino Walsh a proposito degli esordi della dittatura militare (neoliberista e filoamericana) di cui sarebbe presto caduto vittima: “i loro crimini li chiamano errori”. Memori della lezione tolstoiana contenuta nell’appendice (invero non imperdibile) di “Guerra e pace”, i nostri comunicatori sviliscono il ruolo del leader e di chi lo supporta facendone altrettante marionette di un destino imponderabile che trascende l’umano. D’accordo: ma allora perché tanto accanimento contro Maduro, trattato al contrario alla stregua di un onnipotente e malvagio puparo, responsabile di qualsiasi disgrazia sia capitata e capiterà in ogni remoto angolo del Venezuela? Perché, mentre le centinaia di migliaia di persone che, chitarra o pentola in mano, manifestano compostamente a Santiago del Cile restano una massa anonima, si è sentito il bisogno di santificare un golpista da due soldi come Guaidò e di esaltare la losca schiuma sociale che si è messa al suo servizio (cioè al servizio degli USA)? Perché i morti di Caracas valgono scomuniche a ripetizione mentre quelli cileni sono nient’altro che cifre in calce a un articolo?

Perché, venendo all’Argentina, il (pur riconosciuto) fallimento delle politiche iperliberiste di Macrì è un “crimine” senza colpevoli laddove Cristina de Kirchner ci è sempre stata descritta – a prescindere dai risultati ottenuti – come un Nerone in gonnella?

La risposta è di disarmante semplicità: il nostro sistema mediatico non ha alcuna pretesa di obiettività, essendo pienamente funzionale alle esigenze della classe dominante, di cui funge da consapevolissimo propagandista – da grancassa. Ci sono eccezioni, certo, che però assomigliano alle proverbiali rondini incapaci di fare primavera, e comunque hanno poco da ridire quando i nostri governanti-valvassini giurano fedeltà alla NATO occupante o all’Unione Europea avvezza al ricatto e affamatrice di popoli (la Grecia peró sta crescendo, annunciano garruli gli analisti).

Per dirla con Truman, i signori Macrì, Guaidò, Piñera e persino Erdogan (per il momento, almeno) sono “figli di puttana, ma nostri – cioè del Capitale americanocentrico – figli di puttana” che, finché appaiono utili, possono essere criticati, ma blandamente e con juicio: al contrario, chi sta fuori dal sacro recinto atlantista è un demonio da additare al livoroso disprezzo di sudditi che, come gli operai-soldati europei dell’Ottocento, devono interiorizzare una miseranda avversione nei confronti del nemico(-vittima) esterno per non riconoscere quello autentico, che hanno in casa e non smette di abusare delle loro vite.

In sintesi: i nostri media sono foraggiati per ammannirci propaganda, e questo diligentemente fanno. Ma molto più degli avvenimenti di Catalogna, vergognosamente banalizzati, quelli cileni li hanno colti impreparati, li stanno mandando in confusione: perché laggiù, nell’altro emisfero, un intero popolo si è messo in marcia, chiedendo a gran voce “concessioni” (rectius: diritti) che – per quanto basilari e sacrosanti anche secondo la vulgata ufficiale – sono del tutto incompatibili con gli obiettivi e le priorità del regime liberista sovranazionale. A fronte delle infinite testimonianze di prima mano (filmati, appelli ecc.) la collaudata storiella delle frange violente in rivolta non è spendibile, e allora si evita di soffiare sul fuoco – dimenticando però che i crudi fatti (cioè le 5 W del giornalismo d’antan) suscitano più interesse ed emozione fra chi vi assiste delle tirate retoriche di ciceruacchi da strapazzo. .

In realtà sia la vicenda cilena che quelle ecuadoregna e argentina (per quanto diverse fra loro) attestano una verità incontrovertibile: un sistema di produzione capitalista “puro”, cioè senza freni, è antitetico rispetto all’idea di democrazia sostanziale la quale, per esistere, non può prescindere da un’equa distribuzione delle risorse materiali e immateriali fra i membri della società.

Socialismo o barbarie non è oggi uno slogan, bensì un’alternativa stringente.

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Fonte foto: in Terris (da Google)

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