Il ruolo della Russia e la bancarotta dei rossobruni

“Gratta molti comunisti, e troverai degli sciovinisti gran-russi” (Lenin).

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha criticato l’operato di Lenin, leader bolscevico ed architetto della Rivoluzione russa. A detta di Putin le teorie leniniste sull’autodeterminazione dei popoli sarebbero  una ‘’bomba atomica’’, la vera causa della distruzione dell’Urss. La posizione di Putin è impegnativa e non può essere liquidata con poche battute. Per il capo del Cremlino “E’ stato proprio questo modo di pensare – il presidente russo si riferisce alla teoria bolscevica sull’autonomizzazione – che ha portato al crollo dell’Unione Sovietica”, “La rivoluzione mondiale non ci serviva”. Putin non attacca l’esperienza sovietica, ma rinviene nel leninismo la ‘bomba’ che ha fatto crollare l’esperimento nazionalcomunista staliniano. Questa contrapposizione Lenin/Stalin – contrapposizione reale – ha una sua precisa genesi storica ma, prima di dare le dovute spiegazioni, è bene chiarire cosa intendesse Lenin per ‘’diritto delle nazioni all’autodecisione’’.

La reale posizione di Lenin sulla questione nazionale

Per prima cosa chiariamo che cos’è una nazione. Una nazione secondo Stalin è ‘’ un’entità stabile di linguaggio, territorio, vita economica, formazione psicologica, che si è storicamente evoluta e si manifesta in una cultura comune’’ ( Il Marxismo sulla Questione Nazionale e Coloniale ). Questa posizione venne accolta, pochi anni dopo, addirittura dal suo avversario storico, Leon Trotsky il quale spiega che “La lingua è lo strumento più importante di comunicazione umana, e di conseguenza dell’industria. Diviene nazionale insieme col trionfo dello scambio di merci che integra le nazioni. Su queste fondamenta lo Stato nazionale è eretto come l’arena più conveniente, proficua e normale per il gioco delle relazioni capitaliste.” ( Storia della rivoluzione russa ). Sia Stalin che Trotsky concordarono nel ritenere ‘’la lingua’’ l’elemento caratterizzante lo Stato nazionale, ma per Lenin, i due teorici, non coglievano un ulteriore aspetto importante. Nessuno negherebbe mai che la Svizzera sia uno Stato ‘semi-indipendente’ e sovrano ma – e faccio parlare il rivoluzionario russo – “In Svizzera ci sono tre lingue statali, ma le leggi che sono sottoposte a referendum vengono stampate in cinque lingue, vale a dire, in due dialetti Romanici in aggiunta alle tre lingue statali. Secondo il censimento del 1900 questi due dialetti sono parlati da 38.651 dei 3.315.443 abitanti di Svizzera, cioè da un poco al di sopra dell’1%. Nell’esercito ufficiali e sottufficiali permettono la più larga libertà ai loro uomini di parlare nel loro linguaggio nativo. Nei cantoni di Graubünden e Wallis (ciascuno con una popolazione poco sopra i centomila) entrambi i dialetti godono di un’uguaglianza completa.” ( Commenti Critici sulla Questione Nazionale, ottobre-dicembre 1913 ). L’identità nazionale svizzera – il discorso si potrebbe estendere a tutte le nazioni che tutt’oggi rivendicano la propria indipendenza – si è forgiata durante il conflitto contro l’impero austriaco, compattando i ceti popolari di quel paese, per questa ragione Lenin sostituì la categoria staliniana di ‘’entità stabile’’ con quella di ‘’entità evoluta’’ facendo del conflitto di classe la forza motrice degli Stati nazionali a venire. La sua posizione, per quanto ne dica Putin, resta di grande attualità ed è il punto di partenza per tutti coloro i quali vogliano lavorare ad una progettualità politica che spezzi l’egemonia di Washington e dei suoi vassalli.

Le rivendicazioni autonomiste possono essere definite democratico-borghesi, non socialiste, ma questo non impedì a Lenin di appoggiarle preservando, sapientemente, l’indipendenza di classe del mondo del lavoro. Dall’altro lato, il  leader bolscevico individuò con grande anticipo nei vuoti slogan sulla ‘’cultura nazionale’’ un’arma neocolonialista volta a disintegrare le nazioni. Putin ha letto questa eloquente pagina leninista?

“Il risveglio delle masse dal loro torpore feudale, la lotta contro tutte le oppressioni nazionali, per la sovranità del popolo e per la sovranità delle nazioni, è progressiva. Quindi, è un dovere vincolante per un marxista mantenere la più risoluta e coerente democrazia su tutti i punti della questione nazionale. Si tratta di un compito prevalentemente negativo. Ma il proletariato non può andare oltre questo e appoggiare il nazionalismo, perché oltre a questo punto comincia l’attività “positiva” della borghesia che si sforza di rafforzare il nazionalismo.”

“Ecco perché il proletariato si limita, per così dire, alla richiesta negativa del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, senza offrire garanzie ad alcuna nazione, e senza impegnarsi a concedere nulla a danno di altre nazioni.”

“La conclusione è che ogni nazionalismo liberal-borghese causa la più grande corruzione fra gli operai e infligge un immenso danno alla causa della libertà e della lotta di classe proletaria. È tanto più dannosa in quanto la tendenza borghese (e feudale-borghese) si nasconde sotto lo slogan della “cultura nazionale”. In nome della cultura nazionale – grande russa, polacca, ebraica, ucraina, e altre – i reazionari centoneri, i clericali, e anche la borghesia di tutte le nazioni, fanno il loro sporco lavoro.

“Questi sono i fatti dell’odierna vita nazionale, se la esaminiamo dal punto di vista della lotta di classe e non dal punto di vista di insipidi ‘principi generali’, declamazioni e frasi.” ( Commenti critici sulla questione nazionale ) 1

Lenin sostenne che l’indipendenza e l’ “autonomizzazione” fossero la vera base dell’ “assimilazionismo”: “il proletariato non può appoggiare qualsiasi consolidamento del nazionalismo, al contrario, appoggia tutto ciò che contribuisce a cancellare le distinzioni nazionali e a rimuovere le barriere nazionali, appoggia tutto ciò che rende più stretti i legami fra le nazionalità, o che conduce all’amalgamare le nazioni. Agire differentemente significa prendere le parti del filisteismo nazionalista reazionario.” Per questa ragione, Leon Trotsky, una volta che l’Ucraina cadde in mano all’anarchico di dubbio provenienza, Nestor Machno, non esitò ad intervenire militarmente inglobando quel paese nell’Urss. La domanda resta la stessa: quale modello di società si vuole costruire ? Chiarito ciò, io non credo che Putin falsifichi la posizione di Lenin per ignoranza. Putin è un uomo colto, uno statista ‘’scuola Kgb’’; le sue ragioni sono ben altre.

Vladimir Putin, conteso da antimperialisti e rossobruni

Vladimir Putin salva dell’esperienza sovietica due aspetti di cruciale importanza: (1) la geopolitica di potenza ( da non confondere con l’imperialismo: né l’Urss e nemmeno la Russia, sono mai state imperialistiche ); (2) il compromesso con la Chiesa ortodossa. Per dare una coerente ideologia al suo progetto politico, ha dovuto conciliare i settori più conservatori dello stalinismo russo rappresentati dal Partito comunista della Federazione Russa di Zjuganov, con i tradizionalisti, un tempo di destra, di cui il maggior esponente e pensatore è Aleksander Dugin. Detto questo è corretto ribadire l’appoggio di molti progressisti alla lodevole opposizione geopolitica russa contro i progetti imperialistici nord-americani: molti intellettuali antimperialisti ed associazioni socialiste si sono affiancate, giustamente, alla Russia in questa lotta. Gli aspetti bivalenti si susseguono continuamente.

Nel 1922 Lenin si rivolge con grande durezza verso Stalin: ‘’Perciò l’internazionalismo da parte della nazione dominante, o cosiddetta “grande nazione” (sebbene sia grande soltanto per le sue violenze, grande soltanto come è grande Diergimorda), deve consistere non solo nell’osservare la formale uguaglianza tra le nazioni, ma anche una certa ineguaglianza che compensi da parte della nazione dominante, della grande nazione, l’ineguaglianza che si crea di fatto nella realtà. Chi non l’ha capito, non ha capito l’atteggiamento realmente proletario verso la questione nazionale, ed è rimasto, in sostanza, su una posizione piccolo-borghese, e perciò non può non scivolare ad ogni istante nella posizione borghese’’ ( Sulla questione nazionale o della autonomizzazione ). Se Stalin ha cozzato frontalmente con la politica di Lenin ( difesa, per quanto se ne dica, coerentemente da Trotsky ) in nome della salvaguardia ‘’patriottica’’ dello Stato proletario sovietico ( in realtà una inedita forma di ‘socialismo burocratizzato’ ), Putin mira a riconquistare le antiche sfere di influenza sovietica col fine di rafforzare il capitalismo russo. Scompare, per l’attuale capo del Cremlino, la dicotomia ‘destra/sinistra’ e Dugin diventa un ideologo di primo piano in questo progetto.

Ma come possiamo sintetizzare il pensiero di Dugin, quali sono i suoi aspetti più importanti ? Lo storico Pier Francesco Zarcone ci ha fornito una sintesi eloquente del ‘’Dugin pensiero’’:

‘’Giacché la Russia deve essere il motore (non immobile) della zona di “sua pertinenza” per una vasta irradiazione lungo assi ben determinati e per l’Europa occidentale Dugin privilegia gli assi Mosca-Berlino e Mosca-Parigi. Per l’Europa orientale (in senso lato), dato per scontato l’inserimento di Bielorussia e Ucraina nell’area russa, gli assi di Dugin sono due: l’asse Mosca-Ankara e quello Mosca-Caucaso. Dalla Turchia non si può prescindere, anzi va valorizzata la sua alterità rispetto ai paesi dell’Unione Europea, Gli interessi turchi e gli obiettivi regionali di Ankara implicano che la Turchia entri in una dimensione multipolare, ed essi sarebbero meglio tutelati attraverso una partnership con la Russia (appianando i contrasti storici) e con l’Iran. L’asse caucasico riguarda un’area oggettivamente difficile, per la pluralità di popoli con diverse religioni e culture, in virtù delle quali il Caucaso è un mosaico di elementi di civiltà diverse. Qui la soluzione prospettata da Dugin consiste nell’abbandono dell’opzione per Stati mono-etnici, e nel favorire invece la creazione di organismi federativi che lui definisce “flessibili”; un elemento a suo dire idoneo a favorire le coesistenze etico/culturali al loro interno sarebbe l’integrazione di questi organismi nel progetto strategico euroasiatico della Russia, la quale a tal fine realizzerebbe un sistema di semi-assi portanti:  Mosca-Tbilisi, Mosca-Baku, Mosca-Erevan, e così via, e poi ulteriori semi-assi che si diramino non più da Mosca ma dai singoli centri del Caucaso, come Baku-Ankara, Erevan-Teheran eccetera.

Per l’Asia Centrale Dugin prevede la vera e propria integrazione strategica ed economica con la Russia onde farne un ponte verso paesi islamici come il Pakistan e l’Afghanistan. L’asse Mosca-Teheran nell’ottica progettuale in questione è di importanza primaria, in sé e come punto di partenza per un’irradiazione ulteriore. Con Teheran va quindi realizzata una partnership di lunga durata e un’integrazione economica e militare da cui muovere in direzione di Islamabad e Kabul. L’obiettivo sarebbe puntare a una vera e propria confederazione pakistano/afghana legata sia a Mosca sia a Teheran. E per finire l’asse Mosca-Nuova Delhi, per stimolare un più organico assetto federale coinvolgente tutti i gruppi religiosi ed etnici indiani’’.

I grandi blocchi geopolitici – se si vuole blocchi egemonici alternativi – prendono il posto, nella visuale campista, della lotta antimperialista finalizzata a superare il capitalismo. Forse è questo il motivo che spinge molte organizzazioni cosiddette “rosso brune” ( es. Socialismo patriottico; Rinascita; Eurasia ) alla ‘’fascinazione russa’’, fascinazione che – come dirò fra poco – è del tutto immotivata e fuori luogo? Queste ‘’sigle’’ politiche, sfruttando lo spazio enorme lasciatogli dalla “Sinistra Imperiale”, vedono nella borghesia europea la sola forza sociale capace di sganciarci dalla oppressione neocoloniale statunitense ( morsa imperiale che sta soffocando il mondo del lavoro, in Italia e non solo ); la loro ‘’rinascita’’ è semplicemente, la ‘’rinascita’’ dell’imperialismo europeo con la minimizzazione degli orrendi massacri – spagnoli, portoghesi, francesi e nazifascisti – perpetrati ai danni dei popoli coloniali. I rossobruni nascono di fatto dal cadavere morente della sinistra. Chi sono i loro veri amici ? La risposta è semplice: i ‘’terzisti’’ vanno a braccetto con tutti quegli antimperialisti che si comportano da liberali ( da SeL al PCL ), uniti a quelle soggettività politiche che non riconoscono in Washington la ‘’contraddizione principale’’ per dirla con Mao, o si girano dall’altra parte di fronte ai crimini dell’imperialismo israeliano. James Petras, sociologo marxista, si è forse spaventato dell’accusa di ‘’antisemitismo’’ quando, col consueto coraggio, ha scritto “Usa: padroni o servi del sionismo ?” Come mai il PCL non ha mai pubblicato un comunicato contro la subordinazione dell’ANPI ( Associazione Nazionale Partigiani Italiani ) alla lobby sionista ? Eppure la borghesia israeliana è un pilastro d’acciaio dell’attuale edificio capitalista, o sbaglio ?

Il movimento Sinistra anticapitalista, ex Sinistra Critica, ha perfino esaltato i tagliagole del Fronte Jabat Al Nusra contro la Siria baathista omettendo che la bandiera issata dai ribelli fosse, fin da subito, quella del mandato coloniale francese in Siria. Quando le sinistre si comportano in questo modo, è ovvio che aprono un’autostrada ai nazionalpatriottismi. I marxisti del Nucleo Comunista Internazionalista hanno analizzato con acutezza il problema: ‘’Se una certa “sinistra” europea, dopo aver martoriato di bombe europee “di sinistra” Iraq e Jugoslavia, si lancia in una campagna anti-Haider (superfluo ricordare che quest’ultimo è stato uno dei tanti energumeni della destra radicale europea) che è in realtà una campagna pro-USA e pro-Israele e in sostegno dei loro reggicoda europei, e poi rilancia senza posa la sua azione “anti-Milosevic” nella stessa direzione, e poi ancora affila le armi per futuri affondi anti-Russia e anti-Cina, prendendo a pretesto la Cecenia o il Tibet e dichiarando senza vergogna il proprio appoggio ai secessionismi teleguidati jugoslavi e alla reazione cecena o “buddista”, ecco che questo incondizionato schieramento pro-imperialista della “sinistra” apre un immenso spazio oggettivo per una ripresa (deviata) della prospettiva anti-imperialista da parte della destra. E se poi succede, come in realtà succede, che questa stessa degenerata “sinistra” si appelli alle forze repressive dello stato perché stanghino con durezza le iniziative dei gruppi di nuova destra, c’è forse da meravigliarsi che questi giovani di borgata “socialisti-nazionali” e “anti-imperialisti” si sentano con orgoglio, con “onore”, dei ribelli perseguitati dall’ordine costituito “di sinistra”? che essi accreditino la “sinistra” di essere prona al capitalismo e all’imperialismo, pronta a tutto per un miserabile scranno a Montecitorio?’’ 3. I rossobruni si nutrono dei demeriti della vecchia sinistra la quale si rifiuta di contrapporsi, con un serio progetto politico, alle trame imperialiste di Washington. I loro meriti – data anche la loro povertà teorica – sono ben pochi e il loro modello statuale è un anacronistico ed insostenibile capitalismo corporativo. Se non avessero, come stampella, i fantocci della “sionistra” – espressione usata dallo storico Mauro Manno – io non sarei qui a scrivere questo articolo.

La Russia è uno Stato borghese ma il suo riposizionamento geopolitico è utile alle Resistenze antimperialiste in Medio Oriente, e questo è un dato di fatto che va riconosciuto. Putin è in antitesi col leninismo, cosa per me inaccettabile, non perché ‘’fascista’’, come blatera la Sinistra Imperiale. La ragione, ‘’muovendo i cervelli’’, è molto più profonda: il leader russo ha ben fuso la ‘’dottrina Breznev’’ sulla ‘’geopolitica di potenza’’ ( per completezza aggiungo che le basi del campismo risalgono a Stalin ) con la difesa della grande cultura cristiano-ortodossa. Una elaborazione teorica e politica tutta interna al ‘’mondo post-sovietico’’, con cui i rossobruni, al di là dei loro sproloqui, non c’entrano praticamente nulla.

http://www.marxismo.net/varie/qn_2000/qn_parte_3.htm

http://utopiarossa.blogspot.it/2013/03/putin-e-il-fascino-dellidea-imperiale.html

http://www.nucleocom.org/archivio/archiviodocumenti/cf53_risposta_rinascita.htm

 

 

 

 

 

 

 

3 commenti per “Il ruolo della Russia e la bancarotta dei rossobruni

  1. armando
    25 Gennaio 2016 at 14:47

    Il tema è complesso, ed è giusto se ne inizi a parlare. Meriterebbe tornarci in modo più analitico, ma qui mi limito ad indicare alcuni punti dell’articolo di Zecchinelli.
    1)Parto dalla fine, ossia dal riconoscimento che la politica di Putin non c’entra nulla coi “rossobrunisti”. Bene, questo riconoscimento è importante, e si lega anche all’elaborazione teorica di Dugin, il quale
    2)Ha detto in una intervista che Putin è si un eurasiatista, ma in senso oggettivo o “per necessità”. Vuol dire semplicemente che alcune politiche convergono in senso tattico entro disegni strategici divergenti.
    3)Putin antileninista. Certamente, sarebbe un torto all’intelligenza assimilarli. Tuttavia il problema diventa allora un altro: è giusto assumere Lenin quasi fosse una bibbia a cui attenersi scrupolosamente? Nutro dubbi in proposito, se non altro perché dalla sua morte tanta acqua è passata sotto i ponti. Fuor di metafora, il “nuovo” a cui è dato oggi assistere è lo sbiadimento del conflitto di classe. Non solo nel senso della proponibilità, qui ed ora, di una qualsiasi rivoluzione comunista guidata dalla classe operaia, e quindi dalla problematicità del concetto di classe “per sé”, ma anche in quello ben più gravido di conseguenze del concetto di classe “in sé”. Come ha agito il nuovo capitalismo globalizzato e finanziarizzato su tale concetto, e quindi anche su quello che, secondo la classica concezione marxiana, avrebbe dovuto essere oggettivamente l’agente della rivoluzione? Come si pone oggi il rapporto struttura/sovrastruttura nella determinazione delle classi? A me sembra che ci sarebbe molto da analizzare e studiare in tal senso. Rimane però che rimanendo legati alle definizioni classiche, si rischia di attribuire la responsabilità di processi che sono invece oggettivi, al tradimento dei chierici. D’altra parte è anche evidente che assumere le “moltitudini” come soggetto rivoluzionario (e non dico che lo faccia Zecchinelli ) presenta molta problematicità, e proprio alla luce della concezione strettamente marxiana delle classi, ma anche leniniana.
    4)Due parole sulla Nazione, altro punto che sarebbe assolutamente necessario analizzare a fondo. Non deve ovviamente assurgere a feticcio, ma realisticamente può, oggi, essere lo spazio privilegiato in cui si manifestano le contraddizioni del neocapitalismo globale? A me sembra che potrebbe essere, e nel termine globalizzato è già in nuce l’origine di tale contraddizione. D’altra parte, so bene che anche all’interno di ogni Stato nazionale si possono riproporre contraddizioni etniche e culturali , ove tale stato non si proponga di riconoscere in modo rigoroso tali differenze. Detto in altri termini, i moderni stati nazionali unificati dalla borghesia vittoriosa, sono sorti unificando a forza diverse culture, sopprimendo le antiche autonomie territoriali per unificare il mercato nazionale. Il rischio è che oggi accada lo stesso su scala più vasta. Ma è anche vero, d’altra parte, che una miriade di piccoli stati omogenei culturalmente ed etnicamente ma del tutto oggettivamente impossibilitati ad opporsi all’Impero statunitense, proprio di esso farebbero il gioco.

    Tutta la questione, ivi compresa l’essenza della Russia e della politica di Putin, è complessa ed anche ambivalente se letta esclusivamente con le categorie marxiane classiche, ed anche con quelle leniniane. Perciò è importante se ne parli, a partire, ad esempio, al significato che si da al rapporto fra il politico e l’economico, e fra questi e i fattori culturali. Credo non si debba peccare di “economicismo”, nel senso di ridurre tutto, rigidamente, alla matrice dei rapporti di produzione intesi come proprietà dei mezzi di produzione stessi, quando invece mi sembra che, almeno per lunghi periodo storici, prevalgano altri fattori. Ma se ciò fosse vero, allora molto anche del marxismo dovrebbe essere riletto.

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