Il declino militare del sionismo e la possibile affermazione della resistenza palestinese

La politica dello stato israeliano, dalla sua costruzione ad oggi, può essere letta con modalità differenti: negli anni ’60 e ’70, Israele rappresentava una estensione in Medio Oriente dell’imperialismo anglosassone (prima) e statunitense (successivamente al ‘67), mentre dopo l’11/9 diventa una pedina del Pentagono nell’esportazione della dottrina della ‘’guerra eterna’’. Contrariamente a quanto Samuel Huntington fece credere alla corrotta comunità accademica occidentale, il conflitto israelo-palestinese non configura una guerra di religione fra arabi ed ebrei, ma ricalca la contrapposizione che nei secoli ha sempre diviso il mondo non occidentale: la guerra politica fra Collaborazionisti e Resistenti. All’interno di questa dicotomia, si colloca la crisi sociopolitica del sionismo nel ventunesimo secolo.

 

Che cos’è il sionismo?

Con la Rivoluzione di Oliver Cromwell, i puritani britannici ritennero che l’Antico Testamento avesse affidato alle confraternite anglo-israeliane il compito di creare un avamposto neocoloniale della civilizzazione occidentale: il nuovo Regno d’Israele, una terra promessa cristiana sottoforma di stato colono (categoria geopolitica differente rispetto al colonialismo tradizionale). Siccome questa setta (in realtà invisa allo stesso Cromwell) venne sterminata dopo la restaurazione della monarchia, i puritani-calvinisti costretti alla fuga dovettero rimandare il proprio piano fino alla guerra d’indipendenza statunitense: i Padri Pellegrini, al grido ‘’il nostro re è Gesù’’, considerarono gli Stati Uniti d’America come il nuovo Israele, sterminando gli storici abitanti, i cosiddetti pellirossa. Lo sterminio delle popolazioni amerinde rimane uno dei più cruenti genocidi della storia, ciononostante l’élite accademico-giornalista occidentale nega il legame intercorrente fra secoli di pogrom e discriminazione etnica con la costruzione dello stato statunitense. Gli USA, seguendo la tesi esposta da Stalin in Il marxismo e la questione nazionale (1913), non vanno a configurare uno stato nazionale, venendo meno la ‘’vita psichica di comunità’’, principale lascito teorico dello statista georgiano), quanto piuttosto una isola-mondo che ha declinato in termini imperiali l’imperialismo: un super-imperialismo capace globalizzare la catastrofe, costruendo una nuova Architettura di potere basata sul perverso obiettivo della conquista della “mente e del cuore” degli esseri umani.

Nel 1868, la regina Vittoria nominò Primo Ministro l’ebreo fondamentalista Benjamin Disraeli che fece riscrivere ‘’la restaurazione d’Israele’’ come primo obiettivo del Congresso di Berlino (1884-’85). Partendo da questi presupposti, la Gran Bretagna teorizzò la dissezione neocoloniale del mondo arabo, incassando numerose condanne da parte dei rabbini sefarditi i quali interpretano la Torah come filosofia dell’etica e non un piano politico. L’analista strategico Thierry Meyssan, consulente dell’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, dopo aver analizzato il nucleo metafisico del sionismo anglosassone, ha concluso sulla pericolosità militare dell’imperialismo collettivo USA-GB-Israele:

‘’Tra le conseguenze attuali di questi fatti storici, dobbiamo ammettere che se il sionismo mira alla creazione di uno Stato per gli ebrei, è anche il fondamento degli Stati Uniti. Pertanto, la questione se le decisioni politiche d’insieme siano prese a Washington o a Tel Aviv ha solo interesse relativo. È la stessa ideologia ad essere al potere in entrambi i paesi. Inoltre, poiché il sionismo ha permesso la riconciliazione tra Londra e Washington, il fatto di sfidarlo significa affrontare questa alleanza, la più potente del mondo.’’ 1

 La vittoria militare iraniana in Siria, grazie anche ai contributi dati alle scienze militari contemporanee dal generale Qasem Soleimani e la riuscita dell’Operazione Z in Ucraina (in realtà rivolta a riequilibrare gli assetti strategici ad ovest), rappresentano due eventi che potrebbero accelerare l’affermazione della guerriglia asimmetrica palestinese, provocando la dissoluzione del neo-sionismo del ventunesimo secolo.

 

Gli obiettivi della lobby della destra israeliana: la distruzione dello stato nazionale

Le lobby israeliane, nell’occidente capitalista, configurano uno ‘’stato nello stato’’ radicate nei gangli vitali del complesso militare-industriale: potremmo dire che la lobby sionista (ad es. negli USA l’AIPAC) è la spina dorsale del deep state. Gli obiettivi del Zionist Power (come l’ha definito il sociologo marxista James Petras) e dello stato israeliano coincidono nella proiezione unilaterale del Pentagono: Israele è un nemico geopolitico dell’Eurasia, un avversario strategico che su queste basi, neo-sioniste, giammai cambierà orientamento militare e geoeconomico.

Il sociologo marxista James Petras, nei primissimi anni ’70 consigliere del leader ed eroe socialista e antimperialista Salvador Allende, nel saggio ‘’Analisi sull’Impero: gerarchie, architetture, clientele’’ considera Israele una ‘’anomalia nel Sistema Imperiale’’, leggiamo:

‘’Israele è sicuramente una potenza colonialista, in possesso del quarto o quinto arsenale nucleare più fornito, ed è il secondo più rilevante esportatore di armi nel mondo.
Comunque, il suo tipo di popolazione, la sua espansione territoriale e la sua economia sono sparute rispetto alle potenze imperiali e alle potenze imperiali di recente emergenti. Malgrado queste limitazioni, Israele esercita un potere supremo nell’influenzare la direzione della politica di guerra degli Stati Uniti in Medio Oriente attraverso un potente apparato politico Sionista, che permea lo Stato, i mezzi di informazione di massa, i settori delle elites economiche e la società civile. (3a) Attraverso l’influenza politica diretta di Israele nella produzione della politica estera degli USA, come pure attraverso la sua collaborazione militare esterna con i regimi dittatoriali vassalli dell’impero, Israele può essere considerata parte della configurazione delle potenze imperiali, malgrado i suoi limiti demografici, la quasi universalistica condizione di paria della sua diplomazia, e la sua economia sostenuta dall’esterno.’’ 2

 

L’alleanza strategica USA-Israele contempla, all’interno della dottrina militare della ‘’guerra perpetua’’, alcuni obiettivi strategici:

  • Abbattere la Siria, una nazione pluralista, storica protettrice del popolo palestinese oltre che dei cristiani ortodossi e degli ebrei non sionisti.
  • Estendere la dottrina del ‘’caos creativo’’ ad altre nazioni come Turchia e Libano, senza distinguere fra Alleati (Erdogan) ed Avversari (Hezbollah): Washington ha pianificato la distruzione controllata d’un intera area geografica, un progetto di sterminio trans-politico (questa è la parola chiave).
  • Trasformare il PKK/YPG in un esercito di mercenari agli ordini del Pentagono.
  • Trasformare Israele in una potenza imperialista energetica, in grado di convertire le monarchie arabe da ‘’stati rifornitori’’ a ‘’stati clienti’’.
  • Provocare un ‘’cambio di regime’’ in Iran.

Il regime imperiale, nel suo complesso, è estremamene asimmetrico e questa asimmetria di fondo ha permesso alle guerriglie antimperialiste in Siria, Libano, Palestina e Yemen di ottenere importanti vittorie. Il passaggio al multipolarismo dovrebbe accelerare il superamento della dottrina Rumsfeld/Cebrowki e vedere l’affermazione di paesi e popoli precedentemente sottoposti a dominazione neocoloniale. .

 

Hamas ed Hezbollah: nuove prospettive di collaborazione militare

Nell’ultima guerra d’aggressione, la Resistenza palestinese ha dissuaso l’esercito israeliano dal lanciare altri attacchi e, tutto questo, senza l’intervento degli alleati sciiti. L’Osservatorio internazionale Per I Diritti ha tradotto un interessante documento pubblicato dal canale alternativo Unz Review3 il quale prende in esame diversi elementi della vittoria islamica-panaraba:

  • Il Mossad finora ha assassinato centinaia di combattenti, ma l’élite palestinese, dal ’67 al 2022, è sopravvissuta sia fisicamente che politicamente, per quanto indebolita rispetto agli anni ’70: anche nel caso israelo-palestinese, vale ciò che diceva il generale Charles De Gaulle, ovvero un esercito di mercenari, nel medio e lungo periodo, non ha la possibilità di trionfare su un popolo interno in armi.
  • Militarmente Hamas e la Jihad islamica (oltre alle organizzazioni marxiste, es. FPLP ed il Comando-Generale) sono inferiori agli Hezbollah, nonostante ciò hanno fatto enormi progressi e, nel medio periodo, potrebbero raggiungere l’efficacia operativa degli Houthi
  • I media indipendenti ed i giornalisti rimasti fedeli alla propria professione (es. Gideon Levy) hanno contribuito ad individuare il solo responsabile della carneficina mediorientale: il governo sionista. Il giornalista inglese Alan Hart, che frequentò per molti anni tanto Golda Meir che Arafat, riteneva il sionismo ‘’il vero nemico degli ebrei’’ ed ‘’il bubbone tumorale della politica internazionale’’.

Nel 2018 Hamas, dopo una serie di incontri e consultazioni con gli Hezbollah, decise di creare una guerriglia ausiliaria tra i rifugiati palestinesi del Libano che sotto il comando di Hassan Nasrallah avrebbe aperto un secondo fronte di guerra: il generale Qasem Soleimani ha svolto un ruolo chiave nell’estensione della guerriglia asimmetrica contro l’occupante sionista, sfruttando l’incapacità dell’esercito israeliano di controllare il territorio poggiando sul collaborazionismo tradizionale.

 

La Resistenza palestinese ce la può fare

La crisi dell’imperialismo USA e la transizione in Occidente al capitalismo della sorveglianza (come l’ha chiamato Julian Assange) potrebbero accelerare il collasso del deep state israeliano.

Negli anni ’60 e ’70, la causa palestinese era il metro della Libertà e della Giustizia sociale: era appoggiata da tutti gli antimperialisti e perfino i membri dell’Armata Rossa giapponese (organizzazione d’orientamento maoista) andarono in Palestina per affrontare l’occupante. Con l’avvento della globalizzazione neoliberista e l’adesione della sinistra post-marxista al neoliberalismo, gli europei hanno perso coscienza del carattere coloniale dello stato ‘’per soli ebrei’’. I musulmani inorridiscono per i crimini di Tel Aviv a Gaza e Cisgiordania, ma ignorano la proiezione globale del deep state sionista, dimostrando poca consapevolezza della reale proiezione strategica ‘’americano-sionista’’ – per es. – in America Latina. Thierry Meyssan, presidente della Rete Voltaire, ha documentato per anni le ‘’relazioni pericolose’’ della lobby sionista con l’estrema destra venezuelana, una alleanza che ha proiettato nel ventunesimo secolo le ombre del vecchio Piano Condor. Lo studio delle relazioni internazionali ‘’non è un pranzo di gala ’, verrebbe da dire

Nel 1979, l’Imam Khomeini definì Israele una bambola nelle mani degli Stati Uniti e della ‘’perfida Albione’’, solidarizzando coi Sandinisti in Nicaragua e l’IRA in Irlanda: quando Russia e Cina completeranno la transizione verso il multipolarismo, la Resistenza palestinese potrà liberare definitivamente Israele e la stessa popolazione ebraica dal sionismo: per uno stato multietnico, antirazzista e cooperante con l’Eurasia e il mondo multipolare. Il destino del sionismo deve seguire quello del banderismo: finire nella ‘’spazzatura della storia’’.

  1. https://www.voltairenet.org/article184986.html
  2. https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=10428
  3. https://www.ossin.org/rubriche/210-guerra-medio-oriente/2743-palestina-hamas-sconfigge-israele

 Gaza sarà la Stalingrado di Israele? - Contropiano

Fonte foto: Contropiano (da Google)

 

 

 

 

 

1 commento per “Il declino militare del sionismo e la possibile affermazione della resistenza palestinese

  1. Giulio larosa
    15 novembre 2023 at 11:32

    Speriamo bene soprattutto speriamo che prendano coscienza gli stati arabi e la turchia altrimenti restano utopie

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