Mali: l’offensiva jihadista che punta a ridisegnare gli equilibri nel Sahel


L’ultima settimana di aprile 2026 ha rappresentato un punto di svolta nella situazione maliana. Sabato 25 aprile, una serie di attacchi coordinati ha colpito simultaneamente obiettivi militari e civili in tutto il Paese, dalla capitale Bamako fino alla remota, ma strategica città settentrionale di Kidal. Ciò è avvenuto perché due gruppi armati storicamente su fronti opposti, il gruppo legato ad al-Qaeda JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin) e il fronte separatista tuareg FLA (Azawad Liberation Front), hanno messo da parte le divergenze ideologiche per colpire un obiettivo comune: il governo militare del generale Assimi Goita, che dal 2020 ha scelto la via della sovranità nazionale rompendo con l’ex potenza coloniale francese e affidando la sicurezza del Paese alla cooperazione con Mosca.

Per comprendere l’attuale crisi bisogna tornare alle scelte della giunta maliana dopo il colpo di Stato del 2020. Bamako ha espulso le forze francesi dell’operazione Barkhane, accusandole e non a torto di aver condotto per anni una presenza militare inefficace che non aveva affatto debellato il terrorismo nel Sahel, e ha chiesto il ritiro della missione ONU MINUSMA, che si era rivelata più come uno strumento di ingerenza occidentale che di protezione del paese dal terrorismo islamico. Al loro posto, il governo ha stretto accordi di cooperazione con la Russia, inizialmente attraverso il gruppo Wagner e successivamente con l’Africa Corps, struttura paramilitare inquadrata nel ministero della Difesa russo. Una scelta legittima per un Paese che rivendicava il diritto di decidere autonomamente i propri alleati.

L’offensiva del 25 aprile ha colto di sorpresa le forze governative. Il ministro della Difesa, generale Sadio Camara, principale artefice del riorientamento strategico verso Mosca, è rimasto ucciso in un attentato con camion-bomba nella città-guarnigione di Kati, alle porte di Bamako. L’attacco principale ha avuto come obiettivo la città di Kidal. Questo strategico nodo stradale, strappato e riconquistato dalle forze maliane con il supporto russo alle milizie jiadhiste alla fine del 2023, è tornato sotto il controllo dei separatisti tuareg. I jihadisti del JNIM hanno condotto un attacco su due direttrici. Hanno contemporaneamente stretto la capitale in una morsa logistica, installando posti di blocco sulle principali arterie stradali che riforniscono Bamako, ma non hanno cercato di entrarvi a causa della presenza di forti contingenti maliani e raggruppamenti russi dell’Africa Corps. Fonti locali riportano che la coordinazione tra JNIM e FLA era stata preparata da oltre un anno, dimostrando che un tale coordinamento e pianificazione viene dalle intelligence occidentali presenti nella regione con propri apparati, che hanno saputo intralciare le difese maliane e russe.

Ma chi muove i fili di questa strategia jiadhista? Appare quantomeno singolare che due gruppi armati, uno dei quali apertamente legato ad al-Qaeda, abbiano improvvisamente acquisito capacità operative e di intelligence così sofisticate da mettere in ginocchio un intero apparato di sicurezza nazionale, creato dai russi in Mali. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva già denunciato nei mesi scorsi i tentativi della Francia di destabilizzare i regimi «nazionalisti» del Sahel, definendo il presidente Macron «piccolo Napoleone» e accusando Parigi di ricorrere a metodi neocoloniali per riprendere il controllo della regione. I servizi di intelligence russi sono andati oltre, sostenendo che Macron avrebbe autorizzato un piano per eliminare i leader africani sgraditi. A queste accuse si aggiungono le evidenze sul ruolo dell’Ucraina, che secondo fonti russe e maliane avrebbe fornito droni kamikaze e supporto di intelligence ai gruppi terroristici che operano nella regione. Non è un segreto che Kiev, nel tentativo di aprire un secondo fronte contro Mosca, abbia guardato con interesse al Sahel, dove la presenza russa rappresenta un’estensione dell’influenza geopolitica del Cremlino. La convergenza di interessi tra apparati occidentali, servizi ucraini e gruppi jihadisti disegna uno scenario in cui la lotta al terrorismo diventa un pretesto per colpire la Russia ovunque essa operi, anche a costo di armare chiunque sia disponibile a farlo.

La reazione di Mosca e Bamako non si è mai fatta attendere. Il generale Goita, dopo un iniziale silenzio che ha alimentato speculazioni sulla tenuta del regime, è ricomparso il 28 aprile in un incontro con l’ambasciatore russo a Bamako, Igor Gromyko. Nel suo discorso televisivo serale ha promesso di «neutralizzare completamente» i gruppi armati e ha denunciato l’interferenza di «potenze straniere» nel conflitto. Mosca si trova ora di fronte a un bivio. L’Africa Corps, a differenza di Wagner, è una struttura statale che risponde direttamente al ministero della Difesa, e un suo coinvolgimento diretto in un conflitto su larga scala comporterebbe rischi politici considerevoli, che sarebbero disastrosi pe la Russia su tutta la regione del Sahel. Abbandonare Bamako significherebbe cedere il Sahel alle stesse potenze occidentali che hanno mantenuto la regione in un laboratorio di instabilità per decenni. La leadership russa dovrà valutare attentamente le prossime mosse, ma è improbabile che lasci campo libero dopo aver investito risorse e capitale politico nella relazione con il Mali.

La propaganda occidentale e la realtà sul terreno.

Colpisce il tono con cui i media occidentali e i leader europei hanno commentato l’offensiva. Le stesse cancellerie che per anni avevano tuonato contro il «regime golpista» di Bamako e avevano imposto sanzioni al Mali per aver osato scegliere i propri alleati ed essersi liberato dal gioco francese in economia, oggi esprimono condanne rituali del terrorismo che suonano quantomeno ipocrite. Le dichiarazioni coordinate dei leader occidentali, tutte insistentemente incentrate sulla formula «la violenza non ha posto nella democrazia», rivelano più un imbarazzo diplomatico che una reale preoccupazione per la stabilità del Sahel. Del resto, quando il Mali aveva chiesto aiuto all’Occidente contro il terrorismo, la risposta era stata dieci anni di presenza militare francese che non solo non ha sconfitto i jihadisti, ma ha visto l’espansione delle aree da loro controllate. il Sahel brucia e nelle cancellerie occidentali la soddisfazione è appena trattenuta. Ma quali sono le prospettive di questa guerra, more solito voluta dall’occidente. Intanto non bisogna enfatizzare troppo l’alleanza tra JNIM e FLA, che appare tattica e probabilmente di breve durata. I separatisti tuareg mirano al riconoscimento dell’indipendenza dell’Azawad.

La Zawad (Azawad) difficilmente può ottenere l’indipendenza per una serie di ragioni strutturali. Il Mali non può accettare la secessione perché perderebbe un’enorme porzione del territorio nazionale. Le regioni del nord maliano sarebbero oltre ogni modo di difficile o addirittura impossibile controllo da parte della capitale Bamakò, oltre a creare un precedente per altre regioni. Gli Stati vicini, Niger, Algeria, Burkina Faso, saggiamente rifiutano un Azawad indipendente per paura che le proprie popolazioni tuareg chiedano la stessa cosa. Inoltre, la regione è strategica per risorse, rotte commerciali e presenza militare internazionale. La frammentazione favorirebbe gruppi jihadisti già attivi nell’area. E infine, nessuna grande potenza sostiene, almeno apertamente, la creazione di un nuovo Stato, rendendo l’indipendenza politicamente irrealistica. La parte dei jihadisti invece vuole imporre la sharia. Due agende incompatibili che già nel 2012 portarono al rapido sgretolamento di un fronte analogo. La giunta maliana potrebbe essere costretta a trattare, magari concedendo forme di autonomia regionale ai Tuareg in cambio del mantenimento dell’integrità dello Stato.

Ciò che appare chiaro è che il modello di sicurezza imposto dall’Occidente per un decennio ha fallito, e chi oggi punta il dito contro la cooperazione russo-maliana dimentica che nessuno a Parigi, Washington o Bruxelles ha saputo offrire una soluzione quando ne aveva la possibilità. Il supporto russo, per contro, viene messo in crisi, anche se Lavrov ha affermato che la Russia non ha nessuna intenzione di lasciare il Mali solo. Il Mali ha scelto un’altra strada, pagandone, l’indipendenza non solo formale, ma sostanziale. il prezzo in termini di instabilità fomentata da attori esterni era probabilmente un rischio calcolato. La vera domanda è se l’Occidente sia disposto a lasciare che i popoli africani decidano liberamente del proprio destino, o se continuerà a vedere nel Sahel soltanto una pedina nella partita a scacchi contro la Russia. Se Bamakò terrà il Mali ritroverà la sua unità e l’Africa corps si riaffermerà nella regione come stabilizzatrice in una parte del mondo nota per le sue ricchezze minerarie.

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