Adam Smith a Pechino

Il comunismo nella formula cinese è nell’Occidente motivo di discussione. Non pochi comunisti ritengono che in Cina il montante capitalismo del dragone sia soltanto mera apparenza, in quanto lo Stato cinese usa e incentiva gli appetiti borghesi e capitalistici per sollecitare la produzione e risolvere la piaga della povertà. I risultati sono strabilianti, la Cina è oggi avviata a superare gli Stati Uniti nella produzione ed è concorrente temibile in campo tecnologico, funge da katechon all’onnipotenza a stelle e strisce.

Nel testo di Giovanni Arrighi Adam Smith a Pechino, l’autore dimostra che la via cinese al comunismo passa attraverso la formula smithiana. Adam Smith con la sua  “La ricchezza delle nazioni” è spesso citato, ma nei fatti pochi sono i lettori del testo di Adam Smith. Due sono gli obiettivi che si desumono dal saggio di Arrighi: rimuovere i pregiudizi su Adam Smith e dimostrare come la via cinese verso il benessere collettivo passi attraverso il mercato efficacemente controllato e non certo dal pensiero marxista e marxiano.

Adam Smith non è stato il fautore dell’autoregolamentazione del mercato, ma dello Stato forte che regola il mercato. La Cina applica la formula smithiana inconsapevolmente. Il mercato in Cina è solo un mezzo, i capitalisti e la borghesia sono al servizio del benessere collettivo. Non vi sono monopoli, ma capitalisti in competizione, per cui la Cina comunista risulta essere più liberale nei principi degli Stati che si dichiarano baluardo del sistema liberale e liberista:

“Più difficile risulta invece stabilire se il governo cinese è avviato a trasformarsi nel comitato d’affari della borghesia nazionale che sta emergendo nel cuore stesso della Cina. Tornerò dopo su questo punto, ma per il momento c’è un’altra caratteristica smithiana della transizione cinese all’economia di mercato che suggerisce cautela nell’identificarla con una transizione al capitalismo tout court. Si tratta dell’attivo incoraggiamento della concorrenza da parte del governo non solo fra i capitali provenienti dall’estero, ma fra tutti i capitali, stranieri o cinesi, privati o pubblici che siano. Anzi, dalle riforme è venuto un segnale assai più forte in direzione dell’aumento della concorrenza per mezzo della rottura dei monopoli nazionali e dell’eliminazione delle barriere che in direzione della privatizzazione[1]”.

I capitali stranieri trovano accoglienza nella Cina comunista, anch’essi sono parte dell’uso pubblico-collettivo del capitale. Lo Stato comunista fa entrare nel “Celeste impero” solo i capitali stranieri e le produzioni necessarie allo sviluppo della stessa. Lo Stato e la classe dirigente comunista pianificano il mercato, i piani quinquennali sono stati sostituiti con la regolamentazione del mercato, il quale è sottratto pertanto  al caos e alle accese contraddizioni della deregolamentazione liberista:

“Il governo cinese ha anche accolto bene gli investimenti diretti dall’ estero ma, di nuovo, solo se valutava che fossero funzionali all’interesse nazionale del paese. Per esempio, all’inizio degli anni Novanta alla Toshiba e ad altri grandi gruppi giapponesi venne detto, senza troppe cerimonie, che, se non avessero portato con sé anche tutto l’indotto della loro componentistica, potevano fare a meno di venire in Cina[2]”.

 

Potere economico e politico

Sorge inesorabile la domanda come possa lo Stato cinese comunista resistere all’assimilazione cannibalica del capitalismo. L’accumulo di denaro non può che tradursi in dominio sociale e in controllo dello Stato. Il potere corruttivo del denaro penetra nelle istituzioni e le svuota del loro senso politico e sociale. Lo Stato cinese evita tale deriva impedendo i monopoli e ponendo le condizioni per la competizione tra capitalisti. La lotta è selettiva e ha lo scopo di indebolire il potere economico e politico dei capitalisti. La competizione consente guadagni che, in teoria, non hanno il potere di controllare la politica. Il comunismo è salvo, in quanto la competizione è solo fra i capitalisti e non fra gli operai e i contadini. La via dello sviluppo della Cina sarebbe definita da Adam Smith naturale, poiché la Cina ha consolidato l’agricoltura e il mercato interno e solo successivamente ha puntato sul commercio estero. La classe dirigente comunista seguendo tale protocollo di sviluppo difende la comunità dal mercato consolidandosi e stabilizzando il benessere:

“Lo stato deve riuscire a mettere in competizione fra loro i capitalisti, piuttosto che i lavoratori, così che i profitti si riducano al valore minimo tollerabile, deve incoraggiare la divisione del lavoro fra le unità produttive e fra le comunità piuttosto che all’interno di ciascuna di esse e investire nell’istruzione per contrastare gli effetti negativi della divisione del lavoro sul livello intellettuale della popolazione. Il governo deve vedere come prioritaria la formazione di un mercato interno e lo sviluppo dell’agricoltura, gettando così le basi dell’industrializzazione e, con il passare del tempo, anche del commercio estero e degli investimenti stranieri. Se però queste priorità dovessero scontrarsi con quello che è“il primo dovere del sovrano” cioè“proteggere la società dalla violenza e dall’invasione da parte di altre società indipendenti”, Smith ammette che si possa dare priorità all’industria e al commercio estero. Molte delle caratteristiche del ritorno della Cina all’economia di mercato combaciano con questa concezione smithiana di sviluppo di mercato piuttosto che con la concezione dello sviluppo capitalistico di Marx secondo cui i governi non sono che i comitati d’affari della borghesia e, come tali, facilitano la separazione dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione e agevolano la tendenza dei capitalisti a spostare sui lavoratori la pressione della concorrenza che il processo di accumulazione fa nascere fra loro[3]”.

La competizione non si applica solo ai privati ma anche alle aziende pubbliche, le quali sono gestite con criteri privati e liberisti. Ancora una volta la competizione è il volano per neutralizzare le logiche di dominio e di accaparramento che potrebbero convertirsi in dominio politico e in asservimento della classe dirigente:

“In effetti la riforma chiave non è stata tanto la privatizzazione, quanto l’aver costretto le imprese statali a farsi concorrenza fra loro e a subire quella delle compagnie straniere e soprattutto quella di un variegato schieramento in cui si contano nuove aziende private, nuove aziende a partecipazione privata e imprese di proprietà delle comunità. L’effetto della concorrenza ha prodotto una brusca riduzione della frazione dell’occupazione e della produzione totali attribuibili all’industria di stato rispetto al periodo 1949-1979. Ma come vedremo ciò non ha significato una rinuncia del governo alla sua azione di promozione dello sviluppo, che si è invece rinvigorita con poderose iniezioni di risorse per il decollo di nuovi settori industriali, con la creazione dei nuovi distretti dedicati all’esportazione (Export Processing Zones, Epz), con l’allargamento e modernizzazione dell’istruzione superiore e con il lancio della costruzione di grandi infrastrutture, il tutto su una scala che non ha precedenti fra i paesi con reddito pro capite paragonabile[4]”.

Le disuguaglianze sociali non possono che essere la logica conseguenza della privatizzazione reale dell’economia. Il governo cinese interviene limitando le disuguaglianze e favorendo politiche sociali:

“Gli ultimi sviluppi sembrano confermare l’affermazione di Amin sulla diffusione e sull’efficacia del conflitto sociale in Cina. Nel febbraio del 2006, per far fronte alla crescita delle diseguaglianze e alla continua turbolenza nelle campagne, il governo cinese ha proclamato una grande iniziativa con la parola d’ordine “Per una nuova campagna socialista”, con l’obiettivo di migliorare le condizioni sanitarie, culturali e il benessere dei contadini e congelare, nel contempo, la privatizzazione della proprietà della terra. Come spiega Wen Tiejun dell”Università di Renmin, “il governo centrale ha mutato rotta, puntando l’attenzione sulle diseguaglianze nello sviluppo. Le diseguaglianze economiche portano con sé il conflitto sociale, e il conflitto sociale è ormai diventato un problema di primaria grandezza”. Un mese dopo, per la prima volta negli ultimi dieci anni, il Congresso nazionale del popolo si è impegnato a fondo in un dibattito ideologico su socialismo e capitalismo che molti avrebbero dato per obsoleto dopo un così lungo periodo di rapida crescita economica. A essere messa in discussione non era la scelta del meccanismo di mercato, ma piuttosto le impressionanti diseguaglianze fra ricchi e poveri, la corruzione diffusa, il lavoro selvaggio e la rapina della terra[5]”.

 

Tiestì?”

Ciò che resta insoluto nell’analisi di Arrigo Giovanni e di non pochi comunisti che asseriscono che la Cina sia un paese comunista, poiché è lo Stato a dirigere l’economia, è la definizione di comunismo. Ridurre il comunismo a controllo statale dell’economia e a ridistribuzione dei redditi e dei beni, è definizione, a mio avviso, riduzionista ed economicistica. Il comunismo marxiano ha il fine di porre fine “all’età della giungla”, ovvero al  dominio castale tra uomo e uomo e tra classe e classe. Finalità implicitamente ontologica e assiologica; l’essere umano può determinarsi pienamente sviluppando la sua eccellenza etica e razionale, ma solo in una realtà sociale senza la  logica del dominio ciò è possibile. Un sistema che punta unicamente sulla competizione estesa al pubblico come al privato non può che formare all’economicismo senza prospettiva comunista nel senso alto del significato. Il fare crematistico e competitivo diviene un modo di essere e di impostare le relazioni. Il comunismo nell’ottica della sola produzione e distribuzione dei beni non è tale, ma è solo “economicismo sociale”. La formula della competizione non alleva e non è l’ostetrica del bene comunitario,  soddisfa i bisogni primari fondamentali, ma si arena in essi.

La tensione tra realismo e utopia realizzabile senza “fantasie perniciose di perfezione” viene a mancare nel sistema comunista cinese, al punto che si può ipotizzare che fra qualche decennio sarà il partito o la borghesia capitalistica nascente a ritenere esaurita e superflua la formula comunista del mercato, la quale rischia di essere il mezzo con cui il capitalismo penetra in Cina colonizzando le menti al peggior liberismo.  Nessuna rivoluzione sopravvive negando i fini ultimi per cui si è affermata. Il realismo rischia di schiacciare e demotivare l’afflato comunista sulla sola economia con l’effetto che i cinesi vivono gli slogan comunisti, si può ipotizzare,  solo come formule a cui corrisponde il “niente”, l’unica realtà visibile è la stratosferica condizione di alcuni e la modesta condizione di molti. Invidia sociale e individualismo sono il cavallo di Troia con cui il capitalismo divora le comunità. La trappola è un avvitamento su stesso del sistema e uno scollamento tra il partito e il popolo, e ciò potrebbe essere la premessa per il “grande balzo” verso il capitalismo.

L’Unione Sovietica è caduta per la demotivazione ideologica dei russi.

In un tempo in cui il paradigma economicistico impera e colonizza i corpi vissuti, controlla parole, i comportamenti e i gesti, la capacità di analisi critica si limita a valutare le sole variabili quantitative rimuovendo una eterna verità: l’essere umano ha la sua eccellenza nella motivazione qualitativa e relazionale/comunitaria, senza la qualità la quantità diviene fattore di instabilità e di regressione. La Rivoluzione può sopravvivere solo se i bisogni materiali fondamentali ritrovano il loro senso nella qualità, non a caso Marx dimostra dalla sua tesi di laurea («Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e di Epicuro») al Capitale di fondare la sua critica sui pensatori dell’Antica Grecia, in particolare Aristotele ed Epicuro. Per definire il comunismo è indispensabile riconnettere il quantitativo al qualitativo, solo in tal modo è possibile riorientarci nella storia e disporci verso il

[1] Giovanni Arrighi, Adam Smith an Pechino,Mimesis, 2021, Capitolo 12 origini e dinamica dell’ascesa cinese

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5]Ibidem: Capitolo I Marx a Detroit, Smith a Pechino

Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo - Giovanni Arrighi

4 commenti per “Adam Smith a Pechino

  1. Franco Trane
    31 Gennaio 2024 at 15:59

    Le guerre sono scontri tra POTERI. G. Arrighi, nel suo “il Lungo XX secolo”, analizza inizio, sviluppo e fine di varie Potenze Egemoni (la capacità di detenere il potere, convincendo chi è subalterno a quel potere, di esercitarlo nell’interesse di tutti): Il ciclo genovese-iberico, quello olandese, quello britannico e quello statunitense. Ogni ciclo egemonico si svolge in 2 fasi: la crescita con l’espansione Materiale e il declino con l’espansione Finanziaria. La fine di ogni ciclo, con cambio di Potenza Egemone, SCATENA UNA GUERRA.

  2. armando ermini
    31 Gennaio 2024 at 18:01

    Che la Cina sia ormai un gigante economico è un bene, perchè limita l’egemonia del dollaro, ossia degli USA. Così come è un bene esistano i così detti Brics perchè solo in un mondo multipolare si tengono aperte le contraddizioni da cui, forse, può nascere un disegno politico (e teorico) prefigurante una società che tenda al comunismo o, per evitare equivoci storici, al “comunitarismo”. Siamo molto lontani ma chi vivrà vedrà (forse). Detto questo la Cina non è per niente un paese comunista. Non basta il pur necessario controllo e indirizzo statale dell’economia per potersi dire socialista e tanto meno comunista. Se è per questo anche nei fascismi lo Stato intendeva dirigere l’economia……. Penso che credere nella smithiana “mano invisibile del mercato” che trasforma in un bene collettivo l’egoismo individualista del “birraio” , implichi una vera e propria “fede religiosa”, di fronte alla quale quella in una qualsiasi religione trascendente impallidisce.

  3. Renato
    2 Febbraio 2024 at 10:18

    In Italia per lungo tempo lo stato è stato il primo padrone ed avevamo un partito-stato che era la dc con allargamenti progressivi a psi e PCI. Insomma, eravamo vicini al socialismo e non ce ne eravamo accorti.

  4. Davide
    6 Febbraio 2024 at 22:50

    Non condivido la tesi secondo cui il sistema cinese attuale guardi più ad Adamo Smith che a Marx (che bene aveva studiato i classici del pensiero Economico tradizionale), perchè lo stesso Marx nella maturità aveva ben delineato l’idea concreta che un “comunismo” privo di un poderoso aumento delle forze produttive si sarebbe tradotto soltanto in una “socializzazione della miseria” (idea ben compresa anche da Lenin nei suoi ultimi scritti, quando una volta superato il “comunismo di guerra” avviò il paese alla NEP); il fatto stesso che il governo cinese vieti la libera esportazione di capitale in Yuan senza consenso esplicito smentisce allo stato attuale dei fatti l’idea che si possa paragonare l’uso del capitalismo e della concorrenza a fini di sviluppo con i principi del capitalismo tout-court (cosa che al momento crea in una logica di conflitto valutario intercapitalistico un limite al processo di de-dollarizzazione)…Se poi la Cina si convertirà integralmente al Capitalismo (cioè se la classe imprenditoriale privata cinese assumerà una egemonia anche politica), o se invece arrivata con successo a realizzare i suoi obiettivi di sviluppo socio-economico (non solo per il proprio sviluppo, ma anche per quello di tutti i paesi in cui sta investendo grazie al progetto BRI) si convertirà ad uno stadio superiore del socialismo, abbandonando il paradigma capitalista, sarà solo lo sviluppo storico concreto a determinarlo (“ma noi non ci saremo” come diceva una canzone dei Nomadi)

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