Spunti per una riflessione strategica e teorica

Ho letto in queste ultime settimane molte riflessioni sui Brics+ che caricano il raggruppamento di Stati di contenuti ideologici che invece non ha.
I paesi Brics+ rappresentano quasi i due terzi dell’umanità e con un Pil che supera il 40 per cento di quello globale, ne detengono una quota maggiore di quella del G7. Ma è un raggruppamento di paesi molto composito, con sistemi politici ed economici tra loro molto diversi. Non è unito dalla volontà di mettere in discussione la globalizzazione in quanto tale, basata sul commercio e lo scambio di prodotti, sulla mobilità del capitale e della mano d’opera, possibilmente qualificata. Ciò che contesta è quella specifica forma di globalizzazione imperialistica e predatoria del capitale finanziario che domina l’Occidente.
Per affermare questo principio tutti i paesi che ne fanno parte sostengono fermamente la sovranità nazionale di ogni Stato e il suo ruolo decisivo nella crescita economica di ogni paese. Ne deriva pertanto che tutti gli scambi debbano avvenire nel reciproco interesse, anche nella circostanza che un paese sia molto più potente dell’altro con cui si relaziona. È in sostanza una anticipazione significativa e consistente di come dovrebbe essere un mondo multipolare. Dunque, uno schieramento assai composito, ma unito nella battaglia contro le oligarchie finanziarie dominanti nella sfera occidentale che impediscono lo sviluppo del Sud del mondo.
Che i Brics+ non possano trasformarsi nel blocco di un nuovo sistema bipolare, simile a quello che in passato è stato caratterizzato dalla contrapposizione Usa e Urss durante la guerra fredda, è scritto nelle cose. La Russia è una superpotenza militare e nucleare, ricchissima di materie prime e con capacità politiche e diplomatiche notevoli. Fornisce un ombrello protettivo a tutti i paesi Brics+ e svolge un ruolo decisivo in Africa, in Asia e in America Latina con la sua forte e tradizionale amicizia con paesi come Cuba, Nicaragua e Venezuela. Inoltre, media tra diverse spinte presenti nell’ambito dei Brics+, come ad esempio tra Cina e India, o Etiopia ed Egitto. La Cina forse oggi è la più grande potenza economica e tecnologica mondiale, ma è molto lontana dall’avere quell’immenso arsenale nucleare che ha la Russia. Per questa ragione affida la sua politica estera alla ricerca di accordi economici e commerciali in tutti i Continenti attraverso relazioni che sono in costante sviluppo.
Cina e Russia sono pertanto strategicamente tra loro complementari e nessuna delle due ha la forza, come nel passato l’Urss, di imporre un mondo bipolare, con due campi definiti, quello statunitense e quello sovietico. Entrambi i paesi sono consapevoli che la strada è quella di un ordine mondiale multipolare. Entrambi i paesi sono attestati su questa impostazione senza riserve o secondi fini. Anche tutti gli altri paesi Brics+ sono consapevoli di questa situazione. Per questo nel recente summit in Sud Africa hanno posto l’accento su una radicale riforma sia dell’Onu, con l’ingresso nel Consiglio di sicurezza di nuove potenze emergenti, come India e Brasile, sia del Wto, dominato oggi dall’Occidente. Insomma, non hanno discusso solo di come portare avanti, accelerandolo, il processo di dedollarizzazione e la conseguente creazione e potenziamento di strumenti alternativi al Fmi o ad altre istituzioni internazionali volte a facilitare l’espansione del commercio internazionale. Certamente è stato il punto su cui si è concentrato – e non poteva che essere così – il maggior interesse, ma la discussione e le conclusioni sono state molto più ampie, a partire dall’ingresso di sei nuovi paesi nel raggruppamento Brics+ (Arabia Saudita, Argentina, Egitto, Emirati Arabi, Etiopia e Iran) e dalla richiesta di partecipazione di circa altri trenta paesi.
Per dirla in altre parole i Brics+ si caratterizzano sempre più come uno schieramento di paesi in lotta contro il dominio del capitale occidentale espressione dell’Occidente collettivo, che vorrebbe continuare a dettare le sue regole di rapina del resto del mondo in continuità con il colonialismo europeo degli ultimi 5 secoli e poi con le diverse centrali imperialistiche, prima di tutte quella americana. E non mi pare un caso che Putin insista molto su questo punto. Non è quindi un raggruppamento di Stati per il rilancio di una lotta per il socialismo su scala mondiale, dal momento che molti paesi che ne fanno parte sono capitalistici (monopolistici di Stato). Rappresenta invece una aggregazione di paesi in lotta contro il dominio del capitale finanziario di cui oggi la Nato è lo strumento politico e militare fondamentale che ha fagocitato anche l’Ue. Domani probabilmente gli Stati Uniti ripeteranno lo stesso schema, con la scusa di Taiwan, in Asia nei confronti del Giappone e della Corea del Sud. Non potendo più rapinare il Sud del mondo, gli USA si stanno mangiando un pezzo importante dell’Occidente. Germania e Francia, i due paesi strategici dell’Ue, sono stati messi in ginocchio, colpiti drammaticamente dall’inflazione e dalla recessione. Dal 2008, data della crisi finanziaria da cui l’Europa non si è mai sostanzialmente ripresa, vi è un continuo spostamento di capitali verso gli USA. E nell’ultimo anno, con la guerra in Ucraina, il flusso ha subito una notevole accelerata. Non cogliere questo aspetto, cioè che il capitale finanziario è un dominio che va oltre il sistema capitalistico porta a non comprendere la portata strategica della guerra in corso in Ucraina e conduce ad analisi e riflessioni vecchie, novecentesche, come quella della guerra inter-imperialistica o inter-capitalistica (come sostiene l’economista Brancaccio) o a un generico pacifismo che non si pone in termini adeguati sulla natura del conflitto.
Giustamente Bevilacqua, in un interessante articolo uscito recentemente sul “Fatto Quotidiano”, sostiene la necessità di una sconfitta della Nato in Ucraina, (cosa che tra l’altro sta avvenendo con la scelta della Russia di praticare una guerra localizzata e a bassa intensità). Senza tale sconfitta non si potrà mai ridiscutere in Europa la questione della sicurezza collettiva, dai Pirenei agli Urali. Concordo con questa sua affermazione e di conseguenza mi domando in che modo quelli che giustamente evidenziano l’importanza strategica dei Brics+, conciliano questo giusto aspetto con la condanna dell’aggressione russa, come ad esempio fa Ferrero? Dovrebbero spiegare come mai il raggruppamento dei Brics+ in 18 mesi di guerra in Ucraina ha avuto una possente accelerazione che negli anni addietro non aveva avuto? Per quale ragione, se il Cremlino è in mano a un assassino? Se è il Cremlino il suo principale motore politico e diplomatico? Poi c’è un codazzo di analisti di sinistra che avanza sottili analisi sul fatto che la Russia, e forse pure la Cina, si contrappongono nettamente all’Occidente mentre altri paesi come l’India e il Brasile sono per il dialogo, in modo particolare Lula che viene esaltato come grande leader di una sinistra democratica.
Analisi che durano lo spazio di un mattino, senza ovviamente togliere nulla a un grande statista come Lula. Nessun paese dei Brics+ si vuole contrapporre alla civiltà occidentale, a differenza di ciò che avviene in Europa dove la russofobia è dilagante. Sono le durissime (inutili) sanzioni occidentali, trasformatesi in auto sanzioni, che hanno determinato una rottura con la Russia. E come non vedere il continuo dialogo dei cinesi, a prescindere dai risultati concreti, con alcuni leader europei, tedeschi, francesi e ora italiani (il viaggio di Tajani ne è un esempio).
Attenzione allora! Non solo il mainstream ma anche alcuni canali cosiddetti alternativi non sempre la raccontano giusta. La realtà è che il gruppo dei Brics+ coglie la portata strategica dell’operazione militare di Putin in Ucraina per dare una spallata alla Nato, braccio armato del capitale finanziario. Insomma, come dice Bevilacqua, la sconfitta della Nato è la condizione non solo per la pace in Europa, ma anche per procedere un po’ più celermente alla creazione di un nuovo ordine mondiale in cui c’è posto anche per l’Occidente tutto, nessuno escluso, ma totalmente liberato dallo strapotere delle oligarchie finanziarie. Questo è il socialismo? Assolutamente no. Ma con questo nuovo ordine si riapre in Occidente la battaglia per il socialismo, ma pure – per dirla tutta – per politiche riformiste neokeynesiane. E tutto dipenderà dalle soggettività politiche che in questa parte del mondo si determineranno in ogni singolo paese.
Comunque, come afferma “Ottolina TV” (web TV dedicata alle attualità nazionali ed internazionali) le forze rivoluzionarie potranno ricominciare a giocare. Ora non toccano palla, sono permanentemente in panchina! Nel Sud del mondo la lotta in corso per un nuovo ordine mondiale invece apre, in diversi casi, anche prospettive politiche che vanno oltre il sistema capitalistico. Lo evidenziano le esperienze rivoluzionarie soprattutto in Africa e in alcuni paesi dell’America Latina. La ritrovata potenza militare della Russia e la sua alleanza strategica con la Cina sono un baluardo che dà coraggio a molti dei gruppi dirigenti di ultima generazione nel Sud del mondo. C’è determinazione e volontà di cambiamento, si ha molto meno timore di misurarsi con l’imperialismo americano ed europeo. Il mondo sta cambiando per davvero e la guerra in Ucraina ha dato una forte spinta con la volontà e il coraggio della Russia di sfidare gli Usa, la Nato e tutto l’Occidente.
Dunque, se non si colgono le trasformazioni del capitale in Occidente da sistema capitalistico tout court a una nuova forma molto più invasiva e subdola di dominio, che produce un sistema politico a-democratico e una nuova ideologia in cui però il capitale finanziario non appare mai, ma manda avanti sottoprodotti culturali e ideologici devianti che permeano il concetto di libertà, il rapporto di genere, la tutela ambientale, la formazione e la sanità, tanto per citare alcune tematiche care a questa ideologia, una vera forza di cambiamento, oso affermare rivoluzionaria nella accezione di Gramsci, non si formerà mai. Anche le lotte e i conflitti più sacrosanti rischiano di divenire corporativi. Il movimento pacifista non fa eccezione. Intanto sarebbe utile tornare all’idea del Movimento della Pace degli anni ’50, quello che ha inventato la bandiera arcobaleno, fortemente antimperialista e contro la Nato per distinguerlo dal movimento pacifista che ebbe invece una funzione verso la fine del secolo scorso con la sua strategia di equidistanza tra Usa e Unione Sovietica. Ma in quegli anni vi era un forte movimento di paesi non allineati, oltre 100. La situazione di oggi è profondamente diversa, Voler ricondurre Brasile e India in questo vecchio schema è aver capito poco e male ciò che sta avvenendo nel mondo. Per esemplificare tale affermazione sottolineo che questo straccio di movimento pacifista che c’è in Italia non ha speso una parola di sostegno alla Giunta militare rivoluzionaria in Niger, ma versa tante lacrime di coccodrillo quando nel Mediterraneo avviene una tragedia e tanta povera gente affoga. Il suo è il vano tentativo di riesumare qualche valore di sinistra che giustifichi il suo ruolo.
Non vorrei essere frainteso. Considero il movimento pacifista, pur con i suoi tanti limiti e insufficienze, tatticamente qualcosa comunque di importante. Per esempio, è da valorizzare la posizione di Papa Francesco. Se il movimento pacifista riesce a indebolire il potente schieramento oltranzista filo Nato e guerrafondaio ben venga. Ma una volontà rivoluzionaria nel sostenere questa battaglia deve fare molto di più, non rinunciando a ricollegarsi con le forze rivoluzionarie che operano in tutto il mondo. Vi è un solco profondo tra la sinistra europea e l’insieme di queste forze rivoluzionarie. Anche qui con poche eccezioni. Un dirigente stimato e amato come Lafontaine ha pubblicamente affermato che gli Usa, con la distruzione del Nord Stream che portava gas a basso costo dalla Russia, hanno dichiarato guerra alla Germania. Non so in Germania, ma in Italia nessun dirigente della nostrana sinistra ha ripreso, mi pare, tale pesante affermazione. Come mai?
Dei partitini non parlo. Meglio stendere un velo pietoso. Però vale la pena spendere qualche riga sul progetto di Santoro. Se intende dar vita con maggiore coerenza a un gruppo motore del movimento pacifista italiano, tatticamente – mi ripeto – può avere una sua utilità. Ma a Santoro neppure passa nell’anticamera del cervello l’idea di dar vita a un Movimento per la pace decisamente anti Nato. Se il suo progetto è invece quello di presentarsi con una lista alle elezioni europee allora non stiamo più a parlare di movimento pacifista ma appunto di progetto politico. Quale? Ce lo dica! Ma per ora tutte le sue affermazioni non sono radicalmente diverse da quelle delle nostrane schegge di sinistra. Inoltre, non sono lontane nemmeno dalla posizione dei 5 Stelle. Perché dunque la lista? Ognuno dia la sua risposta. Le mutazioni del capitale e l’ascesa di una élite e di una nuova borghesia che a questa fa riferimento hanno messo in crisi lo schema bipolare centrodestra contro centrosinistra. Anche per questo un numero sempre più grande di elettori non va votare.
La costruzione di una nuova forza rivoluzionaria che si ricolleghi attivamente alla lotta per un nuovo ordine mondiale non può assolutamente prescindere da questo dato. Nei paesi in cui domina il capitale finanziario, in Occidente insomma, le convergenze, quando sono possibili, devono essere realizzate con tutte quelle forze che contrastano le oligarchie della finanza per discutere invece di economia e politiche sociali. E in assenza di questo soggetto rivoluzionario bisogna fare politica nelle condizioni date, nel caso italiano puntare sui 5 Stelle che hanno una posizione non tanto diversa dal piccolo mondo frammentato della sinistra ma possono contare su una base di massa per incidere, sia pur parzialmente, sulla politica. Meriterebbero un sostegno per consolidare la loro autonomia dal Pd e farne il soggetto di smantellamento dell’attuale sistema politico, per tentare di imbrigliare il capitale finanziario. Nel dare questo sostegno non credo affatto che la ricostruzione di una forza rivoluzionaria in Italia passi attraverso una trasformazione di 5 Stelle in tale soggetto. Non sono così stolto da non comprenderlo. Solo chi è particolarmente cocciuto e ha i paraocchi non lo comprende. La formazione di un partito rivoluzionario è un processo di lunga lena e non recintabile in 5 Stelle o in uno dei tanti piccoli partiti che si dicono comunisti, ideologici ed evocatori di “un dover essere kantiano” molto poco leninista. È un processo che avviene tramite la costruzione di una rete di quadri che faccia politica ed elaborazione teorica. Senza teoria non c’è partito rivoluzionario. Essere pedantemente marxista-leninista può essere una cosa simpatica in un piccolo cerchio di amici, ma non dà impulso all’azione politica di massa e con tale ideologia non si compie un lavoro collettivo di ricerca teorica per un aggiornamento vero del marxismo.
Sono un revisionista? Certamente. Lo sono stati Lenin, Stalin, Gramsci, Togliatti, Mao e Castro. Gli ortodossi erano al tempo della II Internazionale i socialdemocratici! Queste considerazioni valgono pure per la Cgil. Conosco le sue drammatiche insufficienze dovute all’egemonia che il Pd ha su di essa. Allora vorrei dire a chi pensa di non partecipare alle attività di questa grande organizzazione di massa, quando invece di promuovere uno sciopero ripiega su una manifestazione, che non bisogna perdere nessuna occasione per una discussione che incalzi sul serio la Cgil e i suoi gruppi dirigenti coinvolgendo nel serrato confronto quanti più militanti e iscritti possibili. La politica non è fare testimonianza ma condurre una azione possibile avendo chiari i rapporti di forza, tenendo ferma la strategia, ma con grande flessibilità tattica. Analisi concreta di una situazione concreta. In conclusione, un nuovo partito rivoluzionario si forma riproponendo strategicamente già ora, tramite una durissima lotta, il ritorno alla sovranità nazionale, con uno Stato che abbia gli strumenti per programmare e indirizzare l’economia e la politica monetaria. Si tratta altresì, dopo 70 anni dalla conclusione della guerra, di uscire dalla condizione di essere un paese a sovranità limitata che ci ha ridotti a colonia anglosassone. Ci sono forze in campo in Italia con le quali è possibile realizzare tali convergenze. Basta volerlo e portare avanti questa strategia appunto nelle condizioni date. Il Movimento 5 Stelle può dare, lungo questo impervio e tortuoso percorso, un utile e importante e contributo. Perché allora non impegnarsi in questo lavoro politico, interpretando correttamente l’insegnamento di Lenin?
 Brics, entrano 6 nuovi Paesi: ecco quali e cosa significa - La Stampa
 Fonte foto: da Google

8 commenti per “Spunti per una riflessione strategica e teorica

  1. Pietro Francesco Pirola
    10 settembre 2023 at 4:31

    Concordo pienamente con la precisa e realistica analisi condotta da Valentini e, di conseguenza, con le sue concise proposte di lavoro politico per limmediato futuro. Se questo significa revisionismo (…ma per piacere!) anch’io voglio fare buona compagnia a Valentini nella ricerca di nuove strade per l’unità della sinistra antimperialista.✊

  2. Gio
    11 settembre 2023 at 12:31

    Intervento interessante e di vasta portata, che mi trova in parte d’accordo e in parte critico stimolando alcune riflessioni.
    Il capitale. L’aspetto della finanziarizzazione è evidente però non è il motore del capitale che resta invece tecnologico, in qusta fase in particolare con la green economy, l’ibridazione uomo-macchina, l’intelligenza artificiale, la proiezione nello spazio. Non a caso Washington vuole inibire alla Cina l’accesso all’innovazione tecnologica sensibile, non all’ingegneria finanziaria.
    La guerra. Certo in Ucraina si sta svolgendo una proxy war degli USA. Ma non contro la Russia con posta il controllo dell’Ucraina, che per gli americani ha un valore strategico tendente a zero. Bensì contro la Cina con posta la Russia per il suo posizionamento attuale di amicizia con la Cina. Finlandia e Svezia nella NATO, taglio delle relazioni commerciali, soprattutto energetiche, della Russia con l’Europa, blocco della Via della Seta attraverso l’Ucraina (di cui la Cina era il primo partner commerciale) sono obiettivi intermedi della proxy war americana, ma l’obiettivo finale è la destabilizzazione della Russia per sottrarla all’amicizia con la Cina, considerata “avversario globale” dagli USA (la Russia “minaccia regionale” da quando è diventata amica della Cina, prima era considerata “partner regionale”) che non a caso hanno ripetutamente prospettato l’intervento militare diretto in caso di crisi per Taiwan mentre si limitano al supporto esterno in Ucraina. Quindi il punto strategico non è qualche cittadina in più o in meno dell’Ucraina in termini di tattica militare, ma impedire la destabilizzione dell’attuale governo russo ponendo fine alla guerra, obiettivo non facile, ma chiaramente enunciatato e perseguito dalla Cina.
    Brics+. Concordo che non è un polo geopolitico alternativo all’Occidente in un mondo diventato bipolare, quello è la Cina. Questo club, unito da obiettivi comuni di ascesa commerciale, è diventato geopoliticamente un’arena, dove l’India si è posizionata in alternativa alla Cina (appoggiata dalla Russia) con il sostegno di Brasile e Sud Africa nella difesa di fatto del dollaro per impedire l’ascesa dello yuan, l’unica valuta dei Brics di riserva internazionale, e dunque l’unica capace di insidiarne i controllo al 97% (con le valute occidentlai ausiliare) delle finanze degli Stati del mondo, da cui l’assenza polemica di Xi al G20 di Nuova Delhi. L’India di Modi ha fatto la scelta strategica di considerare il contrasto con la Cina come prioritario, pur mantenendo l’amicizia con la Russia, ed è significativo che gli USA siano soddisfatti di questo posizionamento visto che considerano la Cina l’avversrio globale.
    M5S. Il M5S di Conte prende ancora parecchi voti alle politiche, in gran parte al Sud (anche se dimezzati rispetto al periodo grillino, e quasi azzerati alle amministrative) ma su basi essenzialmente di rappresentanza di istanze assistenzialistiche di tipo neo-democristiano (accompagnate da un radicalismo liberal sui cosiddetti “diritti” al Nord) il che non cambia ma anzi continua la natura opportunistica della politica di Conte, per cui prospettive entriste o di supporto esterno a mio parere sono un diversivo dalla costruzione sia pur diffcile e di lungo periodo di una forza di classe.

    • Fabrizio Marchi
      11 settembre 2023 at 12:51

      Condivido l’analisi.

    • gino
      13 settembre 2023 at 11:40

      gio,
      la cina era il primo partner commerciale dell´ucraina ma il totale era appena 18 mld$.
      per la cina l´ucraina é un microbo insignificante. per dire l´italia con interscambio di 78mld é solo al 23° posto per la cina.
      quindi la cina era importante per l´ucraina, assolutamente falso il contrario.

      ti sei creato un sistema narrativo in testa che alla fine favorisce la propaganda e gli intenti occidentali, colposamente o dolosamente non so.
      quanto ai paesi che difendono o meno il dollaro, questa tabella é indicativa. difendono il dollaro UK, qualche europeo, qualche commonwealth, un pó india ma non brasile. il giappone vende a rotta di collo come la cina, e anche gli altri asiatici, perfino corea e taiwan:

      https://senzanubi.files.wordpress.com/2023/03/dollaro.-worlds-holding-of-us-treasuries-2022.-001.png

  3. Gio
    13 settembre 2023 at 16:36

    Ma che stai a di’?
    L’Ucraina non importante per la Cina? Ma lo sai che per l’Ucraina ci deve passare la Via della Seta terrestre verso l’Europa? Che la Via della Seta è “IL” progetto strategico (non solo commerciale) cinese fino al 2050? Che in Ucraina c’erano migliaia di funzionari cinesi per preparare gli investimenti infrastrutturali necessari? Che poi il blocco del cammino ucraino della Via della Seta, causato da una imprevista lunghezza dell’operazion emilitare speciale, sia un male minore rispetto al male maggiore di una destabilizzzione della Russia amica della Cina, e quindi Putin va sostenuto comunque e fino in fondo, questo va da sè.
    Oltre che il Brasile anti-americano adesso ti inventi anche il Giappone anti-americano per delle oscillazioni sul mercato dei treasury? Ma lo sai che quasi il 60% delle riserve valutarie mondiali è in dollari e il 37% in valute ausiliarie (euro, sterlina, yen, ecc.) dell’impero americano? E di chi è il rimanente 3%? Dello yuan cinese, l’unica valuta Brics giocabile geopoliticamente perchè rupie, rubli, real, rand, fuori dai rispettivi paesi sono buoni per fare gli asciugoni da cucina? Ma a non voler giocare geopoliticamente lo yuan come alternativa al dollaro (e valute imperiali ausiliarie) non è solo l’India, ma anche il Brasile della Rousseff presidente della banca Brics che non molla il dollaro neanche un po’, e di quel Lula che, dopo essere andato a baciare la pantofola a Biden come primo viaggio importante fuori dal Brasile, ha fatto votare a favore al Brasile all’ONU la risoluzione dell’Ucraina di condanna della Russia. Questi sono i fatti geopoliticamente rilevanti, non l’aumento brasiliano dell’acquisto di diesel russo visto che è a sconto, e le vuote chiacchiere di Lula per tener buona una parte della base del PT, come l’ultima su Putin che può venire in Brasile senza rischi, che poi si è subito rimangiato passando la palla alla magistratura.
    Qui faccio dei commenti contenenti analisi, giuste o sbagliate, ma in base al principio di ricerca della verità sui rapporti di forza reali perchè l’estremismo è la malattia infantile del comunismo, come ha scritto quel tale. Se tu invece pensi che questo sia il luogo per narrazioni propagandistiche, da cantarsi e suonarsi da soli in base a un principio di piacere autoprodotto, mi sa che che sia un esercizio sterile, e comunque non sarebbe il luogo per quel tuo nazionalismo brasiliano piuttosto comico che salta fuori in continuazione.

    • gino
      14 settembre 2023 at 14:26

      premesso che é da vedere se fra 30 anni l´europa sará ancora un mercato importante come oggi (ho dei dubbi).
      premesso che la via della seta terrestre sarebbe solo una delle vie commerciali (e mi pare che la scelta da parte della cina dei nuovi brics mi pare indicare che é piú importante quella marittima).
      premesso che la via della seta terrestre puó anche aggirare l´ucraina.
      in ogni caso dovrebbe passare per vari paesi NATO, quindi non vedo motivo per tutta sta presunta ossessione cinese proprio sull´ucraina. che tra l´altro é un´idea solo tua e forse dello 0,001% degli “analisti”.

      quanto al brasile lasciamo perdere, non vivi qui, non sai niente. stop.

      • Gio
        15 settembre 2023 at 12:19

        1)Che la Via della Seta è IL progetto strategico fino al 2050 non lo dico io, ma il governo cinese che forse ha dietro analisti migliori di te e di me sull’importanza dell’Europa tra 30 anni.
        2)Il progetto non è solo commerciale (la Cina già stracommercia con l’Europa senza problemi) ma soprattutto “strategico” perchè serve a bypassare le attuali vie commerciali marittime (90% del commercio globale) su mari e stretti controllati dalla marina americana aprendo la strada a una globalizzazione alternativa a quella statunitense.
        3)Per questo la Via della Seta terrestre, che passa per l’Asia centrale, la Russia e l’Ucraina, è quella fondamentale mentre quella marittima, che dovrebbe passare per lo stretto di Malacca controllato dalla marina americana, e per l’India, non certo un paese amico – che ha appena varato il progetto di una via alternativa anti-cinese per Emirati, Arabia Saudita, Israele – per arrivare in Italia, che dalla Via della Seta uscirà quasi certamente, era già considerata molto secondaria all’origine, e ora ancora di più.
        4)Infatti dei 900 miliardi di dollari di investimenti previsti per la Via della Seta solo 100 sono per la via marittima – che ora potrebbe anche essere minimizzata, dati gli sviluppi geopolitici con India e Italia, e gli altri 800 per la via terrestre.
        5)Se metti in relazione la Via della Seta con i Brics evidentemente non solo non hai capito cos’è, un progetto strategico e non meramente commerciale, ma non ha mai nemmeno visto la mappa ufficiale del governo cinese della Via della Seta, i cui cammini arrivano tutti in Europa.
        6)Per arrivare in Europa e commerciare con i paesi europei con i quali la Cina sta già stracommerciando, ma attraverso la Via della Seta bypassando via terra le vie marittime controllate dagli Usa, non serve passare per paesi Nato, ma per Asia centrale, Russia e Ucraina secondo la mappa ufficiale del governo cinese.
        7)Conosco bene il Brasile non solo dal punto di vista analitico, ci vado spesso e ci ho anche vissuto, e il fatto che ci vivi da neo-nazionalista brasiliano senza capire niente del suo posizionamento geopolitico è un’aggravante.

        La mia conclusione è che sei uno dei tanti leoni da tastiera che fa polemiche scrivendo con sicumera di cose che non conosce, senza averle studiate. Quindi non ti posso considerare un interlocutore, per cui mi spiace ma d’ora in avanti qualsiasi cosa scrivi non ti risponderò più perchè non posso perdere tempo inutilmente.

  4. Fabrizio Marchi
    15 settembre 2023 at 13:50

    Nel complesso mi sembra che l’analisi di Gio sia corretta. La questione per la Cina è strategica e non solo di natura commerciale. Il punto non è a mio parere soltanto l’Ucraina in sè ma tutta l’area dell’Asia centrale che non a caso gli USA stanno cercando di controllare o destabilizzare da sempre e sono arrivati a servirsi anche dell’Isis a quessto scopo. Dopo aver abbandonato l’Afghanistan il probema per gli USA resta. Anche per questo la guerra in Ucraina diventa un altro nodo importante. La Cina ha interesse a chiuderla quanto prima ma al contempo, essendo alleata della Russia, deve lavorare ad una soluzione politica che ovviamente non scontenti la Russia stessa. Non ho le cognizioni sufficienti per dirlo, ma mi pare che si tenda a far diventare quello russo ucraino, da parte americana intendo, un conflitto sul lunghissimo periodo e a bassa intensità. Bisognerà vedere quanto portanno reggere gli ucraini stessi, se interverranno in loro supporto anche forze esterne, ad esempio polacche, il che significherebbe allargare il conflitto. Le ipotesi e le incognite sono molte. Di fatto, tornando a noi, la Cina ha interesse ad un’Asia centrale tranquilla e finchè c’è la guerra la Via della Seta (che è di interesse strategico per la Cina) sarà bloccata.
    E’ bene ricordare che la Via della Seta non è soltanto una serie di vie di comunicazione, infrastrutture varie, ferrovie e strade, ma prevede lo sviluppo di tutti paesi coinvolti, l’ampliamento e in alcuni casi anche la costruzione ex novo di città. In altre parole è un programma di sviluppo economico e commerciale complessivo che va in più direzioni: 1) costruire un’area di sviluppo economico e commerciale alternativo a quello angloamericano e satelliti 2) rafforzare le relazioni commerciali, fra gli altri, con l’Unione Europea (non a caso la guerra in Ucraina che ha tracciato una cesura netta con la Russia proprio in questa direzione per portare l’UE sotto totale controllo americano) 3) favorire il processo verso il mondo multipolare portando molti paesi dell’area centroasiatica nell’orbita cinese e russa 4) nel momento in cui tutto ciò si realizzasse, anche l’India, per ragioni oggettive, potrebbe indebolire le sue relazioni con L’occidente per avvicinarsi di più al futuro blocco euroasiatico.
    A grandissime linee mi pare che le questioni sul piatto siano queste.
    P.S. Mi rivolgo a tutti e ciascuno conosce la sua parte di responsabilità. Mi pare, diciamo pure che è evidente, che i toni si siano alzati. Non vedo la ragione per farlo e non vedo la ragione per andare sul personale. Siamo qui per discutere e confrontarsi in modo serio su un giornale serio, non un giornaletto o un giornalone di regime dove gli utenti straparlno e si azzuffano e più si azzuffano e più i proprietari dei giornali sono contenti perchè fanno più audience. E’ del tutto lecito avere opinioni diverse e questo non comporta insultare l’altro.

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