Il Festival dell’assurdo: tra discussioni sulle spese e incoerenza popolare

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

La recente conclusione del Festival più seguito d’Italia, chiusosi lo scorso sabato notte con un inaspettato record di ascolti, potrebbe essere vista da molti come la sola cosa “normale” che sia rimasta nelle vite degli italiani dopo un anno in cui l’instabilità ha rappresentato l’ultima costante fissa di ogni aspetto della vita dell’intero Stato. Verso la fine dell’inverno c’è il Festival di Sanremo, cinque giorni dedicati alla canzone italiana: una tappa quasi obbligata, di anno in anno, che anche nel 2021 ha prepotentemente deciso di accompagnare le nostre vite, o almeno, quelle di chi le segue, quasi a non volersi rendere conto che le vite accompagnate non potranno affatto essere le stesse.

La messa in onda dell’evento più chiacchierato degli ultimi giorni, tra critiche e pareri entusiasti, specie della fetta più giovane del pubblico, sembra però catalizzare l’attenzione, rubandone il monopolio e oscurando radicalmente informazioni ben più “scomode”. I panni sporchi, si sa, non vuole mai lavarli nessuno: divertirsi a giudicare l’outfit di Achille Lauro o commentare le disavventure di Orietta Berti appare senza dubbio una scelta più conveniente di soffermarsi a riflettere sulla vera natura di un evento del genere -e soprattutto, sulla scelta di realizzarlo comunque, data l’attuale situazione in cui versa l’Italia. A dirla tutta, qualsiasi scelta sembra apparire al popolo e all’italiano medio più conveniente della riflessione in generale.

Questo articolo nasce proprio a questo scopo. Anzitutto, ci terrei a cominciare con qualche breve dato di natura economica. Sanremo 2021, edizione “low budget” rispetto agli altri anni, ha goduto di un finanziamento di sedici milioni di euro circa.[1] Si tratta naturalmente di soldi che provengono dalla riscossione del canone (imposta che, tra parentesi, nel 2020, è stata fatta pagare in uno degli anni più duri per una fetta enorme della popolazione): un’ampia percentuale della tassa viene devoluta alla RAI dall’Italia secondo un accordo specifico che decreta il finanziamento di quest’ultima. Sicuramente, considerata la quantità di denaro generalmente gestita da un governo, sedici milioni di euro sono spiccioli. Oltre ciò, sindacare su questioni di natura esclusivamente economica non è il compito della sottoscritta -che di economia non si occupa- né lo scopo dell’articolo. I dati appena citati e quelli esposti di seguito -accessibili e comprensibili a chiunque- sono semplicemente necessari alla chiarificazione della tesi che l’articolo sostiene.

Durante lo scorso anno e anche nel 2021, da poco iniziato, si sono riscontrare in ogni sede, digitale o fisica, innumerevoli proteste sulle gestioni governative in ogni ambito, dai finanziamenti e sostegni dovuti dallo stato alle imprese alla gestione sanitaria.  Data la crescente tensione politica riscontrata, verrebbe spontaneo domandarsi come mai, se si eccettuano le lamentele di qualche senatore impegnato a fare retorica sulla presunta blasfemia del Festival con una simile argomentazione, nessuno si sia lamentato che per ospitare quell’evento di 5 giorni siano stati spesi sedici milioni di euro pubblici. Come già detto in precedenza, pur trattandosi di una cifra esigua, paragonata a quelle maneggiate da uno Stato, potremmo fare un esempio estremamente attuale di cosa sarebbe possibile realizzare con essa.

Una delle principali cause della crisi sanitaria che ha messo in ginocchio il Paese negli ultimi mesi è la carenza di posti letto, specie nei reparti di terapia intensiva, in cui accogliere i pazienti sintomatici gravi colpiti da Covid-19. Delle terapie intensive, da mesi, non si fa che parlare con crescente disagio, dato lo stato in cui versano gli ospedali italiani. In teoria non esiste una cifra “standard” per la creazione di un posto letto in terapia intensiva: anche se è possibile effettuare una stima in base agli strumenti necessari per attrezzarlo, in base al modello di questi ultimi il costo di aggirerebbe tra i sessantamila e i centomila euro, che aumentano se si includono le attrezzature che servono all’intero reparto.[2] Facendo un calcolo, prendendo in considerazione i valori più alti e i minimi, con la cifra spesa per la realizzazione del Festival di Sanremo i posti in terapia intensiva che potrebbero essere ricavati vanno da un minimo di 118 a un massimo di circa 160 unità.

I posti in terapia intensiva sono oggetto di dibattito costante: ogni giorno, il quadro dipinto dalle notizie di cronaca sulle cause di una penuria di posti in TI si fa sempre più drammatico e la popolazione, stremata dalla crisi sanitaria e da continue restrizioni per arginarla e tamponarla, di certo ne è consapevole. Eppure, su cosa il denaro speso perché cantanti e presentatori calcassero il palco dell’Ariston avrebbe potuto fare, i dibattiti sembrano pari allo zero.

Sanremo ha portato, con un risparmio sul budget di 2 milioni per una spesa di 16, un introito di 38 milioni alla RAI, che presumibilmente, resterà nelle mani della. RAI.  La produzione si dice anche deliziata da un “boom di ascolti”. Notizia scioccante, ci sarebbe da commentare amaramente, vista la vasta scelta che viene concessa, da qualche mese, su come spendere la serata. il silenzio sull’argomento, specie in un Paese dove lamentarsi di come viene speso il nostro denaro è prassi comune, è squisitamente ironico. Paradossale. Generalmente, il numero di persone che tendono a farlo in ogni occasione, sui social e nella vita reale, è abbastanza elevato, anche laddove determinati commenti sono inopportuni e trasudanti disinformazione. Nel caso di Sanremo, invece, il fermento popolare sembra essersi quietato. E la spiegazione a questa improvvisa perdita della capacità di trovare il minimo pelo nell’uovo non è affatto difficile da trovare.

La verità è che Sanremo ce lo si fa andar bene. Perché a differenza di qualsiasi decisione governativa, questa “piccola” spesa di denaro pubblico la si percepisce, invece che come imposizione, come qualcosa di gradevole, che dà un meraviglioso e confortante senso di routine e nostalgia che mette a proprio agio, specie in un momento in cui ogni certezza sembra essere andata in fumo. Un piccolo pezzo di routine a cui attaccarsi, e che magari è un programma frivolo, divertente, che fa staccare il cervello. E il cervello staccato, specialmente in un momento in cui un’autorità centrale salda e forte conta più che mai, a qualcuno non potrà che far comodo. Una distrazione, quando la situazione politica al vertice comincia a farsi tesa, costituisce senza dubbio un ottimo stratagemma per distogliere l’attenzione di una popolazione che tende già a informarsi sommariamente di storia e di politica nel modo necessario a formare un cittadino consapevole. Se poi la distrazione, stravagante e farcita di particolari gustosi da commentare il giorno dopo, coincide con uno degli eventi-pilastro di un Paese che si aggrappa alle proprie tradizioni, facendone feticci cui rivolgersi per un conforto dando le spalle al mondo in continua trasformazione, tanto meglio. Catturare in questo modo, unendo una moderna cultura “trash”(o “spazzatura”) a una sacra istituzione della televisione italiana, sia la popolazione giovane che quella più anziana, fornirà un perfetto specchietto per distogliere un immenso, variegato stormo di allodole.

Sanremo ce lo si fa piacere per tradizione, per evasione, per noia, che in quest’anno è diventata una compagna disgraziatamente fedele delle nostre giornate, e perché ci viene data l’occasione di ridere un po’ alla vista di costumi ed esibizioni di qualcosa che nulla ha più a che fare con la musica, solo per dimenticarsi che al di là dello schermo televisivo, di cose per cui ridere ne sono rimaste ben poche. E allora, se si può deviare il flusso del pendolo che è l’esistenza e provare una momentanea interruzione del dolore, o meglio ancora, scongiurare la noia, poco importa del resto. Poco importa che da mesi migliaia di artisti, abituati in molti casi a vivere con compensi molto più bassi di quelli che un ospite dell’Ariston riceve, siano costretti a casa, a esibirsi via streaming in teatri vuoti, senza nemmeno il conforto di palloncini colorati a riempire poltrone e palchi. Poco importa, magari, ricordare che ben altre tradizioni, invece, ce le siamo lasciate strappare senza il fervore che abbiamo dedicato a stare attaccati a Sanremo. Il loro annullamento ci ha fatto storcere il naso qualche giorno, al massimo. Mi permetto di fare un ultimo esempio, citando una festività che dura ben più di cinque giorni, che dà vita a eventi in più di una città ed è ben più antica del Festival della canzone: una ricorrenza che prende il nome di carnevale. Il carnevale, stando ai dati forniti su stime compiute su quello dell’anno scorso, provoca un giro di denaro per un totale, in media, di 260 milioni di euro. Un movimento di denaro non indifferente che magari, l’economia, un minimo l’avrebbe fatta respirare davvero, mascherina o meno, mentre i 38 milioni guadagnati in una settimana, se tutto va bene, la RAI ce li restituirà con una nuova stagione di “Che dio ci aiuti” da guardare comodamente seduti durante la prossima quarantena.

 

[1] https://www.lastampa.it/spettacoli/tv/2021/03/07/news/rai-con-sanremo-2021-raccolta-pubblicitaria-da-38-milioni-e-salini-tifa-per-l-ama-ter-1.39995968

 

[2] https://www.med4.care/letto-terapia-intensiva-posto-prima-classe/

FESTIVAL DI SANREMO 2021 - hashtagmagazine

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.