Schiavi, servi, operai: rivoluzionari o semplici oppressi?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Venerdì pomeriggio, passeggiando nel boschetto del Farneto invaso dalla nebbia, ho chiesto – come sovente mi capita – ai pensieri di farmi compagnia.

La scelta (?) è caduta su alcuni postulati della dottrina marxista, che ho provato ad affrontare in maniera laica, mettiamola così. Senza tema di scivolare sul manto giallastro di foglie secche e bagnate, la mente cercava di tenere il passo del cadenzato susseguirsi delle epoche storiche corrispondenti ad altrettanti modelli di produzione: ad essere sincero, sono partito dall’antichità greco romana, saltando a piè pari i millenni “asiatici”, prolungatisi fino alle soglie della modernità in altri continenti.

Dopo qualche incertezza la mia attenzione è planata su un panorama raramente illuminato dalla Storia: quello delle masse indistinte, o piuttosto degli “ultimi” – di coloro, cioè, che del sistema costituivano (e costituiscono) il fondamento ma che da esso non traevano alcun beneficio, a parte una grama, incerta sussistenza.

Il mondo greco-romano si basa sulla manifattura non meno che sulla coltivazione dei campi: s’incentra infatti sulle città, ed è per molti versi un “protocapitalismo” all’interno del quale la finanza gioca un ruolo significativo. Molti storici affermano che tecnologie e conoscenze disponibili in epoca ellenistica avrebbero consentito il prodursi di una rivoluzione industriale ante litteram: se questo non avvenne fu perché l’èlite non ne avvertiva il bisogno. L’economia di allora era difatti imperniata sullo schiavismo, cioè sul lavoro coatto di milioni di persone[1] deprivate di qualsivoglia diritto. Instrumenta vocalia li definiva Cicerone: macchine parlanti, insomma[2]. Sono costoro – e non i capitecensi – gli sfruttati per eccellenza di quel periodo, oltre che l’unico motore dell’espansione economica romana. Talvolta (anzi: abbastanza spesso) si ribellano contro il padronato: Spartaco è il più abile e fantasioso, non certo l’unico fra i condottieri di schiavi. Le rivolte verranno sempre schiacciate, e la schiavitù perdurerà per molti secoli, fino a mischiarsi – nell’età del Dominato – con un servaggio di uomini teoricamente liberi che anticipa nei tratti quello della gleba. Sebbene le condizioni di vita della generalità degli schiavi non migliorino nel tempo[3], non si verificano nel periodo imperiale moti di qualche rilievo – e questo nonostante un progressivo indebolimento della struttura economico-politico della società romana, imputabile, tra gli altri fattori, all’acuirsi delle distanze sociali tra èlite e popolo minuto. Col passare dei secoli i cittadini-soldati della Res publica si abbassano ad humiliores, cioè a una turba indifferenziata di semiaccattoni sfaccendati e privi di interesse per la cosa pubblica, mentre le città tendono a spopolarsi (anche per l’effetto dei frequenti torbidi), l’economia deperisce inselvatichendosi e la sempre più avventurosa difesa dei confini passa nelle mani di guerrieri barbari, cui viene regalato il monopolio della forza. Saranno infine costoro, in un contesto frammentato e rurale, a spazzare via una classe egemone oramai imbelle e parassitaria e a sostituirsi ad essa (a livello soprattutto locale) in un’epoca di decadenza che si riflette su tutto il vivere civile.

Il modo di produzione feudale è a misura di “barbaro”: miseri villaggi si assiepano intorno a una rocca, residenza del signore in armi; una nuova classe di servi indissolubilmente legata alla terra (altrui) coltiva i campi a beneficio di chi con la spada può dispensare la morte. Le comunità sono autarchiche ed autosufficienti, gli scambi ridotti: ovunque la dimensione è localistica, e il riaffacciarsi di larve di imperi non modificherà per secoli il quadro. Una potente sovrastruttura (la Chiesa) si unisce al ferro per tener sottomesse le moltitudini, e tuttavia – specie dal Trecento in poi – si registrano numerose fiammate di rivolta: oltre che essere macchine da lavoro i servi della gleba sono pure uomini aspiranti a un’esistenza migliore. Gli Spartaco medievali si chiamano Dolcino, John Ball, quelli del ‘500 Thomas Müntzer e Matjaz Gubec: vanno incontro al medesimo destino toccato al precursore.

Mentre queste cose accadono nelle campagne le città pian piano risorgono, e si popolano di gente nuova: nobili lungimiranti, figli cadetti in cerca di avventura, servi ambiziosi. Sarà il borghese, frutto di quest’amalgama, a riattivare la produzione manifatturiera e a inventare la finanza moderna: la sua scalata al cielo inizia nell’Italia e nei Paesi Bassi del ‘300-‘400, poi la nuova mentalità approda dappertutto. Venuta meno la loro funzione storica, perso il controllo su un’economia in via di trasformazione, i feudatari percorrono alla cieca la strada già battuta dagli honestiores latini e finiscono per degradarsi a parassiti alla corte di sovrani ancora troppo affezionati alla spada. Dall’Inghilterra alla Francia, le Rivoluzioni “vincenti” saranno capeggiate non già da esponenti della classe maggiormente oppressa dei produttori effettivi di ricchezza, bensì da coloro che posseggono il know how per farla fruttare e trasformarla in “potere”, cioè in controllo.

Sia alla fine dell’era antica che di quella moderna, dunque, sono degli outsider a imporsi formalmente dopo averlo fatto dal punto di vista sostanziale, e a ridisegnare le istituzioni a loro immagine e somiglianza: i barbari grazie al monopolio del ferro, i borghesi a quello dell’oro.

Cosa ci dice tutto questo? Che le “bestie da soma” (schiavi prima, servi poi) non approdano a nulla poiché subiscono i cambiamenti in luogo di produrli. A ben guardare essi impetrano un riconoscimento, ma lo sguardo è rivolto al passato, non al futuro – sono insorgenti “cobbettiani” piuttosto che rivoluzionari.

E il proletario marxiano? Egli eredita nel modo di produzione capitalista il ruolo di oppresso che fu in precedenza di schiavi e servi della gleba e, al pari di loro, è strumento basilare della produzione contemporanea. La domanda che il bosco mi ha rivolto è questa: può costui, a differenza dei predecessori, assurgere a forza rivoluzionaria? In sostanza: è mero soggetto passivo (e perciò condannato al ribellismo e/o alla presentazione di istanze migliorative) o ambisce ragionevolmente a svolgere una funzione attiva?

Il primo Marx, trascinato da umanissima passione, pare non porsi affatto il problema; quello maturo, invece, affianca all’operaio altre soggettività: in pratica chiunque lavori in fabbrica, dal direttore in giù[4]. Questa comunità di lavoro, essendo in grado di gestire autonomamente i processi produttivi, avrà buon gioco nel soppiantare capitalisti ridotti a meri percettori di rendite, cioè a mantenuti.

Nel breve-medio termine la previsione non sembra essersi avverata, nel senso che il management d’impresa è stabilmente schierato, oggi come ieri, dalla parte del Capitale, e persino il ceto impiegatizio non ci risulta aver abbracciato la causa dell’emencipazione. Gli operai, è vero, hanno acquisito tra Otto e Novecento una salda coscienza di classe (che ce l’abbiano ancora è un altro paio di maniche), ma un’autogestione su larga scala non è mai stata attuata, e agli albori dell’URSS lo stesso Lenin fu costretto ad aggiornare i propri piani, dopo essersi reso conto che affidare la macchina statale e lo sviluppo produttivo ad una kucharka era perlomeno un azzardo: servivano degli specialisti borghesi. Sotto altro profilo potrei notare che la durata settantennale dell’Unione Sovietica non costituisce una prova a favore dell’ineluttabilità di uno sviluppo storico in senso socialista, in primis perché quell’esperienza si è affermata in condizioni affatto eccezionali, principalmente poiché il disgraziato crollo finale si è verificato a causa della superiore vivacità dell’economia capitalista rispetto a quella pianificata nonché dello spregiudicato dinamismo mostrato dalle èlite occidentali (evidentemente tutt’altro che arteriosclerotiche!) a fronte di una palese incapacità della nomenclatura “operaia” a promuovere lo sviluppo[5] e a risolvere problemi, anche contingenti, di varia natura. L’URSS, insomma, potrebbe anche essere stato un accidente storico, una Repubblica anabattista di Münster durata settant’anni e passa anziché uno e mezzo.

Alcuni sostengono che il proletariato oggi non esista più, ma è una colossale sciocchezza: ne fanno parte, indipendentemente dalla coscienza che hanno di sé, tutti i lavoratori – manuali o intellettuali che siano – poveri o addirittura privi di diritti, vale a dire la stragrande maggioranza dei “cittadini” dell’Europa e del mondo. Una siffatta constatazione non basta tuttavia a trasformare costoro in altrettanti rivoluzionari: accontentiamoci di definirli sfruttati come lo erano gli schiavi e i servi medievali.

Mi chiedo allora: non potrebbe darsi che il compito di scalzare i capitalisti venga affidato dalla Storia, magari nel prossimo futuro, a una “classe” che ancora non scorgiamo? Tralasciamo le transumanze di consumatori desideranti che qualche ex rivoluzionario convertitosi alla globalizzazione inscena per divertire il suo pubblico elitario e guardiamoci piuttosto intorno: è in atto oppure no una trasformazione del lavoro? Sembrerebbe di sì: l’automazione e la digitalizzazione dei processi avanzano a ritmi serrati.

Non credo, e l’ho scritto, che i robot sostituiranno gli umani in fabbriche e uffici: il profitto è pur sempre plusvalore, e per poterlo estrarre dagli automi bisognerebbe prima trovare un modo per mutarli in consumatori stipendiati[6]. Tuttavia pressoché ogni attività, oggidì, viene svolta tramite computer: dalle transazioni finanziarie all’assistenza al pilotaggio degli aerei, dalla diffusione di informazioni al controllo sugli individui. Non è azzardato affermare che il mondo odierno è in mano a programmatori e ingegneri informatici, solo una piccola porzione dei quali è stata cooptata nell’èlite dominante: se i restanti, sviluppata una coscienza collettiva, decidessero di rivoltare tutto potrebbero agevolmente farlo, dal momento che – a somiglianza dei guerrieri barbari e dei finanzieri borghesi – impugnano le leve della macchina. Nascerebbe da quest’ipotetica rivoluzione una società socialista? Onestamente ho motivo di dubitarne: mi vengono in mente modelli distopici abbastanza inquietanti…

 

Mi fermo qui, e invito il lettore a non prendere queste righe troppo sul serio: sono il prodotto di una camminata, non di lunghe disamine, e non mi offenderei perciò se qualcuno le definisse peregrine. Mi resta questo dubbio atroce: e se il Socialismo fosse nulla più che un pio desiderio d’una minuscola, illusoria “classe” di intellettuali critici verso la costante ingiustizia sociale? Se il cammino della Storia conducesse semplicemente in tutt’altra direzione?

Per quanto mi riguarda rispondo così: varrebbe comunque la pena di perseverare nella lotta. In primo luogo perché il futuro chiunque di noi contribuisce a plasmarlo, e nulla è sancito da leggi immutabili; poi perché gli umani non sono meri instrumenta di guadagno proprio ed altrui – hanno una coscienza, delle aspirazioni. Delle utopie da opporre al grigiore di una realtà sovente insopportabile, quasi sempre prosaica. Verrebbe da dire, in conclusione: credo quia absurdum!

[1] Per figurarsi le dimensioni del fenomeno basti considerare che, secondo la testimonianza degli storici antichi, Giulio Cesare trascinò a Roma dalla Gallia sconfitta e devastata un milione circa di schiavi, pari ad almeno 1/5 della popolazione prebellica. Nei decenni e secoli successivi si realizzò, in quelle terre, un vero e proprio ripopolamento ad opera di coloni romani, cioè una parziale sostituzione etnica.

[2] Illuminanti appaiono le parole scritte sull’argomento da Plutarco nella sua biografia di Catone Maggiore, presentatoci per quello che era: un affarista disumano e senza scrupoli (ben altra era la levatura morale del suo avversario, Scipione l’Africano, che ebbe un solo rivale all’altezza – il geniale Annibale – ma fu infine perseguito e vinto da una folla di nani).

[3] Eccezioni che confermano la regola sono rappresentate dai liberti claudiani, peraltro uomini preparatissimi e di vista cultura, oltre che da singoli personaggi che assieme alla libertà conquistano l’agiatezza (i beniamini delle arene o il Trimalcione petroniano, di certo modellato su esempi viventi).

[4] Gli ingegneri di Saint-Simon hanno fatto scuola, insomma (ed Engels lo riconoscerà scrivendo degli utopisti).

[5] Delle due l’una: o Karl Marx (che riteneva che i processi produttivi sarebbero migliorati una volta tolti di mezzo i padroni/capitalisti) ha grossolanamente sbagliato profezia oppure il Capitalismo, del resto storicamente giovane, “somigliava” ancora, a fine anni ’80, alla classe dominante che l’ha generato. Forse si può interpretare in questo senso il titolo del famoso saggio di Giorgio Ruffolo: “Il Capitalismo ha i secoli contati”.

[6] Inoltre il lavoro subordinato è un efficacissimo strumento di controllo sui corpi e sulle menti (pensiamo a codici di condotta, orari, protocolli, badge ecc.): perché lorsignori dovrebbero rinunziarvi regalando agli esseri umani, assieme a un reddito di cittadinanza, un eccesso di tempo libero da poter pericolosamente impiegare in riflessioni?

Fonte articolo: http://owenistigiuliani.blogattivo.com/Owenisti-Giuliani-b1/SCHIAVI-SERVI-OPERAI-RIVOLUZIONARI-O-SEMPLICI-OPPRESSI-b1-p186.htm

2 commenti per “Schiavi, servi, operai: rivoluzionari o semplici oppressi?

  1. Maurizio
    9 Dicembre 2018 at 23:00

    Voi marxisti vi siete fissati con l’intelligenza artificiale…
    Il padrone ha nelle sue mani la genetica per creare servi obbedienti…

  2. Lorenzo
    13 Dicembre 2018 at 16:09

    L’aria boschiva stimola la lucidità. Anche se il socialismo, più che il pio desiderio d’una minuscola classe di intellettuali, è stato l’ennesimo e più eclatante rigurgito della promessa escatologica giudaico-cristiana, secolarizzata sostituendo dio colla storia e la provvidenza coll’economia politic(izzat)a.

    Per quanto riguarda i vs. meccanismi motivazionali il credo quia absurdum è pertinente perché sottolinea la continuità fra joshuismo e mardochismo, ma la formula più azzeccata è quella proposta dal pragmatismo statunitense colla sua schietta rivendicazione del “diritto a riconoscerci nella religione o filosofia che più ci piace essere vera”: un’impressionante apologia dell’autoinganno e dello wishful thinking.

    L’opzione utopistica menzionata in conclusione sarei disposto a rispettarla se chi la segue, primo, tenesse costantemente dinanzi agli occhi il carattere prettamente arbitrario e irrazionale della propria narrazione, e secondo, avesse il buon gusto di astenersi dall’adire gli strumenti dell’analisi critica per ridurre ad absurdum le narrazioni altrui: cosa che non si verifica pressoché mai.

    Dimodoché le discipline pratiche rimangono la partita fra disonesti che sono sempre state, nel cui ambito (come gl’inquisitori di Umberto Eco) tutti hanno torto secondo ragione ma hanno ragione secondo il torto altrui. Colla differenza che fascismo e nazionalsocialismo, colla loro insistenza sulle nozioni di mito e di Weltanschauung, ammettevano in controluce la natura fizionale della propria affabulazione, anziché sventolare stracci di razionalità dialettica o trascorrere a piacimento fra giusnaturalismo e falsificazionismo popperiano (come fa il liberalismo).

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