Cosa può succedere dopo il default

E’ quasi impossibile dire con ragionevolezza cosa succederà adesso, siamo entrati in un campo del tutto inedito e, a mio parere, nemmeno scontato dai leader europei e mondiali, che forse avevano scommesso sulla vittoria del “si”, a giudicare dalla tranquillità con la quale era stata presa la decisione di Tsipras di andare al referendum (anche io avevo previsto la vittoria del si, sbagliando). La stupida sicurezza di sè ha persino portato la Germania a negare qualsiasi aiuto-ponte nel periodo precedente al referendum, una mossa che ha aumentato l’antipatia dei greci nei suoi confronti. Per analizzare con un minimo di fondamento una situazione assolutamente mobile, partiamo dai dati di fatto. L’economia greca è già in default dal 30 giugno, il suo sistema creditizio è sull’orlo del tracollo finanziario e potrebbe esaurire la liquidità entro l’inizio della prossima settimana, e il Paese non può più ricorrere ai mercati finanziari per coprire le rate a scadenza del suo debito pubblico. La Bce non può scongelare la liquidità bancaria di emergenza dell’Ela, perché ciò è legato ad un negoziato su un piano di stabilità che non c’è più. Non si sa bene quanta liquidità ci sia in cassa per pagare stipendi, pensioni e servizi essenziali, ma evidentemente deve essere agli sgoccioli, se ad aprile scorso, con l’istituzione di una sorta di tesoreria centralizzata, il Governo ha raschiato soldi alle amministrazioni locali, tipica mossa da disperazione. Il PIL a politiche invariate, per il 2015, dovrebbe rimanere fermo, non fornendo margini positivi alle entrate pubbliche. L’indispensabile blocco dei prelievi bancari, come qualsiasi corralito, ha effetti devastanti sulla domanda interna, e quindi sulla crescita e le finanze pubbliche, tutte grandezze endogene l’una all’altra. Siamo nel più classico default, rispetto al quale non vi è una struttura produttiva differenziata ed una competitività strutturale tali da risalire la china autonomamente.

In questo scenario, sono possibili soltanto due outcome, per usare il gergo da teoria dei giochi che tanto è alla moda. Il primo è che la Grecia sia sottoposta ad un programma di assistenza finanziaria di lungo periodo, complementato da una pesante ristrutturazione del suo debito pubblico, almeno il 50%, da un programma di liquidità specifica per le sue banche, e da una temporanea uscita da meccanismi dell’eurozona, sotto forma di rigidi controlli dei movimenti di capitale, ed inevitabilmente la messa in circolazione di una valuta, o di una quasi-valuta, per sostenere gli scambi interni. Questa scelta varrebbe per tenere, almeno in apparenza, la Grecia legata all’euro, di mantenere l’apparenza di rimborsabilità delle quote ristrutturate del debito (camuffando sotto le spoglie del riscadenzamento delle quote quello che di fatto è un haircut, escamotage utile per ingannare le opinioni publbiche nordiche, che vogliono a tutti i costi il rimborso) e di evitare la inevitabile deriva di una Grecia sganciata dall’euro verso l’area di influenza russa, esito moto temuto dagli USa, per via della posizione geopolitica del Paese. Detto outcome richiede la ripresa di negoziati, perché chi volesse dare aiuti avrebbe l’esigenza politica di chiedere altri sacrifici. Negoziati sui quali ovviamente il governo greco si presenterà forte della legittimazione popolare, per strappare condizioni meno pesanti di austerity, una rinegoziazione della distribuzione sociale del peso dell’austerità, ed anche il biscotto, poco rilevante nella sostanza, ma importante simbolicamente, di una ristrutturazione immediata di un debito pubblico che, comunque, si sarebbe dovuta fare, prima o poi, essendo questo del tutto impagabile ed irredimibile. Anticipando qualcosa che comunque ci sarebbe stata entro pochi mesi, ed accettando un piano di “soft austerity”, il governo greco avrebbe ottenuto un vantaggio più di immagine che di sostanza, evitando l’uscita dall’euro che Syriza non vuole in nessun modo.

Il secondo outcome è l’accompagnamento verso l’uscita dall’euro, che potrebbe essere brusco, oppure assistito, ad esempio stabilendo un cambio semirigido fra neoDracma ed euro, per impedire una svalutazione eccessiva (ma tale soluzione potrebbe essere facilmente spazzata via dalla speculazione sui cambi, a fronte dell’incapacità strutturale della Grecia di conseguire avanzi delle partite correnti). Sarebbe anche l’inizio della fine dell’intera area-euro, che difficilmente resisterebbe ad una tornata d speculazione sui debiti sovrani dei PIIGs rimasti, e che diverrebbe insostenibile socialmente: i popoli degli altri Paesi sottposti ad austerità si riorganizzeranno per contestare l’austerità, mandando in pezzi un meccanismo basato su deflazione e equilibrio dei ocnti pubblici, non potendo basarsi, strutturalmente, sulla convergenza dei parametri economici di fondo. Ci sarà da attendersi, in questo caso, una probabile infezione finanziaria a livello euroepo, nonostante le sciocche e sprovvedute rassicurazioni del nostro Governo. Non tanto per le quote di debito o per il livello di interrelazione fra banche greche ed europee, quanto piuttosto per un generalizzato movimento di sfiducia dei mercati nei confronti del sistema bancario dell’area euro, che comporterà una perdita di liquidità ed una paralisi dell’interbancario. Sfiducia rafforzata dalla soluzione neoliberista scelta per affrontare le crisi bancarie europee, che impedisce di nazionalizzarle. E per la Grecia, non illudiamoci, l’uscita sarà un passaggio terribilmente crudele.

Quale dei due outcome prevarrà? Lo sapremo solo vivendo, diceva Lucio Battisti. Il Governo greco è manifestamente privo di un piano per affrontare l’uscita dall’euro, e continua a puntare sulla ripresa dei negoziati. Per uscire da un’area valutaria occorrono dei paracadute, come il ripristino di un meccanismo di scala mobile, un piano di emergenza per la fornitura dei beni di prima necessità, la nazionalizzazione completa del sistema bancario, controlli sui movimenti di capitali molto rigidi, un coscpicuo approvvigionamento di riserve di valuta estera da parte della Banca Centrale, per fronteggiare ondate speculative sul tasso di cambio. Niente di tutto ciò è previsto dall’attuale governo, che vuole tornare al tavolo delle trattative. Ma il tavolo in questo momento non c’è più. A segnalare che la Germania non vuole più il negoziato, c’è la presa di posizione del socialdemocratico Gabriel, in passato il più aperto alla trattativa. Si tratta di una posizione che liquida ogni prospettiva di europeismo, e forse questo è un bene, perché basata, come sempre dall’inizio della crisi ad oggi, su interessi nazionali di cortissimo respiro. Solo che adesso l’esito del referendum ha fatto cadere ogni illusione di una strategia di integrazione e solidarietà. Si tratta solo e soltanto di piccola bottega elettorale nazionale. Gli USA faranno sicuramente una gigantesca pressione per un ritorno al negoziato, ed oggi la Germania appare isolata nel contesto europeo: la Francia è nettamente per una rirpesa di negoziato, cioè per il primo outcome. La resistenza tedesca sembra più una cocciutaggine tipica dell’animo tedesco, che, specie quando è sconfitto, diventa intrattabile. Ma alla fine anche loro dovranno piegarsi.

E presumibilmente non ci sarà una Grexit, e nemmeno un ritorno a politiche economiche espansive, ma soltanto una austerity più morbida e più equamente ripartita socialmente, accanto ad un taglio del debito che non era in discussione, ma veniva soltanto rinviato per motivi elettoralistici. Alla Grecia sarà riservato il destino dei Paesi falliti nel capitalismo: dovrà continuare a risanarsi, in modo meno cruento e rapido, in modo più equilibrato socialmente, ma alla fine non le verrà regalato niente. Niente.

Però l’esempio greco sarà, nel tempo, inevitabilmente contagioso, e smuoverà le coscienze di altri popoli, rimettendo progressivamente in discussione questa Europa. Potrebbe contribuire a posare la prima pietra di un fronte mediterraneo più ampio, ovviamente che escluda l’Italia, Paese di fascisti, vigliacchi e renziani, che potrebbe fornire una alternativa, un euro del Sud fra Grecia, Spagna, Portogallo, forse estendibile alla Francia, se l’establishment francese recupererà ludicità per rompere l’illusione di tenere un asse non sostenibile con la Germania Ma occorrerà aspettare. In ogni caso, la vicenda in generale mostra nel modo più crudo il fallimento, irredimibile, insanabile, irrecuperabile, dell’idea di Europa e dell’euro. Prima liquidiamo questa sovrastruttura e torniamo agli Stati nazionali, meglio sarà. Perlomeno saremo meno ipocriti.

1 commento per “Cosa può succedere dopo il default

  1. Alessandro
    7 luglio 2015 at 17:52

    “Prima liquidiamo questa sovrastruttura e torniamo agli Stati nazionali, meglio sarà. Perlomeno saremo meno ipocriti.”
    E’ proprio così. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Si arretra su tutti i fronti: occupazione, diritti, welfare…e l’enfasi sui diritti civili e le quote rose tanto strombazzate in UE sono solo la foglia di fico dietro cui nascondere questa involuzione socio-economica che tanto piace alle elite economiche. Certo ci mancherà il cambio favorevole dell’euro fuori dai suoi confini 🙂 ma per il resto ne possiamo fare a meno, a condizione che sia un reale cambiamento e si chiudano anche tutti quei baracconi succhiasoldi che hanno sede a Bruxelles, Strasburgo e in Lussemburgo.
    Rimane aperta la questione fondamentale: che ne sarà dei nostri risparmi il giorno dopo?Qui c’è, ovviamente, da tremare. Se avessimo a che fare con serie classi dirigenti, queste si attiverebbero per rendere “indolore” e graduale questo passaggio, in modo tale da salvaguardare soprattutto i risparmi dei meno abbienti, ma ho la netta impressione che l’insipienza e la malafede che hanno accompagnato l’ingresso e la permanenza nell’area euro, non ci abbondonerebbero neanche in questa ultima fase, con esiti disastrosi, soprattutto per i ceti medio-bassi. Comunque vada, saranno tempi difficili.

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