Rivoluzione industriale 4.0 e Medioevo insorgente

Il dibattito sull’automazione ed i suoi effetti lavoristici e sociali sta avendo una rinascita, in corrispondenza con quella che sembra prospettarsi come una nuova rivoluzione tecnologica pervasiva, fatta essenzialmente di sviluppi nei settori della intelligenza artificiale, della produzione, uso e distribuzione sostenibile dell’energia, delle biotecnologie e della progettazione digitalizzata in 3D. Qualcuno chiama “Rivoluzione Industriale 4.0” questa ondata tecnologica imminente, che riconfigurerà completamente gli assetti produttivi, occupazionali, sociali e politici del mondo.
Naturalmente non mancano i cantori dell’ottimismo, appositamente convocati per preparare il campo a questi sconvolgimenti che saranno, per chi dovrà viverne la fase di transizione (cioè noi) devastanti non meno di quelli che hanno accompagnato la prima Rivoluzione industriale. Nel campo della green economy, si va da chi, come Jeremy Rifkin, immagina un futuro di “produzione democratica” di energia da parte di autoproduttori individuali proudhoniani, che si scambiano energia fra loro in una rete in cui nessuno può assumere una posizione oligopolistica, all’idea che l’innovazione tecnologica in materia energetica possa risolvere il riscaldamento globale (quando probabilmente il problema è quello, da un lato, di preparare le contromisure nei confronti di un fenomeno già in atto e non reversibile, e dall’altro di preoccuparsi di problemi ambientali altrettanto se non più gravi, come l’eccessiva impronta idrica ed alimentare). La progettazione in 3D vede altrettanti cultori dell’idea neo-proudhoniana della “democrazia progettuale”, in cui gruppi di giovani in blue jeans e senza capitali produce innovazioni tecnologiche nel garage di casa. Le biotecnologie navigano su un’onda che è preoccupante sotto il profilo filosofico, prima che tecnologico, ovvero sull’idea della “costruibilità” e della producibilità e modificabilità manifatturiera della vita stessa, sull’onda dei microrganismi ibridi di Craig Venter, oppure degli Ogm. Idea che a mio parere si rivelerà fallimentare, perché la vita, il cui concetto stesso sfugge ad una definizione specificamente scientifica (la stessa definizione più avanzata della vita, quella di Schroedinger, basata sul disequilibrio energetico stazionario e la capacità di sintesi dall’ambiente esterno, è più che altro una osservazione delle proprietà termodinamiche e chimiche della vita, non una sua spiegazione) è qualcosa che va al di là del volgare bric-à-brac del DNA cui pensano i genetisti. Però questa idea, per quanto fallimentare, modifica profondamente il concetto di vita, riducendolo ad un processo manifatturiero. La vita, spogliata della sua aura di sacralità e mistero, diverrà un prodotto da supermercato disponibile “on-the shelf”, e gli effetti sulle relazioni sociali ed umane saranno devastanti, improntati a cinismo e crudeltà.
Ovviamente sfugge a tutte queste visioni ottimistiche un semplice concetto: dentro una società, l’innovazione tecnologica non è neutra. La direzione che essa imprime dipende dalle relazioni sociali e dai modi di produzione che la generano e la assimilano. Per fare un semplice esempio, la tendenza spontanea dell’accumulazione capitalistica verso forme di oligopolio smentirà, con ogni probabilità, le fanfalucche della “democrazia energetica” o “dell’autoprogettazione partecipata”, forme che probabilmente si esauriranno nelle prime fasi di varo delle innovazioni in materia energetica o di progettazione in 3 D.

Focalizziamoci sul dibattito relativo allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Dove perlomeno i termini del dibattito si pongono in misura più chiara e cruda. Da un lato, si riconosce che la robotica, al culmine del suo sviluppo, non sostituirà le professioni basate sulla creatività e, più in generale, sulla necessità di fare scelte di fronte ad eventi imprevedibili ex ante, o di assumere decisioni etiche sulla base di un sistema di principi personale. Questo perché l’intelligenza artificiale, anche la più avanzata, si basa su un modello matematico, e come tutti i modelli matematici sottostà al teorema di Goedel, per il quale un sistema matematico non può essere al contempo completo e coerente. Se si vuole coerenza, occorre sacrificare la completezza, cioè la capacità di reagire a eventi non modellizzabili ex ante nel sistema di algoritmi della cyber-intelligenza. E ciò impedisce che le macchine acquisiscano la coscienza di sé e quindi il libero arbitrio, poiché esso implica la libertà di lavorare per il completamento di un sistema matematicamente coerente. Come afferma Kant, se si vuole costruire un sistema di pensiero che includa anche le idee trascendentali, ovvero quelle che fuoriescono dall’utilizzo empirico della ragione, si finisce per cadere nell’indeterminatezza. Ed un sistema matematico non può cadere nell’indeterminatezza senza cessare di funzionare. Già questo dovrebbe servire per riaffermare l’unicità del mistero della vita, e in specie di quella umana, in grado di funzionare in forma non-algoritmica, e quindi di incorporare l’incoerenza nel suo sistema di pensiero senza cadere nella paralisi delle funzioni intellettive.
D’altro lato, però, si riconosce che l’intelligenza artificiale applicata alle macchine comporterà un processo gigantesco di soppressione di lavoro, eliminando tutti quei mestieri ripetitivi, routinari, completamente controllabili da un soggetto terzo, o dove la possibilità di scelta è limitata entro un campo di opzioni controllabili e replicabili: dall’operaio in catena di montaggio al soldato di truppa, passando per l’addetto al telemarketing, o l’impiegato dell’ufficio anagrafico del Comune, fino al tassista o al camionista. E qui naturalmente si apre la questione, storicamente dibattuta da tutte le grandi menti da almeno due secoli: la soppressione del lavoro necessario aprirà una nuova alba per l’umanità, in cui diverremo tutti dei cultori dell’arte e della letteratura nel nostro tempo libero, oppure un incubo simile a quello di Huxley, dove una élite tecnocratica (magari geneticamente controllata) dominerà su un mondo di macchine e di reietti?
Ci sono tante angolature per rispondere a tale domanda, ad esempio chiedersi, sotto un profilo filosofico ed antropologico, se l’uomo possa esistere senza applicare la sua energia ad un lavoro, non meramente intellettuale, ma di trasformazione del suo ambiente. Il lavoro nell’ambiente esterno corrisponde ad una istanza psicologica fondamentale dell’uomo, senza la quale l’umanità potrebbe degradare verso psicosi di massa difficilmente immaginabili? C’è poi l’angolatura sociologica. E su questa occorrerebbe partire dal presupposto che le evoluzioni del mercato del lavoro indotte dall’intelligenza artificiale avvengono all’interno di un modo di produzione capitalistico. Sarà anche capitalismo 4.0, ma le regole dell’accumulazione capitalistica continuano a valere, al fondo. Perché il lavoro è sempre lavoro “sociale”, determinato cioè da un modo di produzione collettivo, non mero lavoro “necessario” alla mera riproduzione fisica del produttore. E allora facciamo riferimento a chi il capitalismo lo ha analizzato a fondo, ovvero a Marx. Nello specifico, al “Frammento sulle macchine”, dei Grundrisse.
In questo capitolo di poche pagine, estremamente condensato e di difficile lettura, che Marx stesso aveva scritto come bozza preliminare in vista di uno sviluppo più organico della riflessione nel rapporto fra capitalismo ed automazione, si trovano profezie straordinariamente azzeccate. L’automazione supera di gran lunga il restrittivo concetto di “strumento di lavoro”, poiché mentre quest’ultimo è controllato dalla volontà e dalla perizia del lavoratore, la macchina media direttamente il rapporto fra la perizia professionale ed il lavoro, riducendo il lavoratore ad un organo della stessa, sicché si ha la massima sussunzione possibile del lavoro vivo nel lavoro oggettivato nelle merci che produce: non soltanto la classi alienazione da plusvalore che si realizza nel momento in cui l’oggetto del lavoro è stato prodotto e prelevato dal capitalista, ma addirittura a monte, nello stesso processo produttivo, dove il valore oggettivato della macchina supera di gran lunga il valore che può essere apportato dalla forza-lavoro vivente, grazie allo straordinario aumento di produttività che la macchina consente di ottenere.
Di conseguenza, l’incentivo dato dall’enorme sviluppo della produttività genera un riassorbimento del progresso scientifico e tecnico dentro l’alveo del capitale e dei suoi meccanismi di riproduzione: “l’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale rimane così, rispetto al lavoro, assorbita nel capitale, e si presenta perciò come proprietà del capitale”. E quindi “non è più nel lavoro, ma nel capitale, che si esprime il lavoro generalmente sociale”.
Queste previsioni hanno un riflesso enorme nella realtà sociale attuale: il riassorbimento della coscienza di classe dentro i paradigmi del capitalismo ne è la conseguenza, poiché il lavoro vivo del proletario diviene sempre più strumentale a quello della macchina, anche quando si tratta di un tecnico che controlla il funzionamento della macchina stessa. Il lavoro sociale si trasforma sempre più in un proletariato del general intellect, che non vende più la sua forza-lavoro fisica, come l’operaio tradizionale, ma la sua energia intellettuale arricchita dalle competenze acquisite nel percorso di formazione. Dovendo lavorare dentro contesti produttivi di rete, di tipo orizzontale e non verticale, essendo sottoposto al precariato come forma di disciplina del lavoro che non può più essere garantita dai contesti disciplinari tipici del fordismo, oggettivando il proprio lavoro in un prodotto intellettuale o creativo, il proletario del general intellect tende a cadere in un processo di “astrazione del lavoro”, perché il tempo di lavoro direttamente impiegato tende ad essere un sottomultiplo del valore oggettivato dal prodotto, grazie all’incremento di produttività. La differenza risiede nel valore di lavoro “astratto”, intellettuale, necessario per ricondurre le forze della scienza verso l’aumento della produttività. In questo modo, detto proletario cognitivo tende a perdere la percezione del rapporto fra il suo valore-lavoro e il valore del prodotto , e quindi si allenta la percezione del suo ruolo subordinato “collettivo” dentro il processo produttivo, acquisendo schemi meritocratici, intimamente individualistici, che ne distruggono la percezione di classe. “In questa trasformazione, non è né il lavoro immediato, eseguito dall’individuo stesso, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua produttività generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale – in una parola, è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza”.
Perciò, avverte Marx, i cultori dell’ottimismo sociale legato all’automazione produttiva sbagliano profondamente. “E’ quindi una frase borghese assolutamente assurda – scrive – quella che l’operaio ha interessi comuni con il capitalista perché questi, con il capitale fisso (…) gli agevola il lavoro o gli abbrevia il lavoro (…) le macchine non intervengono a sostituire forza-lavoro mancante, ma per ridurre la forza-lavoro presente in massa alla misura necessaria. Solo dove la forza-lavoro è presente in massa intervengono le macchine”. Ed eccoci al cuore della disoccupazione generata dall’automazione industriale e, più di recente, dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
La disoccupazione tecnologica, nella logica marxiana, è però un passaggio, seppur doloroso, verso una società superiore. Naturalmente, Marx vede in tale processo la base per il superamento, a lungo periodo, del capitalismo. Per diverse contraddizioni dialettiche insorgenti:
  • Il capitale fisso, con l’incremento di produttività che genera, riduce il lavoro umano diretto ad un minimo. Ciò rappresenta la “condizione dell’emancipazione del lavoro”, per Marx: di fatto,, il capitale, essendo valorizzato sotto forma di tempo di lavoro (vivo e morto) riducendo al minimo il tempo di lavoro necessario, produce una auto-svalorizzazione;
  • Cambiano le condizioni stesse per l’accumulazione di capitale: “non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la più grande fonte di ricchezza (perché soppiantato dal lavoro “intellettuale”, nda) … il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo”, perché “il furto del tempo di lavoro altrui, su cui si basa la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è creata nel frattempo”.
Da queste contraddizioni, si genera il crollo della produzione generata dal valore di scambio, mentre si amplia lo spazio temporale dedicabile allo sviluppo intellettuale, artistico e culturale del singolo individuo, generando quindi una fuoriuscita dallo sfruttamento, dall’alienazione e dalla miseria, materiale e spirituale, del capitalismo.
Evidentemente, poiché il lavoro in Marx non è meramente “necessario”, ma “sociale”, occorre che tali contraddizioni generino la forza sociale in grado di imprimere una svolta positiva alla fase di “automazione” del capitalismo. Perché se la fase “cibernetica” del capitalismo produce contraddizioni potenzialmente esiziali, occorre sempre, nel processo dialettico, una forza che diriga tali contraddizioni verso una sintesi superiore di tipo socialista. Occorre cioè che le forze del general intellect producano un nuovo lavoratore sociale, il “lavoratore collettivo cooperativo associato”, “alleato delle potenze mentali, tecniche e scientifiche del capitale”. Non più la classe centrale del proletariato operaio fordista, ma, per dirla con Costanzo Preve, “il soggetto intermodale di cui parlava Karl Marx non era la semplice classe operaia e proletaria (tesi paradossalmente ‘estremistica’ del moderato Kautsky), quanto il lavoratore collettivo cooperativo associato, dal direttore di fabbrica all’ultimo manovale”.
In questa interpretazione di Marx, si coglie una grande verità, purtroppo però rovesciata. Lo sviluppo del capitalismo ha, in effetti, prodotto un “soggetto intermodale”, ma lo ha prodotto dal versante dei valori del capitalismo, non da quello dei valori socialisti, sicché “dal direttore di fabbrica all’ultimo manovale” il riferimento valoriale prevalente è quello dell’uomo unidimensionale di Marcuse. La fine dell’antagonismo sociale profetizzata da Marx nei Grundrisse e sopra citata avviene dal lato della resa ai valori dominanti, non della resa del capitale. Se la riduzione del lavoro necessario, grazie all’automazione, svalorizza il capitale fisso, l’attività lavorativa del general intellect lo rivalorizza su livelli enormemente superiori rispetto al capitalismo delle ferriere, proprio perché, come Marx riconosce, il general intellect entra dentro il capitale fisso, come sua componente integrante.

 

Lungi da uno scenario di liberazione individuale e di socialismo, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale ci porterà ad uno scenario cupo, un nuovo Medio Evo, dentro il quale le contraddizioni generate dall’introduzione delle macchine si risolvono in una nuova stratificazione sociale irrigidita, che abbandonerà anche il mito liberista del “self made man”, che raggiunge il vertice grazie alle sue abilità lavorative e il suo coraggio. Avremo piuttosto una società divisa in caste impenetrabili, al cui vertice si collocherà una élite tecnocratica e dotata dei capitali per sviluppare l’innovazione, “blindata” da saperi scientifici esclusivi e dotazione di risorse finanziarie. In mezzo, una casta di tecnici addetti al controllo, alla supervisione ed alla manutenzione dei macchinari, insieme ad un proletariato cognitivo che lavorerà per lo sviluppo e l’applicazione di innovazione tecnologica sotto le direttive generali dell’élite. Ed alla basa, una grande massa di diseredati, privati degli strumenti cognitivi per ascendere, oramai inutili perché soppiantati dalle macchine nei lavori manuali o ripetitivi. Destinati ad essere eliminati da miseria e deprivazione, nel deserto fuori dalle mura delle cittadelle, vittime della carenza di risorse alimentari ed idriche verso il quale sembra andare il pianeta, saranno oggetto di un neo malthusianesimo.
Fonte:http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2016/01/rivoluzione-industriale-40-e-medioevo.html

6 commenti per “Rivoluzione industriale 4.0 e Medioevo insorgente

  1. 25 Gennaio 2016 at 20:43

    “…Cambiano le condizioni stesse per l’accumulazione di capitale: non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la più grande fonte di ricchezza (perché soppiantato dal lavoro “intellettuale”, nda) … il processo di produzione materiale immediato viene a perdere anche la forma della miseria e dell’antagonismo”, perché “il furto del tempo di lavoro altrui, su cui si basa la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è creata nel frattempo”…. etc.
    Pur ritenendomi formica che, sull’arca di Noe’ dice all’elefante, “Dai, non spingiamo!” Marx qui e’ stranamente ottimista. Qualche marchingegno per mantenere “la forma della miseria e dell’antagonismo” e’ di facilissima formulazione e immaginazione.
    Piuttosto, il “neo-maltusianesimo” o, per semplicita’, il pauroso aumento della popolazione, (3 umani netti in piu’ al secondo, sul globo), rimane argomento tabu’, meno la solita minoranza che ha l’affrontatezza di fare i conti con i limiti della natura. Purtroppo sull’argomento, “capitale” e “proletariato”, per absurdum, sono alleati. Il capitale necessita miseria per ragioni ontologiche e di mercato. I socialisti cavalieri erranti del proletariato continuano a predicare che piu’ proletari ci sono, piu’ e’ facile la rivoluzione. Mentre i limiti della tolleranza del pianeta all’invasivita’ della pianta umana non sarebbero che uno strumento ideologico della petite bourgeosie per screditare il proletariato. Quindi preti e superstizione si alleano col socialismo assicurando il trionfo della miseria. Finche’ il problema non sara’ affrontato (e forse e’ gia’ troppo tardi), gli altri argomenti, ancorche’ interessanti, a mio avviso, sono secondari. E’ il corrispondente al contrario dell’assurdo di Davos. Dove bilionari che cagano denaro anche quando vanno al cesso, discutono come risolvere il problema mondiale della poverta’.

  2. armando
    25 Gennaio 2016 at 21:21

    Bellissimo articolo, da meditare. Ricorda il concetto camattiano di antropomorfosi del capitale e quello di morte potenziale del capitale giunto alla sua completa autonomizzazione. Ma soprattutto mi piace la prima parte quando si afferma che la vita è irriducibilmente altro da un algoritmo, e che non si fa ridurre mai a qualcosa di calcolabile sia pure in modo sofisticatissimo. ÈÈ per questo che gli spazi dellapolitica o meglio del politico, del sacro o del religioso, sono di per sé un ostacolo al pieno dispiegarsi del dominio del capitale e della Tecnica che esso genera e ad esso funzionale. Si prospetta una inedita gigantesca contraddizione e contrapposizione, forse però non più di classe nel senso classico marxiano, ma fra l’umano e il non umano, nella quale, oltre o forse al posto, delle vecchie categorie sociologiche, la dislocazione delle forze in campo avverrà su altri parametri. Credo che ancora siamo agli inizi del processo, e soprattutto della consapevolezza del suo significato. Se andiamo a vedere cosa si pensa in proposito sia in ambienti di sinistra sia in quelli di destra sia in quelli cattolici, anche fra i più tradizionalisti, ci accorgiamo di quanto siamo ancora indietro nel percepire cosa sta accadendo. ÈÈ come se ci si incontrasse contro nemici immaginari, che nel frattempo sono già dentro i nostri perimetri territoriali mentre noi li immaginiamo attestati sulle antiche trincee.

  3. anio fusco celado
    26 Gennaio 2016 at 22:42

    L’articolo sopra ben descrive la deriva finale già prefigurata da Marx: una massa enorme di diseredati miserabili contrapposti ad una piccola elite di capitalisti padroni di tutto. Non capisco allora la novità ed il pessimismo di fondo, o meglio, non capisco il pessimismo dal punto di vista comunista.

  4. armando
    27 Gennaio 2016 at 18:17

    Anio, la risposta è semplice, da qualsiasi punto di vista, comunista e non. Il fatto che esista una massa enorme di diseredati miserabili non basta affatto per una qualsiasi rivoluzione comunque la si voglia chiamare. Anzi, forse è la condizione più favorevole per sommesse di tipo peronista, per intendersi, piuttosto che comuniste, con tutto il rispetto per il peronismo, fenomeno complesso e sicuramente popolare quindi da non schifare in quanto tale.

  5. Giacomo
    29 Gennaio 2016 at 0:57

    I diseredati finiranno nella nuova servitù della gleba.
    Nell’800 prima della vera industrializzazione, nel mezzogiorno tra il 60% e l’80% delle persone vivevano come servi dell’ancora potente aristocrazia latifondista e della borghesia di toga. In sostanza non producevano nulla che non fosse che la ri-produzione di una società divisa in caste più che classi, rigidamente stagne, attraverso una economia di sussistenza in cui il surplus era mangiato dal segmento superiore della società (naturalmente lo stesso accadeva anche altrove prima della rivoluzione industriale). Ora questo non può certo tornare identico, ma è forse concepibile una società in cui il lavoro è affidato alle macchine e come detto nell’articolo ad una classe di “sorveglianti” dotati delle giuste conoscenze tecniche, ma non altro (come sappiamo il sapere non-tecnico è in gravi difficoltà in tutto il mondo, e lo è anche quello storico-filosofico quindi critico; anche la scienza può essere insegnata in modo da far risaltare l’aspetto critico, ma se la riduciamo a “problem-solving” la critica la uccidiamo). Alle masse non resterebbero che due cose: l’acquisto delle merci che manda avanti stancamente la produzione, mentre il profitto cade, e una carriera di servi in quella che è l’illusione dei nostri tempi, ovvero la società dello spettacolo, ri-produzione improduttiva di illusioni per distrarsi dal debito e dalla mercificazione che ti divora.
    Sintomi che già oggi si vedono: Masterchef è il modello, la comparsata è l’aspirazione dei molti, foss’anche solo per essere claque, la partita iva e la precarizzazione, il lavoro “a progetto” la normalità, costruendo sull’inutile: pubbliche relazioni, call centers, vendita e management di se stessi allo stesso modo che i governati di un tempo imparavano a soddisfare le richieste dei governanti, mettendo su quello che in fondo era uno spettacolo, ovvero una messa in scena, in cui uomini/donne (apparentemente) dominano altri uomini/donne. La ragazza dall’accento marcatamente slavo che mi chiama dal call center mette in scena un piccolo spettacolo in fondo, cerca di essere gentile, simpatica, accattivante, per essere pagata una miseria probabilmente dopo estenuanti ore di lavoro e solo se avrà conseguito dei “risultati”. Ma di lei come persona a noi pari, nulla possiamo percepire, essendo in quel momento proiettati nel momentaneo potere di dire si o no, di “governarla” in fondo, mentre a nostra volta siamo “governati” da altri giochi, da altri spettacoli che noi stessi dovremo inscenare per vivere (a meno di non nascere nell’elite).

  6. armando
    29 Gennaio 2016 at 12:37

    Giacomo, Debord parlava di società dello spettacolo, Baudrillard di simulacri di vari livelli. Il concetto è simile. L’esempio che hai fatto della ragazza al call center calza bene per mostrare a)Che ormai la produzione (capitalismo industriale) è diventata meno importante della circolazione e b)che il mercato come spazio astratto e impersonale disumanizza. L’antico artigiano che lavorava su commissione del cliente, con lui riusciva a instaurare un rapporto proprio tramite il proprio lavoro. Quei tempi non sono più riproducibili, ma qualche forma deve essere inventata per, almeno, limitare la disumanizzazione che in definitiva è alienazione al massimo grado.

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