Destra e Sinistra

destra_sinistraE’ consuetudine che il direttore di un giornale che si presenti per la prima volta al pubblico, esordisca con un editoriale per spiegare le ragioni che lo hanno indotto (e hanno indotto i suoi amici e collaboratori) a prendere la decisione di dar vita a quello stesso giornale.
Ho scelto volutamente di non farlo perché sono convinto che la cosa migliore non sia quella di parlare di noi stessi o di spiegare quello che siamo e che abbiamo intenzione di fare (un modo di procedere che generalmente tende a sconfinare nell’autoreferenzialità), ma di esprimerci direttamente sulle cose. Ergo, tutti/e potranno conoscere le nostre idee e le nostre finalità semplicemente leggendo ciò che scriviamo.
Coerentemente con l’assunto di cui sopra, ho scelto per questa occasione di affrontare un tema che ormai da tempo è stato da più parti sollevato e che a mio parere deve assolutamente essere approfondito e chiarito, per lo meno dal mio punto di vista.
Mi riferisco alla dialettica che oppone destra e sinistra e che molti sostengono essere storicamente e politicamente superata. La questione, come è evidente,è assai complessa e ha necessità di essere affrontata, per poter essere compresa, da diversi punti di approccio: storico-politico, meta-storico e meta-politico, concettuale e linguistico.
Procediamo per ordine. Se scegliamo di attribuire alle categorie di destra e di sinistra un significato e una collocazione storica (e politica), cioè di contestualizzarle storicamente e politicamente, allora non c’è dubbio che nella fase storica contingente in cui ci troviamo abbiano perso in gran parte se non del tutto il loro significato originario. O meglio, restano dei simulacri che servono a coprire dal punto di vista ideologico (falsa coscienza) l’attuale dominio assoluto del capitale che dal punto di vista ideologico in questa fase storica si declina economicamente e politicamente a “destra” e “culturalmente” a “sinistra” (l’utilizzo delle virgolette è d’obbligo proprio per distinguere le attuali declinazioni della “destra” e della “sinistra” da quelle che furono originariamente e per lungo tempo la Destra e la Sinistra ). Potrebbe sembrare un paradosso ma così non è.
Vediamo perché.
Lo spazio ideologico (e politico) della “destra” è prevalentemente occupato dalla destra liberista e ultracapitalista che è in prima fila (come del resto la “sinistra” cosiddetta “moderata” e/o “riformista” oggi sostanzialmente incarnata nel Partito Democratico) nel sostenere i processi di privatizzazione e “liberalizzazione” dell’economia, di precarizzazione assoluta del lavoro e naturalmente nella celebrazione del Mercato e dell’ Economia Capitalistica come unici orizzonti possibili per l’umanità.
Una parte consistente della destra liberista condivide con la “sinistra” “moderata e riformista” anche diversi aspetti di ordine “valoriale”, “culturale” e “ideologico”. Temi quali la laicità e la scienza (anche se sarebbe più corretto parlare di “laicismo” e “scientismo” dal momento che sia il concetto di laicità che quello di scienza sono stati trasformati in “oggetti di culto”, in una sorta di nuove religioni secolarizzate) attraversano e accomunano entrambi gli schieramenti. Stesso dicasi per altre tematiche che concernono (anche) la sfera etico-morale (o se preferite ideologica), quali l’aborto, l’eutanasia, l’eugenetica. In particolare quest’ultima viene salutata con tanto di fanfare sia dagli scientisti-laicisti-liberisti di “destra”che dagli scientisti-laicisti-liberisti di “sinistra”. Da tutto ciò ne consegue che il Capitale da una parte, ormai “naturalizzato” e quindi sottratto al dibattito filosofico perchè considerato non più come una forma storica dell’agire umano ma come una vera e propria dimensione “ontologica”, e la “Tecnica” dall’altra, naturalmente del tutto sovrapposti, costituiscono l’unico orizzonte ideale e culturale sia per la “destra” che per la “sinistra” liberiste. Resta da capire (ma affronteremo il tema in un altro momento e con un articolo specifico, data la sua complessità) chi dei due, il Capitale o la Tecnica, avrà la meglio sull’altro oppure se continueranno ad essere complementari e a marciare assieme anche nel medio e lungo periodo.
Rimanendo nell’ambito della destra, “resistono” tuttora delle sacche di cosiddetta “destra storica” e/o “sociale” (fra cui anche formazioni dichiaratamente fasciste) e/o “neotradizionalista” (fra cui alcuni settori cattolici integralisti o tradizionalisti) che si differenziano dal punto di vista ideologico e “culturale” sia dalla “destra” che dalla “sinistra” liberiste senza mettere però in discussione l’ordine economico e sociale dominante che è e resta anche per queste forze, quello capitalistico.
La loro critica (o per lo meno quella di alcuni gruppi che fanno parte di quest’area politica e culturale) all’attuale ordine sociale dominante (ultracapitalistico) si traduce dal punto di vista politico nel cosiddetto “sovranismo”, cioè nel ritorno al vecchio stato-nazione, nell’ambito di una concezione di tipo vetero nazionalistico, gerarchico, corporativo e interclassista, dove ovviamente la relazione dialettica fra capitale e lavoro e fra gruppi sociali dominanti e gruppi sociali dominati resta immutata e non viene né tanto meno deve essere superata. Di conseguenza l’”antimondialismo”, l’anticapitalismo e l’anti imperialismo presunti di queste forze si traducono “soltanto” in una difesa delle identità “culturali” (per lo più in chiave esclusivista e razzistica anche se non dichiarata) effettivamente minacciate dal processo di globalizzazione capitalista che ha necessità di distruggere qualsiasi identità (addirittura, a parere dello scrivente, anche quella sessuale) che potrebbe in qualche modo essere di ostacolo alla sua in linea teorica infinita e illimitata riproduzione, cioè quella del capitale e della “forma merce”.
Al di là delle rispettive opinioni di ciascuno, è evidente che questi due aspetti non possono essere separati. Una efficace critica nei confronti del sistema capitalistico dominante non può prescindere dal superamento della contraddizione fra classi sociali dominanti e classi sociali dominate. La difesa delle identità, qualsiasi esse siano (culturali, sessuali o anche religiose), pur condivisibile, diventa priva di senso, per lo meno dal mio punto di vista, se non si pone contestualmente il problema del superamento della contraddizione di classe (e quindi del lavoro salariato e dei rapporti di produzione capitalistici). E questo resta un discrimine fondamentale e strutturale che ha distinto, distingue e continuerà a distinguere la Sinistra dalla Destra (in questo caso senza virgolette), ammesso di attribuire a queste due categorie un significato che vada oltre la mera contingenza storico-politica che è quella che ho sopra descritto sia pure in modo estremamente sintetico e sommario. Ma su questo punto tornerò fra breve.
Della “sinistra” liberista o, se si preferisce, moderata o cosiddetta “riformista” (ma il discorso vale per lo più anche per quella cosiddetta “radicale” su cui dirò qualcosa più tardi) ho già in parte detto. Essa null’altro è se non una delle varianti politiche e ideologiche dell’attuale sistema capitalistico. Anzi, per una serie di ragioni è quella che lo rappresenta al meglio ed è in grado di garantire più di altri quella “governance” (cioè pace sociale più una visione della politica ridotta al rango di management aziendale più il concetto stesso di governo anch’esso ridotto a mera amministrazione della cosa pubblica da parte di un corpo di funzionari/e preferibilmente non troppo esperti/e e completamente asserviti/e al capitale) tanto cara ai gruppi sociali dominanti. E questo per varie ragioni.
La prima è di natura politica. La “sinistra” è tradizionalmente dotata di apparati di funzionari più “preparati” e “professionalmente” più capaci rispetto a quelli della “destra”. Non solo. Essendo stati costretti dagli eventi storici (leggi crollo del muro di Berlino), pena la loro stessa sopravvivenza in quanto ceto politico, a spogliarsi completamente rispetto ai loro colleghi di “destra” dei vecchi abiti ideologici, sono di fatto ridotti a dei gusci vuoti dove ci si può infilare di tutto. Ciò rende le nomenclature della “sinistra” oggettivamente più funzionali rispetto a quelle di “destra”, che in determinate circostanze appaiono riottose al nuovo ordine mondiale trans e multinazionale ultracapitalistico che ha messo nell’angolo le vecchie “borghesie” nazionali, tradizionalmente rappresentate proprio da quella destra, che non a caso rimpiange, come dicevamo prima, il vecchio stato nazione.
Non solo, la “sinistra” è in grado di rappresentare, molto di più e molto meglio della “ destra”, il nuovo apparato ideologico dominante “politicamente corretto” (che a sua volta si compone di altre sottoideologie di cui abbiamo in parte già fatto menzione: oltre al laicismo, allo scientismo e all’eugenetismo è doveroso ricordare il “modernismo”, il “governismo”, il femminismo/genderismo e il “dirittoumanismo”che ci autorizza a bombardare per ragioni “etiche” e/o “umanitarie” e per portare democrazia e appunto diritti) che ha di fatto sostituito il vecchio (Dio, patria e famiglia), ormai obsoleto e del tutto inservibile per quelle che sono le attuali esigenze di auto riproduzione del Capitale. Anzi, paradossalmente, proprio quel vecchio sistema ideologico vetero borghese diventa oggettivamente un ostacolo perché le istanze di ordine etico o ideologico di cui era portatore potrebbero costituire e in effetti costituiscono (anche se in chiave conservatrice e neo tradizionalista) un “limite” alla marcia trionfale del Capitale, della “forma merce” e della sua illimitata riproduzione.
Per completare il quadro delle forze politiche esistenti attualmente a “sinistra”, non resta che occuparci dei cespugli costituiti dalla cosiddetta “sinistra” “radicale” (che si incarna fondamentalmente in Sel, oggi lista Tsipras), benché non ne valga molto la pena, ma per completezza di analisi non possiamo esimerci.
Dal punto di vista squisitamente politico quest’area non rappresenta nulla se non anch’essa un ceto di professionisti/e e semiprofessionisti/e della politica che cercano affannosamente di ritagliarsi uno spazio alla “sinistra” del PD. Dal punto di vista ideologico affermano di porsi in una posizione critica nei confronti del sistema capitalistico ma al contempo sposano in toto, anzi, sono i veri e propri alfieri (ancor più del loro fratello maggiore…) della nuova ideologia (falsa coscienza) “politicamente corretta” di cui sopra. Se fossero in buona fede potremmo dire che si trovano a vivere una contraddizione macroscopica. Ma a mio parere non lo sono per cui il problema non si pone. Assolvono alla funzione a cui sono chiamati ad assolvere e lo fanno con solerzia.
In conclusione possiamo quindi affermare che, allo stato delle cose, l’attuale “destra e l’attuale “sinistra”, in tutte o quasi le loro rispettive articolazioni, null’altro sono se non delle varianti del sistema capitalistico dominante che utilizza ora l’una, ora l’altra, a seconda delle circostanze e delle opportunità. Gli USA da questo punto di vista, costituiscono meglio di altri la rappresentazione più chiara del paradigma di cui sopra. “Teocon” di “destra” e “Liberal” di “sinistra” si dividono sullo spinello libero e sulle adozioni gay ma sono perfettamente in sintonia quando si tratta di approvare (e praticare) “missioni di pace”, “bombardamenti etici” e “guerre umanitarie”, cioè quando si tratta di garantire e imporre la “pax americana” (e capitalista) nel mondo.
Se invece voltassimo pagina e scegliessimo di attribuire alle categorie di destra e di sinistra un valore e un significato metastorici, oltre cioè la mera contingenza storico-politica, il discorso cambierebbe radicalmente.
Perché se scegliamo di interpretare le cose in questo senso, allora non c’è alcun dubbio che le categorie di Destra e di Sinistra sono sempre esistite, continuano (ovviamente non nelle forme sopra descritte, cioè in quanto finzioni del tutto organiche e funzionali al Capitale) e continueranno ad esistere in eterno o per lo meno fino a quando non saranno state superate le logiche di dominio dell’uomo sull’uomo, la divisione in classi, il lavoro salariato, la dialettica fra gruppi sociali dominanti e gruppi sociali dominati, la concezione verticistica e gerarchica delle relazioni umane, con tutto ciò che ne consegue: sfruttamento dissennato degli esseri umani e delle risorse naturali, diseguaglianza, accumulazione illimitata di ricchezza a favore di pochi e a scapito dei molti, ingiustizie e oppressione sociale e umana che naturalmente assumono forme e modalità sempre nuove e/o diverse con il modificarsi della realtà.
Coloro che oggi teorizzano, da più parti e da più tempo, il superamento della contraddizione dialettica destra/sinistra, dovrebbero quindi chiarire cosa intendono significare. Perché se ci si riferisse alla situazione contingente si potrebbe anche essere d’accordo, specie in considerazione del ruolo e della funzione che gli attuali schieramenti in campo sono chiamati a svolgere dal punto di vista ideologico e politico. Se invece il superamento di cui sopra è inteso ben oltre il contingente, siamo, per quanto mi riguarda, in presenza di una tendenza pericolosa e ambigua che potrebbe rivelarsi un’altra forma di “falsa coscienza”, anch’essa funzionale al sistema dominante che ha ovviamente interesse a disinnescare e a dichiarare superate dal punto di vista ideologico quelle contraddizioni (dialettica fra dominanti e dominati) che non possono essere oggettivamente superate perché sono parte organica e integrante della sua stessa struttura.
Si tratta quindi, in ultima analisi, di trovare anche un accordo dal punto di vista semantico oltre che storico. Si potrebbe decidere (ma non è una decisione che possiamo prendere unilateralmente) di attribuire un significato storico politico ai concetti di destra e di sinistra e di rappresentarli diversamente anche sul piano linguistico. Storicamente parlando, destra e sinistra possono essere fatte risalire alla Rivoluzione francese e potrebbero essere dichiarate esaurite intorno agli anni ’80 del secolo scorso, in seguito al crollo del sistema sovietico e al trionfo del capitalismo assoluto su scala planetaria. E’ sufficiente per dichiarare morte e sepolte le categorie di destra e sinistra?
Dipende ancora una volta da quale significato storico (e quindi anche concettuale e linguistico) intendiamo attribuirgli. Ai tempi della rivolta dei contadini tedeschi guidati da Thomas Muntzer nel 1525 contro i principi, le categorie di destra e di sinistra ancora non erano state inventate e di conseguenza non potevano essere applicate per ovvie ragioni alle contraddizioni dialettiche che contraddistinguevano quell’epoca. Tuttavia se scegliessimo, per convenzione linguistica e sulla base di un accordo intersoggettivo, di applicare le categorie di destra e di sinistra a quel contesto storico, non potremmo evitare di individuare nei contadini in rivolta (di classe) la Sinistra, e nei principi in difesa del proprio dominio (di classe) la Destra.
Naturalmente si potrebbero portare centinaia di esempi e si potrebbe tornare ancora molto più indietro nella storia ma credo che questo sia sufficiente..
Ora, quelle contraddizioni dialettiche, come già dicevo, sia pur ovviamente in forme e modalità completamente diverse, permangono tutt’oggi. E da sempre, piaccia o meno, ci si è schierati su un versante o sull’altro, sulla base di quelle stesse contraddizioni. Né potrebbe essere diversamente, sia per condizione oggettiva sia per scelta soggettiva. La neutralità è un’illusione che non appartiene alla realtà.
Si tratta quindi, in ultima analisi, di uscire allo scoperto e di dichiarare senza infingimenti da quale parte ci si schiera, indipendentemente dalla questione nominalistica.
Si potrebbe anche decidere (nessuno ce lo impedisce in linea teorica), in virtù di una sorta di accordo che dovrebbe però essere sottoscritto e riconosciuto dall’intera comunità (perché il significato delle parole e dei segni è quello che collettivamente gli si attribuisce e non quello che ciascuno di noi sceglie di attribuirgli), che quella contraddizione dialettica debba essere concettualizzata e rappresentata con altre forme simboliche e linguistiche. A quel punto destra e sinistra potrebbero essere sostituite da una ipotetica e metaforica X” e da un’altra ipotetica e metaforica Y (o qualsiasi altro segno o rappresentazione linguistica…) ma la sostanza non cambierebbe di una virgola.
Nell’impossibilità, allo stato, di sciogliere questo nodo (ma il problema rimane), a noi il compito di svelare la menzogna ideologica (falsa coscienza) che si cela dietro all’ attuale rappresentazione politica “destra”/”sinistra” ma anche ai cantori del presunto superamento di quella dialettica che ha dato vita a quella stessa rappresentazione .

16 commenti per “Destra e Sinistra

  1. Nicola Morgantini
    5 maggio 2014 at 8:33

    Sì, sono d’accordo: hai centrato il problema. Per quanto mi riguarda, Destra e Sinistra sono due categorie storiche che hanno ormai esaurito la funzione per cui sono nate, essendo state entrambe sussunte, come hai correttamente osservato tu, nel più ampio concetto di globalizzazione capitalistica. Attribuire a queste due categorie un signifcato metastorico è comunque un errore, sia logico sia empirico, poiché non può che generare incomprensioni. Più o meno le stesse incomprensioni che genera oggi l’uso dell’aggettivo comunista, il quale rimanda sempre al pci, all’Urss, alla Bulgaria, eccetera, anziché al anziché al concetto di società che si prefigge lo scopo si soddisfare i bisogni dell’uomo in quanto uomo attraverso la pianificazione economica.

  2. Giuseppe Petrozzi
    5 maggio 2014 at 10:49

    Auguro innanzi tutto una sana crescita a questo neonato giornale.
    Concordo con l’analisi di Fabrizio Marchi sulla perdita di significato della storica contrapposizione destra-sinistra e sull’inganno di associare a quel decadimento anche la scomparsa della contraddizione sociale.
    Tuttavia c’è un però. Fra meno di tre settimane ci saranno le votazioni europee forse più importanti dalla loro istituzione. Io sono perplesso di fronte alle liste. Non vedo una formazione politica che incarni anche lontanamente quella sinistra metastorica di cui Fabrizio afferma la necessità.

    • Matteo Luca Andriola
      5 maggio 2014 at 11:45

      E’ questo il vero problema: manca una formazione seria che incarni il bisogno comunitario di comunismo. Tsipras, che ha nel suo programma certi presupposti sociali positivi, ha i seguenti difetti: 1) critica l’euro ma si limita a voler riformare un sistema irriformabile (e i riformisti, dato che con la riforma tengono comunque in piedi il sistema, sono i peggior conservatori, vedi il vecchio PSI negli anni ’60); 2) crede che con l’eccesso di individualismo, l’eccesso di “libertà civili” si possa liberare l’uomo: è una lama a doppio taglio che tende a intrappolare l’uomo nel consumismo, ergo nel capitalismo, rendendolo non più un’individuo sociale, ma un consumatore-

  3. armando
    5 maggio 2014 at 14:23

    Il tema è complesso, concordo con te. Sono fra coloro che pensano che parlare ancora di dx e sx sia ingannevole e che debbano essere trovate altre denominazioni più aggiornate. Tuttavia ogni definizione nominalistica va riempita di contenuti. Abbiamo già visto come dentro i termini Sx e Dx ci può stare di tutto, anche concezioni molto diverse. Lo stesso rischia di accadere se al cambio di nome non si abbina la chiarezza dei contenuti. Tu tenti di farlo quandi scrivi:
    “…. fino a quando non saranno state superate le logiche di dominio dell’uomo sull’uomo, la divisione in classi, il lavoro salariato, la dialettica fra gruppi sociali dominanti e gruppi sociali dominati, la concezione verticistica e gerarchica delle relazioni umane, con tutto ciò che ne consegue……”
    Cosa vuol dire eliminare il lavoro salariato? Non vedo altro significato se non quello che ogni lavoratore debba tornare ad essere proprietario dei propri mezzi di produzione. Ora, non è chi non veda che ciò, nei termini in cui era fino a qualche secolo indietro, è impossibile, sebbene per me avesse grandi pregi. Allora, non volendo tornare alla finzione della proprietà di Stato, si potrebbe pensare in termini di cooperative di produttori o alla compartecipazione attiva e maggioritaria dei lavoratori di un’impresa al capitale della stessa. Queste mi sembrano soluzioni già indicate dalla dottrina sociale della Chiesa. Certamente migliori dell’attuale assetto ipercapitalista, ma anch’esse non esenti da problematiche. Anch’esse sarebbero in concorrenza l’una contro l’altra per la conquista di quote di mercato, ma questo significherebbe in automatico la perdita del concetto di solidarietà di classe o di ceto (già ora ridotto a poca cosa), in ragione del fatto che i lavoratori/soci/azionisti delle diverse imprese sarebbero direttamente concorrenti. Si riproddurrebbe così, in modo diverso ma non opposto, la stessa attuale dinamica.
    Si potrebbe proseguire sul concetto di dominio o di gerarchia, ma non voglio tediare nessuno. Il mio era solo un esempio per far vedere la complessità della materia.
    Personalmente credo che una prima e fondamentale linea di divisione debba essere tracciata su temi pre (o se si preferisce trans)politici, cioè antropologici. Non per una mia fissa, ma perchè è diventato un obbligo inderogabile dal momento in cui le nuove tecnologie stanno pesantemente mettendo in discussione le concezioni antropologiche tradizionali e ci si avvia verso il Transumanesimo.
    Sono cioè convinto che se non esiste un substrato antropologico comune (come accadeva fra Peppone e Don Camillo)non si potrà avere accordo neanche, ad esempio, sui concetti di “giustizia” o di “diritti” che significheranno cose molto diverse.
    armando

  4. 5 maggio 2014 at 15:49

    Le parole stuprate dalla storia non sono più recuperabili per esprimere gli stessi concetti che hanno rappresentato quando nacquero. Giustizia, Libertà, Equità… saranno sempre contrapposte a Sopraffazione, Furbizia, Servilismo… e le sole due parole che sono in grado di rappresentarle in eterno sono Onestà e Disonestà.

  5. Matteo Luca Andriola
    5 maggio 2014 at 19:41

    “Cosa vuol dire eliminare il lavoro salariato? Non vedo altro significato se non quello che ogni lavoratore debba tornare ad essere proprietario dei propri mezzi di produzione. Ora, non è chi non veda che ciò, nei termini in cui era fino a qualche secolo indietro, è impossibile, sebbene per me avesse grandi pregi. Allora, non volendo tornare alla finzione della proprietà di Stato, si potrebbe pensare in termini di cooperative di produttori o alla compartecipazione attiva e maggioritaria dei lavoratori di un’impresa al capitale della stessa”. Forse, caro Armando, è questa la vera essenza del socialismo, ovvero l’autogestione e la proprietà “collettiva” e “cooperativa” dei mezzi di produzione. Reintrodurre il sistema “soviettistico” (Italia, 1919-1920) non solo nei posti di lavoro, ma ad ogni livello della società.

  6. armando
    6 maggio 2014 at 14:58

    matteo, per me la chiave della tua risposta è in coda, quando auspichi l’estensione del sistema dei soviet (che preferisco chiamare delle comunità sia per non ingenerare equivoci sia perchè quelli erano storicamente di solo tipo economico), a tutti i livelli. Sono d’accordo, perchè solo così si eviterebbe il rischio di spostare semplicemente il terreno di lotta da quella di classe a quella dei produttori/proprietari in reciproca concorrenza per sopravvivere.
    Dunque una rete di comunità intermedie della socità civile, in cui ognuno possa sentirsi al suo posto nel mondo ed in cui esercitare la propria natura sociale nel rapporto con gli altri. Le Comuni di sessantottina memoria erano nate con buone intenzioni ma sono fallite tutte perchè i loro membri sottendevano una concezione della persona mutuata da quella del capitale. Credevano cioè che fossero il luogo tramite cui il proprio io si potesse espandere indefinitamente e dove realizzare i propri desideri illimitati. Qualsiasi comunità che sia vera implica invece l’esistenza del limite e il principio di non utilità nei rapporti personali. In tal senso la prima vera comunità che ognuno incontra è la famiglia, entro la quale non vale (o meglio non valeva ed infatti oggi le famiglie si sfasciano) il principio di utilità, ma il suo opposto, ossia quello di supporto disinteressato, di solidarietà attiva fra i suoi membri oguno dal posto che vi occupa, e di riconoscimento della complementarietà ossia della non autosufficienza onnipotente del singolo.
    Se tutto ciò è vero, allora ne consegue a maggior ragione 1) che dx e sx per come si sono storicamente connotate contenevano entrambe elementi di comunità via via sbiaditisi e che per questo sono oggi inutilizzabili.
    2) Che il concetto marxiano di alienazione è valido oggi ancor più di ieri a condizione che se ne veda la parzialità insita, alla fine, nei concetti di struttura e sovrastruttura con l’esito inevitabile di porre l’accento sulla prima. C’è quì un limite non solo del marxismo ma di Marx stesso, nonostante il suo recupero in senso idealistico di Preve.
    3) Che deve essere recuperato pienamente l’elemento che per me è spirituale (ma che altri potranno anche definire in altro modo) ma che è comunque antiutilitarista.

  7. 18 maggio 2014 at 1:11

    Concordo, ottima analisi. Tuttavia leggo alla fine….
    “…A quel punto destra e sinistra potrebbero essere sostituite da una ipotetica e metaforica X” e da un’altra ipotetica e metaforica Y (o qualsiasi altro segno o rappresentazione linguistica…) ma la sostanza non cambierebbe di una virgola.”
    Vero, ma da qualche parte bisogna ben cominciare. Non mi sento autorizzato a coniare o suggerire nomi, pero’ l’impasse deve essere superato prima che l’unico rimedio allo sfacelo sia WW3 o darsi fuoco come i bonzi del Vietnam d’antan. Piccolo suggerimento, perche’ non predicare l’astensione da qualsiasi elezione, locale o nazionale? Alla fine o le elezioni verrebbero annullate e si sceglierebbe un altro criterio di scelta. O verrebbe eletta la feccia della feccia il che (forse) genererebbe un impulso di massa per un rigurgito rivoluzionario e per una rigenerazione teoretica e pratica della societa’.

    • Fabrizio Marchi
      18 maggio 2014 at 15:10

      Mah, Jimmy, che dirti, sicuramente oggi siamo nel pieno di quel fenomeno che viene definito come “crisi della rappresentanza”. Una sorta di vuoto che il M5S e soprattutto Grillo hanno cercato di riempire, e dal punto di vista elettorale ci sono anche riusciti.
      Dubito però che il M5S possa essere quella forza politica che noi, o per lo meno io, auspichiamo. Di certo oggi rappresenta l’unica opposizione, diciamo che è un contenitore di varie e diverse criticità e del sacrosanto sentimento di rabbia e di protesta di tanta gente che altrimenti si asterrebbe o peggio ancora, potrebbe essere attratto da forze neofasciste o neonaziste come Alba Dorata in Grecia oppure da forze che non possono essere definite fasciste in senso stretto, come il Front National della Le Pen, ma poco ci manca (il che non toglie che il successo elettorale della Le Pen sia dovuto al sostegno di parte di quei settori popolari che certamente fascisti non lo sono affatto ma hanno trovato nel FN la sola forza politica che gli abbia proposto la fuoriuscita dall’Euro e dall’Europa dominata dal grande capitale finanziario che li sta strangolando)
      Ora, ciò che penso è che dobbiamo andare oltre il momento elettorale e cominciare a lavorare per il futuro. Non si può sempre correre dietro al contingente. Del resto questo è un giornale di riflessione politica e culturale e non un partito che si candida alle elezioni e ha il problema di elaborare un programma minimo che sia credibile e attuabile nell’immediato. Il nostro compito è quello di produrre riflessione politica proprio con l’obiettivo di uscire da questo pantano e chissà, arrivare magari al giorno in cui sarà possibile mettere una croce su un simbolo di partito senza vomitare o peggio tagliarsi la mano subito dopo averlo fatto, per il senso di colpa…
      Oggi, a mio parere, si tratta innanzitutto di fare chiarezza e di dire a chiare lettere le cose come stanno, e secondo me stanno come ho cercato di spiegare nel mio articolo. Quindi dobbiamo in primis svelare la truffa, che è quella di due schieramenti che si richiamano alla destra e alla sinistra ma che in realtà sono solo due varianti dello stesso sistema capitalistico dominante.
      Ora, delle sorti della destra (e di ciò che storicamente ha rappresentato) personalmente non me ne importa nulla perché io non sono mai stato e non sono di destra. Però sono stato e sarei tuttora da un punto di vista ideale e culturale di sinistra (il condizionale è d’obbligo…), se la sinistra fosse un‘altra cosa da quella che oggi realmente è; oppure, viceversa, se la sinistra fosse realmente tale. Siccome non lo è non posso definirmi di sinistra, lo vorrei e tanto, da un punto di vista ideale e concettuale, ma non posso perché la sua attuale declinazione politica è un’altra cosa che nulla ha a che vedere con quella che è la mia concezione della Sinistra.
      Credo che già smascherare le menzogne che ci vengono propinate sia di per se un fatto molto importante, proprio al fine di sgomberare il campo dagli equivoci e poter sul medio lungo periodo ricostruire una moderna (nel senso di attuale) ed efficace critica al sistema sociale, economico e politico dominante.

  8. 18 maggio 2014 at 20:29

    Completamente d’accordo. Per vie adesso dimenticate sono arrivato a un poco noto libro di Tolstoy che, a mio avviso, meriterebbe di essere piu’ conosciuto. Parlo da agnostico assoluto, anche se il titolo del libro potrebbe suscitare dubbi, “The Kingdom Of God is Within You” (il regno di Dio e’ dentro di te), scritto negli 1890. Tolstoy conduce una critica storica e analitica delle religioni cosiddette cristiane, dimostrando con precisione (alla rasoio di Ockam), come la dottrina cristiana (che incorpora le tre versioni, cattolica, luterana ed ortodossa) sia un sovvertimento perverso del messaggio proveniente e associato all’entità Cristo. Vedrò di dirne qualcosa su uno dei miei prossimi modesti articoli sul mio sito.
    Ritornando a “L’Interferenza” ben venga – bravo e grazie! – ogni critica ed analisi della situazione corrente – che, come purtroppo sappiamo, e’ un fenomeno mondiale. Se non altro, è confortante sapere che, sia pure con sfumature diverse, molti hanno una comunanza di idee – del resto anche da questa parte dell’oceano.

  9. Fabrizio Marchi
    15 giugno 2014 at 20:18

    Un’ interessante e in larghissima parte condivisibile analisi di Spartaco A. Puttini:
    http://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/3724-spartaco-a-puttini-i-tabu-della-sinistra-radicale.html

  10. 19 luglio 2014 at 16:30

    Intelligente e intrigante l’articolo di Fabrizio Marchi. Non posso, tuttavia, e non voglio condividerne le conclusioni, ma -con una punta di malizia- potrei consigliare il Marchi della trans-sinistra di riguardare con uno sguardo approfondito ( senza pre-giudizi!) e il comunitarismo olivettiano e taluni principi del corporativismo. Forse potrebbe cavarne più di un suggerimento.
    Quasi dimenticavo: per cortesia non si continui, per amore di polemica,a identificare Destra e Capitalismo. Il liberalismo è un orientamento abbastanza duttile da poter escludere le espressioni più sfrenate del liberismo economico.

  11. Georgejefferson
    15 giugno 2015 at 22:12

    “il Capitale (forma merce) “naturalizzato” e quindi sottratto al dibattito filosofico perchè considerato non come una forma storica dell’agire umano ma come una vera e propria dimensione “ontologica”, cioè naturale.

    Questo il principio filosofico di fondo. Questa e’ la menzogna ultra millenaria che e’ stata “disturbata” più volte nel corso dei secoli (le relazioni umani come “oggetto” fuori dalla portata dell’agire umano stesso ) e col grosso passo da Hegel in poi.

    In termini filosofici la sinistra sarebbe una questione di svelamento alle masse della sempre stata artificiosità del potere in cerca di ribellione al fatalismo teologico inculcato per millenni.

    • Ethans
      18 maggio 2017 at 23:31

      Menzogna? Ma il Capitale e’ certamente la forma che più si avvicina alla natura umana, all’ontologia animale… questo è un dato di fatto, la nuda e cruda verità…

      “In termini filosofici la sinistra sarebbe una questione di svelamento alle masse della sempre stata artificiosità del potere in cerca di ribellione al fatalismo teologico inculcato per millenni.”

      Ste “fumoserie” mi hanno sempre lasciato di sale, in soldoni cos’è che stai cercando di dire?

  12. ARMANDO
    21 maggio 2017 at 21:47

    Se il capitale fosse la forma che più si avvicina alla natura umana, questa sarebbe la società più naturale possibile. Potremmo chiudere bottega e dichiarare finita la storia. Invece la natura umana è molto complessa. Aristotele parlava di una natura sociale e politica dell’uomo. Si tratta allora di limitare la pulsione egoistica che convive con quella sociale, in nome del bene della comunità. Il liberalcapitalismo non può e non vuole farlo.

  13. Ethans
    22 maggio 2017 at 11:41

    In uno stato di natura è una guerra di tutti contro tutti, per evitare questa pulsione egoistica si è cercato di mettere dei paletti, delle regole per il bene collettivo. Ma pure all’interno di quelle società che predicavano il “bene comune” si è visto come l’individualismo e l’egoismo di chi deteneva il potere, dei governanti, se ne è sbattuto altamente del destino dei governati. Ora che queste società sono una ad una crollate (e che certamente facevano da argine al dilagare sfrenato del Capitale al loro esterno) vediamo ancora una volta di che pasta e’ fatto l’essere umano: un predatore che mira solo ed esclusivamente al soddisfacimento dei propri bisogni a discapito di quelli del prossimo suo simile. Si, il liberalcapitalismo e’ l’emblema principe di ciò che serpeggia silente all’interno della natura umana. Non bisogna chiudere bottega, bisogna insistere affinché sorgano nuovamente nella coscienza degli individui delle istanze da contrapporre a tale stato di cose. La natura va instradata cercando di limitarne gli aspetti funesti. Ma abbiamo superato il limite, siamo alla fine del ciclo uroborico, il serpente non solo si è già mangiato la coda, ma si è divorato l’intero suo corpo e gli rimane solo la testa. E ingoiata la ragione saranno gli istinti primordiali a salire in cattedra per riequilibrare il sistema. E questa non è una gran cosa.

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