Iran, 1979: una rivoluzione popolare e antimperialista

La sinistra di classe occidentale ha dimostrato una conoscenza decisamente approssimativa della Rivoluzione iraniana del 1979, una autentica rivolta popolare ed antimperialista.

Gli USA non hanno intenzione di balcanizzare l’Iran, ma – contrariamente ai progetti riservati per la nazione panaraba – hanno fatto il possibile per imporgli governanti addomesticati.  A tal fine organizzarono, nel 1953, l’Operazione Aiace contro il nazionalista indipendente Mohammed Mossadeq sostituendolo con l’ex generale nazista Farlollah Zahedi e lo Scià Reza Pahlavi. Quando lo Scià, ormai preso dai suoi deliri megalomani, organizzò la festa per il 2.500 anniversario dalla fondazione dell’Impero persiano pretendendo di muoversi autonomamente, gli USA decisero di scaricarlo.

La polizia politica SAVAK, insieme al MOSSAD israeliano e alle intelligence di Salazar e Pinochet, si rivelò uno degli apparati repressivi più spietati della seconda metà del novecento. Disprezzato dal popolo, lo Scià dovette lasciare il paese a seguito di una autentica rivoluzione popolare che ebbe come protagonista principale il proletariato urbano di Teheran.

La rivoluzione sciita, dal 1979 in avanti, fu guidata dall’Imam Khomeini, ma l’organizzatore politico di quella grande lotta di classe fu il filosofo musulmano-marxista Alì Shariati, allievo di Jean Paul Sartre e traduttore in persiano delle opere di Ernesto Guevara e Frantz Fanon. Secondo la visione di Shariati, la storia umana è segnata dal conflitto fra i discendenti di Abele (il mondo del lavoro) e quelli di Caino (l’aristocrazia) quindi, come sostenne anche l’ex ideologo del Partito comunista francese, Roger Garaudy, un autentico musulmano non può convivere con il potere e l’arroganza padronale. Consapevole della radicalizzazione delle masse, Khomeini trasformò lo sciismo da religione della commemorazione dei martiri, quindi dell’assoluta sottomissione all’esempio dell’imam Alì, a religione della rivolta; l’avvento del dodicesimo imam necessita dell’esportazione della “rivoluzione degli oppressi”. La Guida Suprema ebbe il merito di appoggiare le lotte anticoloniali irlandese e nicaraguense, riconoscendo nel sionismo una forma, storicamente inedita, di colonialismo d’insediamento.

L’Islam sciita iraniano è prigioniero di una enorme contraddizione: osteggia tanto l’imperialismo quanto il socialismo, per questo il clero islamico ha portato avanti selvagge repressioni anticomuniste. La distruzione delle forze socialiste unita alla marginalizzazione dei patrioti antimperialisti, subito dopo la guerra imposta contro l’Iraq (1980-’88), facilitò il compito (su mandato degli USA) del clan Rafsanjani: imbalsamare il processo rivoluzionario, schierando la Repubblica iraniana dalla parte dell’imperialismo USA davanti alla distruzione pianificata della Jugoslavia. L’Iran venne messo alle corde.

Stanco della borghesia del bazar, dello sfruttamento classista e del neo-capitalismo persiano, nel 2005 gli iraniani si rivoltarono contro la nuova elite portando al governo Mahmud Ahmadinejad. Il presidente Ahmadinejad ritiene che la rivoluzione degli oppressi deve essere guidata dai laici, memore della codardia dei chierici durante la guerra imposta; gettando via il turbante, la borghesia islamica delegò ai militari sciiti il compito di salvare la nazione dalla catastrofe. La rivolta antimperialista vittoriosa nel 1979, trovò una nuova giovinezza; alleandosi con il socialista radicale Hugo Chavez ed il marxista eclettico Fidel Castro. Ahmadinejad sostenne un sistema paritario di cooperazione economica e politico-militare sud-sud, capace di minare le fondamenta della globalizzazione neoliberista. La borghesia del bazar, nel 2009, tradì la nazione appoggiando il tentativo di rivoluzione colorata, pianificata fra gli altri dalla cerchia di Soros, contro il neo-eletto governo nazional-popolare. Fino alla fine del suo mandato (2013), Mahmud Ahmadinejad sostenne la decolonizzazione del mondo arabo infiggendo al sionismo internazionale gravi e umilianti sconfitte.

Le pressioni della fazione ‘’persiana’’ del capitalismo nazionale, obbligarono il “Grande Ayatollah” Khameini ad appoggiare il progetto dello sceicco Hassan Rohani: una negoziazione (conclusa nel 2015) sul programma nucleare in cambio del riconoscimento statunitense. L’Iran, in contrapposizione al mondo sunnita e all’estrema destra israeliana, avrebbe svolto un ruolo da autentica potenza regionale, in conformità alle ‘’regole’’ dettate dai padroni del mondo.

La sovversione wahabita contro la Siria e la triplice guerra dell’imperialismo israeliano – Palestina, Libano e Siria – obbligarono Teheran a rientrare in rotta di collisione con Washington. Khamenei non abbandonò le Resistenze siriana, palestinese e yemenita, dandogli il vitale supporto dei Guardiani della Rivoluzione, una elite militare specializzata nei combattimenti di guerriglia e contro-guerriglia. Lo Stato israeliano, secondo le autorità sciite (ma non quelle sunnite), è una entità illegittima che occupa illegalmente i territori palestinesi imponendo ai suoi storici abitanti sofferenze inumane. Questa posizione è condivisa dai comunisti cubani e lo stesso Hugo Chavez definì il regime sionista ‘’un braccio assassino dell’Impero USA’’. Per la Siria, differentemente, Israele è uno Stato nemico con cui è legittimo condurre, in caso di ‘’cessate il fuoco’’, relazioni diplomatiche.

La battaglia per un mondo multipolare vede l’Iran schierato dalla parte degli Stati non allineati quindi esterni alla globalizzazione del modello capitalista USA. La ‘’sinistra’’ eurocentrica farà spallucce, ma Teheran (quindi anche la fazione nazionalista dello sciismo) è un alleato tattico per gli anticapitalisti consapevoli del conflitto geopolitico in corso. Il piano dei neoconservatori è quello di seminare il caos, smantellare le infrastrutture del panarabismo laico, stringendo legami (politici, economici e militari) con dittature sanguinarie come l’Arabia Saudita, nella prospettiva (balorda) di un eventuale ritorno dello Scià in Iran o comunque di una sua “normalizzazione” compatibile con gli interessi americani. Ci saranno altri tentativi di ‘’cambio di regime’’ a Teheran, l’amministrazione statunitense andrà ben oltre gli stupidi proclami di Donald Trump e la borghesia del bazar sarà sempre pronta a cambiare casacca. La nostra è un’epoca di ferro e fuoco, colpi di stato ed assassinii politici, ma di fronte al cinismo del complesso militar-industriale USA la Repubblica Islamica dell’Iran ha soltanto un modo per rimanere in piedi: ridare vita al sogno di Alì Shariati seguendo la strada tracciata da Mahmud Ahmadinejad.

 

Testi consultati:

– Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. La grande menzogna della ‘’Primavera araba’’. Dall’11 settembre a Donald Trump, Editore La Vela

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Fonte foto: Arabpress (da Google)

1 commento per “Iran, 1979: una rivoluzione popolare e antimperialista

  1. Stefano Paltrinieri
    12 febbraio 2019 at 15:41

    Ottimo ed,addirittura ,esaltante e’ l’articolo sull’Iran!!Viva All’ Shariati e Mahamoud Ahmadinejad!!!

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