Lettera aperta agli uomini e alle donne di Potere al Popolo

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera del Movimento degli Uomini Beta indirizzata agli uomini e alle donne di Potere al Popolo: 

 

Cari compagni e care compagne di Potere al Popolo, siamo un gruppo di uomini dichiaratamente di Sinistra e altrettanto dichiaratamente critici nei confronti dell’ideologia politicamente corretta (e all’interno di questa in particolare del femminismo che rappresenta uno dei suoi mattoni fondamentali) che noi riteniamo essere il nuovo paradigma ideologico, cioè la nuova falsa coscienza dell’attuale sistema capitalista.

Per questa ragione, ormai diversi anni fa, abbiamo deciso di dare vita ad un movimento “maschile e di classe” denominato “Uomini Beta”. Sul nostro sito www.uominibeta.org, qualora lo riteniate opportuno, potrete approfondire meglio le ragioni che ci hanno spinto a dare vita a questo movimento.

Avremmo salutato con grande soddisfazione la nascita di una nuova formazione antagonista e radicalmente critica nei confronti dell’ordine sociale dominante, rappresentativa di lotte e movimenti reali che agiscono concretamente nel tessuto sociale.

Purtroppo – anche se la cosa non ci sorprende – dobbiamo invece prendere atto che anche Potere al Popolo ha scelto di sposare in toto l’ideologia femminista; nel programma, infatti c’è un riferimento esplicito al “progetto contro la violenza maschile” di “Non una di meno”.

In quel documento si sostiene che l’attuale società capitalista sarebbe tuttora dominata dalla cultura patriarcale e maschilista. Di conseguenza la violenza, sia essa fisica, economica, psicologica, sessuale, che alcune donne subiscono non sarebbe episodica (per quanto diffusa) ma la diretta conseguenza di un sistema sociale che le vede discriminate a prescindere, in virtù o a causa della loro appartenenza sessuale. Sempre secondo quel documento – che ripropone di fatto le categorie del femminismo di sempre (in tutte le sue correnti) gli uomini, all’interno dell’attuale società “capitalista, maschilista e patriarcale” sarebbero in una condizione di privilegio e di dominio per il solo fatto di appartenere al genere maschile.

Ora, secondo il nostro punto di vista, questa visione è a dir poco obsoleta e anche priva di fondamento, oltre che venata di un malcelato (neanche tanto…) sessismo.

Vediamo di spiegare perché, partendo come prima cosa dai numeri e dai dati oggettivi, inconfutabili, che chiunque può verificare, che ci raccontano di una realtà concreta ben diversa da quella descritta dal femminismo. Una volta fatta questa operazione spiegheremo le ragioni per le quali l’attuale società capitalista non è (o non è più) a trazione maschilista e patriarcale e soprattutto perché non ha più nessuna necessità del patriarcato che rappresenta per essa, giunta al suo attuale stadio di sviluppo, addirittura un ostacolo da rimuovere.

Cominciamo allora dai dati.

Sono gli uomini a morire pressochè in esclusiva sul lavoro, con percentuali che oscillano ogni anno dal 92/93% al 95/96%. La rimanente percentuale del 5% circa di donne che muoiono sul lavoro sono in realtà vittime di incidenti stradali mentre si recano al posto di lavoro e vengono comunque considerate cadute sul lavoro. Questi dati possono essere verificati da tutti/ sul sito dell’Inail.

E’ curioso che in una società che si dice essere dominata dalla cultura maschilista e patriarcale, a morire sul lavoro siano gli oppressori invece degli oppressi, anzi, in questo caso, delle oppresse.  Si tratta di un paradosso eclatante. E’ come dire che negli stati del sud degli USA a lavorare (e a morire) come schiavi nelle piantagioni di cotone non erano gli schiavi neri ma i padroni bianchi. L’esempio (è solo uno fra i tanti che potremmo portare) potrà forse essere considerato iperbolico ma è a nostro parere efficace. Ciò significa, ovviamente, che a svolgere i mestieri più rischiosi, nocivi, pesanti e purtroppo spesso mortali sono quasi esclusivamente gli uomini. Non osiamo pensare cosa sarebbe già accaduto a parti invertite, se cioè a morire sul lavoro fossero state e continuassero ad essere solo donne. Noi stessi per primi ci saremmo mobilitati contro quella che avremmo considerato una intollerabile discriminazione sessuale. E invece nulla, silenzio assoluto, evidentemente perché questa tragedia, di classe (perché muoiono solo lavoratori, non certo banchieri o divi del cinema) e di genere (perché muoiono solo maschi) viene considerata normale, un dato di fatto, ormai acquisito, forse perché è normale considerare i maschi come dei soggetti sacrificabili (invitiamo caldamente a leggere questo articolo nel merito http://www.uominibeta.org/editoriali/alla-scuola-del-titanic/ )

 

La totalità dei suicidi per perdita del lavoro riguarda solo gli uomini (mentre i suicidi per altre cause sono commessi nel 75% dei casi da uomini). Questo perché storicamente per gli uomini il lavoro, oltre ad essere una dolorosa necessità (e non certo un modo per realizzarsi) legata alla loro sopravvivenza e a quella delle loro famiglie, è anche un dovere morale, una sorta di “dover essere”, di imperativo categorico. Un uomo che non lavora, a differenza di una donna, è considerato un fallito, un buono a nulla. Per una donna essere mantenuta dal marito è un fatto del tutto normale. A parti invertite, un uomo mantenuto dalla propria moglie o compagna verrebbe socialmente considerato un saprofita, un parassita, un losco avventuriero se non un vero e proprio farabutto. Questa è la ragione per la quale la perdita del lavoro può avere sugli uomini conseguenze devastanti anche e soprattutto dal punto di vista psicologico. Conseguenze che le donne non hanno o comunque hanno in misura molto diversa ed estremamente minore rispetto agli uomini. Lo dice la percentuale del tasso di suicidi, tutti maschili, a meno di non considerare i maschi più fragili delle femmine per ragioni di natura ontologica (ma se questa fosse la spiegazione saremmo in pieno sessismo oltre al fatto che verrebbe meno il paradigma femminista: come si può essere infatti dominati da chi è più debole di noi?…). La risposta è molto semplice. Le donne non devono rispondere a quell’imperativo categorico. Il lavoro assume per loro una importanza esclusivamente pratica, che non coinvolge – quanto meno non nella stessa misura degli uomini – la sfera psicologica ed emotiva, legata a quell’imperativo di cui sopra. Di conseguenza, anche la sfera sessuale ed affettiva viene ad essere fortemente condizionata da tutto ciò. Infatti, la vita sessuale, affettiva e relazionale di una donna non è condizionata dalla sua condizione sociale, economica e professionale. Ella è desiderata per il solo fatto di essere una donna in sé e per sé, indipendentemente da altri fattori di ordine economico e sociale. Al contrario, un uomo povero o in condizioni economiche e sociali precarie e senza nessuna prospettiva di migliorare la propria condizione, avrà una vita sessuale, affettiva e relazionale altrettanto povera.

Il femminismo ha ovviamente rovesciato come un guanto questa situazione, rivisitando e deformando pro domo sua la realtà delle cose. Ciò che, fra le altre cose, ha infatti caratterizzato la storia dell’umanità, oltre alla divisione sociale del lavoro, è stata proprio la divisione sessuale del lavoro, dovuta a ragioni oggettive, di ordine biologico, fisico, ambientale, e non certo la discriminazione sessuale. Questa divisione sessuale del lavoro ha fatto sì che la grande maggioranza delle donne fosse adibita ai lavori di cura e domestici e la grande maggioranza degli uomini ai lavori forzati.  Solo da un’ottantina di anni a questa parte, diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti, in seguito alla seconda grande rivoluzione tecnologica (che ha fatto sì che il lavoro da “materiale” diventasse in buona parte “immateriale” sì da consentire che le stesse mansioni potessero essere svolte indifferentemente da uomini e da donne), le donne hanno potuto entrare in modo massiccio nel mondo del lavoro. Prima di quel momento non era possibile, perché le condizioni di lavoro – il più delle volte insopportabili e brutali per gli stessi uomini –  rendevano impossibile quell’ingresso. Ciò che è stata quindi reinterpretata come una discriminazione sulla base del sesso è stata invece il prodotto di una fisiologica e inevitabile divisione del lavoro che ha visto la grande maggioranza degli uomini (con l’esclusione, ovviamente, degli uomini appartenenti alle classi sociali dominanti) farsi carico di un terribile fardello di fatica e di sfruttamento. Lo dimostra – come spiegavamo – il tasso di incidenti e di mortalità sul lavoro (del quali abbiamo già parlato). Nonostante la rivoluzione tecnologica, infatti i mestieri più pesanti continuano ad essere comunque svolti dagli uomini che hanno un’aspettativa di vita inferiore alle donne nell’ordine mediamente dei cinque anni ma vanno in pensione cinque anni più tardi (su quest’ultimo punto due articoli nel merito  http://www.uominibeta.org/articoli/a-proposito-di-parita-parliamo-di-pensione/  e http://www.uominibeta.org/articoli/una-rapina-di-genere%e2%80%a6e-di-classe/ )

Per ciò che riguarda la divisione del lavoro, abbiamo approfondito l’argomento qui  http://www.uominibeta.org/articoli/nuovo-racconto-maschile/

 

La stragrande maggioranza della popolazione carceraria, con percentuali che oscillano intorno al 95%, è maschile. Ciò significa, a meno di non pensare che gli uomini siano più “cattivi” delle donne per condizione ontologica, che questi vivono molto più delle donne, e in modo molto più lacerante, le contraddizioni della società. Non osiamo pensare, anche in questo caso, cosa sarebbe già accaduto a parti invertite. E invece, anche la maggiore tendenza degli uomini alla illegalità è considerato un dato normale, fisiologico. Per gli stessi reati gli uomini vengono condannati a pene detentive molto superiori a parità di reato, nell’ordine mediamente del 63% e, sempre a parità di reato, hanno il doppio delle possibilità di essere incarcerati. Nei paesi dove vige la pena di morte, la quasi totalità dei condannati è composta da uomini. Negli USA è del 99,9%. Il carcere, dunque la massima istituzione repressiva di una società (di classe), diventa di fatto una istituzione repressiva rivolta, nella stragrande maggioranza dei casi, nei confronti degli uomini (non appartenenti alle elite sociali dominanti). La qual cosa non può, naturalmente, essere casuale ed è la conseguenza di un ordine sociale determinato.

 

La grande maggioranza dei marginali, dei senza casa, dei senza fissa dimora, dei ricoverati alla Caritas e dei cosiddetti “barboni” è maschile, la maggior parte degli abbandoni nella scuola dell’obbligo è maschile.  Un milione circa (in Italia) di uomini e padri separati vive sotto la soglia di povertà o giù di lì, espropriati dei figli, della casa, anche quando è di loro proprietà, del reddito e molto spesso, nell’ordine del 90% dei casi (dati verificabili) falsamente denunciati per violenze e molestie al fine di ottenere vantaggi in sede giudiziale.  Una percentuale che oscilla fra un terzo e un quarto dei ricoverati nei centri della Caritas sono padri separati, persone che avevano una vita normale e che sono stati ridotti in miseria da leggi sessiste e antimaschili e da una “giustizia” altrettanto sessista e antimaschile (oltre che di classe). Sottoposti a pesanti sanzioni (compreso il carcere) qualora non riescano a versare regolarmente gli assegni di mantenimento e in caso contravvengano alle regole per ciò che riguarda la relazione con i figli (laddove, ad esempio, incontrino i figli al di fuori degli orari e dei tempi previsti e consentiti).

 

Ci sono diritti che le donne hanno e che gli uomini nemmeno sognano di avere, quelli riproduttivi: ossia il diritto di decidere se e quando diventare padri. Le femmine possono disconoscere la maternità con l’aborto e con il parto anonimo, cui possono ricorrere senza nemmeno avvisare il potenziale padre. Viceversa possono imporre la paternità in ogni modo, anche estorcendola con l’inganno e con la frode più smaccate. Decidono autocraticamente in piena autonomia. Hanno il diritto di imporre la paternità e quello di sottrarla, di cambiare idea, di rimediare ad un errore. Ottima cosa. Senonché a questa autocrazia corrisponde la subordinazione maschile radicale su una delle decisioni più importanti della vita e in grado di condizionarla totalmente. Scriveva Condorcet: ”L’abitudine può familiarizzare le persone alla violazione dei loro diritti ad un punto tale che nessuno si sogna di reclamarli, né ritiene di aver subito un’ingiustizia”. Appunto. Questi sono diritti che gli uomini non hanno mai riservato a sé e nemmeno pensano di poter avere. Si sono limitati a riconoscerli alle donne ed a subirne le conseguenze.

 

Gli uomini subiscono violenza né più e né meno di come la subiscono le donne. Soltanto che questa violenza non emerge alle cronache perché opportunamente occultata o ridimensionata dal sistema mediatico e dagli istituti di ricerca, Istat in primis. Sulla base degli stessi criteri dell’Istat un gruppo di esperti ha svolto una indagine in base alla quale emerge che il numero degli uomini che hanno subito violenza, sia psicologica che fisica, da parte delle donne è pari a quella subita dalle donne da parte degli uomini.  Di seguito l’indagine, frutto di un intenso lavoro: http://www.uominibeta.org/articoli/prima-indagine-sulla-violenza-delle-donne-sugli-uomini-in-italia/

E’ in corso da anni una campagna mediatica martellante che vuole accreditare la tesi in base alla quale, solo in Italia, sarebbe in corso una sorta di genocidio del genere femminile, altrimenti detto “femminicidio”. Si tratta, a nostro parere di un gravissimo depistaggio ideologico al fine di dirottare l’attenzione delle masse e creare un immaginario del tutto virtuale finalizzato a ingenerare nelle masse femminili una ostilità nei confronti dei maschi in quanto tali, e non certo nei confronti del sistema capitalistico e delle classi dominanti che salutano con gioia (e infatti la alimentano ad arte con tutta la potenza mediatica che hanno a disposizione) questa guerra fra i sessi, anzi contro il genere maschile. Una guerra che contribuisce (insieme a quella fra poveri, cioè fra lavoratori autoctoni e immigrati, pompata ad arte dalla variante di destra del sistema) a disinnescare ed allontanare l’unica guerra che esse temono, quella di classe.

Infatti, la percentuale delle donne uccise in Italia complessivamente, quindi non solo dal partner o in ambito familiare ma in qualsivoglia circostanza, come si evince da questo articolo in cui vengono riportati i dati dell’ISTAT e che consigliamo di leggere, oscilla fra lo 0,35 e lo 0,45 su 100.000 (centomila) abitanti.

Da rilevare come la percentuale delle donne uccise in Italia sia peraltro inferiore a quella degli altri paesi europei: si va dallo 0,75 della Francia e della Germania allo 0,50 della Spagna e allo 0,64 della Polonia (sempre su 100.000 abitanti, ovviamente).

Numeri e percentuali che possono essere definiti in un solo modo: insignificanti. Non solo, negli ultimi anni (il dato è del 2014) il fenomeno, per ciò che riguarda il caso italiano, è calato sensibilmente, passando dallo 0,65 del 2002 allo 0,47 del 2014.

In tutto ciò, gli uomini uccisi sono tre volte tanti, pari (in Italia) all’ 1,11 (dato del 2014) su 100.000 abitanti (1,65 nel 2003).

Su queste percentuali, cioè sostanzialmente sul (quasi) nulla, è stato costruito il fenomeno del cosiddetto “femminicidio”.

La nostra opinione è che nessuno studioso di sociologia e/o di statistica degno di questo nome prenderebbe mai in considerazione quelle percentuali per trarne la conclusione che siamo di fronte ad un’emergenza sociale o meglio, di genere. Infatti, per quanto anche una sola vita umana abbia un valore assoluto a prescindere, dobbiamo prendere atto che i numeri di cui sopra sono assolutamente fisiologici. A meno di non pensare di poter eliminare ogni forma di violenza dal mondo; intento nobilissimo al quale bisogna in linea teorica tendere, ma è evidente che non può essere quello il parametro di riferimento per stabilire la veridicità o meno di una presunta emergenza.

Stando così le cose, resta a questo punto da capire per quali ragioni il sistema mediatico-politico, senza eccezioni, da “destra” a “sinistra”, ha costruito questa gigantesca “bolla” mediatica priva di alcun fondamento reale.

La nostra risposta (che in parte abbiamo già dato) è, per punti, la seguente:

  1. a)      dirottare l’attenzione delle masse popolari dalle problematiche sociali – crisi economica, precarietà, disoccupazione, mancanza di lavoro, diseguaglianza crescente, impoverimento di larghi strati sociali, peggioramento delle condizioni di vita ecc. – alle cosiddette “tematiche di genere”, contribuendo, in questo modo, a disinnescare il potenziale conflitto sociale che da tali contraddizioni potrebbe scaturire;
  2. b)      dividere le masse sostituendo il potenziale conflitto di classe con quello fra i sessi, all’interno del quale, naturalmente, quello maschile è individuato come quello nemico, dal momento che gli uomini, tutti, in quanto tali, per lo meno secondo la narrazione femminista, vivrebbero una condizione di supremazia (sulle donne) e di privilegio garantita loro dalla cultura patriarcale e maschilista di cui l’attuale sistema capitalista sarebbe tuttora intriso.
  3. c)       depistare ideologicamente le donne, persuadendole che il loro nemico non è il sistema capitalista e imperialista dominante, bensì gli uomini, o meglio, i maschi. Il nemico non è più, quindi, il padrone, il capitalista, le banche, la finanza, le multinazionali, gli stati imperialisti, l’UE, la NATO, il sistema mediatico al loro servizio, ma l’uomo che si ha in casa, a partire, naturalmente, dal proprio marito o compagno, considerato come un “oppressore per definizione e ormai anche come un potenziale “femminicida”;
  4. d)      paralizzare psicologicamente gli uomini in seguito ad un sistematico processo di colpevolizzazione e di criminalizzazione e in tal modo disinnescare la loro potenziale capacità antagonistica.

Tutto ciò è stato naturalmente possibile in quanto l’ideologia femminista o “neo femminista” è stata completamente assorbita dal sistema politico-mediatico dominante, fino a diventare una sola cosa.

E’ singolare osservare come anche e soprattutto coloro (mi riferisco ad una certa “sinistra radicale” e, drammaticamente, anche a quella “antagonista”) che, giustamente, sostengono (e noi con loro) che il sistema mediatico sia uno strumento di lucida e scientifica disinformazione e manipolazione della realtà finalizzato alla costruzione di un immaginario fasullo (nonché di relativa falsa coscienza), assumano come Verità Assoluta tutto ciò che viene loro proposto in tema di “questioni di genere”.

Per dirla in parole ancora più semplici, quegli stessi organi di “informazione” che sarebbero preposti ad una lucida e scientifica opera di deformazione della realtà e di depistaggio ideologico (e noi siamo convinti che lo siano), diventano, come d’incanto, i dispensatori della Verità quando si tratta di “questioni di genere”.  Per cui, se i media ci spiegano ad esempio che si va a bombardare in Libia o in Iraq per portare democrazia e diritti umani oppure che l’occupazione sta crescendo o che l’economia è in ripresa, si dice – giustamente – che stanno manipolando la realtà. Quando invece ci spiegano che sarebbe in corso una sorta di genocidio del genere femminile, altrimenti detto “femminicidio”, ci starebbero raccontando la Verità, solo la Verità, nient’altro che la Verità.

Una gigantesca contraddizione, ci pare di poter dire. Come è infatti possibile che un sistema mediatico scientemente finalizzato alla manipolazione delle menti si trasformi in una sorta di messaggero della Verità Assoluta, soltanto in un ambito specifico, e cioè quando c’è di mezzo la questione della relazione fra i sessi? Il sistema è forse per metà conservatore e per l’altra metà rivoluzionario?

Ciò detto, stilare una classifica che stabilisca il livello di gravità della violenza è assai arduo se non impossibile, perché entrano in gioco tanti fattori quali il contesto, le circostanze, l’ambiente, le condizioni psicologiche, le motivazioni (vere, presunte o pretestuose) di chi l’agisce e tanti altri aspetti ancora.

Tuttavia, se dovessimo in linea di principio stabilire una sorta di gerarchia in tal senso, non c’è alcun dubbio che al primo posto dovrebbe essere posta la violenza agita sui minori.  E questo per una ragione evidente: i bambini sono indifesi, comunque sicuramente i più indifesi rispetto a chiunque altro, donne o uomini che siano. Questa è la ragione che rende la violenza contro i bambini più odiosa rispetto a tutte le altre.

Eppure – nonostante questa (particolarmente) spregevole forma di violenza sia purtroppo diffusa e ampiamente praticata – non c’è nessuna emergenza in tal senso, nessuna martellante campagna mediatica per contrastare la violenza contro i minori, al contrario di ciò che accade per il fenomeno della violenza contro le donne (quella subita dagli uomini, da parte di altri uomini o da parte di donne, non è neanche contemplata, non è oggetto di interesse mediatico nè di altro genere, è semplicemente ignorata o data per scontata) che, per quanto gravissima, è sicuramente meno grave (in base al discorso di cui sopra) rispetto a quella subita dai bambini e dalle bambine.

Perché, ci si chiederà? Per una ragione molto semplice. Se il fenomeno della violenza sui minori fosse portato all’attenzione dell’“opinione pubblica” con la stessa potenza mediatica con cui viene portato quello della violenza contro le donne, emergerebbe inevitabilmente che tale forma di violenza è agita indifferentemente sia da uomini che da donne, anzi, soprattutto dalle donne. Non perché, ovviamente, siano più “cattive” degli uomini, ma semplicemente perché, rispetto a questi ultimi, sono a contatto con i minori in misura sicuramente maggiore, basti pensare alle maestre elementari, di scuola materna, alle insegnanti delle scuole medie, alle assistenti e alle operatrici degli asili ecc. e naturalmente alle madri che specialmente durante gli anni dell’infanzia hanno un rapporto molto più stretto (e non sempre psicologicamente sano) con i figli rispetto ai padri (come è normale che sia…).

Ma mettere in evidenza il fenomeno della violenza sui minori equivarrebbe, per le ragioni che abbiamo spiegato,  a disintegrare la narrazione ideologica-mediatica neofemminista dominante che si fonda sulla vittimizzazione tout court del genere femminile e sulla criminalizzazione altrettanto generalizzata di quello maschile, e naturalmente a ridimensionare notevolmente se non a minare in via definitiva la campagna mediatica in corso da anni contro la violenza (maschile, ovviamente…) sulle donne.  E questo nessuno lo vuole, dall’estrema sinistra all’estrema destra, dal momento che tutte le forze politiche, nessuna esclusa, aderiscono, da questo punto di vista, alla narrazione ideologica-mediatica dominante (una contraddizione in termini per quella sinistra che si definisce “antagonista” e che non abbiamo mancato di evidenziare più volte…).

Il tema è ovviamente scabroso oltre che destabilizzante sotto ogni punto di vista. Pensiamo ad esempio alla figura genitoriale femminile che da sempre è stata mitizzata. La “mamma è sempre la mamma”, e da sempre è stata considerata la depositaria dell’amore, per definizione, fino ad essere trasformata in un vero e proprio archetipo. Le cose non stanno ovviamente così, purtroppo, ma si preferisce non indagare e mettere la testa sotto la sabbia perché affrontare il tema sarebbe devastante dal punto di vista psicologico, ideologico e ormai da tempo anche politico.

Altrettanto scabroso e parzialmente rimosso (anche se in misura molto minore rispetto alla violenza agita dalle donne e soprattutto dalle madri sui bambini e sui figli) è il tema della violenza fra i minori che oggi va sotto il nome di “bullismo”, anche in questo caso agita indifferentemente sia da maschi che da femmine (come ogni forma di violenza, del resto…).

Questo fenomeno (così come quello della violenza agita dalle donne) viene interpretato come un retaggio della violenza degli adulti (e naturalmente degli adulti maschi). I bambini e le bambine agirebbero in modo violento sostanzialmente per mimesi (e in questo c’è sicuramente una parte rilevante di verità), cioè per imitazione dei comportamenti degli adulti (ovviamente maschi). Così facendo si mantiene intatto anche il mito dell’innocenza dei bambini, un altro archetipo che non si vuole incrinare perché sarebbe altrettanto destabilizzante ammettere che anche i bambini e le bambine sono in grado di agire in modo violento, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Tutto molto rassicurante e naturalmente tutto molto falso. Ma se Parigi val bene una messa, la nostra (si fa per dire…) serenità val bene una grande rimozione.

Inoltre, è importante sottolineare che la maggior parte degli uomini che agiscono in modo violento in ambito domestico hanno a loro volta subito violenza da parte delle rispettive madri (dato Istat che riportiamo all’interno di questo articolo http://www.uominibeta.org/articoli/autogol/ ).

Da tutto ciò emerge ciò che già sappiamo, e cioè che l’unica violenza ufficialmente riconosciuta e ammessa (e stigmatizzata) come tale è quella maschile. Tutte le altre forme di violenza (comunque occultate o ridimensionate) sono tutt’al più dei derivati di quella.

 

Assume dimensioni addirittura grottesche la versione diffusa da tutti i media, da destra a sinistra e viceversa, senza nessuna esclusione, in base alla quale le donne, a parità di qualifica e mansione, percepirebbero un salario inferiore a quello degli uomini. Sfidiamo chiunque a mostrarci una busta paga in cui una donna, a parità di mansione e qualifica, percepirebbe un salario inferiore a quello di un uomo. Si tratta, ovviamente, anche in questo caso, di una clamorosa falsificazione della realtà per fini ideologici e politici.

Se infatti fosse possibile, al di là delle leggi e dei dettati costituzionali che possono comunque essere aggirati (ma non in questo caso perché non c’è l’interesse oggettivo a farlo), per prassi, usi, costumi e consuetudine assumere le donne con un salario inferiore rispetto agli uomini a parità di qualifica e mansione, è evidente, dal momento che viviamo in una società capitalista dove la sola e unica stella polare è il profitto (almeno su questo saremo tutti d’accordo), che ci sarebbe un tasso di occupazione femminile infinitamente più alto di quello maschile perchè tutte le imprese, piccole, medie o grandi (e il concetto sarebbe ancora più valido per l’economia sommersa…), potendolo fare, tenderebbero ad assumere solo donne. Le cose non stanno così, come ben sappiamo. Ma non stanno così non a causa di una discriminazione sessuale ai danni delle donne bensì perché l’ingresso massiccio di queste ultime nel mondo del lavoro è stato possibile solo relativamente di recente (ogni processo necessita dei suoi tempi, quindi è del tutto naturale che ci sia ancora un certo gap occupazionale) – come abbiamo già spiegato – in seguito alla rivoluzione tecnologica, che ha fatto sì che la gran parte dei mestieri che prima potevano essere svolti solo dagli uomini (per ragioni oggettive, fisiche e biologiche) potessero essere svolti anche dalle donne. Senza contare che a tutt’oggi i lavori più pesanti continuano comunque ad essere appannaggio dei soli uomini. E’ altresì ovvio che un lavoratore, sia esso un operaio o un tecnico, che lavora ad esempio su una piattaforma petrolifera, guadagnerà di più di una insegnante o di una impiegata, professioni meno (e neanche tanto) retribuite ma molto più sicure e confortevoli sotto ogni punto di vista (e comunque stiamo parlando di mansioni e qualifiche completamente diverse).

In realtà, il presunto gap salariale viene misurato in un modo che definire ipocrita è un eufemismo. E cioè ci calcola l’intero monte salari maschile, lo si confronta con quello femminile, si scopre che c’è una differenza di tot punti in percentuale in favore degli uomini (chi dice del 12%, chi del 23%, chi dell’1,5%), determinata da quello che spiegavamo prima (e dal fatto che le donne optano molto più degli uomini per il part time, fanno molte meno ore di straordinari, non sono disposte ad accettare qualsiasi lavoro, a differenza degli uomini, e tante preferiscono tuttora restare in famiglia, curare i figli e lasciare la “produzione” agli uomini), e si manipola e si deforma il tutto arrivando appunto a postulare la menzogna in base alla quale le donne, in virtù di una discriminazione sessuale (che se fosse vera sarebbe intollerabile e saremmo noi per primi a scendere in piazza contro una simile ignominia) percepirebbero un salario inferiore a parità di mansione e qualifica.

Abbiamo approfondito il tema nei seguenti articoli:

http://www.linterferenza.info/editoriali/linsostenibile-paradosso-della-sinistra-antagonista/

http://www.linterferenza.info/attpol/islanda-laboratorio-del-femminismo-europeo/

Ma proprio il femminismo (ormai del tutto sovrapposto al sistema mediatico) martella sistematicamente sul fatto che il tasso di occupazione femminile è inferiore a quello maschile, cosa senz’altro vera ma anche in questo caso non per una discriminazione sessuale ma per tutt’altre ragioni che abbiamo approfondito in questo articolo: http://www.linterferenza.info/attpol/un-racconto-maschile-classe/

Le due presunte discriminazioni, infatti, non possono coesistere, per la semplice ragione che l’una esclude l’altra, sono in contraddizione logica fra loro stesse. A meno di non pensare che la molla, la logica e il fine del capitalismo (sia esso avanzatissimo o arretratissimo, ultra moderno o “straccione”) non siano dati dal profitto ma da qualcos’altro che con tutta la buona volontà di questo mondo non siano personalmente in grado di spiegare cosa possa essere.

Ergo, come è possibile, in epoca di capitalismo assoluto, sostenere che le donne possano ricevere salari inferiori rispetto agli uomini e al contempo che l’occupazione femminile è inferiore a quella maschile, in entrambi i casi a causa di una discriminazione sessuale? La contraddizione è macroscopica ma da tempo abbiamo capito che gli occhi delle persone possono restare chiusi anche quando sono aperti…

La “tesi” (si fa per dire…) potrebbe essere valida se ci trovassimo in una società organizzata per caste (come potevano essere le società dell’epoca medioevale o di altri contesti geografici e storici), dove il prius non è dato dal plusvalore e dall’accumulazione di capitale bensì da una gerarchia valoriale/ideologica su basi castali e/o appunto sessuali o di altro genere (religiose/clericali, ecc.).

Ma questa non sarebbe una società capitalistica (dove il prius, la “stella cometa”, è SEMPRE il plusvalore) e di certo non è la società capitalista assoluta in cui ci troviamo a vivere.   L’attuale forma del dominio capitalistico non ha, peraltro, alcun interesse oggettivo a discriminare economicamente le donne per la semplice ragione che queste sono chiamate a produrre e soprattutto a consumare (e ad orientare le tendenze del mercato…) come e più degli uomini.  Il capitalismo nella sua fase matura (quella attuale, del futuro non possiamo sapere) non ha alcun interesse ad alimentare una discriminazione economica su basi sessuali, così come non ha alcun interesse ad alimentare qualsiasi altra forma di discriminazione di questo genere a meno che (ma nell’attuale contesto storico è pressochè impossibile) non sia funzionale e riconducibile all’unica e sola ragione della sua esistenza: l’accumulazione illimitata di capitale e a tal fine la mercificazione totale di ogni forma e spazio dell’agire umano.  Se tali forme di discriminazione sono avvenute, anche in modo massiccio e sistematico, in passato e in molti contesti (pensiamo ad esempio alla discriminazione razziale e all’apartheid in Sudafrica o negli USA), ciò è stato possibile perché quella discriminazione era funzionale alla riproduzione del capitale in quel determinato contesto storico (molto diverso da quello attuale) che naturalmente ha lasciato delle tracce profonde in quelle società. Ma questa forma di discriminazione razziale non ha nulla a che vedere con la condizione delle donne in quanto tali, come se queste fossero una categoria in sé e per sé. Nessuna donna nera negli USA o in Sudafrica è stata incatenata o frustata in quanto appartenente al genere femminile ma in quanto schiava e in quanto nera (esattamente come i neri venivano incatenati e frustati in quanto schiavi e in quanto neri e non in quanto maschi…), cioè in quanto appartenente ad una etnia e/o ad un gruppo sociale che la divisione capitalistica del lavoro aveva generato e collocato nell’organizzazione del lavoro, sulla base di determinate condizioni storiche e culturali che a loro volta rendevano possibile quel tipo di divisione del lavoro.  Ma considerare il genere femminile nella sua totalità come una categoria a sé, come una etnia, un gruppo o una classe sociale, è stato e continua ad essere una forzatura ideologica operata dal femminismo, perchè è evidente che ci sono donne ricche e donne povere, donne sfruttatrici e donne sfruttate, donne appartenenti alle classi sociali dominanti e donne appartenenti alle classi sociali dominate. La sovrapposizione del concetto di classe con quello di genere (un assurdo logico, oggi decisamente ancora più assurdo) è l’escamotage ideologico del femminismo, anche e soprattutto quello di “estrema sinistra” (l’utilizzo di tale categoria è puramente virtuale e serve solo al fine di individuarlo all’interno del più ampio schieramento femminista). Secondo questa concezione, il genere femminile, nella sua totalità, viene considerato di fatto alla stregua di una classe sociale oppressa (gli schiavi, i servi della gleba e/o il proletariato), di un’etnia perseguitata (come ad esempio gli indios sud e nord americani), di una razza (come ad esempio i neri in un paese razzista), e così via. Quando si prova a fargli notare la contraddittorietà evidente di tale postulato, se si è fortunati, nel migliore dei casi (accade molto di rado) si viene tacciati di vetero marxismo e di avere una visione obsoleta e superata delle cose. Nel peggiore (cosa che accade infinitamente più spesso) si viene sottoposti ad un vero e proprio linciaggio morale, all’esclusione sociale e umana, al pubblico ludibrio e all’accusa di essere dei reazionari, fascisti, misogini e negazionisti.

 

 

La tesi in base alla quale l’attuale società capitalista sarebbe anche patriarcale e maschilista, vuole, ovviamente, che gli uomini siano in una posizione di dominio sulle donne anche e soprattutto dal punto di vista sessuale. Ora, qualsiasi persona dotata di un briciolo di onestà intellettuale e di buon senso sa perfettamente che questo è completamente falso.

Infatti, contrariamente ai luoghi comuni alimentati dal femminismo ma anche da una certa sottocultura pseudomachista (che in realtà è soltanto una modalità per camuffare o mal celare la propria condizione di dipendenza), i maschi vivono appunto una condizione di dipendenza dal punto di vista sessuale nei confronti delle femmine. Una dipendenza data da una condizione naturale (che attiene allo stato di natura, alla condizione ontologica degli uomini e delle donne) di asimmetria sessuale che pone gli uomini in una condizione di dipendenza nei confronti delle donne. Questa condizione viene naturalmente negata dal femminismo perché se l’ammettesse, dovrebbe necessariamente ammettere che le donne sono in effetti in grado di esercitare un dominio pressoché quasi assoluto sugli uomini nell’ambito di una sfera fondamentale quale è quella sessuale e quindi psicologica (i due aspetti non possono essere separati). Ma è evidente che dominare un individuo dal punto di vista psicologico significa dominarlo nella sua totalità.  E naturalmente questo dominio produce tutta una serie di effetti anche dal punto di vista sociale ed economico.  Gli uomini sono dunque chiamati a colmare questo gap di peso specifico che li pone nella condizione di chi deve chiedere nell’ambito di una relazione fondamentalmente dominata dalla logica della offerta e della domanda (relazione esaltata ed alimentata scientemente dal sistema capitalista), anche se da sempre naturalmente occultata o camuffata in primis dagli uomini ma anche naturalmente dalle donne (dall’amor cortese al romanticismo). E’ anche e soprattutto per questa ragione che oggi il sistema capitalista non sa che farsene del patriarcato. Ha anzi necessità di un femminile declinato secondo le sue logiche che sono quelle della razionalità strumentale (capitalista) e, per la verità, e questa è un’amarissima constatazione (dovrebbe, per la verità, in linea teorica rappresentare un tragico fallimento per il femminismo), fermo restando la grandissima capacità di condizionamento del sistema, c’è da dire che molte donne hanno sposato, consapevolmente o inconsapevolmente, quel modello che, pur producendo alienazione, le pone in una posizione di vantaggio per lo meno nei confronti della grande maggioranza degli uomini che non hanno nessun potere contrattuale e nessun peso specifico da mettere sul piatto della bilancia di quella “contrattazione mercantile non dichiarata” (se lo fosse crollerebbe il velo di Maya che la copre…) a cui è stata ridotta la relazione sessuale. Da qui il gigantesco processo di mercificazione sessuale che vede la grande maggioranza degli uomini (con l’esclusione dei maschi socialmente dominanti che sono provvisti e in grado di esercitare il loro peso specifico) in una condizione di “ricatto”, dipendenza e subordinazione (psicologica e sessuale). Il paradosso è che proprio questi ultimi vengono individuati come i responsabili del processo di mercificazione (indicativa in tal senso la criminalizzazione degli uomini che frequentano episodicamente o sistematicamente le prostitute o praticano sesso virtuale a pagamento tramite chat line e quant’altro) quando è evidente che non ne hanno oggettivamente alcun interesse. Qual è infatti l’uomo che preferirebbe pagare, direttamente o indirettamente, di fatto o metaforicamente, per ciò che potrebbe avere gratis e che certamente preferirebbe vivere in modo naturale, spontaneo, ludico e libero da qualsiasi legaccio o condizionamento, in special modo di natura economica? Nessuno, è evidente (per lo meno fra gli uomini di condizione sociale, piccola, media, bassa o medio bassa), oppure soltanto colui che è in grado di “pagare” o a cui non pesa in alcun modo pagare perché dispone di possenti mezzi e risorse oppure ancora perché il suo status lo pone nella condizione di trarre dei vantaggi da questa situazione e di marcare e rafforzare ancor più la sua posizione di dominio nella gerarchia sociale (in questo caso la relazione si capovolge ed è quella tipologia di uomini ad essere oggetto delle attenzioni femminili).

Quindi, come vediamo, anche e soprattutto in questo caso, la narrazione femminista ha operato uno stravolgimento (e un capovolgimento) totale della realtà. Ma non è un caso, ovviamente, perché nella società capitalista assoluta dove tutto deve essere sottoposto alle logiche di mercato, la sessualità non può certo restare come una sorta di oasi libera. Al contrario, in primis la sessualità deve essere mercificata, psicologicamente e concettualmente prima ancora che praticamente, perché la grande potenza e l’energia che è in grado di sviluppare deve essere necessariamente ingabbiata nelle logiche della razionalità mercantile e strumentale capitalista dominante. All’interno di queste logiche sono innanzitutto i maschi non appartenenti alle elite sociali dominanti a trovarsi in una posizione oggettivamente subordinata, perché privi di qualsiasi “potere contrattuale” nell’ambito di una relazione, come abbiamo già spiegato, totalmente mercificata.

Ciò che il femminismo deve altresì negare è che sono le donne stesse ad avere da sempre alimentato determinati modelli maschili, quelli appunto del maschio vincente, di successo, potente, socialmente affermato. Nessuna donna ha mai avuto come oggetto del desiderio un “perdente”, un “debole”, oppure un uomo di basso ceto sociale o comunque non socialmente affermato e in grado di rispondere a determinati requisiti che in primis le donne richiedono agli uomini.  Qui dovrebbe essere indagato a fondo il ruolo delle madri, andrebbe aperta una riflessione sul ruolo del materno e sulla relazione simbiotica che molto spesso può sfociare in un rapporto perverso tra madri e figlie e figli. E invece anche in questo caso, il materno viene da sempre celebrato, in primis dagli uomini; e non è un caso, ovviamente, perché la “mamma” è e resta la “mamma”, e l’imprinting materno viene interiorizzato dagli uomini e proiettato sulle altre donne. Da qui anche la paralisi maschile e la estrema difficoltà da parte degli uomini ad affrontare un percorso di consapevolezza necessariamente doloroso che prevede un processo di distacco, di separazione emotiva. Un processo che dovrebbe essere attivato e facilitato appunto dalla figura paterna e che, attuato in condizioni “normali”, cioè in presenza di un paterno e di un materno in una posizione di equilibro, dovrebbe per lo meno in linea teorica non comportare conseguenze laceranti e nevrotizzanti in termini psicologici. In assenza invece dell’elemento paterno, o comunque con un paterno disconosciuto quando non criminalizzato, questo processo rischia di non inverarsi mai e quand’anche lo fosse, sarebbe inevitabilmente molto più faticoso e doloroso.

Ci rendiamo quindi conto di come il femminismo abbia rovesciato tutto ciò attribuendo interamente agli uomini la responsabilità di aver costruito e imposto determinati modelli che sono invece in larghissima parte dovuti a delle proiezioni di archetipi femminili (proiezioni delle donne, ovviamente). Potremmo anzi dire, capovolgendo il tutto, che sono gli uomini a trovarsi nella condizione di dover rincorrere quei modelli per poter essere appetibili nei confronti delle donne, per poter cioè essere scelti. Tutto ciò viene scientemente esaltato nella società capitalistica assoluta, dove tutto è sottoposto a mercificazione, pratica o concettuale. Possiamo quindi affermare che in questo contesto sociale i primi a “mettersi in vetrina”, i primi a fare mercimonio di loro stessi (un mercimonio fondamentalmente indotto), sono proprio gli uomini, prima ancora delle donne, le quali, avendo ormai interiorizzato le logiche e le dinamiche della ragione strumentale capitalistica dominante, vivono la relazione con gli uomini come intrinsecamente mercantile, e considerano la loro sessualità come una merce, una proprietà privata che in quanto tale ha un valore, in termini economici, concettualmente parlando, prima ancora che praticamente. E la proprietà non è qualcosa che si dona, bensì è qualcosa che si utilizza, si investe o tutt’al più che si aliena per trarne un profitto. E’ ovvio che tutto ciò non è manifesto, bensì abilmente camuffato sotto una grandissima coltre di ipocrisia che deve servire appunto a camuffare ciò che è stato ridotto ad uno scambio strumentale, anche se, come dicevamo poc’anzi (ma repetita iuvant) non dichiarato (se lo fosse, tutta questa impalcatura si sgretolerebbe), nella maggior parte dei casi.

 

 

Arriviamo, dunque, in conclusione, a spiegare, sia pure in estrema sintesi (e ci scusiamo per la necessaria semplificazione), per quale ragione oggi il sistema capitalista non può essere fondato su base patriarcale.

La storia ci ha dimostrato che il capitalismo è un sistema (e una ideologia) estremamente flessibile, capace di incistarsi e convivere con qualsiasi contesto culturale e anche e soprattutto di plasmarlo pro domo sua. E’ forse la sua principale caratteristica e uno dei suoi punti di maggior forza. Il capitalismo ha convissuto e convive con il liberalismo nella sua forma tradizionale occidentale/anglosassone, con il fascismo, il nazismo, i regimi clericali, con le dittature militari sudamericane ed asiatiche, con i regimi razzisti e colonialisti fondati sull’apartheid, e oggi con anche con l’integralismo wahabita (vedi Arabia Saudita) e con lo stato-partito post maoista e neoconfuciano cinese.

Il capitalismo ha combattuto e vinto la sua prima grande battaglia contro il sistema feudale, contrapponendo i valori del liberalismo (libertà individuali, godimento dei diritti civili, divisione dei poteri, libertà di impresa e libero mercato) a quelli dell’ “ancien regime”. In questa fase, durata su per giù dal XVII agli inizi del XIX secolo, in cui doveva affermarsi, il capitalismo, attraverso la sua ideologia di riferimento (nelle sue varie correnti), il liberalismo (e l’Illuminismo), ha fatto leva su categorie e istanze antireligiose (oltre che anticlericali) e antimetafisiche. L’obiettivo strategico della borghesia era quello di demolire il vecchio ordine feudale che doveva essere cancellato insieme, ovviamente, a tutto il suo bagaglio (sovrastruttura) ideologico e “valoriale” (culturale, religioso, ecc.).

In una seconda fase che va dai primi decenni del XIX fino alla prima metà del XX secolo, il capitalismo deve consolidare il suo dominio e per questo, vinta ormai definitivamente la battaglia contro l’”ancien regime, recupera e reintegra in parte la vecchia e (parzialmente) dismessa sovrastruttura culturale e ideologica integrandola nella nuova che ha come baricentro il “nuovo” ordine borghese liberale capitalista fondato a sua volta, dal punto di vista politico,  sullo stato-nazione. Si viene così a creare un nuovo “apparato” (sovrastruttura) ideologico/valoriale che sostanzialmente è una miscela di “vecchio e nuovo”, di liberalismo e di vecchie istanze metafisico-religiose mutuate dall’ “ancien regime”.  Si crea, dunque, il nuovo (ormai vetero…) sistema ideologico valoriale (falsa coscienza) borghese, quello che comunemente definiamo con il famoso “Dio, Patria e famiglia” che è stato egemone per almeno un secolo, fino agli anni ’50 del secolo scorso.

Questo apparato valoriale che prevedeva e comprendeva anche il patriarcato (fermo restando, spiega Marx nel Manifesto, che l’esistenza della famiglia borghese era possibile e trovava compimento solo nella forzata mancanza della vita di famiglia per i proletari, cioè nella dissoluzione di fatto della famiglia proletaria) e l’alleanza strategica con la Chiesa, è stato funzionale agli interessi della borghesia e del capitale, soprattutto nella fase in cui quest’ultimo aveva necessità di contrastare il movimento comunista e socialista mondiale che poneva chiaramente sul piatto la questione del suo superamento.

Con il crollo del comunismo e il dissolvimento dell’URSS, e soprattutto in seguito al processo di  trasformazione economica, tecnica, della produzione e organizzazione del lavoro (e quindi conseguentemente  anche sociale e culturale) avvenuto nella società capitalistica negli ultimi 40/50 anni – basti pensare al tramonto della cosiddetta fabbrica fordista (e alla sua successiva evoluzione), alla ultra parcellizzazione, automazione, precarizzazione  e frammentazione del lavoro, al conseguente sconvolgimento delle classi sociali avvenuto in seguito a tale processo e al ruolo decisivo e sempre più pervasivo della tecnica, pensiamo ad esempio all’eugenetica – il  sistema valoriale borghese (Dio, Patria e Famiglia) diventa inservibile e anzi di ostacolo al parzialmente nuovo ordine sociale “post moderno” e “ultra capitalista”. Il capitalismo, giunto al suo stadio supremo (che è quello attuale, del futuro non ci è dato sapere), quello della feticizzazione assoluta della merce e della mercificazione assoluta non solo dell’agire umano ma dell’umano stesso, non ha più necessità di strutture (a parte gli stati e i loro apparati militari, di sicurezza ecc.) e soprattutto di sovrastrutture rigide. Al contrario, ha necessità di un contesto sociale e di sovrastrutture sociali estremamente fluide e flessibili, cioè l’esatto contrario della società vetero borghese ottocentesca (e patriarcale). Il suo obiettivo è la riproduzione infinita e illimitata di sé stesso, cioè del capitale e della “forma merce”, nel momento in cui questa è diventata ormai la totalità della realtà stessa. La “comunità umana” deve essere ridotta ad una massa di produttori (precari) e di consumatori passivi, sprovvisti di ogni forma di coscienza e identità, a partire da quella di classe, fino a quella culturale e oggi addirittura sessuale.

Abbiamo affrontato e approfondito questi temi in questi articoli:

http://www.uominibeta.org/editoriali/il-capitalismo-alloffensiva-su-tre-fronti/

http://www.uominibeta.org/editoriali/il-nuovo-orizzonte-del-capitalismo-la-cancellazione-delle-identita-sessuali/

http://www.linterferenza.info/attpol/la-nuova-falsa-coscienza-delloccidente-e-del-capitale/

http://www.uominibeta.org/editoriali/ha-ancora-senso-considerare-il-patriarcato-come-larchitrave-delle-societa-capitalistiche-occidentali/

Di conseguenza, l’attuale sistema capitalista deve rimuovere ogni barriera, ogni “auctoritas” che potrebbe essere potenzialmente di ostacolo all’unica “auctoritas” oggi realmente consentita, cioè quella rappresentata dalla forma merce e dalla sua illimitata riproduzione, materiale e immateriale.

Ci troviamo quindi dentro quella che Bauman definiva la “società liquida” neocapitalistica postmoderna, che ha necessità di individui “non sociali” (parafrasando invece il celebre libro del compianto Pietro Barcellona), ridotti ad una sorta di monadi incapaci di relazionarsi fra loro se non attraverso la forma alienata e alienante dello scambio mercantile. Qualsiasi altra istanza o soggettività che non sia funzionale a questo “progetto”, cioè sostanzialmente al flusso ininterrotto e illimitato della forma merce, cioè dell’unica forma di “auctoritas” morale oggi di fatto (al di là delle liturgie formali e ideologiche del tutto artificiose, cioè della produzione della marxiana falsa coscienza socialmente necessaria) consentita e a cui facevamo cenno poc’anzi, deve essere rimossa. Da qui la tendenza (in atto) finalizzata alla cancellazione o quanto meno al sostanziale indebolimento di ogni identità, a partire proprio dall’identità sessuale. La qual cosa non è ovviamente casuale; cosa esiste infatti di più potente e di più naturale dell’identità sessuale, dell’appartenenza al proprio sesso, prima ancora dell’appartenenza sociale, etnica o culturale? Ecco, dunque, per il capitalismo, giunto al suo stadio apicale (per lo meno per ora, non siamo in grado di conoscere la sua eventuale e anche altamente probabile e ulteriore espansione, specie perché in stretta comunione con la Tecnica, ossia la sua più potente alleata), la necessità di intervenire non solo sul piano sociale tradizionale ma anche su quello antropologico e addirittura genetico (il femminismo “genderista” è oggi una delle sue punte di diamante in tal senso)

Ecco perché anche il “paterno” deve essere distrutto o comunque ridotto ad una sorta di appendice o di protesi del materno.

Il paterno – spiega Erich Neumann nel suo libro “Storia delle origini della coscienza” –  rappresenta l’irruzione nell’Uroboros dell’io nel non-io, del distinto nell’ indistinto, del limite nell’illimitato, della “forma” nella/sulla materia. Senza questa irruzione, senza questo metaforico ma anche sostanziale strappo, l’individuo (inteso come persona) non potrà mai costituirsi in quanto tale, nella sua autonomia e consapevolezza. Egli resterà sempre un soggetto privo di una sostanziale identità, fluttuante nel metaforico “brodo” di cui sopra, incapace cioè di definirsi come uomo o come donna (anche se il problema, per ovvie ragioni, riguarda oggi prevalentemente gli uomini) nel mondo. Da qui l’attacco sfrenato al paterno e al maschile, dove paterno sta per patriarcato e maschile per maschilismo; non sono ammesse altre interpretazioni.

Del resto, la “società liquida” così puntualmente descritta da Bauman è la società della mercificazione totale e assoluta dell’ente umano e per questo ha necessità, come dicevamo, di eliminare qualsiasi forma di “auctoritas” che non sia direttamente o indirettamente ricollegabile alla riproduzione in linea teorica illimitata di quel metaforico “Uroboros” costituito dalla “forma merce”.  Ergo, non ha più nessun senso continuare a sostenere che l’attuale società capitalistica sia dominata dalla cultura patriarcale. Sostenere una simile tesi equivale a sostenere che l’attuale crisi economica è dovuta ai rapporti di produzione feudale, alla mancata privatizzazione delle terre incolte e alla rendita fondiaria …

Continuare a sostenere che il patriarcato costituirebbe tuttora la struttura portante, l’architrave dell’attuale società capitalista è del tutto privo di senso. Sarebbe come analizzare e interpretare l’attuale società capitalista con le stesse categorie interpretative con cui si analizzava e si interpretava la società feudale! Una contraddizione in termini. Un assurdo logico.

Eppure, proprio questo assurdo è ripreso e sostenuto nel documento di “Non una di meno” fatto proprio da Potere al Popolo.

La nostra opinione è che questa visione delle cose sia, fra le altre cose, viziato da un errore strutturale che consiste in una errata interpretazione della dialettica e conseguentemente della prassi.  Un errore che degenera inevitabilmente nel dogmatismo. Se il pensiero marxiano, fra le altre cose, ci ha insegnato qualcosa è proprio ad entrare in una relazione dialettica con la realtà, ad analizzarla e interpretarla (per trasformala) per quella che è, con le sue contraddizioni reali, nel suo divenire, e non per quella vorremmo che fosse sulla base dei nostri desiderata ideologici, cioè di categorie fissate una volta per sempre in una sorta di luogo fuori dal tempo e dallo spazio, una specie di Iperuranio post-moderno. Continuare a sostenere che l’attuale dominio capitalistico sia contestualmente anche patriarcale, sta a significare che, come minimo, non si è entrati in una relazione dialettica con la realtà e si continua a riproporre liturgie ideologiche che non hanno più nessuna o quasi attinenza con la realtà.

Per queste ragioni, dopo un’attenta riflessione, siamo giunti alla conclusione che non ci è possibile sostenere la lista di Potere al Popolo. Perché non è possibile, dal nostro punto di vista, combattere il sistema capitalista dominante sposandone la sua ideologia.

Da molto tempo sollecitiamo l’apertura di un dibattito e di un confronto dialettico su questi temi ma queste nostre sollecitazioni vengono sistematicamente lasciate cadere nel vuoto, a voler essere benevoli.  Ma senza dialettica non c’è crescita. E la dialettica c’è quando ci sono polarità che si confrontano fra loro, anche in modo conflittuale, se necessario. Oggi, sul grande e complesso tema della relazione fra i sessi, c’è una sola campana a suonare, quella femminista. La sola che sia pubblicamente e ufficialmente riconosciuta, in tutti gli ambiti, da sinistra a destra e viceversa.

Noi pensiamo che se la Sinistra che si autodefinisce di classe e antagonista vuole ritrovare le sue ragioni di esistere e recuperare quel rapporto che ha perduto con quelle masse popolari che ambirebbe a rappresentare, deve aprire una discussione anche e soprattutto su questi temi, deve avere il coraggio di accendere i riflettori della critica su quelle che ormai da molto tempo sono considerate delle Verità Assolute, incontrovertibili, incriticabili, date per acquisite, in altre parole, dei Dogmi. Lo deve fare, pena la sua scomparsa.

Ci auguriamo che dopo la campagna elettorale, al di là del suo esito, il nostro invito ad una franca ma serena discussione, posso essere accolto.

Un caro saluto e i migliori auguri da parte nostra per un risultato più che favorevole il prossimo 4 marzo!

 

I compagni del Movimento degli Uomini Beta

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Fonte: http://www.uominibeta.org/home/lettera-aperta-agli-uomini-e-alle-donne-di-potere-al-popolo/

 

 

 

 

 

 

 

48 commenti per “Lettera aperta agli uomini e alle donne di Potere al Popolo

  1. Giacomo Casarino
    7 febbraio 2018 at 17:03

    Un lungo, quasi illeggibile, sproloquio, di cui francamente non si sentiva la necessità, basato su “assunti” storici assolutamente privi di fondamento.

    • Rutilius hystrio
      7 febbraio 2018 at 19:28

      E li porti Lei i riferimenti storici, sommo scienziato…

    • plarchitetto
      8 febbraio 2018 at 13:50

      Disprezzo e pregiudizio intellettuale riassunto in 21 parole.
      .
      Un concentrato di nulla.
      .
      .
      .
      Mi sbaglierò, ma quel “non si sentiva la necessità” ha il sapore della frustrazione.
      .
      ….nessun nemico a sinistra.

      • Rutilius hystrio
        10 febbraio 2018 at 21:34

        Non sanno argomentare. Non POSSONO.

  2. ARMANDO
    7 febbraio 2018 at 17:12

    Sono curioso di conoscere le eventuali reazioni e/o risposte. Secondo me non ce ne saranno, o almeno non saranno (perchè non potrebbero esserlo) articolate e circostanziate, come richiede il testo pubblicato fondato su dati e ragionamenti logici. I quali ragionamenti dovrebbero essere smontati e falsificati. E’ una sfida che Potere al Popolo non è in grado di sostenere, per cui, al massimo, si limiterà alle solite invettive contro il ritornante maschilismo. Scommettiamo?

  3. ARMANDO
    7 febbraio 2018 at 17:14

    Scommessa vinta! a quanto pare.

    • Fabrizio Marchi
      7 febbraio 2018 at 18:33

      🙂 🙂 era facile però, dai…non vale! 🙂

  4. Francesco Toesca
    7 febbraio 2018 at 19:36

    Mi scusi, Giacomo. Mi fa un esempio anche a caso di un assunto che trova infondato contrapponendolo ad una sua dimostrazione della smentita, con altrettanta argomentazione? Il dialogo deve sempre basarsi sulla argomentazione, altrimenti se pretende di andare avanti a “lei non ha ragione perché lo dico io” perde di credibilità. Ne scelga uno a caso

  5. Aliquis
    8 febbraio 2018 at 12:46

    Chissà, forse se era più corto avrebbero risposto?

    • Fabrizio Marchi
      8 febbraio 2018 at 13:12

      Non credo proprio che il problema sia la lunghezza, non ci nascondiamo dietro ad una foglia di fico pur di fare i “buonisti”…Non risponde perché è uno dei tanti che rimuove e che la butta in caciara oppure nell’insulto, per la semplice ragione che è assai difficile contestare in modo logico le nostre argomentazioni. E non perché siamo dei geni, ma semplicemente perché la logica non è acqua fresca. Poi, purtroppo, sappiamo che l’ideologia il più delle volte vince sulla logica, ma questo è un altro discorso…
      Per ciò che riguarda la lunghezza, questo è un vero e proprio documento politico che caratterizza il Movimento degli Uomini Beta, non è una letterina di Natale. E quindi è evidente che doveva essere esaustivo (ed è stato fin troppo sintetico rispetto a quanto si poteva dire…) ed affrontare i principali temi (che sono tanti…) della questione.
      Doveva altresì essere un documento di un certo spessore e di una certa “pesantezza” logica e argomentativa, per le stesse ragioni di cui sopra. E’ un documento con il quale il MUB si interfaccia con una forza politica e chiede un confronto. Di conseguenza non poteva essere scritto diversamente. Hai mai visto, ad esempio, un documento congressuale di un partito che non sia altrettanto corposo se non di più?

      • 11 febbraio 2018 at 22:27

        Il ruolo del maschio non è stato imposto dalle donne, e il ruolo delle donne non è stato imposto dal maschio.
        È una società maschilista e sono giuste le rivendicazioni delle donne?
        Sono giuste tutte le rivendicazioni degli individui che subiscono delle prevaricazioni.
        È innegabile che la differenza di genere possa dare dal capitale una risposta differenziata.
        Abbiamo ruoli e funzioni diverse, siamo fatti diversamente è l’equivoco è negare la diversità.
        Nella diversità siamo però tutti uguali.
        Nessuno ha più diritto di un altro.
        Tutto sta a non rivendicare il proprio ruolo come superiore, e riconoscere entrambi che il nemico è comune e non sono le femmine o i maschi.
        Non perché muori prima o perché muori di più sul lavoro o perché fai il barbone, se ti separi, la colpa e delle donne, ma di un sistema del cazzo che non tutela nessuno.
        Se sposti il discorso sulla parità di individui la domanda è ; gli individui sono tutti uguali? la risposta diventa semplice. Anche quando sono diversi perché la diversità non è motivo di privilegio o superiorità.
        Infine non esiste nessun divieto che le donne possano indossare la tuta di metalmeccanico e non sano stati loro che hanno scritto il diritto di famiglia.
        È una società maschilista e patriarcale?
        Si. Perché il capitale tutela il suo bene primario. La riproduzione della forza lavoro e del mercato. Il consumatore.
        Il capitale Può fare a meno del lavoratore ma non di chi genera e rinnova la classe dei lavoratori, quindi tutela le madri almeno fin quando sono fertili.
        Gli uomini sono contro chi li sfrutta e contro chi il padrone protegge e tutela.
        Possono nulla o poco contro i loro padroni e liberi di sfogarsi contro le donne.
        Inconsciamente diventano incazzati come chi scrive questa lettera alle donne di potere al popolo e sottolineano che i penalizzati sono loro.

        • Fabrizio Marchi
          11 febbraio 2018 at 23:45

          Non hai capito nulla di quel documento. Nulla. Ci ritieni tanto stupidi da pensare che per noi il nemico siano le donne, il genere femminile.
          Ti direi di leggere con più attenzione ma non so neanche se ne valga la pena. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
          Tanti auguri.
          P.S. mi chiedo (si fa per dire…) come mai, cari amici, le stesse obiezioni mosse da costui nei nostri confronti non vengano mai rivolte al femminismo. Mai. Mezzo secolo di sistematico e sfrenato pestaggio antimaschile e nessuno che gli abbia mosso la stessa osservazione. Noi pubblichiamo una nostra riflessione e arriva subito un gonzo a dirci che a causa delle nostre frustrazioni personali abbiamo preso lucciole per lanterne e abbiamo confuso lo spacciato con lo spacciatore… La nostra pazienza è messa da tempo a dura prova…

        • gino
          12 febbraio 2018 at 17:51

          la riproduzione della forza lavoro??? ma se le donne italiane fanno in media appena 1.2 figli ciascuna!
          sei rimasto ancora a “procreazione buttacattivafasssista”… da non credere.
          ti informo che gli indios procreano copiosamente. la procreazione è NATURA, anzi, la cosa più naturale di tutte e la cosa a cui le società SANE (di mente e di libido) hanno sempre dato il massimo dell’importanza.
          e procreano anche i cani, gli aironi e i bacherozzi… famigerati servi del capitale, ahahah!

        • Mario
          14 febbraio 2018 at 1:36

          Una società patriarcale, quella attuale in cui viviamo? Signor Michele, credo che il buon Fabrizio Marchi, abbia già abbondantemente smontato, questa tesi e lo ha fatto, con una logica argomentativa, che oserei definire disarmante! Vuole un consiglio? Rilegga molto attentamente la lettera inviata, al movimento/partito Potere al Popolo! Distinti saluti!

          • gino
            14 febbraio 2018 at 10:51

            è una società mista (e per questo non funziona e genera violenza): di patriarcale sono rimasti i soldi che le parassite ci scroccano.

          • Rutilius hystrio
            14 febbraio 2018 at 21:35

            Caro Mario… quando qualcuno non digita propriamente in buona fede dare consigli di rilettura risulta pleonastico.

    • Rino DV
      8 febbraio 2018 at 21:24

      Caro Aliquis, intendo la tua come un’amara battuta, una domanda retorica.
      L’ipotesi mi ricorda quel che avvenne in U3000, dove si osservò che
      1- la presentazione forse era troppo scarna. Così la estendemmo.
      2- poi si ipotizzò che fosse troppo estesa. La riducemmo.
      3-poi si immaginò che fosse troppo complessa. La semplificammo.
      4-poi si disse che forse andava schematizzata: E giù una mappa concettuale.
      5- poi si pensò che si dovesse presentarla in forma di decalogo. E mettemmo giù il decalogo…
      6- poi… forse il pentalogo …non ricordo.
      .
      O meglio: ricordo che l’esito fu sempre il medesimo – identico – stesso.
      Buio pesto.
      .
      …e buonanotte.

  6. ARMANDO
    8 febbraio 2018 at 19:15

    Se non si è più capaci di leggere qualche pagina, ma solo gli idioti messaggini di Twitter, siamo, anzi sono, proprio alla frutta. E’ proprio su questo che contano gli impostori. Su qualche affermazione non motivata e non argomentata ma che fa impressione e viene ripetuta costantemente su ogni media ogni ora del giorno. Potere al popolo non si differenzia in nulla di nulla da tutto ciò.

  7. lucia
    8 febbraio 2018 at 22:53

    Della serie: ve la cantate e ve la sonate 🙂
    Leggo molta contraddizione nei commenti e un superficiale egocentrismo.
    Si ironizza sull’assensa di una risposta ad un documento scritto in un tempo senz’altro maggiore di quanto PalP ha impiegato a scrivere l’intero suo programma. Allora, evitando di fare della facile ironia, se si desidera un confronto sulle tesi che ponete, praticamente un documento politico, come in qualsiasi altro contensto del genere (confronto su documento politico) che senso avrebbe una risposta data in 24 ore?
    Non abbiamo soldi, possiamo contare solo sulle nostre forze e ci dividiamo manco fossimo lo spirito santo; abbiamo messo in piedi liste, presidi, ci inventiamo materiali cerchiamo di diffondere materiali in rete e, iniziata la campagna elettorale di un mese scarso, ci ritroviamo ad affrontare provocazioni fasciste e parafasciste e una emergenza democratica. A me sembra già grandioso aver conquistato la possibilità di scendere in piazza sabato a Macerata…
    Francamente non so se si risponderà ufficialmente, io personalmente non sono riuscita a leggere tutto perchè dovrei fare altro e perché mi ha colpito l’autoreferenzialità che certamente non aiuta. Sono una semplice “militante”, ma mi stupirebbe che in questo momento chiunque spostasse le proprie energie per iniziare a studiare la vostra “lettera aperta”. Ciò detto, grazie degli auguri.

    • Fabrizio Marchi
      9 febbraio 2018 at 0:36

      Cara Lucia, nessuno si aspettava una risposta in 24 ore, tant’è che abbiamo scritto che ci auguriamo che questa riflessione possa essere aperta dopo le elezioni. Lo abbiamo scritto alla fine della lettera. Se non arrivi alla fine non è colpa nostra. Il documento è lungo né poteva essere altrimenti, appunto perché è una piattaforma politica sulla quale discutere. Se fosse stato breve magari ci avresti detto che è superficiale… 🙂 Dopo di che, consentici di fare un minimo di ironia. Tu forse non lo sai ma sono anni e anni e anni che proviamo a chiedere l’apertura di una discussione su questi temi e sono altrettanti anni che, al meglio siamo ignorati, al peggio, insultati.
      Ora, capiamo perfettamente che sei/siete impegnati nella campagna elettorale. Dopo le elezioni, se vuoi/volete, prenditi/prendetevi tutto il tempo che volete e confrontiamoci. Il senso della lettera è anche questo. Comunicarvi che ci è impossibile sostenere una forza politica che avremmo anche sostenuto ma che ci è appunto impossibile sostenere (e ci dispiace) per le ragioni che abbiamo spiegato in quel documento, e rinviare ad un possibile confronto dopo le elezioni. Tutto qui. Molto semplice.
      Noi siamo disponibili ed ovviamente esprimiamo tutta la nostra solidarietà nei vostri confronti rispetto alle provocazioni e/o aggressioni che avete subito da parte di gruppi fascisti.
      P-S. riguardo alla nostra presunta autoreferenzialità, in tutta sincerità non riesco proprio a capire di cosa parli e a cosa ti riferisci. Abbiamo semplicemente scritto quello che pensiamo su un documento. Questo significa essere autoreferenziali? Allora tutti i documenti politici sono autoreferenziali…Stento a capirti…
      P.S 2 Hai detto che non sei arrivata a leggere tutto fino alla fine ma gli auguri finali li hai letti… 🙂 però non hai letto che rimandavamo la discussione a dopo la scadenza elettorale. Non sarà che anche tu leggi solo quello che ti conviene leggere?… 🙂 Comunque, in bocca al lupo!

      • 11 febbraio 2018 at 23:59

        Fabrizio ritieni che il loro ruolo “privilegiato” dal capitale li possa privare dal diritto di rivendicare gli abusi subiti dai “maschi”
        sono complici o responsabili perché usate come madri? Siamo cosi avanti che il capitale Può fare a meno di loro?
        La risposta alle giuste (anche se non sempre) rivendicazioni sono in quella lettera?
        Infine sostieni che non hanno il diritto di mandarci a cagare solo perché non sopportano più le nostre frustrazioni? Possiamo fare a meno di loro? Loro sicuramente possono fare a meno di noi e questo diventa poco tollerante. Questo complesso di inferiorità’ porta a reazioni non sempre accettabili.
        Credi realmente che nel sistema siamo noi maschi ad essere le vittime?
        Io credo invece che sono doppiamente loro le vittime, del ruolo che rivestono nel sistema capitalistico e di tutti coloro che negano il loro diritto a lamentarsi.
        È auspicabile una alleanza più che la guerra e per farla bisogna deporre le armi.
        il nemico è solo uno.
        infine è una società maschilista perché la libertà delle donne non è sopportabile e la politica non c’entra niente.

        • Fabrizio Marchi
          12 febbraio 2018 at 0:18

          Supercazzole… i tuoi commenti sono delle supercazzole…
          O non hai capito nulla o fai finta di non capire…
          In ogni caso con te è solo una perdita di tempo. Per lo meno per me. Poi se qualcun altro ha voglia di risponderti, è liberissimo di farlo, ovviamente.
          Per quanto mi riguarda ti saluto. Devo razionalizzare tempo ed energie. Non posso permettermi di buttare entrambi.

      • silvia
        12 febbraio 2018 at 15:22

        La verità è che Lucia e co. non vogliono il confronto perché non sanno controbattere, hanno i paraocchi ideologici, e poi ci vorrebbe troppo tempo per fermarsi a ragionare su un documento che io, al contrario, trovo molto interessante, e che semmai stimola in me tante domande. Dovrebbero studiare, e nun je va, questa è la verità, allora si fa prima a liquidarvi con il pretesto del loro pesantissimo e improrogabile impegno. Lucia, magari dopo le elezioni? Nessuno ha la verità in tasca, ma mi sembra che questo documento si ponga in una logica di confronto e sincero desiderio di capire.

      • lucia
        16 febbraio 2018 at 17:15

        Caro Fabrizio, il virgolettato è l’inizio del mio breve commento cui tu rispondi

        “Leggo molta contraddizione nei commenti e un superficiale egocentrismo.
        Si ironizza sull’assensa di una risposta ad un documento scritto in un tempo senz’altro maggiore di quanto PalP ha impiegato a scrivere l’intero suo programma. ”
        Mi sembrava chiaro che il riferimento è ai commenti.
        Poi, non ho scritto di non essere arrivata alla fine ma che non ho letto tutto: qui non sono stata chiara. Il senso è: ho letto fino in fondo ma in maniera veloce e senza aprire alcun link.

        Con riferimento ai post scriptum:

        1. da una prima, veloce lettura, l’autoreferenzialità è per me evidente nei passaggi relativi al femminismo, per esempio. Da quel che ho letto mi pare evidente che del femminismo e delle pratiche femministe conoscete forse poco. Viene fuori un’immagine univoca di un universo assai composito.

        2. al secondo ho già risposto; aggiungo solo che tendenzialmento non leggo solo ciò che mi fa comodo, anzi. Può capitare forse ma ne sarei decisamente sorpresa, in certi contesti.

        • Fabrizio Marchi
          16 febbraio 2018 at 18:34

          Cara Lucia, il documento è già lungo di suo, non potevamo scrivere un trattato sul femminismo, né ci interessava, perché non era e non è quello il suo scopo. Peraltro la maggior parte delle critiche che ci sono state rivolte è proprio relativamente al fatto che è troppo lungo…
          Ciò detto, ti rispondo come ho già fatto con altre/i. Per conoscere un’ideologia e soprattutto i suoi effetti e le sue concrete determinazioni, non c’è nessun bisogno di leggere dei libri. Secondo te un nero sudafricano o un afroamericano hanno bisogno di leggere dei libri per sapere che cosa è il razzismo? (sono solo esempi fra i tanti che potrei portarti…). No, ovviamente. Ecco, questo esempio vale per tutto, ma veramente per tutto, quindi anche per il femminismo.
          Ciò detto, resto sempre in attesa che qualcuno/a, dopo le elezioni, provi a confutare quel documento. Ma credo che ciò non avverrà, purtroppo.
          Noi siamo sempre qui, animati dalle migliori intenzioni (e non è una battuta…)

  8. lucia
    8 febbraio 2018 at 22:56

    PS: mi scuso per eventuali errori ma devo finire altro; due giornate di fuoco e sono veramente molto stanca. Spero quanto scritto sia sufficientemente chiaro.

  9. Andrea L.
    9 febbraio 2018 at 11:25

    Se non sbaglio, tra i dati statistici che reggono tutto il ragionamento, manca il rapporto violenze maschili/vittime femminili confrontato con il reciproco (violenze femminili/vittime maschili). In ambito adulto, intendo, e nelle varie forme: dall’omicidio al matrimonio forzato; dall’accesso al voto a quello all’istruzione; etc..
    Sia in famiglia, dunque, che negli altri contesti sociali. Eppure è solo da lì che può trovare eventuale sostanza, inconfutabile, la tesi per cui il problema dell’oppressione maschile sulle donne sia un falso problema, “gonfiato ad arte” per distrarre dai veri problemi.
    Con questo non nego che esista anche un problema di manipolazione e strumentalizzazione dei temi sui diritti delle donne-in-quanto-tali..

    • Fabrizio Marchi
      9 febbraio 2018 at 12:29

      Scusa Andrea, ma confermo che ti sbagli. Se leggi con più attenzione nel documento c’è un capitolo proprio sulla violenza in cui affrontiamo il tema della violenza subita dagli uomini da parte delle donne (citando anche un lavoro svolto da esperti), quella subita dai minori (prevalentemente) dalle donne, e confrontiamo il numero degli uccisi uomini con quello delle uccise donne ecc. Il tema della violenza è stato affrontato e sviscerato. Naturalmente abbiamo dovuto sintetizzarlo altrimenti avremmo dovuto scrivere un trattato e non un semplice documento.
      Alcune brevissime note sui punti che hai citato.
      Sull’istruzione, abbiamo anche spiegato che la maggior parte degli abbandoni nella scuola primaria sono maschili e che ormai la maggioranza della popolazione universitaria è femminile.
      Il matrimonio forzato – pensaci – non è forzato solo per le ragazze ma anche per i ragazzi. Lo dice la logica, non il sottoscritto…
      Sul voto. Il gap temporale fra i primi suffragi elettorali universali maschili e i suffragi elettorali sia maschili che femminili è di pochissimi anni. In Italia il primo suffragio universale maschile è del 1911. Fino ad allora, dal 1861 (prima la democrazia NON esisteva), anno della fondazione dello stato unitario, aveva diritto al voto circa l’1% dell’intera popolazione maschile adulta, sulla base del censo e del titolo di studio.
      Tra il primo suffragio universale maschile e il primo suffragio universale sia maschile che femminile del 1946, ci sono state di messo due guerre mondiali e il ventennio fascista dove nessuno aveva diritto al voto, per ovvie ragioni che ritengo superfluo spiegare…La proposta di legge per il suffragio universale anche femminile fu approvata dalla Camera nel 1919 e poi portata al Senato ma poi non se ne fece più nulla per le ragioni di cui sopra…
      Negli altri paesi europei, il lasso di tempo fra i primi suffragi universali maschili e quelli sia maschili che femminili è ancora più breve.
      Il problema è che questa questione viene posta in modo capzioso, tale da suscitare l’indignazione di tutti e tutte. E cioè si dice:”Fino a 70 anni fa le donne non avevano neanche diritto al voto!!!”, come se fino a poco prima gli uomini lo avessero. In realtà NON lo aveva nessuno per un semplicissima ragione, e cioè che la democrazia è una invenzione recentissima. In ogni caso qui si approfondisce la questione:
      ” LE TAPPE DEL SUFFRAGIO UNIVERSALE IN ITALIA
      Il suffragio universale è il principio secondo il quale tutti i cittadini maggiorenni possono partecipare alle elezioni politiche e amministrative e alle altre consultazioni pubbliche, come i referendum.
      SUFFRAGIO MASCHILE

      1861 – Dal 1861, anno della fondazione dello Stato unitario, fino al 1882, gli aventi diritto al voto, in base al censo e al titolo di studio, rappresentano circa il 2% dell’intera popolazione maschile adulta.

      1882 – Suffragio allargato con la legge Zanardelli del 24 settembre. Viene riconosciuto il diritto di voto ai maschi maggiorenni (all’epoca la maggiore età veniva raggiunta a 21 anni) alfabeti, e inoltre a coloro che versano imposte dirette per una cifra annua di 19,8 lire. Il corpo elettorale viene più che triplicato. 1912 – La legge promulgata da Giovanni Giolitti stabilisce un suffragio quasi universale per gli uomini: si prevede, infatti, che tutti gli uomini capaci di leggere e scrivere con almeno 21 anni possano votare, mentre gli analfabeti possono votare a partire dai 30 anni. Inoltre il voto viene esteso a tutti i cittadini che abbiano già prestato servizio militare. 28/6/1914 – 11/11/1918 (Inizio – Fine prima G.M /L’Italia entra in guerra il 23/4/1915)
      1919 – Viene modificata la legge precedente: possono votare tutti i cittadini maschi di almeno 21 anni di età; viene quindi abolita la distinzione per gli analfabeti, ma rimane il servizio militare.
      SUFFRAGIO FEMMINILE
      1919 – Papa Benedetto XV si pronunciò pubblicamente favorevole al diritto di voto alle donne. Il 30 Luglio dello stesso anno fu abolita l’autorizzazione maritale, pur con notevoli limitazioni, dando alle donne l’emancipazione giuridica.
      Il 6 settembre del 1919 la Camera approvò la legge sul suffragio femminile con 174 voti favorevoli e 55 contrari. Le camere furono però sciolte prima che anche il Senato potesse approvarla.
      23/3/1919 – Nasce ufficialmente il fascismo.
      1923 – Mussolini, il fascismo non ancora dittatura quindi, introduce il suffragio amministrativo femminile (legge n. 2125 del 22 novembre 1925 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 9 dicembre 1925, n. 285), che tuttavia non trovò applicazione a causa della stessa riforma fascista degli enti locali.
      1924-1925 – Il fascismo si consolida come dittatura e spegne tutte le libertà democratiche.
      Maggio 1945 – Fine seconda Guerra Mondiale.
      1946 – Voto universale per uomini e donne che abbiano compiuto la maggiore età (21 anni inizialmente, e 18 anni a partire dal 1975). La prima occasione di voto -la prima in assoluto per le donne in Italia – furono le elezioni amministrative che si tennero in tutta la penisola fra il marzo e l’aprile del 1946.
      Se storia e logica hanno un senso quindi dal SUM (se consideriamo come universale quello del 1912) al SUF sono passati al più 8/9 anni utili, giacché non penso si possano considerare utili gli anni di guerra o di dittatura (ove è notorio anche per i più ottusi/e sono sospese le garanzie democratiche).
      Se invece consideriamo, come sarebbe ovvio, il 1919 allora la differenza si riduce a 4/5 anni ad essere benevoli. Una legislatura!
      Non solo ma ben vedere dal 1946 in poi una discriminazione c’è stata. Ma a danno degli uomini. Infatti questi perdevano ogni diritto politico se non ottemperavano al servizio militare obbligatorio. La qual cosa invece non era richiesta alle donne”. http://www.uominibeta.org/articoli/faq/

    • gino
      9 febbraio 2018 at 13:54

      andrea,
      prova anche a fare un statistica sulle CALUNNIE riguardanti maltrattamenti e stalking.
      su 40.000 denunce l’anno, 36.000 si rivelano false, il 90%.
      il 50% vengono già scartate in fase pre processuale, il 40% cadono in giudizio.
      ovvero in italia annualmente 36.000 infamone calunniano i propri mariti/compagni/fidanzati/ex.
      non è questa una orribile violenza perpetrata da donne, quelle che una volta dicevano di amarti, quelle che con te hanno fatto dei figli? e perpetrata senza la minima pietà nei confronti dei loro stessi figli che da queste cosette escono devastati?
      quante di queste poi vanno in galera? nessuna. mentre per me meriterebbero ben più della galera perchè considero l’infamia il peggiore dei crimini, preferisco che mi dai una coltellata che una falsa denuncia.
      purtroppo molte zone della sinistra non riescono a liberarsi dalle incrostazioni dovute all’amore per i vecchi cavalli di battaglia, amore che oggi non ha più alcun motivo d’essere, nessun rapporto con la realtà. ed è deleterio perchè la gente è meno scema di quanto credete e vi segue sempre meno.

    • plarchitetto
      9 febbraio 2018 at 14:23

      Caro Andrea, tu affermi:
      “tra i dati statistici che reggono tutto il ragionamento, manca il rapporto violenze maschili/vittime femminili confrontato con il reciproco (violenze femminili/vittime maschili)”
      Bene, ottimo spunto critico.
      Credo però che sarai al corrente che subito dopo l’indagine ISTAT del 2006, “Violenza e maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia”, da più parti ne fu proposta una parallela sulla violenza femminile vs il maschile.
      Fu definita inutile (sic). Non necessaria. Superflua.
      Cosa ti suggerisce?
      All’epoca gli studi ISTAT di quel tipo erano condotti da Linda Laura Sabbadini.
      Credo di non doverti mettere a parte dell’orientamento ideologico della suddetta.
      .
      Ora un quesito: possiamo interpretare la tua domanda come richiesta di approfondimento sulla violenza di genere…o (come immagino) una domanda retorica, che incorpora già la risposta?
      Ne secondo caso, puoi sempre fornire tu i dati statistici mancanti sulla violenza femminile.
      Possibilmente da fonti attendibili quanto quella ISTAT e omogeneità metodologica.
      Buona ricerca.
      *
      *
      *
      p.s. – per farsi un’idea sulla metodologia d’indagine:
      – – –
      https://www.istat.it/it/archivio/34552
      Il campione comprende 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni, intervistate da gennaio a ottobre 2006 con tecnica telefonica.
      – – –
      L’indagine è frutto di una convenzione tra l’Istat – che l’ha condotta – e il Ministero per i Diritti e le Pari Opportunità – che l’ha finanziata con i fondi del Programma Operativo Nazionale “Sicurezza” e “Azioni di sistema” del Fondo Sociale Europeo.
      – – –
      Vengono misurati tre diversi tipi di violenza:

      -la violenza fisica è graduata dalle forme più lievi a quelle più gravi: la minaccia di essere colpita fisicamente, l’essere spinta, afferrata o strattonata, l’essere colpita con un oggetto, schiaffeggiata, presa a calci, a pugni o a morsi, il tentativo di strangolamento, di soffocamento, ustione e la minaccia con armi

      -per violenza sessuale vengono considerate le situazioni in cui la donna è costretta a fare o a subire contro la propria volontà atti sessuali di diverso tipo: stupro, tentato stupro, molestia fisica sessuale, rapporti sessuali con terzi, rapporti sessuali non desiderati subiti per paura delle conseguenze, attività sessuali degradanti e umilianti

      -le forme di violenza psicologica rilevano le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le forti limitazioni economiche subite da parte del partner.

      • gino
        9 febbraio 2018 at 18:28

        personalmente ho subito da donne, rispettivamente ai suddetti 3 tipi di violenza:
        – fisica: 74 volte
        – sessuale (molestie fisiche): 28 volte
        – psicologica: 28.907 volte

        ma sono un cretino, non ho mandato in galera nessuna…

    • ARMANDO
      9 febbraio 2018 at 18:38

      Accesso all’istruzione, dice Andrea. Dunque, ormai in tutti i paesi occidentali, compresa l’Italia, le studentesse universitarie sono la maggioranza. Da noi, proprio di recente, si è varata una legge (o forse non ancora, ma insomma non cambia molto) per la quale le ragazze pagheranno minori tasse per l’iscrizione alle facoltà scientifiche, dove sono in minoranza. Forse che le donne non sono capaci di scegliersi la facoltà che ritengono più adatta a loro stesse? Di ieri la notizia che anche nei licei scientifici, le ragazze si avviano ad essere più numerose dei ragazzi.
      Domanda: seguendo lo stesso modo di ragionare (per me sbagliato), e visto che i maschi si iscrivono in nuimero minore, perchè non si favorisce l’iscrizione maschile all’università in genere, e alle facoltà umanistiche in particolare, ed anche ai licei, facendo loro pagare meno tasse. Sarebbe una semplice misura di equità e di simmetria anche questa, o no?
      Ma, dicevo, il ragionamento è sbagliato alla radice, perchè presuppone che maschi e femmine debbano avere identiche inclinazioni, gusti, passioni, attitudini, il che non è; ragione per cui, come nel mondo del lavoro, esistono campi prevalentemente femminili e campi prevalentemente maschili, da sempre e senza che nessuno si sia mai scandalizzato, ad esempio, che nei pozzi minerari , ed in genere in tutti i lavori più pericolosi e rischiosi, scendessero da sempre soltanto i maschi. Dunque decidete cosa volete, prendete posizioni coerenti su tutto, e soprattutto alle idee fate seguire le azioni. Ma torniamo all’istruzione. Le ragazze non solo sono più numerose, ma anche più brave, almeno stando ai voti. Allora delle due l’una: a) o sono più intelligenti dei ragazzi, come viene scritto di continuo sui giornali, ma in questa credenza si sente odore di sessismo o di “razzismo di genere”. Mi sbaglio? Oppure , b) La scuola e l’università non riescono più ad attrarre e interessare i maschi. Come mai? Forse perchè, ad onta di quello che si legge si ascolta, non sono costruite (anche) su di loro, nei contenuti e nelle metodologie? Che ci dici in proposito? Non è che forse esiste un problema della femminilizzazione del corpo insegnante, fenomeno ormai non più nuovo ma ancora in crescendo. Sempre seguendo il tuo (o vostro) ragionamento, perchè allora non incentivare i maschi a intraprendere quella professione con percorsi privilegiati come si fa, ad esempio, per favorire l’imprenditoria femminile, o per la scelta delle facoltà scientifiche?

      • gino
        11 febbraio 2018 at 10:07

        “b) La scuola e l’università non riescono più ad attrarre e interessare i maschi. Come mai?”

        te lo dico io: perchè i maschi devono andare a LAVORARE, devono avere soldi in tasca (da farsi scroccare) se vogliono rimediare una donna!

  10. Martina
    9 febbraio 2018 at 12:19

    Carissimi, anche io sono una donna che il 4 Marzo p.v. si recherà a votare Potere al Popolo e, sia ben chiaro, la scelta del voto non è determinata dall’adesione al femminismo puro e semplice, ma da una visione sferica che vede il femminismo essere una sfaccettatura della lotta contro il sistema capitalista, guerrafondaio, xenofobo e fascista che dilaga e ci opprime tutti. Il documento è lungo e certo appare complesso per fornire adeguata risposta punto per punto. Mi permetto, però, di dire che vi sfugge il punto centrale. La lotta del femminismo di oggi, e mi riferisco soprattutto all’esempio portato dal movimento di resistenza delle donne nel Confederalismo democratico teorizzato e attuato dai curdi, non è contro il “maschio” inteso come genere biologico, ma contro “il maschio dominante” espressione del patriarcato. Come ben spiegano le curde, “uccidere il maschio dominante” non significa difendere e liberare le donne, ma la società tutta nel suo complesso. Le morti sul lavoro, le condizioni carcerarie e tutti gli altri esempi da voi citati si ricongiungono esattamente in questo filone. Anche gli uomini sono vittime del patriarcato, perchè esso si manifesta nel conflitto sociale di oggi adottando il volto del capitalismo feroce, del mono pensiero dominante, del successo personale a scapito della collettività e dei beni comuni. Oggi non si devono emancipare le donne, ma sono in primis le donne a dover emancipare la società per i diritti di tutti. Voi di ‘uominibeta’ forse non lo avevate capito, ma il femminismo lotta anche e soprattutto per Voi. Per approfondire, vi suggerisco di leggere la biografia si Sakinè Cansis, nome di battaglia Sara, recentemente pubblicata in Italia in tre volumi. Ugualmente, vi suggerisco di approfondire la Jineoloji, scienza che supera il femminismo novecentesco ed elaborata dalla lotta di resistenza curda. Per la cronaca, i primi soggetti promotori di PaP , i compagni e le compagne di Napoli, e non solo loro in giro per l’Italia, su questi temi hanno fatto lungo percorso di riflessione e studio nell’ambito della solidarietà con Kobane e con la resistenza tutta in Turchia e Siria. Saluti resistenti

    • Fabrizio Marchi
      9 febbraio 2018 at 12:53

      Cara Martina, con tutto il rispetto, questa è una vecchia filastrocca ideologica che può servire a rassicurare le donne ma che ci allontana dal vero. In questo modo le donne vengono sollevate da ogni responsabilità perché tutto, da sempre, ricade sulle spalle degli uomini, del patriarcato. Suvvia, mi sembra un po’ deboluccia e anche molto scontata come posizione. Una posizione che, peraltro, non rende certo onore alle donne che vengono così considerate come delle minus habens incapaci di far valere loro stesse e di condizionare la storia, la realtà e gli uomini stessi come invece è accaduto nella storia in tante occasioni e fasi storiche, e ancora più oggi.
      Allora, permettimi, se tutto ciò che è accaduto fino ad ora nella storia è stato prerogativa maschile, in virtù o a causa del dominio patriarcale, dovresti conseguentemente riconoscere che anche tutto ciò che di bene, oltre che di male, è stato fatto nella storia, è stato fatto dagli uomini e grazie alla fatica e allo sfruttamento soprattutto degli uomini. Infatti, tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che è stato costruito, edificato, non solo dal punto di vista materiale (città, paesi, linee di comunicazione, palazzi, case, ponti, ospedali, ferrovie, porti, aeroporti, macchine, utensili ecc.), ma anche immateriale (cultura, filosofia, arte, religioni ecc.) è stato costruito dagli uomini. E le grandi civiltà, le grandi rivoluzioni, le grandi battaglie politiche, civili, sociali, per la libertà, la giustizia, l’eguaglianza, per dare modo anche alle donne di potersi esprimere pienamente e liberamente al meglio di loro stesse (possibilità che la grande maggioranza degli uomini, come delle donne, non ha mai avuto…) non sono forse state portate avanti in primis e prevalentemente dagli uomini?
      Tu (il femminismo nel suo complesso) cosa ci dice? “La colpa di tutto è del maschilismo, del patriarcato, aderite al femminismo e anche la vostra vita di maschi oppressi cambierà!”
      Questa è una favola per bambini, se me lo permetti, cara Martina. E a chi e a cosa dovremmo aderire? Ad una ideologia (rileggiti il documento di “Non una di meno” sposato da Potere al Popolo…) che dice che tutti i maschi, in quanto tali, sono in una condizione di privilegio e di dominio all’interno della attuale società “capitalista, maschilista e patriarcale”? Ma su! Vallo a raccontare all’uscita di un cantiere edile agli operai che hanno finito il turno. Se lo fai tu si mettono a ridere, se ci vado io mi prendono a calci nel culo, e ne avrebbero ben donde!!!
      A chi e a cosa dovremmo aderire? Ad una ideologia che dalla mattina alla sera sistematicamente da decenni, martella, con tutto il suo apparato mediatico, che la “violenza è maschile”? deformando, manipolando ed occultando la realtà vera delle cose?
      Dai, Martina, su….Prendiamoci un impegno, se te la senti e se veramente hai voglia (e ne saremmo felici) di confrontarti. Dopo le elezioni, organizza un incontro, un dibattito con chi vuoi, con altre compagne, compagni, e confrontiamoci.
      Siamo a disposizione.
      P.S. Su Kobane ho scritto diversi articoli, te ne segnalo uno: http://www.linterferenza.info/editoriali/kobane-lultimo-mito-della-sinistra-occidentale/

    • gino
      9 febbraio 2018 at 14:08

      i curdi??? quelli che si sono venduti agli angloamericani e collaborano coi peggiori tagliagole per abbattere uno dei pochi sistemi laici, socialisti e pluralisti del medioriente?
      quelli che sono stati la mano armata dei turchi nel genocidio degli armeni?
      cara martina, cambia pusher!!!
      senza rendervene conto siete diventati i lacchè del peggior impero (vedi anche regeni, greta e vanessa, ecc.).

      quanto alle tue “teorie” pink-suprematist meglio sorvolare…

    • Diego
      9 febbraio 2018 at 19:21

      “Voi di ‘uominibeta’ forse non lo avevate capito, ma il femminismo lotta anche e soprattutto per Voi.”

      Cara Martina, non sarò lungo e articolato come lo è Stato il compagno Fabrizio Marchi che certamente è più competente di me per convincerti che la tua posizione su patriarcato e capitalismo è errata e depistata, ma cercherò comunque con efficacia di porti delle questioni che possano aprirti un fronte di disamina che prende spunto dall’inedito (e atteso) documento politico da noi promulgato…E vorrei rimanere su ciò che tu hai asserito e che ho riportato in virgolettato.
      In primis, non vi è stata MAI nella storia alcun movimento epocale per la liberazione dal giogo dello sfruttamento degli ‘uomini beta’ che non fosse il movimento operaio. Tutti i diritti, sociali e civili, sono stati una conquista storica del movimento Operaio,che con la lotta di classe ha portato (finchè ahinoi ha potuto) un presa di coscienza generale sulla nostra condizione ,con l’orizzonte di liberarci tutti dallo sfuttamento anzidetto, oltre che, un generale miglioramento delle condizioni di vita comune . E quando dico Tutti, intendo Tutte e Tutti,senza divisione di genere, perchè le lotte operaie non stavano certo a differenziare i Soggetti in lotta al suo interno in base a questo principio.Nessuna lotta femminista si è infatti mossa per denunciare le gravi condizioni maschili in qualsiasi scenario capitalistico europeo (per quanto sin dagli albori si sia autodefinito egualitario, sottintendendo il femminismo storico);ciò col preciso scopo di dividere la classe operaia per questioni di genere. Questo aspetto è di fondamentale importanza per comprendere questo documento che è voce di un movimento che per forza di cosa si definisce maschile e di classe.

      Buona serata

      • gino
        10 febbraio 2018 at 9:29

        vogliono abbattere il patriarcato? ok, allora iniziassero a dare loro i soldi a noi in caso di separazione, eheheh…

      • mauro recher
        10 febbraio 2018 at 10:30

        “Voi di ‘uominibeta’ forse non lo avevate capito, ma il femminismo lotta anche e soprattutto per Voi.”

        Certo, come il scendere in campo di Berlusconi, anche lui l’aveva fatto per noi

    • gino
      10 febbraio 2018 at 9:22

      dimenticavo!!! gli amichevolissimi rapporti fra curdi e sionisti!!! li abbiamo visti all’opera anche recentemente nel tentativo di stabilire uno stato curdo nel nord iraq.
      ecco, mentre il Partito Comunista siriano sta con assad, i gloriosi curdi stanno con israele. non c’è da aggiungere altro.

      https://4.bp.blogspot.com/-vTwf2yq2exI/WckJVd-eXlI/AAAAAAAAD3k/xVFllUWGoW0IdpCxIFlESk_8eCvk0iBcQCLcBGAs/s1600/kurdistan%2Bisraele.jpg

    • ARMANDO
      10 febbraio 2018 at 11:33

      il femminismo lotterebbe anche x gli uomini? rispondo con una battuta. Dai nemici mi guardo io, dagli amici.mi guardi Iddio.

  11. Ludwig
    9 febbraio 2018 at 14:53

    Veramente un gran bel lavoro. L’Accademia delle Scienze sovietica aveva definito il femminismo un delirio di massa.

  12. Rutilius hystrio
    10 febbraio 2018 at 21:45

    Riguardo a questo magistrale documento politico, vorrei fare una precisazione. C`e` un tizio che chiede dati sul rapporto violenza maschile / femminile, probabilmente volendo andare a parare sull`argomento specioso e trito secondo cui si`, le donne commettono violenza contro gli uomini ma di meno e meno gravemente rispetto al contrario. Come anche esponevo altrove, eventuali statistiche ufficiali, come anche ufficiose, avrebbero poco senso. La violenza femminile nei confronti di uomini e bambini infatti tende ad essere nascosta e giustificata sempre e comunque, e questo per costume comune e condiviso. Quindi in statistiche e ricerche non ci entra. Quindi, inevitabilmente, se rimane vero che esista del sommerso nelle violenze di genere commesse dai maschi, molto, ma molto di piu` ve ne deve essere in quelle commesse dal sesso opposto. E parlo di violenze fisiche, di quelle che uccidono e mutilano i corpi. Di quelle che uccidono e sfregiano le anime non parlo proprio: credo che qui la percentuale di preponderanza femminile raggiunga, opinione personale, vette a dir poco insondabili. E, ahinoi, insondate.

  13. Rino DV
    11 febbraio 2018 at 18:21

    Verità e falsità femministe: stesso obiettivo, medesimo effetto. Una granata vale l’altra.
    .
    Con il diffondersi del nuovo termine, femminicidio, è progressivamente emersa alla cronaca la verità dei numeri, e cioè che le FF assassinate dai maschi sono 120 l’anno.
    .
    E’ perciò scomparsa, almeno per il momento, la menzogna secondo la quale la violenza machista sarebbe la prima causa di morte delle 330.000 che muoiono ogni anno (quindi ca. 170.000) e comunque superiore agli effetti del cancro ,70.000, o almeno maggiore delle morte in certe fasce d’ età e per determinate cause. A scelta della fonte, 24.000, 12.000, 8.000.
    .
    Adesso abbiamo in mano finalmente la verità: 120.
    .
    Verità inoppugnabile il cui uso però è esattamente quello stesso che fu delle citate fandonie faraoniche. Qual era lo scopo di quelle menzogne? Quello stesso della verità: la manipolazione.
    .
    La manipolazione è lo scopo di tutte le verità, le mezze verità, le deformazioni, le fandonie minimali, le menzogne cosmiche, raccontate dal femminismo. Non c’è alcuna differenza.
    .
    Dove sta la prova inconfutabile di questa affermazione?
    Nel fatto che la menzogna è stata sostituita dalla verità.
    .
    Si è messa da parte una partita di granate e si sono caricati i cannoni con queste di più recente produzione.
    .
    Stessa guerra, stesso fronte, stesso nemico, stesse devastazioni.

  14. Aliquis
    14 febbraio 2018 at 10:47

    Io credo che nelle scelte di voto si debba privilegiare i temi generali a quelli particolari.
    Ecco, a mio modo di vedere non votare una lista di sinistra perchè “femminista” significa, secondo me, cadere nello stesso errore del femminismo: vale a dire considerare il conflitto di genere così importante da preferirlo a quello di classe. Cioè, fare proprio quello che vuole il capitalismo; così, lottando tra noi, vincono i capitalisti.
    Mi dispiacerebbe se non ci fosse nessuno di sinistra in Parlamento; perfino in America c’è un senatore socialista, Sanders.
    Dopo tante incertezze tra Pap e LeU sto nuovamente orientandomi verso questi ultimi. Preferisco una sinistra competente di politici navigati, anche se le apprezzo entrambe e odio lo sbarramento al 3%. Sono necessarie entrambe.

    • Fabrizio Marchi
      14 febbraio 2018 at 12:36

      Il tuo discorso sarebbe condivisibile se quelli/e di LeU fossero una vera e autentica Sinistra e difendessero veramente le ragioni delle classi subalterne. Ma io credo che non sia affatto così e che loro siano solo una delle facce della medaglia del sistema.
      Penso che al fine di ricostruire una possibile futura forza politica socialista e di classe, depurata dalla brodaglia ideologica politicamente corretta sia necessario prima sgomberare le macerie. Non si può costruire sulle macerie e soprattutto sull’ambiguità, sull’inganno. Finchè esisterà questa finta “sinistra”, la gente continuerà a pensare che la Sinistra sia quella e, necessariamente, andrà verso destra o verso i populismi. La crescita esponenziale in tutta Europa dei neopopulismi di destra e dei neofascismi vari è dovuta proprio all’assenza di una Sinistra autentica e alla esistenza, purtroppo, di questa falsa “sinistra” versione liberal o radical(chic) comunque funzionale e organica al sistema capitalista e alla sua ideologia.
      E comunque, caro Vinicio, ci segui da anni e anni sia su UB che sull’Interferenza, dovresti aver capito come ragioniamo, sono cose che abbiamo spiegato mille e mille volte. E tu ancora ci riproponi questo schema. Ti sarai chiesto perché abbiamo scritto a Potere al Popolo. Non tanto per fare qualcosa pur di farla ma appunto per trasmettere un messaggio chiaro. E cioè:”Noi vi avremmo anche votato e sostenuto ma ci è impossibile perché se sposate in toto il femminismo (anche quello più aggressivo e sessista) noi non possiamo sostenervi, non fosse altro perché è un mattone fondamentale dell’ideologia dominante. Ed è un controsenso affermare di essere antagonisti al sistema e sposarne la sua ideologia (anche se la grande maggioranza di loro non ne sono consapevoli)”. Detto fra noi, ci sono, per ciò che mi riguarda, anche altre ragioni. In realtà non è una vera lista di lotte e movimenti ma un sostanziale micro rassemblement arcobaleno di altrettante micro nomenclature (in primis quella di Rifondazione) in cerca di una disperata ricollocazione, come ce ne sono stati tanti altri. Ma al limite, su questo ci si poteva anche passare sopra. Ma io (e anche tanti altri qui) non sono più disposto a sentirmi dire che in quanto maschio sono in una condizione di privilegio e di dominio in questa società. Io non ci sto più. Se tu sei disposto a passarci sopra, sono affari tuoi. Io e gli altri non siamo più disposti a turarci il naso. E siccome non siamo all’anticamera di chissà quale scadenza epocale, e queste elezioni sono una farsa perché è già tutto deciso, non vedo proprio la necessità di turarmi il naso per l’ennesima volta. Lo farei se fossi convinto che ci sia ad esempio il pericolo concreto e imminente di una dittatura nazifascista in Italia. Siccome questo pericolo a mio avviso non c’è, penso che sia sbagliato turarsi il naso e sia molto più utile lanciare quel messaggio che abbiamo lanciato.

  15. Aliquis
    15 febbraio 2018 at 9:30

    Ok, ci tengo a precisare che non ritengo assolute le mie opinioni attuali su questo tema. Mai come oggi credo che le elezioni siano sentite così poco dalla gente; ovviamente questo è un pessimo segno.

    • Dani
      19 febbraio 2018 at 18:12

      Se dopo l’ultima sparata di Grasso che si è ancora una volta scusato (anche a nome mio e tuo) di essere uomo, pensi ancora di votare LeU, sei ammirevole e ingenuo allo stesso tempo. Dal tuo punto di vista l’ingenuo sono io, mi rendo conto, quasi tutto è relativo, ma permettimi una domanda: se LeU riuscisse a sbarcare in Parlamento, su quali temi secondo te si farebbe sentire? Povertà, operai, precariato… o piuttosto la scorciatoia mediatica del femminismo? Io dico la seconda, pur di emergere (quindi fare casino ma senza far arrabbiare chi di dovere, soprattutto tra i media) diventeranno ancor più delle tricoteuses rosa. Poi magari sbaglio, ma la penso così.

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