Il problema (contro il quale unirsi)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Il neoliberismo, che è la base economica del moderno capitalismo assoluto (speculativo-finanziario), va necessariamente compreso per inquadrare le attuali dinamiche socio-politico-economiche e poiché costituisce quello che viene definito Pensiero Unico (che sostiene il primato dell’economia sulla politica).

In parole povere si tratta della dottrina economica (cui corrisponde ovviamente un’inscindibile ideologia politica) all’origine di tutti i nostri problemi e, semplificando, altro non è che la coronazione di un progetto di restaurazione del potere di classe (risalente già agli anni venti del novecento ma iniziato ad attuarsi negli anni settanta) da parte della “classe dominante”; è la reazione delle élite che, nell’età contemporanea, tanto avevano perso in termini di potere e di ricchezza (soprattutto nei “trenta gloriosi” successivi al secondo dopoguerra quando le costituzioni socialiste associate alle politiche economiche keynesiane avevano portato benessere ai popoli e forza alle democrazie, tanto che nello studio Crisi della Democrazia del 1975 commissionato dalla Trilaterale si parlava della necessità di apatia e spoliticizzazione delle masse e di indebolimento del sindacato a causa di un pericoloso “eccesso di democrazia” da risolvere anche con l’introduzione di tecnocrazie).

Quindi, partendo dalle teorie di Von Hayek e con la Scuola di Chicago di Friedman, andò imponendosi in campo accademico questo nuovo pensiero (grazie, tra le tante, alla influente Mount Pelerin Society fondata già nel 1947 da Hayek con l’intento di aggregare varie personalità del mondo intellettuale al fine di ridiscutere il liberalismo classico della mano invisibile di Adam Smith). Essi misero in discussione il liberismo espansivo con intervento statale di tipo Keynesiano (l’embedded liberalism della piena occupazione e della redistribuzione della ricchezza) e suggerirono di passare alla deregulation, a politiche di tagli alla spesa sociale, alle privatizzazioni (degli utili e socializzazione delle perdite), alla finanziarizzazione dell’economia, alla deificazione del Mercato e quindi alla definitiva sottomissione dello Stato e della Politica agli interessi economici dei potentati privati. Il tutto andò in porto grazie alla diffusione a reti unificate del nuovo credo tramite le “categorie previane” del circo mediatico, del clero giornalistico ed accademico e del ceto intellettuale (che, con la sintassi di Bourdieu, è da sempre il gruppo dominato della classe dominante). Tutto iniziò dal “test pilota” dopo il golpe di Pinochet in Cile del ’73 e, poi, dai governi occidentali di Thatcher, Regan, Mitterrand e Kohl per arrivare al capolavoro degli arbitrari parametri di Maastricht (fulcro dell’ordoliberismo) e della moneta unica europea a cambio fisso con banca centrale indipendente (e, sostanzialmente, privata). Fin da allora la distribuzione di ricchezza avrà un’inversione di tendenza ed andrà concentrandosi sempre più nelle mani di quella che è di fatto un’oligarchia finanziaria che non fa che portare avanti programmi a proprio vantaggio e a detrimento dei popoli (vedasi dati oggettivi sulla sperequazione crescente).

Ciò che si è riassunto in poche righe va contestualizzato all’epoca ed è solo la lotta di classe dopo la lotta di classe (Gallino) ovvero la ribellione delle élite

(Lash); è l’operato di un gruppo, dell’1%, che fa i propri interessi a spese di un altro, quello del 99% (come è lecito anche se non etico). Il problema è stata la mancata risposta delle classi subalterne e dei loro rappresentanti (politici e sindacali) che non hanno saputo interpretare e comprendere i fatti e tendono a non vederli o capirli tuttora (alcuni “stupidamente”, altri in malafede, sia a destra che a sinistra con l’esaurimento della storica dicotomia).

Bisogna liberarsi dei mantra del There Is No Alternative (Thatcher) e dell’ineluttabile fine della storia (Fukuyama) che abbiamo introiettato; in realtà tutto è frutto di scelte politiche ed economiche deliberate e pianificate, il sistema socio-economico nel quale viviamo non è un fatto naturale ed irriformabile e, in quanto tale, non è necessario subirlo, basta pensare ed agire altrimenti (poiché, parafrasando Einstein, non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato). Purtroppo però le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti (Marx).

Per giungere ad un cambiamento è necessario arrivare ad una “massa critica” di persone consapevoli che comprendano che è in atto una “guerra” (la mai estinta contrapposizione hegeliana servo-signore) e che si compattino riconoscendo il “nemico” comune da combattere (che personalmente, credo a ragione, ho identificato nel neoliberismo e nelle sue ricadute politiche e sociali). Cerco di spiegarmi meglio: dal sistema economico vigente scaturisce l’onnipervaviso e catechizzante Pensiero Unico nel quale si innervano tutte le esiziali logiche sociali hobbesiane della competizione, dell’homo homini lupus, del mors tua vita mea, del do ut des, del narcisismo individualista, dell’egoismo, dell’edonismo, del materialismo, del consumismo e della spietatezza di cui è malata la nostra società nichilistica egocentrata e che ci rendono “schiavi” perfetti poiché, come abitatori della caverna di Platone, siamo incapaci di vedere le nostre “catene” e quindi impossibilitati a liberarcene. All’interno di quel coagulo di interessi economici e di valori culturali e morali (il blocco storico di gramsciana memoria) appare chiaro come il pensiero economico egemone abbia influito cambiando la società che, come propugnava la Thatcher, davvero non esiste più, esistono solo gli individui: non più una comunità di animali sociali (Aristotele) ma una massa di homines oeconomici, di imprenditori di sè, di monadi (da qui, complice il politicamente corretto, l’attenzione focalizzata con successo esclusivamente sui diritti civili a spese di quelli sociali). Perciò, dunque, occorre una rivoluzione culturale che può partire solo da chi ha una propria coscienza infelice (Hegel) rifuggendo dalla crematistica e ritornando all’equilibrio e quindi ai concetti di misura e limite (come ci insegnano gli antichi greci). Rimane un unico problema che il già citato Platone conosceva fin da 2400 anni fa: l’eventuale “liberatore” verrà dapprima deriso finanche ammazzato da quelli in “catene”. È davvero eloquente ed attuale l’allegoria della caverna in cui Platone descrive come una realtà mediata e manipolata viene invece percepita come “verità” dagli sventurati protagonisti che, poiché nati in cattività, non possono immaginare un’esteriorità rispetto alla caverna stessa e quindi, non sapendosi schiavi ingannati, tantomeno ambire alla libertà.

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Fonte foto: ilditonellocchio.it (da Google)

4 commenti per “Il problema (contro il quale unirsi)

  1. Alessandro
    4 gennaio 2019 at 16:20

    Articolo chiaro e ineccepibile, avrei solamente dedicato qualche riga in più alla necessità di “scardinare” il politicamente corretto, che è la “sovrastruttura” che consente al conservatorismo neoliberista di sopravvivere, nonostante tutti i suoi enormi limiti.
    Femminismo, immigrazionismo, globalismo, declinati allo stato attuale in forma fortemente reazionaria, sono gli ismi che consentono al neoliberismo di stare in sella senza preoccupazioni. Come può infatti un sistema socio-economico che celebra la donna, il migrante e la società aperta, essere un male? Questa è la grande furbata del sistema.

    • Enrico
      4 gennaio 2019 at 17:58

      Grazie Alessandro, assolutamente vero.
      Avrei anche voluto aggiungere, in conclusione, questo passo calzante da 1984 di Orwell:
      “Tenerli sotto controllo non era difficile. Perfino quando in mezzo a loro serpeggiava il
      malcontento (il che, talvolta, pure accadeva), questo scontento non aveva sbocchi
      perché privi com’erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su
      rivendicazioni assolutamente secondarie. Non riuscivano mai ad avere consapevolezza
      dei problemi più grandi.”

    • Alessandro
      5 gennaio 2019 at 11:17

      Ritorno su quanto scritto perchè può essere facilmente preda di fraintendimenti.
      E’ evidente, a chi si sforza di osservare la realtà senza preconcetti, che il femminismo odierno è totalmente svuotato di qualsiasi carica “progressista”, sia sotto il profilo relazionale, violenta conflittualità di genere e ipocrita neopuritanesimo, sia sotto il profilo economico, totale subordinazione al modello imperante ( il femminismo “piddino” che è certamente maggioritario rispetto a quello di casa nelle forze “antagoniste” di sinistra, che in ogni caso pare molto più animato dal particolarismo di genere che da questioni più generali). La “sacra alleanza” tra neoliberismo e neofemminismo è palese, e non è neanche tanto importante quanto sia consapevole, dove il primo offre un lasciapassare e un endorsement, mentre il secondo ricambia con un totale servilismo in materia economica. Ne consegue che non si può essere coerentemente allo stato attuale femministi e contro il neoliberismo.
      Capitolo immigrazione. Lungi da me non essere solidale per le sofferenze di migliaia di persone che si sobbarcano viaggi della morte nella speranza di raggiungere una vita migliore ( ne conosco diversi e alcune sono persone splendide). Ciò che però risulta assolutamente ipocrita e condannabile è l’accoglienza pelosa di chi strumentalizza queste persone, offrendo un’accoglienza spot per poi lasciarle allo sbaraglio, mentre non opera perchè nei Paesi di provenienza si chiuda finalmente la tragica stagione del neocolonialismo, perchè ci si opponga alla real politik che insanguina il medio oriente, perchè non sia messo un freno all’ingordigia delle multinazionali. Una reale forza di sinistra non mira a svuotare un continente delle sue forze migliori, ma bensì a operare perchè in quei Paesi si creino le condizioni per una vita migliore, perchè, piaccia o non piaccia, sarà sempre il luogo in cui si nasce, se offrirà un minimo di benessere, il posto migliore in cui vivere. E chiaramente l’ “aiutiamoli a casa loro” di marca leghista non c’entra niente.
      Società aperta. La celebrazione di una società che offre anche una relativa possibilità di spostamento ma a patto che si accetti la totale precarietà della propria condizione economico-esistenziale. Non mi soffermo su chi trae guadagno da codesta società aperta perchè è evidente.

  2. Roberto
    6 gennaio 2019 at 3:28

    Buongiorno.
    Quanto letto mi suggerisce “comprensione” alternativa.
    Concordo sulla partenza e sull’arrivo dell’analisi: vediamo gli oppressi stare sempre peggio da un lato e gli oppressori sempre più forti, cattivi e spietati; quindi o continuerà a peggiorare la condizione globale media di vita oppure acquisiamo consapevolezza sufficiente (massa critica) per ricompattare la classe, fare la rivoluzione. Scusate l’approssimazione della sintesi.
    La mia lettura, consapevolezza, vede la prevaricazione attuale del MALE SUL BENE, che noto tra padrone e lavoratore, ma anche sull’inquinamento di terra-acqua-aria, oppure nella politica intesa come autoorganizzazione delle persone ed in tante altre microsituazioni che ognuno di noi si trova davanti nel quotidiano.
    Tentando di rimanere osservatore del tutto, colgo in ognuna di queste circostanze la OPPORTUNITÀ, concessami esercitando il LIBERO ARBITRIO, di scegliere, di prendere la mia decisione, di schierarmi. La mia scelta, decisione, posizione in ogni micro o macro vicenda sarà per il bene o per il male; ad esempio sarà di indifferenza verso l’immigrato oppure di sostegno; per i disoccupati od i sottopagati posso fregarmene oppure posso aderire agli scioperi generali. Posso fare la raccolta differenziata dei rifiuti e ridurre acquisti e consumi per ridurre il male alla terra.Con ciascuna scelta mi colloco da una parte o dall’altra, alimentero’ l’egoismo personale e l’individualismo oppure l’ UNIONE verso un altra persona prima e poi verso tutti.
    Vedo proprio nell’unione il passaggio chiave per il cambiamento. Si parte da due, ed è già un risultato per poi tendere alla “massa critica”.
    Nell’unione sta il senso della vita. L’obiettivo secondo me non è il risultato, perché in eterno resterà il conflitto tra bene e male e l’opportunità per ciascuno di scelta. Quindi il percorso vale più del risultato, cioè cosa ho fatto io, come mi sono schierato. Cioè la mia felicità attuale è l’importante, non la liberazione della classe operaia definitiva dalle catene del lavoro. Mi piace proporre un documento straordinario sulla comune unione (unione comunista?): il dipinto dell’ultima cena. Io ci leggo la condivisione di gruppo (del pane o degli obiettivi) nelle difficoltà poste come opportunità (mangiare, nascondersi dai soldati). Eppure finisce male, ma non importa, non era il risultato immediato l’importante. Anche la nostra magnifica Costituzione da un peso importante all’unione con l’articolo che segue il primo (nelle formazioni sociali si svolge la personalità dell’uomo).
    Tutto questo vorrei farlo sempre con AUTOGRATIFICAZIONE per le mie scelte indipendentemente dal risultato, perché l’oppressione operaia resterà sempre quale opportunità per la mia-nostra evoluzione-felicita’. A me deve bastare l’idea di essere a posto con me stesso nella giornata trascorsa, di non aver ceduto al male. Domani altre opportunità arriveranno, ma ora non importa. Oppure nuove soddisfazioni, dipende da quanto si sarà rafforzata la massa critica, ma non importa comunque il risultato.

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