L’ultimo vertice dei Brics ha portato
al riconoscimento dell’Asse sciita della Resistenza in quanto grande
potenza economica, corroborando il passaggio dalla “guerra partigiana” ad
una visione multilaterale della cooperazione internazionale. La Resistenza
yemenita, controllando lo sbocco sul Mar Rosso, ha inferto un colpo “mortale”
all’imperialismo statunitense, ridefinendo i rapporti di forza questa volta su
scala globale.
Le “guerre eterne” in Ucraina ed Asia
occidentale sono la conseguenza diretta di ciò che i seguaci di Leo Strauss,
una Super clan necrotizzato dal “Potere Sionista”, teorizzarono
l’11 settembre del 2001 (11/9): la distruzione di una porzione del
pianeta, con la finalità perversa di annichilire il Sud Globale. La
Resistenza irachena prima e successivamente la nascita dell’Asse sciita
della Resistenza (dove gli Houthi hanno preso il posto della Siria
baathista) hanno mandato in frantumi l’unilateralismo genocida del Pentagono e del
regime usurpatore israeliano.
La Resistenza dei Guardiani della
Rivoluzione ha consolidato nelle mani di Teheran, con l’appoggio dei Paesi Brics
com’è emerso all’ultimo vertice in India, il controllo dello Stretto di
Hormuz; dall’altra parte gli yemeniti, definiti dal “giornalismo di regime”
in modo riduttivo Houthi, hanno conquistato il controllo delle rotte sul
Mar Rosso. Una modalità eroica di conduzione della “guerra territoriale” descritta
nei dettagli dal reporter antimperialista Fulvio Grimaldi:
“Gli yemeniti, detti derogatoriamente Houthi per
negargli la conseguita statalità e definiti proxy dell’Iran, di cui sono
alleati, ma con interessi e decisioni propri, con un’avanzata travolgente si
prendono metà del paese. 5.400 km2 e tutti i 150 km di costa che
congiungono il porto di Hodeida, passando per quello di Mokha, alla punta Sud,
che ha di fronte, a distanza di 30 km, Gibuti, base militare di vari paesi, e
la libera e indipendente amica Eritrea. Per sovraprezzo occupano anche le isole
prospicienti, Perim e Zuqar e guadagnano il controllo totale di Bab el Mandeb,
lo Stretto delle lacrime.
La caduta di Aden, roccaforte del governo fantoccio,
sembra imminente. Il comandante delle truppe mercenarie saudite, Tariq Saleh,
nipote dell’ex-dittatore Ali Abdallah (quello che mi cacciò dallo Yemen),
evidentemente col fiato sul collo di Ansar Allah, se ne è scappato a Riad.” 1
Tutto ciò pone una duplice questione: (1) l’Asse
sciita della Resistenza è diventata (oltre ad essere una super-potenza
militare territoriale, specializzata nel neutralizzare la “guerra ibrida”)
una potenza economica riconosciuta, oramai ufficialmente, dai Paesi Brics;
(2) l’Arabia Saudita, che ha appena firmato un patto militare con
Turchia e Pakistan, per sopravvivere è obbligata ad abbandonare il proprio
servilismo nei confronti della “società di Epstein” (Stati Uniti ed entità
sionista). Continua Grimaldi:
“Ebbene, un Bin Salman nel
panico (fonte di grande soddisfazione dopo aver assistito a decadi di angherie,
devastazioni e massacri inflitti allo Yemen), prima spera che i nuovi soci del
Patto a Tre, Arabia Saudita-Turchia-Pakistan, gli vengano in soccorso. Invece
niente articolo 5, tipo NATO. Solo il silenzio degli imboscati. Allora
acchiappa il telefono e chiama il padrino Trump. Due volte. E due volte gli
chiede di intervenire contro gli yemeniti. E due volte quello, pur pratico di
portaerei, bombe e stragi, gli risponde no. Più del ricatto israeliano su
Epstein, potè la prospettiva di perdere il Congresso alle prossime elezioni di
midterm.” (Ibidem)
Una disamina interessante
che svela il “nemico principale”, in questa congiuntura storica, di
Ankara ed Islamabad: l’entità usurpatrice sionista e, più nell’analitico, la
costruzione d’un impero ebraico-fascista, un progetto tanto
anacronistico quanto tirannico che cerca di coniugarsi con l’ideologia post-modernista
del “capitalismo della sorveglianza”. Non a caso Teheran (come ha
confermato lo storico Davide Rossi intervistato sul nostro canale) guarda con
interesse al patto militare stipulato da tre grandi nazioni musulmane, di cui
soltanto il Pakistan non è propriamente sunnita. Se da un lato nascono nuovi
blocchi egemonici alternativi all’imperialismo occidentale, dall’altra parte
gli iraniani non hanno dubbi sulla necessità di rafforzare la cooperazione
regionale in funzione anti-sionista unificando la Umma islamica. La creazione
di un sistema di sicurezza inclusivo e regionale, dopo aver consultato diverse
fonti iraniane, possiamo concludere che è uno degli obiettivi che l’Asse
sciita della Resistenza si prefigge, con coraggio e determinazione, di
raggiungere.
Il regime wahabita di
Riyad rimane una incognita: è necessaria una Rivoluzione nazionale anti-wahabita,
che abbatta la monarchia usurpatrice. Aveva ragione il socialista panarabo
Nasser: “la liberazione di Gerusalemme, passa dalla liberazione di Riyad.”
I neocons e la lobby sionista
organizzarono, venticinque anni fa, l’operazione “falsa bandiera” dell’11/9;
in quella circostanza la “Tecnica del colpo di stato” venne decifrata,
col metodo cartesiano, dal giornalista investigativo Thierry Meyssan 2 il
quale fu costretto all’esilio da Sarkozy su richiesta della CIA. Gli
europei e statunitensi, necrotizzati dalle menzogne dei propri governi, si ostinano
a voler vivere in ciò che George Orwell chiamò il “Paese della Grande
Bugia”.
https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2026/09/fulvio-grimaldi-yemen-cambia-il-mondo.htmlhttps://www.voltairenet.org/article224934.html
Fonte foto: Repubblica (da Google)