Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Questo testo costituisce la prima frazione di un saggio in due parti dedicato all’analisi delle dinamiche profonde che legano il femminile all’attrazione per figure maschili distruttive.
L’anatomia di una fallacia
ideologica contemporanea si rivela con spietata chiarezza quando si osserva la
narrazione dominante sui rapporti tra i sessi. L’etosfera e la psicosfera[1]
attuali sono sature di un paradigma che legge la complessa interazione tra
maschile e femminile esclusivamente attraverso la lente di una rigida dinamica
di potere: l’uomo è dipinto per determinismo sistemico come l’oppressore
violento, la donna come la vittima
innocente e perennemente soggiogata. Questa narrazione, che permea il discorso
pubblico e che ormai domina anche le agenzie educative, non solo si dimostra
inefficace nel prevenire la violenza, ma, se indagata attraverso gli strumenti
della psicologia del profondo, si rivela essere il meccanismo primario che
spinge la psiche femminile verso l’autodistruzione e l’attrazione inesorabile
per quegli stessi uomini violenti che la società condanna.
Ignorando la struttura
archetipica dell’inconscio collettivo, tale narrazione blocca il naturale
sviluppo psichico della donna. Per disinnescare questa dinamica, è necessario
abbandonare la sociologia di superficie e calarsi nelle profondità
dell’inconscio, osservando come la rimozione dell’Ombra, le dinamiche di
approvazione sessuale e l’irruzione di forze archetipiche plasmino il destino
delle relazioni.
La rimozione dell’Ombra e la necessità del “gancio” proiettivo
La psiche umana è un sistema
autoregolato che tende intrinsecamente alla totalità. L’archetipo del femminile,
nella sua forma primordiale di Grande Madre, non è composto unicamente da
tratti accudenti, passivi e luminosi (la Madre Buona, Iside, la Vergine). Esso
contiene in sé un lato altrettanto potente, oscuro e distruttivo. È l’aspetto
della “Madre Terribile”, raffigurata nei miti e nelle fiabe come la
Gorgone o la strega Baba Yaga, la dea sanguinaria che divora, trattiene e
distrugge. L’aggressività, la volontà di dominio, la crudeltà e la freddezza
calcolatrice ne sono parti integranti e ineliminabili.
La narrazione femminista odierna,
tuttavia, opera una drastica mutilazione psicologica: impone alla donna di
identificarsi esclusivamente con il polo della vittima innocente, dell’essere
puro che subisce la storia. Tutto ciò che è potere, aggressività e violenza
viene estromesso dall’identità femminile e attribuito, per definizione, al
“patriarcato” e all’uomo. Ma i contenuti psichici rimossi non
scompaiono; essi sprofondano nell’inconscio, formando un’Ombra immensa e densa
di energia.
Poiché la donna ha rimosso e alienato
la propria aggressività, il suo inconscio ha un disperato bisogno di ritrovare
questa forza all’esterno per poterla in qualche modo “vivere”: l’inconscio,
per sua natura, cerca il completamento. Di conseguenza, la donna sarà
irresistibilmente attratta proprio da quegli uomini che presentano tratti duri,
aggressivi, freddi o sadici. Questi individui, infatti, offrono il supporto
perfetto – il “gancio” – su cui proiettare il suo lato d’ombra
rimosso.
La dinamica dell’adattamento maschile: il potere delle preferenze femminili
Per comprendere a pieno questa
attrazione, occorre osservare come le preferenze femminili modellino
attivamente il comportamento maschile. L’uomo, fin dall’adolescenza, è
condizionato a ricercare l’approvazione e l’intimità femminile. Impara
rapidamente che il suo valore è misurato dalla capacità di fornire prestazioni,
di proteggere o di incarnare un’immagine di successo e forza.
Se una donna a livello cosciente dichiara di volere un uomo sensibile, vulnerabile e pacifico, ma a livello inconscio (e pratico) premia con l’attenzione romantica e sessuale l’uomo dominante, aggressivo o pericoloso, l’uomo si adatterà a questo messaggio non verbale. Gli uomini plasmano la propria condotta in base a ciò che garantisce loro l’accesso all’amore e all’intimità. Se il “bravo ragazzo” mite viene relegato al ruolo di confidente asessuato, mentre il “cattivo ragazzo” o l’uomo di potere ottengono dedizione e passione, il maschio impara che la sensibilità conduce al rifiuto e che l’esibizione di forza, anche bruta o prevaricatrice, è la vera moneta di scambio per l’approvazione femminile.
L’uomo violento o dominante, in molti casi, è il prodotto di un adattamento a una richiesta inconscia del femminile. Egli recita la parte del “mostro” perché ha intuito che proprio quell’energia ctonia (sotterranea) e spietata affascina la donna e la lega a lui.
Tipologia 1: la vittima accomodante e la “pietà fuori luogo”
La proiezione dell’Ombra si manifesta attraverso tipologie di donne apparentemente diverse, ma accomunate dallo stesso blocco evolutivo. La prima è la donna che si presenta come pura, dolce, accomodante e sempre disposta al sacrificio, ma che si ritrova sistematicamente invischiata in relazioni con partner narcisisti, manipolatori o fisicamente violenti. Ad un’osservazione superficiale, ella è semplicemente sfortunata o vittima di un predatore. Dal punto di vista della psicologia del profondo, invece, il suo inconscio sta attivamente cacciando un “mostro” esteriore per mettere in scena un conflitto che lei porta dentro di sé, ma che si rifiuta di riconoscere. L’uomo violento serve alla donna per incarnare quella parte del suo Animus negativo e della sua Ombra distruttiva che la narrazione collettiva le impedisce di ammettere come propria[2]. Da questa dinamica prende l’abbrivio quel meccanismo che si articola (anche) attraverso l’incapacità di porre confini. Lo sperimentarsi in una dimensione passiva e masochistica, schiacciando il maschile sulla dimensione della violenza, esprime la necessità di confermare il proprio status di vittima e di “salvatrice”. La forza di questa proiezione del resto non si limita ad attrarre la donna verso un certo tipo di uomo; essa finisce per plasmare attivamente la relazione stessa. L’inconscio costringe i partner ad assumere i ruoli necessari alla messa in scena del dramma interiore. La donna, sperimentandosi masochisticamente come entità passiva e indifesa, “riduce così il maschile al solo sadismo”: attraverso la massiccia proiezione dell’Ombra femminile, l’uomo viene letteralmente investito del ruolo di oppressore e mutilatore.
Un esempio lampante fornito da Marie-Louise von Franz illustra questo meccanismo attraverso la “pietà fuori luogo”. Una donna benestante e sola accoglie in casa un giovane con precedenti penali, un imbroglione. Nonostante le evidenze continue dei suoi furti e delle sue menzogne, la donna non lo caccia, giustificando la sua permanenza con un atteggiamento di compassione e crocerossina. Il giovane arriva infine ad avvelenarla lentamente con l’arsenico. La narrazione sociologica superficiale vedrebbe in lei una martire dell’altruismo femminile e in lui il predatore maschile. La realtà psicologica è che quella “pietà” era una connivenza con il proprio Animus imbroglione e distruttivo. Incapace di integrare la propria aggressività e di affermare un sano “No!” (azione che richiederebbe di attingere alla propria natura forte e potenzialmente “cattiva”), la donna delega all’uomo il ruolo del distruttore. Le componenti sadiche dell’uomo vengono così risucchiate e amplificate dal vuoto generato da questa frattura.
[1] Della
Vecchia, R. (2004). Questa metà della terra. Parole degli uomini del XXI secolo.
AltroSenso
Edizioni. https://www.ibs.it/questa-meta-della-terra-parole-ebook-rino-della-vecchia/e/9788890132063
[2] Come evidenziato dalla psicologia del profondo, questa dinamica si fonda su una specifica distorsione dello sviluppo psichico, definibile come “rimozione totale dell’Ombra”. La donna “crocerossina” si identifica in modo unilaterale e assoluto con l’archetipo dell’innocenza, della Madre Buona e della fanciulla pura, rifiutando categoricamente l’idea di possedere istinti distruttivi, egoismo, rabbia o aggressività. Poiché queste pulsioni naturali vengono estromesse dalla coscienza, formano un’Ombra densa e totalmente rimossa. L’inconscio, per compensare questa mutilazione, deve trovare un “attore” esterno che metta in scena la violenza negata: l’uomo manipolatore o violento diventa il contenitore perfetto in cui riversare tutta la malvagità che lei non può ammettere di possedere, permettendole di conservare intatta la propria identità di vittima santa e sacrificale. In sintesi, la donna “dolce” cerca il bruto per vivere per procura la violenza che reprime, annegando nella passività per la mancanza di un Io femminile integrato.