Immigrazione e sciacallaggio politico


Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione temi oramai sviscerati in tutti i loro aspetti, proviamo a fare una sintesi per ottenere un po’ d’ordine mentale.

1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.

2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.

3) Questo processo non è mai guidato e controllato perché per guidarlo e controllarlo ci vorrebbero enormi investimenti: denari per i processi di assimilazione, educazione o rieducazione, istruzione linguistica, socializzazione, ma anche per il controllo e la repressione di comportamenti illeciti. Dunque si lasciano ad alcuni clown politici le parole d’ordine dell’inclusione e dell’accoglienza, ma siccome l’intero senso del processo è esclusivamente volto a incrementare i margini di profitto, tutto questo “processo di inclusione e accoglienza” rimane necessariamente sulla carta. Peraltro, se vivessimo in Stati disponibili a sostenere questi livelli di spesa pubblica per i processi di socializzazione-inclusione il problema migratorio non sorgerebbe proprio: saremmo in Stati disposti a drenare denaro dal grande capitale per migliorare le condizioni di lavoro degli autoctoni, per migliorare i servizi pubblici, per reprimere lo sfruttamento e il lavoro nero, per aiutare le famiglie ad allevare i figli, ecc. Dunque, se fossimo nel mondo fantasticato (ma mai implementato) dai promotori dell’“accoglienza infinita”, non ci sarebbe semplicemente nessun interesse a importare forza-lavoro, perché appena arrivata da noi essa sarebbe tutelata e dunque costosa.

4) Il processo è dunque sempre lasciato a sé stesso, perché chi comanda questi processi è il capitale ed esso non ha alcun interesse a guidare gli effetti sociali dei processi migratori. Dunque, costantemente ed inevitabilmente, questi processi creano forme di destabilizzazione sociale. La scuola pubblica ne esce degradata perché sopraffatta da un eccesso di domanda senza mezzi adeguati per rispondere; gli alloggi popolari scompaiono dalla disponibilità pubblica; soggetti culturalmente estranei e non integrabili – perché l’unica forma di integrazione offerta è il lavoro e non ce n’è per tutti – finiscono per nutrire le fila della piccola delinquenza. Mi si risparmi l’ovvietà che non c’è equazione tra immigrazione e delinquenza. Ovviamente non c’è equivalenza, ma altrettanto ovviamente ed irrefutabilmente, nelle società in cui crescono gruppi di soggetti culturalmente estranei e non lavorativamente impiegabili, aumentano insicurezza e reati. Solo persone in perfetta e colpevole malafede possono negare questo nesso che è testimoniato costantemente e registrato statisticamente.

5) In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità. Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica. L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un’auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque).Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile.

6) Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile.

Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale. Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie.

Ma ci sono ora. Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity.

7) In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa. Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando.

Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri. Se non reagisci non esisti e ti ridono in faccia. Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema.

Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile.

Cosa sappiamo sulle proteste razziste a Belfast e cosa c'entra questa volta  Elon Musk | Wired Italia

Fonte foto: da Google

2 commenti per “Immigrazione e sciacallaggio politico

  1. Giulio Bonali
    13 Giugno 2026 at 9:15

    Rifletto ed obietto invitando a riflettere:

    Punto 1 : E’ anche nell’ interesse di chi non trova lavoro in patria andare a cercarlo altrove (o no?).

    Punto 3: Se anche esistesse ancora lo “stato sociale” non si porrebbe più il problema di “importare manodopera” ai padroni ma resterebbe immutato quello di cercare lavoro per i proletari dei paesi rapinati ed oppressi dall’ imperialismo.

    Punto 4: Il nesso tra povertà ed emarginazione da una parte e delinquenza dall’ altra é ovvio e, scontato (sono abbastanza vecchio da ricordare nel nordovest d’ Italia -nella mia Cremona per quel che personalmente ho toccato cn mano- pima degli immigrati il rekord di delinquenza é appartenuto -del tutto ovviamente- ai veneti e poi ai meridionali; che pure dalla legge e dagli autoctoni erano trattai infinitamente meno peggio degli immigrati extracomunitari odierni).
    Ma allora non basta limitarsi propugnare (peraltro con scarsa possibilità di riuscita) un incremento delle spese per la pur necessaria ma non affatto sufficiente e men che meno risolutiva repressione poliziesca (in patria e men che meno “preventivamente” -colpendo delinquenti potenziali e non tutti fatalmente destinati a diventare tali: sic!- sui percorsi dell’ emigrazione; bisogna (e i proletari e gli sfruttati nella misura in cui fossero coscienti dovrebbero lottare per questo; ma nella misura in cui sono plebaglia reazionaria e sanfedista egemonizzata dai capitalisti sfruttatori perpetrano pogrom, come a Belfast) innanzitutto combattere l’ imperialismo, poi restaurare lo stato sociale, infine reprimere il crimine (solo quello reale e non meramente potenziale).

    Punto 4: fino a prova contraria il peso di questa situazione ricade innanzitutto (un po’ più che sui ceti popolari autoctoni) su chi é senza lavoro in patria ed é costretto ad emigrare, e per di più a cadere nella clandestinità a causa di leggi che ne negano l’ elementare diritto umano a cercare di vivere onestamente: l’ emigrazione non é -e non é mai stato- turismo o ricerca di facile comodità senza fatica!
    Non che i proletari e i piccoli borghesi autoctoni se la spassino bene, certo!
    Ma gli immigrati se la spassano un bel po’ peggio! E per agire efficacemente, onde cambiarla, bisogna saper valutare correttamente, veracemente la realtà oggettiva.
    Certo come il sorgere del sole é che le frustrazioni degli oppressi e sfruttati autoctoni (i “penultimi”) si traducono in miserabili violenze contro gli “ultimi”, fino ai linciaggi e ai POGROM (per chiamare i fatti col loro nome, esattamente come quello che a accade a Gaza si chiama “genocidio”; cosa che in questo articolo Zhok non fa mai!) se da parte di chi ha più dotazioni culturali per comprendere la realtà, anziché favorire la comprensione dei veri colpevoli dei disagi e della miseria, dei veri nemici degli sfruttati autoctoni si tollerano da parte di questi ultimi e magari si giustificano paternalisticamente le tendenze più orrendamente e reazionariamente sanfedistiche, forcaiole, malcelatamente razzistiche (salvo casi estremi come il nazismo e il sionismo, nessun razzismo ammette mai pubblicamente di essere tale, e anzi “si offende” sdegnosamente se qualcuno lo denuncia; e lo stesso discorso oggi vale in sostanza per il fascismo, almeno in determinati contesti).

    punto 7: per reagire correttamente ed efficacemente a questo stato di cose di devono innanzitutto chiamare i fatti coi loro nomi, e poi evitare di edulcorare la realtà, guardandola bene in faccia per terribile che sia, evitando di sottovalutare le enormi difficoltà e i notevoli sacrifici e costi che inevitabilmente comporta il cercare di cambiarla in profondità (di certo di gran lunga maggiori di quelli necessari e sufficienti per meri raffazzonamenti sulla pelle chi sta anche peggio di noi; cosa che per quanto mi riguarda é indesiderabile anche nella scarsa misura in cui potrebbe essere conseguita).

    “la coscienza spontanea del proletariato é la coscienza delle classi dominanti” (Lenin, Che fare?); e per lottare per un mondo migliore il primo passo assolutamente indispensabile é superare e sradicare questa coscienza corporativistica e individualistica tesa al proprio benessere a qualsiasi costo per gli altri per sviluppare invece una coscienza di classe, che riconosca l’ inscindibilità dell’ interesse personale di ciascuno sfruttato da quello collettivo di tutti, e poi socialista (e poi, con Gramsci, egemonica).
    Quest’ ultima precisazione per confutare e rigettare anticipatamente prevedibili obiezioni di “buonismo cattolicheggiante”.

  2. Enrico
    13 Giugno 2026 at 14:28

    Totalmente d’accordo con Bonali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.