Il maschile e il femminile, il desiderio e il diritto, la famiglia tradizionale e quella “arcobaleno” (prima parte)

Questo non è un articolo ma, per la sua (inevitabile, dato il tema) complessità, un documento, peraltro non esaustivo, a cui seguirà una seconda parte. Quindi è decisamente lungo. Ma ne scuso ma non potevo fare altrimenti.

 

Avevo circa diciotto anni quando partecipai ad una manifestazione indetta da Lotta Continua insieme al F.U.O.R.I. (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani) e al Partito Radicale che ai tempi era ancora prevalentemente una formazione di sinistra radicale e liberal-libertaria, prima di diventare quello che è ormai da molto tempo, cioè una forza ultra liberista, atlantista e guerrafondaia.

Gli aderenti al F.U.O.R.I.  – tanto per spiegare come le cose siano radicalmente cambiate e in peggio – erano portatori di idee e tesi obiettivamente di rottura con il sistema vetero borghese dominante di allora e, per fare un esempio, rifiutavano anche il solo concetto del matrimonio perché lo consideravano una delle istituzioni borghesi per eccellenza, e quindi da rigettare in toto. Per molti di loro la battaglia per il riconoscimento della diversità e del diritto di vivere il proprio orientamento sessuale in assoluta libertà non era disgiungibile da una critica complessiva all’ordine sociale capitalista che ai tempi vedeva ancora egemone la cultura vetero borghese anche se in fase declinante.

Pensate a come e quanto sono cambiate le cose nel corso del tempo. Da almeno una trentina d’anni a questa parte i movimenti lgbt+ hanno fatto del matrimonio una delle loro battaglie fondamentali: un processo di sostanziale omologazione e omogeneizzazione sociale è stato fatta passare come chissà quale battaglia di liberazione. Un movimento che rivendicava – sacrosantamente – il diritto alla diversità (e proprio nella rivendicazione di questa diversità individuava il fattore di rottura se non rivoluzionario con l’ordine sociale dominante) e coniugava questa battaglia con la critica radicale al sistema capitalista (diversi appartenenti ai primi movimenti gay erano marxisti), è diventato del tutto simbiotico al sistema che lo alimenta, lo sostiene fattivamente (l’elenco delle più grandi banche, imprese e multinazionali di tutto il mondo che finanziano i movimenti lgbt+ e i Gay Pride sarebbe troppo lungo), eleva le sue tesi a veri e proprio totem, feticci, tabù incriticabili e incontestabili, e le sue manifestazioni in grandi riti autocelebrativi osannati e incensati dai media.

Bisognerebbe ora aprire una riflessione troppo lunga e complessa per capire se i germi di quel processo di omologazione (vale anche per il femminismo) fossero già presenti alle origini di quei movimenti. Secondo me sì, ma ciò non toglie che, sia pure con grandi contraddizioni, esprimessero comunque dei contenuti di rottura con il vecchio ordine sociale vetero borghese. Il passaggio da quell’ordine sociale, comunque capitalista ma declinato secondo i dettami della vecchia ideologia borghese, al nuovo ordine sociale, ancor più capitalista ma declinato secondo i dettami della (ormai non più) nuova ideologia neoliberale e politicamente corretta (parlo per il mondo occidentale), ha visto e vede quei movimenti totalmente omologati se non simbiotici al sistema stesso.

Siamo ormai da tempo ben oltre il diritto (sacrosanto, tanto per sgombrare il campo da equivoci) di vivere in assoluta libertà il proprio orientamento sessuale che il vecchio ordine culturale e sociale borghese negava, e anche di unirsi in matrimonio (diritto altrettanto sacrosanto, per quanto mi riguarda, anche se, a mio parere, come spiegavo, si tratta di una sostanziale omologazione culturale e sociale).

Ormai si teorizza (anche se non lo si dice apertamente e lo si camuffa, come spiegherò fra poco, perché sarebbe ancora troppo traumatico per una parte ancora troppo grande delle persone) e anzi, si dà quasi per scontato, che la propria appartenenza sessuale non abbia alcunchè di biologico e di naturale ma sia soltanto un costrutto culturale.

Come viene spiegato tutto ciò?

La richiesta di poter adottare i figli da parte degli lgbt+ – lasciamo per ora da parte l’increscioso tema della maternità surrogata, leggi utero in affitto, che vede coppie omosessuali e anche eterosessuali alimentare una spregevole forma di mercificazione delle donne e dei bambini e di neocolonialismo postmoderno – contiene implicitamente e oggettivamente l’idea che il maschile e il femminile (e quindi anche il paterno e il materno) siano del tutto indifferenziati. E’ questo il non detto (per ora) esplicitamente della questione in oggetto.  E’ questa la nuova frontiera, o una delle nuove frontiere aperte dalla variante detta del “post-umanesimo” dell’ideologia “post-modernista” e “politicamente corretta” dominante. Sostenere infatti “che ciò che conta è l’amore” e quindi che un bambino o una bambina possano essere cresciuti indifferentemente da una coppia eterosessuale, gay o lesbica, significa automaticamente affermare che possono essere cresciuti indifferentemente da tutti e da tutte indipendentemente dalla propria condizione e appartenenza sessuale. In tal modo viene implicitamente, anche se non ancora esplicitamente, negata la differenza sessuale. La mia opinione è che anche il femminismo della differenza dovrebbe avere qualcosa da dire di fronte ad una simile visione delle cose ma fintanto che il nemico pubblico numero uno sarà individuato nel genere maschile, ciò non avverrà mai.

Come si camuffa questo postulato? Lo si camuffa dietro il paravento ideologico del diritto degli lgbt+ di adottare i figli e il diritto di questi ultimi ad avere dei genitori. In realtà, però, se andiamo bene a vedere, non si tratta di un diritto, ma di un desiderio. Non ho nulla contro il desiderio, sia chiaro, perché l’essere umano è un essere desiderante, tuttavia è necessario stabilire dei criteri entro i quali il desiderio resti tale e non sconfini ad esempio in un abuso. Camminando per la strada ogni giorno vedo tante ragazze bellissime e sensuali che certamente, per usare un eufemismo, non si sforzano certo di limitare o frustrare la loro capacità seduttiva, pur tuttavia mi guardo bene dal molestarle in alcuna maniera. Mi trovo, dunque, nella condizione di dover frustrare quel desiderio che viene in me sollecitato sistematicamente (anche in questo caso si dovrebbe aprire una lunga e complessa riflessione ma non è questa la sede…). Cambiando completamente circostanza, se non siamo ipocriti, dovremmo ammettere che molto spesso nella nostra vita abbiamo avuto il desiderio di agire in modo violento nei confronti di persone che proprio non sopportavamo e che magari se lo sarebbero anche meritato in base al nostro sentire, eppure ci siamo trattenuti dal farlo, ovviamente, perché se lo avessimo fatto avremmo di sicuro appagato il nostro desiderio ma avremmo commesso un abuso oltre che un atto di violenza. Sono esempi molto banali, ma forse efficaci, e ne potrei portare tantissimi altri.

Naturalmente, non penso che la richiesta di adottare un figlio o una figlia da parte delle coppie lgbt+ sia un abuso, ma appunto un desiderio e non un diritto. Non ci si interroga minimamente sul fatto che forse un bambino o una bambina potrebbero avere necessità (e il diritto) ad una figura femminile e materna e ad una figura maschile e paterna, o a più figure femminili/materne e maschili/paterne (tornerò fra pochissimo su questo punto) perché la questione si considera già superata nel momento in cui il maschile e il femminile non vengono più considerati, secondo questo postulato ideologico, come “strutture” caratterizzanti dell’umano, quindi di natura ontologica, ma soggetti generici e indifferenziati.

Osare oggi criticare questo postulato, rivendicare la differenza sessuale (ho sempre pensato che la diversità sia una ricchezza…), indipendentemente dal proprio legittimo orientamento sessuale (considero l’omosessualità un fatto naturale né più e né meno dell’eterosessualità), comporta l’essere bollati, bene che va, come omofobi, reperti archeologici e oscurantisti e, quando va male (il più delle volte) come reazionari e cripto fascisti.

In questo modo si ottiene di disinnescare a priori il dibattito o, peggio, polarizzarlo – come è di fatto già avvenuto – su posizioni opposte e contrarie. Da una parte il conservatorismo, tendenzialmente declinante anche in parte negli stessi ambienti cattolici, che si irrigidisce nella rivendicazione della famiglia tradizionale e bigenitoriale composta da un uomo-marito-padre e da una donna-moglie-madre più figli, e dall’altra la famiglia cosiddetta “arcobaleno” che si fonda su quel concetto (anche se ancora non esplicitato) di indifferenziazione di cui sopra.

E’ quest’ultimo, oggi, che ha il vento in poppa, dal momento che ha gioco facile nel bollare nei modi sopra elencati chiunque osi smarcarsi dal suo postulato ideologico, elevato – questo il paradosso – a condizione naturale, quindi ontologica. Nel momento in cui, infatti, si sostiene che non esistano in natura distinzioni e appartenenze sessuali e che queste siano meri costrutti culturali, è evidente che si eleva il proprio assunto ideologico a condizione naturale. E’ la cosiddetta “teoria del gender”, come viene comunemente definita, anche se la sua esistenza viene ufficialmente negata dai suoi stessi sostenitori.

Un’altra questione fondamentale. Non sono un sostenitore tout court e a priori della famiglia tradizionale bigenitoriale-eterosessuale. Ci sono stati diversi tipi di famiglia nei vari contesti storici  determinati però non da questioni ideologiche ma da fattori e necessità oggettive e contingenti. Povertà, malattie, guerre, condizioni naturali particolari, hanno fatto sì che in diversi contesti storici, sociali, culturali e naturali si formassero famiglie “allargate”, talvolta vere e proprie comunità molto ampie, come accade tutt’oggi in alcuni contesti dove è del tutto normale che i figli perdano i genitori e vengano allevati da zii, zie, nonni, cognati, fratelli, sorelle e quant’altro insieme ad altre persone che hanno invece perso i loro figli e parenti per le stesse cause: guerra, miseria, malattie. Ma tutte queste situazioni vedevano e continuano comunque a vedere la compresenza del maschile e del femminile.

Le società si trasformano, e quindi è del tutto normale che anche la concezione e la struttura della famiglia si trasformi. Non ho quindi nulla in contrario – specie in un contesto come quello occidentale e non solo –  alla possibilità dell’ esistenza di famiglie non tradizionali-bigenitoriali, composte da  membri legati fra loro non solo o non necessariamente dal sangue ma anche dall’amicizia, dalla solidarietà, dall’affetto che per le ragioni più diverse si sono create all’interno di quella comunità.  Ma auspicherei che fossero comunità formate da uomini e da donne e non da soli uomini o da sole donne, siano essi/e omosessuali o eterosessuali. E questo non per ragioni ideologiche, bensì perché penso che il maschile e il femminile e le loro rispettive peculiarità siano la manifestazione di una condizione naturale, ontologica, dalla quale quindi non si può prescindere. Sarebbe come se pensassimo di poter vivere senza respirare, bere o mangiare.

Di conseguenza, penso che per lo sviluppo equilibrato di un bambino e di una bambina sia più opportuno crescere in un contesto che veda la compresenza dell’elemento maschile e femminile, anche se non necessariamente bigenitoriale.  Questo non mette al riparo da miasmi e nevrosi che hanno sempre caratterizzato e continueranno a caratterizzare ogni tipologia di famiglia in qualsiasi epoca, remota e futura, né tanto meno significa – dovrebbe anche essere superfluo sottolinearlo – che un omosessuale non possa essere un ottimo genitore come, più e meglio di un eterosessuale. Ce ne saranno di migliori e di peggiori, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Significa dire che il maschile e il femminile non sono semplici costruzioni culturali ma componenti essenziali della natura e dell’ontologia umana. Sostenere il contrario significa, a mio parere, teorizzare e praticare una sorta di ingegneria genetica e inevitabilmente anche sociale, un sostanziale processo di manipolazione che potrebbe avere conseguenze molto gravi sotto il profilo sociale e umano.

Non ho lo spazio per farlo ora ma in altri articoli e anche in un libro che ho scritto, ho spiegato come il sistema di dominio capitalistico attuale possa utilizzare e stia già utilizzando queste teorie.

Volendo utilizzare una categoria marxiana classica, non c’è dubbio che con la trasformazione della struttura si debba necessariamente trasformare anche la sovrastruttura. E quindi, se la vecchia (e ormai sul viale del tramonto) famiglia borghese era il nucleo della società, appunto, borghese dell’epoca, è evidente che la nuova o le nuove tipologie di famiglia che si vanno delineando non possono che costituire il nucleo fondante dell’attuale ordine sociale ultra capitalista. Tengo a sottolineare questo aspetto per sfrondare quanto sta accadendo dalle ipocrisie sulla presunta natura rivoluzionaria di questo processo.

Quanto e perché la famiglia “fluida” – nei termini, voglio sottolinearlo, in cui è stata posta dalla narrazione mediatica ideologica neoliberal dominante – possa essere funzionale al sistema capitalista, è stato e sarà oggetto da parte mia di un ulteriore riflessione. Il tema è complesso e non può essere esaurito in un solo articolo.

Due mamme o due papà: cosa dicono gli studi sulle famiglie arcobaleno?

Fonte foto: Psicologi Online (da Google)

 

9 commenti per “Il maschile e il femminile, il desiderio e il diritto, la famiglia tradizionale e quella “arcobaleno” (prima parte)

  1. armando ermini
    11 Settembre 2022 at 16:03

    Sostanzialmente d’accordo, però con una per me necessaria precisazione. 1) Se maschile e femminile sono diversi, e lo sono sicuramente, sia nel corpo che, consequenzialmente, nella psiche 2) se l’educazione dei figli necessita di entrambe le figure, maschile/paterna e femminile/materna 3)e se il matrimonio si differenzia da un qualsiasi altro atto privato che regoli gli interessi dei contraenti, perchè intende offrire un quadro giuridico a tutela e garanzia dei figli (che poi venga interpretato a senso unico è altro discorso), ne discende che l’unione omosessuale non può (e a mio avviso non deve) essere equiparata al matrimonio fra uomo e donna. Per la tutela dei conviventi omosessuali bastano le norme del codice civile e i contratti privati liberamente stipulati dai due o se si vuole piu conviventi. Invece esigere l’equiparazione del matrimonio gay con quello fra uomo e donna , significa voler scardinare alla radice il concetto stesso di matrimonio che si fonda sulla differenza sessuale, per trasformarlo in qualcosa di radicalmente diverso. E’ la stessa forzatura , oltre che dello statuto antropologico dell’umanità, anche della natura, che si vuole operare quando si parla di genitorialità omosessuale. Due uomini o due donne non possono essere genitori in via naturale, ma solo attraverso un artificio (GPA, PMA ecc ecc), che al tempo stesso è un atto di mercificazione della vita umana sin dalla sua origine, un qualcosa che neanche la borghesia di un tempo ormai remoto aveva osato pensare e tanto meno praticare. Le frontiere del capitalismo assoluto si spostano di continuo in avanti, in sintonia con chi affermava che esso ha assoluta necessità di rivoluzionare continuamente tutto per cogliere sempre nuove occasioni di profitto. Prossima tappa il transumano, contaminazione fra uomo e macchina, e poi chissà. Per questo dico che essere oggi anticapitalisti significa essere anche “conservatori” o, se il moderno è già andato così avanti che in esso non c’è nulla da conservare, anche “reazionari” ,ovviamente non in senso politico ma , diciamo, antropologico, allo scopo di riconquistare il senso e il concetto stesso dei fondamenti della natura umana, se si ammette che esistano, naturalmente. Ma se non si ammette ciò, perchè opporsi?

    • Giulio Bonali
      12 Settembre 2022 at 10:24

      Sono perfettamente d’ accordo con questa critica (e con l’ articolo di Fabrizio Marchi in tutto ciò che qui non viene criticato).
      In particolare ritengo che la richiesta di adottare un figlio o una figlia da parte delle coppie lgbt+, oltre ad essere un desiderio e non un diritto, sia un abuso bello e buono, da evitare ed eventualmente impedire con la forza nell’ interesse dei pretesi figli adottivi in questione e in generale della collettività sociale.
      Come giustamente Fabrizio (e non solo, ovviamente: quante volte é capitato anche a me quando non ero ancora un vecchio non consumatore di Viagra!) reprime il suo desiderio di rapportarsi fisicamente con tante donne che sistematicamente lo sollecitano in tal senso (ma non vogliono soddisfarlo) perché appagandolo commetterebbe un abuso e un atto di violenza, così, esattamente allo stesso modo commetterebbe un abuso e un atto di violenza (anche più grave e inammissibile, a mio parere) una coppia omosessuale che appagasse il suo desiderio di adottare un figlio.

    • Antonio Castronovi
      12 Settembre 2022 at 13:44

      D’accordo con te…

  2. Enza
    12 Settembre 2022 at 7:06

    Premesso che aderisco toto corde all’intervento dell’autore che sarà ulteriormente trattato per altri aspetti e implicazioni, mi vorrei soffermare su alcuni punti che indicano , a mio parere, le contraddizioni e le criticità delle famiglie fluide.
    Ho avuto modo di essere spettatrice ( non sono sui social ma attraverso i media e informazioni di amici ho letto e visto) di ” matrimoni” di persone dello stesso sesso.
    Quello che mi ha lasciata perplessa è stata l’ostinata e ostentata rappresentazione dell’unione civile secondo le consuetudini tradizionali, codificate e, appunto come evidenzia Fabrizio, condita da una forte omologazione sociale e culturale. Festa di matrimonio come si usa tra gli etero, con cerimonia immortalata dal fotografao/ a, abiti da sposa/ sposo, fiori, bouquet, bomboniere, pranzo, cena quel che sia, ospiti, il tutto preceduto dai tradizionali cartoncini di invito. Non solo, foto di famiglia con mammà e papà da una parte e dall’altra.
    Cosa si vuole comunicare con i riflettori puntati su un evento che rispecchia fedelmente una qualsiasi cerimonia matrimoniale etero ? Che si è felici ? Che si tripudia per il raggiungimento di un coronamento ? Che una coppia omo è la medesima di una non ? Vorrei capirlo.
    Le modalità non sono una questione puramente decorativa, ma ritengo siano adottate per dare forza all’idea che unirsi con chi si desidera, sia del tutto naturale, facendo ricorso a cliché tipicamente mercatisti. Il business del caro sposi è un rito consumistico che ha assunto contorni stucchevoli e pacchiani secondo una moda che, ancora una volta, è importata dagli Usa. Qualcuno mi potrebbe obiettare che le feste di matrimonio sono un uso mondiale. Certo. Ma non secondo un preciso copione di “teatralità” che ha fatto proliferare un vero e proprio business con costi e ricavi stellari e addirittura fiere e programmi televisivi dedicati. Quindi siamo nel solco delle kermesse che il capitalismo incoraggia per i suoi fini.
    Apro una breve parentesi : ho condotto ricerche sui matrimoni del passato ( 1800 e prima metà ‘900) , sia per quanto riguarda gli usi giuridici che per quelli sociali. Addirittura, non vi era neanche la festa per gli sposi di fascia sociale più disagiata. Il contratto sempre , che precedeva il matrimonio di un paio di settimane circa, poi la celebrazione di solito la mattina alle sei. Perchè? Perché lo sposo dopo, andava a lavorare nei campi o al servizio di qualcuno o a bottega. La sposa tornava a casa che, il più delle volte , era quella della famiglia del marito, andando ad incasellarsi nella famiglia patriarcale.
    Nel caso seguisse la festa, questa consisteva in un parco rinfresco a base di rosolio e dolci fatti in casa o in una pranzo all’aperto a base di maccheroni al sugo con carne. Stop.
    Mi si dirà : altri tempi. Ok. Poi le lente trasformazioni fino al ” castello delle cerimonie” e americanate simili.

    Passo ad un altro punto : la questione dei figli. D’accordissimo con quanto detto nell’articolo, specie in questo passaggio : “Sostenere infatti “che ciò che conta è l’amore” e quindi che un bambino o una bambina possano essere cresciuti indifferentemente da una coppia eterosessuale, gay o lesbica, significa automaticamente affermare che possono essere cresciuti indifferentemente da tutti e da tutte indipendentemente dalla propria condizione e appartenenza sessuale. In tal modo viene implicitamente, anche se non ancora esplicitamente, negata la differenza sessuale.” C’è bisogno ancora una volta di ribadire che il capitalismo “tratta” meglio con masse espropriate di memoria , identità, compreso il genere, di pensiero critico e problematico ? Che , come si usa in questi tempi del brodo indistinto a partire delle ideologie, fa pesca copiosa con le sue reti a strascico ?
    Mi permetto solo di aggiungere, visto che la famiglia fluida ( usiamo questa espressione) rivendica diritti che sono piuttosto desideri come acutamente osserva Fabrizio, che nelle maternità surrogate i diritti del nascituro non sono proprio presi in considerazione.
    Mi riferisco al diritto di sapere innanzitutto chi sono, da chi sono nato, chi è mio padre e chi è mia madre biologica. Alt. Di nuovo obiezioni. Per i figli adottati dalle coppie etero, questo dettaglio non è rilevante. Perché dovrebbe esserlo per i figli nati da inseminazione o utero in affitto in coppie fluide? A parte che è frequente la ricerca dei genitori naturali da parte di figli adottati, vuoi per un bisogno proprio, vuoi per risalire a eventuali malattie genetiche, ereditarie o per curarle, per un bambino/a nato in maniera surrogata, mi pare che questo diritto sia ignorato e affatto importante. Importante è soddisfare il proprio desiderio di famiglia. Sugli aspetti educativi-psicologici, non mi pronuncio.. Pretenzioso dire qualsiasi cosa anche perché gli effetti dell’insieme di affetti, esperienze, consuetudini interfamiliari, si manifestano in maniera diversa, molteplice e unica per il nostro unicum, e a termine non immediato.

    Infine e chiudo, a costo di tirarmi addosso strali e epiteti di reazionaria ecc., sono conservatrice sul ruolo del maschile e femminile come fondamento biologico e antropologico della vita su questo disgraziato pianeta. In questo concordo pienamente con le osservazioni di Armando Ermini. Il resto è una forzatura. Punto.

    • Antonio Castronovi
      12 Settembre 2022 at 13:48

      Brava..

      • Enza
        13 Settembre 2022 at 7:37

        Grazie, gentile Antonio.
        Il commento è sempre riduttivo rispetto alle tematiche e problematiche proposte in questo blog. Ringraziamo ancora una volta Fabrizio che ci accoglie e ci apre questo spazio di confronto.
        A tutti un sereno martedi.

    • Yak
      13 Settembre 2022 at 3:26

      Per quanto riguarda le maternità cosiddette “surrogate”, se si prende ad es. il metodo USA (seguito anche qualche anno fa da un noto politico italiano) offerto dalle agenzie specializzate, vediamo che la coppia gay maschile sceglie la donatrice da un catalogo dove vengono proposte donne rispondenti a certi standard. L’ ovulo ceduto dalla donatrice viene fecondato in vitro con il seme di uno dei richiedenti, viene quindi impiantato nell’utero di una donna terza (che è quasi sempre residente in un paese sudamericano o asiatico) che porterà avanti la gravidanza fino al parto, ovviamente in cambio di denaro. In questo caso risulta difficile anche rispondere alla domanda “chi è la madre?” se il figlio, da adulto, vorrà saperlo. E’ quella che ha partorito, anni prima, il figlio però di un’altra? Oppure la donatrice primaria dell’ovulo, che sarebbe l’effettiva “madre” biologica, geneticamente parlando, ma di fatto è solo una foto su un catalogo? Pensare che ci vogliono convincere che tutto questo è “progresso”…

    • Anonima
      13 Settembre 2022 at 8:26

      Sostenere infatti “che ciò che conta è l’amore” e quindi che un bambino o una bambina possano essere cresciuti indifferentemente da una coppia eterosessuale, gay o lesbica, significa automaticamente affermare che possono essere cresciuti indifferentemente da tutti e da tutte indipendentemente dalla propria condizione e appartenenza sessuale. In tal modo viene implicitamente, anche se non ancora esplicitamente, negata la differenza sessuale.” C’è bisogno ancora una volta di ribadire che il capitalismo “tratta” meglio con masse espropriate di memoria , identità, compreso il genere, di pensiero critico e problematico?

      Mi si allarga il cuore quanto leggo queste analisi,in più credo che non solo venga negata la differenza sessuale ma la Natura stessa,come se si prendessero in prestito i suoi processi manipolandoli a proprio piacimento disconoscendo l’origine …e tutto questo si può chiamare amore?

  3. 12 Settembre 2022 at 7:38

    Mi spiace non avere il tempo per commentare in maniera dettagliata queste riflessioni estremamente interessanti, e rilevanti ben oltre l’area politica di appartenenza.
    A mio avviso la chiave per la comprensione dell’omologazione del mondo LGBT all’ideologia del capitale globale è la metamorfosi del borghese in falso soggetto di sinistra.
    La simbiosi tra capitalismo e collettivismo (leggi monopolio capitalista della ricchezza e dei mezzi di produzione) a lungo preparata e iniziata ufficialmente col ’68 che non fu rivoluzione politica, non poteva non generare l’evoluzione dei movimenti gay da aggregazioni con istanze di sinistra a lobby di potere di matrice borghese.
    Nelle mani dell’ingegneria sociale le ideologie (e gli ideali) diventano semplici attrezzi, anzi armi da impiegare contro culture-bersaglio per liquefarle.
    Le ideologie si affermano, cambiano e passano in funzione del risultato, conosciuto (sinora) soltanto da chi è in grado di imporle e manovrarle a suo vantaggio.
    Le culture distrutte da utopie anti-umane (e molto borghesi, di solito provenienti da Paesi senza storia) sono il condensato dell’esperienza di millenni che ha reso possibile a quelle culture arrivare fino ad oggi.
    L’ingegnere sociale le “modellizza” e ne distrugge il “codice sorgente” (valori, struttura sociale, consuetudini), annientandole come un virus un organismo vivente, per farne una marmellata globale di consumatori e sfruttati senza più identità né capacità di reagire.
    Ogni cultura si può migliorare ma farne tabula rasa è il segno distintivo della hybris barbara di questo nostro tempo.
    Checché ne dicano autori improvvisati, tutte le culture del mondo (con varianti secondarie e largamente minoritarie) sono sopravvissute grazie a un modello familiare solido, la famiglia allargata (nonni, zii, cugini) di cui alcuni di noi conservano ricordi indelebili. Realtà il più delle volte contadine lontane mille miglia dal mondo borghese. La classe operaia stipata in disumani quartieri-dormitorio dovette già rinunciare a una famiglia pienamente umana in favore di una versione impoverita, la borghese famiglia nucleare conforme ai modelli artificiali della classe media. Oggi la famiglia non esiste letteralmente più, solo masse di individui-consumatori trattati come bestiame nel recinto.
    Il lettore de L’Interferenza cui non fa difetto l’intelligenza noterà sicuramente come all’impoverimento economico e allo sfruttamento corrisponda il progressivo, pianificato impoverimento della dimensione culturale, sociale, affettiva e spirituale di una comunità.
    Il progresso non lo fa il tempo ma gli uomini e non mancano esempi evidenti di regresso da cui l’umanità è sopravvissuta uscendo dai vicoli ciechi che si era creata.
    Viviamo in un’epoca anche ricca di opportunità, a patto di infrangere i monopoli della ricchezza e della conoscenza ma la cui unica costante (irreversibile) è il cambiamento accelerato e permanente.
    L’essere umano, spiega H. M. McLuhan, a meno di non volerlo alterare tecnologicamente con esiti alla Frankenstein, non è fatto per il cambiamento perpetuo e per vivere in modo armonioso e consapevole in quest’epoca ha bisogno della famiglia come compensazione, per la sua stessa sopravvivenza. In Mutations 1990 McLuhan (che non sbagliò mai un colpo nell’anticipare gli eventi di decenni) arriva a dire che la famiglia potrebbe diventare l’istituzione più stabile al mondo (altri modelli basati su utopie e forzature della realtà sono inevitabilmente destinati a cadere).
    Una ragione in più per rifondare e consolidare un’istituzione indispensabile a rendere il futuro possibile

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