Natura e disuguaglianze: relazioni tra status, stress e salute in tempo di crisi

Scopo di questo articolo è approfondire le relazioni che legano i concetti di status, stress e salute, fornendo una sintetica panoramica di alcuni risultati che ci consegnano diverse ricerche in campo etologico, sociologico e di genomica sociale, per meglio analizzare il tema delle disuguaglianze e come questo si lega agli eventi della nostra attualità.

Animali tra animali

Se la tentazione per Homo sapiens di sentirsi un unicum tra le specie viventi (e vissute) è sempre stata forte, come ci consegna la storia del pensiero, altrettanto forte è stata la consapevolezza degli umani di essere in fondo animali tra animali. Basti pensare ad una delle più celebri definizioni dell’uomo, quella di ζοον πολιτικον (zôon politikòn: “animale politico”) di Aristotele.

Da Aristotele ai nostri giorni, l’indagine senza pregiudizi sugli animali non-umani, ci ha aiutato ad illuminare molti aspetti della nostra stessa specie. Un esempio ormai classico in tal senso sono gli esperimenti dello psicologo Harlow sui macachi, che hanno contribuito ad una formulazione su basi più solide della teoria dell’attaccamento di Bowlby. Nei famosi esperimenti, i cuccioli di scimmia rhesus, posti di fronte a due surrogati meccanici di madre -uno che dispensava latte ed uno, ricoperto con una pelliccia, che forniva contatto e calore- passavano più tempo accoccolati sul surrogato che ‘dispensava affetto’ piuttosto che quello che dispensava nutrimento, da cui si recavano appunto solo per nutrirsi[1].

Osservare il comportamento dei macachi ci ha aiutato a scindere i bisogni e riconoscere l’importanza di entrambi i momenti (affettivo e nutrizionale) e ci ha fornito più strumenti per poter affrontare nella sua complessità questioni legate alla psicologia dello sviluppo, pedagogiche e sociali.

Arrivando ai nostri giorni è quindi legittimo domandarsi se ricerche su animali non-umani possano aiutarci a comprendere meglio ciò che ci sta accadendo in ‘periodo pandemico’ o a fornirci qualche strumento per affrontare la situazione. Proprio qui i concetti di stress e status, spesso dimenticati o non adeguatamente affrontati nel dibattito pubblico, possono aiutarci nella lettura degli eventi.

Nella letteratura sociologica si tende ad usare il termine ‘status’ al posto di ’rango’: quest’ultimo viene dalla tradizione etologica, dove gli studi di Robert Sapolsky hanno segnato un’importante tappa nel filone di ricerca. Il concetto di status è invece più utilizzato in sociologia dove è legato ad indicatori socio-economici (come ad esempio il coefficiente Gini[2]).

Sapolsky ed i babbuini del Kenya

Il prof. Sapolsky studiando una popolazione di babbuini in Kenya osservò un fatto particolare: in seguito ad un’epidemia di TBC tra i babbuini, metà della popolazione morì, ma sopravvissero in maggior numero individui non aggressivi (circa il doppio delle femmine rispetto ai maschi) e più socialmente connessi, individuabili anche grazie a quanto grooming questi individui ricevevano e dispensavano (meccanismo che i primati utilizzano per intessere complesse relazioni sociali, oltre che per la pulizia del pelo).[3]

Questi individui erano distribuiti nella ‘parte alta’ della gerarchia sociale, ma in che modo essere in alto nella scala gerarchica può aiutare a sopravvivere ad una epidemia? La risposta che Sapolsky fu in grado di dare resta una delle più importanti scoperte in quest’ambito: lo stress è in grado di modulare significativamente la risposta del sistema immunitario, ed il ruolo ricoperto nella gerarchia sociale può essere predittivo dello stress dell’individuo.

Il carico allostatico 

Come si misura lo stress? Uno dei concetti per misurare la capacità di un organismo di mantenere stabili le proprie funzioni fisiologiche in condizioni di stress è il carico allostatico: il ‘prezzo’ che il nostro organismo (cellule, tessuti, organi) ‘paga’ per mantenersi efficiente in caso di mutamenti ed eventi di tipo stressante, anche in condizioni di cronicità. L’allostasi differisce dal più antiquato concetto di omeostasi fondamentalmente per la sua natura dinamica ed il rifiuto che un organismo possa avere un singolo insieme di valori di equilibrio mantenuti stabili da meccanismi di regolazione locali.[4]

Per quantificarlo vengono valutati diversi parametri biochimico-clinici come: pressione arteriosa sistolica, pressione arteriosa diastolica, emoglobina glicata, cortisolo urinario, colesterolo totale, epinefrina urinaria;  questi valori vengono poi valutati con quelli di un individuo di controllo. Gli studi di Robert Sapolsky dimostrano che questi valori possono essere messi in relazione con il rango sociale dell’individuo e che questa relazione è spesso esplicativa o addirittura predittiva dello stato di salute dell’animale.

Altre evidenze in campo etologico
L’idea dietro le ricerche di Sapolsky ha guidato altri ricercatori, che hanno accumulato evidenze anche per altre specie, come i macachi: ad esempio la ricerca del team di antropologi e biologi condotto da Noah Snyder-Mackler della Duke University di Durham ha descritto come nei macachi femmina di status inferiore è più frequente l’insorgenza di processi infiammatori cronici, che a loro volta aumentano il rischio di sviluppare malattie e accorciano l’aspettativa di vita. La risposta immunitaria risulta modificata anche qualitativamente: negli individui di status inferiore si osserva una maggiore reazione anti-batterica, mentre negli individui dominanti aumenta la protezione anti-virale. E tutto questo in assenza di variazioni di accesso alle risorse, cure e rischi comportamentali per le classi di individui confrontate.[5]

Come notava Andrea Capocci, per quanto un marxista possa non meravigliarsi di fronte a questi risultati, “rispetto alla tesi del darwinista sociale, il rapporto tra biologia e status sociale appare invertito: è la gerarchia sociale a provocare un mutamento nell’adattamento all’ambiente, e non il contrario. Non è peraltro una novità assoluta. Basti pensare alle differenze anche morfologiche tra le «regine» e «operaie» nelle colonie di insetti.”[6]

Cambia qualcosa per Homo sapiens?

Aspettativa di vita e disuguaglianze

Se ogni specie ha le sue particolarità, è possibile che quello che vale per i babbuini o i macachi, non valga per Homo sapiens? Ebbene, nel 2004, dopo oltre vent’anni di ricerche ed evidenze accumulate, Sapolsky rispondeva convintamente alla domanda:

Do socially subordinate animals suffer a disproportionate share of poor health? The answer can only be, “Often, but certainly not as a rule.” Do poor humans suffer a disproportionate share of poor health? The answer must be a robust Yes[7]

 

Anche qui, chi è sensibile al tema delle disuguaglianze non ci troverà nulla di strano: basti pensare al tema dell’accesso alle cure, alle differenze ambientali e di reddito. Eppure dopo uno studio durato 13 anni sulle correlazioni tra aspettativa di vita e reddito negli Stati Uniti, l’economista Raj Chetty ed il suo team notavano che questi elementi non erano esplicativi come si pensava dell’enorme disuguaglianza nell’aspettativa di vita delle persone (l’1% più ricco della popolazione statunitense ha un’aspettativa di vita oltre dieci anni superiore a quella dell’1% più povero, circa 14 anni negli individui di sesso maschile):

“Correlational analysis of the differences in life expectancy across geographic areas did not provide strong support for 4 leading explanations for socioeconomic differences in longevity: differences in access to medical care (as measured by health insurance coverage and proxies for the quality and quantity of primary care), environmental differences (as measured by residential segregation), adverse effects of inequality (as measured by Gini indices), and labor market conditions (as measured by unemployment rates”[1]

Gli autori rispondono che maggiormente esplicativi sono i comportamenti individuali condivisi dalle classi inferiori, che espongono ad un rischio maggiore per la salute (“including smoking, obesity, and exercis”). Sembra qui doveroso notare come anche le condizioni lavorative e la precarietà (economica ed esistenziale) condivise dalle classi più svantaggiate siano ulteriori fattori di rischio e stress che contribuiscono al carico allostatico individuale. Per non parlare dell’immenso problema delle malattie psichiche che il nostro sistema sembra sistematicamente riprodurre e la cui distribuzione nella popolazione rispecchia lo spirito della disuguaglianza.[2] Tale effetto è chiamato anche “gradiente sociale di salute”.

Una lezione dimenticata dalla ‘Spagnola’ a Chicago

Per quanto riguarda le epidemie tra gli esseri umani, già gli anni successivi alla Spagnola, Robert Pearl iniziò a studiare la relazione tra la mortalità della pandemia influenzale ed i fattori socioeconomici, ma è dal 2006 che questo campo di studi ha ripreso vitalità e nel 2016 , Grantz et al. dello PNAS hanno analizzato l’andamento della pandemia nel 1918 a Chicago. I ricercatori hanno ancora una volta dimostrato come i fattori socio-economici siano direttamente correlati ad una maggiore mortalità (e.g. il tasso di mortalità cresceva del 34% ogni 10% di incremento sul tasso di analfabetismo). Pur non essendo le cause sottostanti e le loro relazioni chiare, ancora una volta i fattori socio-economici si dimostrano un ottimo strumento predittivo per la mortalità e la salute degli individui. Gli autori dell’articolo, presentando il significato delle loro ricerche, si augurano anche che tali scoperte possano aiutare la gestione delle future pandemie, ma evidentemente qualcosa è andato storto.[3]

Epigenetica ed ereditarietà delle disuguaglianze

Una prospettiva inquietante che lega stress, status e salute ci è consegnata dai recenti studi di epigenetica, quella branca della genetica che studia la regolazione dell’espressione genica.

Per quanto l’epistemologia dell’epigenetica è ancora indefinita ed il suo legame con temi come quelli del determinismo e dell’ecologia rendono ancora difficile una robusta e matura interpretazione dei dati, non è ormai più possibile ignorare la mole di evidenze che si sono accumulate in questo campo. Importanti sono in tal senso i risultati di Paolo Vineis e di Thomas McDade. Queste ricerche correlano lo status socioeconomico alla metilazione del DNA e quindi all’espressione di geni coinvolti nel sistema scheletrico, nervoso e immunitario. Per via di questo meccanismo, le condizioni sociali ed ambientali favoriscono lo sviluppo di patologie tipiche nei ceti più poveri e trasferiscono questa predisposizione alle generazioni successive.

Ad esempio, come riportano i biologi Redi e Monti, commentando una recente ricerca guidata da Vineis  (Stringhini et al ., 2015):

“Partendo dal fatto che un basso stato socio- economico è associato a una maggiore produzione diurna di cortisolo e a un aumentato stato infiammatorio, gli autori hanno studiato la biologia molecolare di alcuni geni legati allo sviluppo dell’infiammosoma (capace di indebolire la risposta immunitaria a diversi patogeni). Esaminando 857 individui sono stati in grado di dimostrare che il gene NFATC1, che ricopre un ruolo chiave nella risposta immunitaria in presenza di patogeni (…) è significativamente “meno metilato”. Si tratta di una modificazione epigenetica, funzionale, del gene e significa che la sua espressione è molto ridotta negli individui con basso stato socioeconomico rispetto a quelli che occupano una posizione più alta nella scala sociale.”[1]

Come sottolineano inoltre Anna Aizer e di Janet Currie (2014), queste disuguaglianze possono facilmente diventare ereditarie, soprattutto considerando l’enorme impatto che hanno i primi 9 mesi di sviluppo del feto (e gli anni immediatamente successivi alla nascita) sulla sua vita futura. Sempre citando Redi e Monti: lo svantaggio in salute della madre si rifletterà direttamente sulla salute del bambino alla nascita e così lo svantaggio sociale diviene una disuguaglianza trasmessa alla generazione successiva.

Possiamo imparare qualcosa da queste ricerche?

In questi giorni, commentando il rapporto Oxfam sulle disuguaglianze presentato in occasione dell’apertura del World Economic Forum di Davos, si legge su molti giornali: “I 10 uomini più ricchi hanno visto la loro ricchezza aumentare di 540 miliardi di dollari dall’inizio della pandemia, i più poveri, per recuperare le perdite della crisi potrebbero metterci oltre 10 anni”.

Arrivati a questo punto dell’articolo si potrebbe quasi pensare che questa stima presentata come catastrofica, sia in realtà ottimistica. E molti avvenimenti spiacevoli, tra cui ricordo la recente morte sul lavoro di Adriano Urso -maestro jazz costretto a fare il rider per poter sopravvivere- sembrano confermano crudamente i risultati delle ricerche che legano status, stress e salute.

Non siamo uguali di fronte ad una crisi e la ‘crisi pandemica’ non fa differenza.

Dobbiamo allora considerare, con più aderenza alla realtà, che le fasce di popolazioni più a rischio, non sono solo gli anziani o gli individui con salute compromessa, ma anche le classi più povere e sfruttate (sempre più numerose) ed i cuccioli della nostra specie, che meno di tutti hanno responsabilità delle cause politiche e ambientali che hanno condotto alla situazione attuale.

Come recenti studi hanno infatti sottolineato[2] la chiusura delle scuole ha ormai già portato ad un abbassamento dell’aspettativa di vita per quelle generazioni di giovani colpite dalle chiusure: negli USA i ricercatori stimano essere 13.8 i milioni di anni di vita persi per la chiusura delle scuole primarie in periodo pandemico (risultati da modulare rispetto allo status socio-economico).

Uno studio dello stesso periodo (Novembre 2020) dichiara che variabili come presenza di obesità, malattie cardiovascolari, tumori e altre patologie croniche (presenti, come abbiamo visto, in maggior numero nelle fasce socio-economiche più svantaggiate della popolazione), oltre che fattori demografici, geografici, ambientali e più direttamente economici, sono maggiormente predittivi della mortalità da COVID-19 di un paese piuttosto che le misure messe in capo dal paese stesso per fronteggiare la pandemia.[3] Gli autori propongono una migliore valutazione del rischio ed un approccio con un focus più centrato sulle fasce più deboli.

Da Stanford è inoltre recentemente arrivato uno studio che mette in discussione l’efficacia delle più dure politiche di contenimento del virus (le politiche dello ‘stay-at-home’ come le chiamano) che oltre a risultare inutili per gran parte dei paesi che le hanno adottate, se pesate con un computo di pro e contro, hanno in alcuni casi portato più danni che vantaggi. Lo studio prende in esame 10 nazioni: Inghilterra, Francia, Germania, Iran, Italia, Olanda, Spagna, Corea del Sud, Svezia, Stati uniti, e tra le conclusioni possiamo leggere:

“While small benefits cannot be excluded, we do not find significant benefits on case growth of more restrictive non-pharmaceutical interventions (NPIs). Similar reductions in case growth may be achievable with less restrictive interventions.”[4]

Promuovere quindi politiche in risposta alla pandemia da Sars-CoV-2 che aumentano le disuguaglianze, vuol dire scaricare su una precisa fascia della popolazione (che è tra l’altro quella più numerosa e a rischio) i costi di tali scelte: continuando su questa strada senza porsi chiaramente il problema delle disuguaglianze, si rischia di far ammalare la popolazione sana senza riuscire neanche a curare efficacemente quella malata.

 

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[1]Harlow, H.F. (1958) The nature of love. American Psychologist, 13, 673–685.

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Coefficiente_di_Gini

[3] In questo video è lo stesso prof. Sapolsky a descrivere l’avvenimento: https://youtu.be/A4UMyTnlaMY?t=237

[4] Sapolsky R., (2004) Social Status and Health in Humans and Other Animals, p.393.

[5] Snyder-Mackler N, Sanz J, Kohn JN, et al. Social status alters immune regulation and response to infection in macaques. Science. 2016;354(6315):1041-1045. doi:10.1126/science.aah3580

[6] https://ilmanifesto.it/la-legge-della-giungla-premia-i-macachi/

[7] Sapolsky R., (2004) Social Status and Health in Humans and Other Animals, p. 412. DOI: 10.1146/annurev.anthro.33.070203.144000

[8]Raj Chetty et al (2016) The Association Between Income and Life Expectancy in the United States, 2001–2014  doi:10.1001/jama.2016.4226

[9] McLean et al. (2014), analizzano le specifiche patologie indotte dal gradiente sociale.

[10]Grantz et al (2016) Sociodemographic disparities of influenza in 1918 Proceedings of the National DOI: 10.1073/pnas.1612838113

[11] Redi, C.A. e Monti, M. (2018) Genomica sociale, Esposizione a fattori ambientali nocivi e salute

[12] Christakis et al. (2020), Estimation of US Children’s Educational Attainment and Years of Life Lost Associated With Primary School Closures During the Coronavirus Disease 2019 Pandemic.  https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2772834

[13] De Larochelambert et al. (2020) Covid-19 Mortality: A Matter of Vulnerability Among Nations Facing Limited Margins of Adaptation Front. Public Health, 19 November 2020 | https://doi.org/10.3389/fpubh.2020.604339

[14] Assessing Mandatory Stay‐at‐Home and Business Closure Effects on the Spread of COVID‐19

(05 January 2021) https://doi.org/10.1111/eci.13484

 

two monkeys sitting on ground during daytime

Foto di Igal Ness

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