Paradossi e miopie dei socialisti

Proprio quando l’assetto determinatosi a seguito di Tangentopoli, distruggeva l’industria di Stato, le partecipazioni pubbliche, il pieno impiego, il parlamentarismo, e quindi riponeva in soffitta la costruzione statale a economia mista prevista dalla nostra Costituzione, i socialisti abbaiavano rancorosi contro i giudici. Quindi abbaiavano alla luna.
Lo facevano comodamente appollaiati a destra e a sinistra, dimentichi del fatto che la loro espulsione dal quadro politico non fu una mera vendetta personalizzata delle “toghe rosse”. Nell’ansia di dimostrare veemenza contro qualsiasi cosa che odorasse di Magistratura, incorsero in lapsus accomodanti. Così accompagnarono e legittimarono – inconsapevolmente o meno – le premesse culturali che facilitarono la scomparsa di quei partiti – il loro e la Democrazia Cristiana – che più di tutti contribuirono a fortificare l’equilibrio costituzionale del dopoguerra e che, insieme al Partito Comunista, fondarono la nuova Repubblica sulla democrazia di massa.
Ebbene proprio i socialisti sopravvissuti alle intemperie di Mani Pulite furono colpiti da improvvisa cecità. Si ridiedero onorabilità, agli occhi dei nuovi potenti, con stratagemmi e scorciatoie intellettuali che proseguono anche in questi tempi di guerra. Da un lato andando a rimorchio di un’esasperata campagna anti-giudiziaria promossa dalla destra, dall’altro accettando supinamente tutte le controriforme mercantiliste e padronali della nuova via socialista ideata dal Blairismo. Tutto condito da spruzzatine sui diritti soggettivi che confondevano libertarietà e capricci.
In questo modo invece di interpretare correttamente il passaggio dalla democrazia dei partiti a quella dei mercati, si resero partecipi del nuovo conformismo liberale promuovendo privatizzazioni, verticalizzazione del sistema istituzionale in nome di una posticcia governabilità, dissoluzione dei corpi intermedi di partecipazione, precarizzazione del lavoro per inchinarsi agli investitori esteri. Insomma contribuirono, in un paradosso grottesco, nel dare attuazione concreta alle ragioni implicite di una progressiva ininfluenza.
Evitarono così di prendersi la responsabilità di spostare la critica alla nascita della Seconda Repubblica connettendola al totalitarismo dei mercati. Avrebbero, in quel modo, ridato fiato alle classi popolari in parte attratte dai principi della concorrenza evoluzionista ma in gran parte eliminate dai processi decisionali che improvvisamente iniziavano a seguire percorsi non più connessi alle dinamiche collettive, ma bensì imposti dalla rispettabilità meritocratica. Artificio lessicale che donava credibilità alle peggiori teorie di quegli scienziati della sociologia economica in grado di contestare “civilmente” il suffragio universale e la democrazia sostanziale perché, a loro dire, l’irrazionalità del popolo, la sua propensione al metodo democratico, poneva un freno allo sviluppo del libero commercio. Che pian piano si è elevato a criterio per stabilire quale fosse un ordine democratico e quale no.
Non può sorprendere, nel caso italiano, la progressiva adiacenza tra i socialisti e chi, da un punto di vista culturale, contribuì al mutamento di paradigma egemonico nel Paese. A quel Partito radicale che, seguendo la logica infantile del neo-liberalismo, aveva in odio la democrazia partecipativa, nominandola partitocrazia. Loro, insieme a una sotterranea ma diffusa propensione anti-italiana, erede dell’azionismo piemontese, delinearono quel contemporaneo buon senso comune capace di ridare lustro a intendimenti propriamente reazionari. Nel culto osservante dell’impresa ormai equiparata al cittadino. La libera circolazione dei capitali diventava un diritto umanitario. E giustificava guerre, macelleria sociale, e quella nuova colonizzazione razzista denominata globalizzazione.
Oggi difatti tutto l’arco parlamentare rappresenta varie sfumature correntizie di un grande Partito radicale, il vero vincitore nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Dove, per avere accesso alle classi parlanti, si è in dovere di giurare fedeltà all’Atlantismo guerrafondaio, alla supremazia dei mercati, ai demiurghi sovranazionali che impongono una dottrina smaccatamente anti-socialista. Perché era proprio il socialismo, nella sua versione democratica ed europea, il loro obiettivo finale. L’ostacolo principale all’affermazione del sistema contemporaneo basato sul principio di concorrenza. Con fiera postura post-democratica i socialisti, o presunti tali, europei e italiani, fanno a gara a chi potrà essere riconosciuto il più realista del Re.
Pannella ci ripensa sulla Bonino, nuovo appello in radio: Emma torna -  Giornale di Sicilia

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di essere al corrente che i commenti agli articoli della testata devono rispettare il principio di continenza verbale, ovvero l'assenza di espressioni offensive o lesive dell'altrui dignità, e di assumermi la piena responsabilità di ciò che scrivo.