Regionalismo differenziato e classe politica

A leggere il DDL Calderoli relativo all’attuazione dell’art. 116 e 117 della Costituzione evinco che siamo sulla dirittura di arrivo di un processo iniziato oltre trent’anni fa e che nella modifica al Titolo V della Costituzione del 2001, approvata sul finire della legislatura e confermata da un referendum Costituzionale, trova un passaggio fondamentale. La riforma del Titolo V della Costituzione, voluto dai governi di centrosinistra guidati da D’Alema e da Giuliano Amato (quest’ultimo durante la Presidenza D’Alema era Presidente della Commissione per le riforme istituzionali), aveva come scopo quello di mediare le spinte addirittura secessioniste sostenute dall’ala più intransigente della Lega Nord che si ispirava al politologo Gianfranco Miglio e alle più estreme tesi della filosofia politica americana rappresentata da Buchanan il quale teorizzava come legittimo il diritto alla secessione. I prodromi del decentramento sono da ricercare nei cosiddetti Decreti Bassanini che negli anni ’90 delegarono alle regioni materie fino ad allora in capo allo Stato centrale. Conoscendo il settore del Trasporto Pubblico per motivi di lavoro ed avendo fatto parte del Comitato di monitoraggio previsto dal D.D.L. n. 422/97 per l’attuazione della riforma del T.p.L., sono testimone dei danni provocati dai vari provvedimenti che portano il nome del prof. Franco Bassanini prima e della moglie prof.ssa Linda Lanzillotta, quando dopo qualche anno gli è succeduta come Ministro degli Affari regionali e le Autonomie durante il Governo Prodi II. Entrambi hanno portato aventi per un ventennio un processo di riforma della pubblica amministrazione all’insegna del decentramento, provocando inefficienze catastrofiche nell’organizzazione della gestione pubblica.

Fatta questa premessa vediamo cosa dicono alcuni degli articoli del testo Calderoli:

<<Art. 1 Finalità.

Comma 1. La presente legge, nel rispetto dei principi di unità giuridica ed economica, indivisibilità e autonomia e in attuazione del principio di decentramento amministrativo e per favorire la semplificazione delle procedure, l’accelerazione procedimentale, la sburocratizzazione, la distribuzione delle competenze che meglio si conformi ai principi di sussidiarietà e differenziazione, definisce i principi generali per l’attribuzione alle Regioni a statuto ordinario di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia in attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, nonché le relative modalità procedurali di approvazione delle intese fra lo Stato e una Regione.>>

 

<<Articolo 116 della Costituzione

Il Friuli Venezia Giulia [cfr. X], la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale.

La Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol è costituita dalle Province autonome di Trento e di Bolzano.

Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata.>>

 

L’art. 2 del DDL Calderoli stabilisce al comma 1.<< L’atto d’iniziativa relativo all’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, è deliberato dalla Regione, sentiti gli enti locali, secondo le modalità e le forme stabilite nell’ambito della propria autonomia statutaria.>>

Il DDL Calderoli è coerente con quanto stabilito in Costituzione e soprattutto non bisogna dimenticare che sul finire della legislatura del 2018, Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto chiesero la devoluzione delle materie previste dall’art. 117 della Costituzione. Di seguito è riportato un estratto dal sito della Regione Emilia Romagna dal titolo  “Più Autonomia all’Emilia Romagna . A che punto siamo?”

<<28 febbraio 2018 – A Roma, a Palazzo Chigi, il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, firma col Sottosegretario agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa, delegato dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, l’Accordo preliminare tra Governo e Regione Emilia-Romagna sull’autonomia rinforzata, sulla base dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, rispettando le indicazioni e il mandato conferito dall’Assemblea legislativa regionale e dalle rappresentanze economiche, sociali e istituzionali dell’Emilia-Romagna riunite nel Patto per il Lavoro. Oltre al presidente Bonaccini, hanno firmato un accordo analogo col Governo, relativo alle loro Regioni, anche i presidenti della Lombardia e del Veneto, rispettivamente Roberto Maroni e Luca Zaia, che hanno condiviso con l’Emilia-Romagna il Tavolo di negoziato con l’esecutivo nazionale>>.Tutto il dibattito tanto politico quanto quello giuridico sembra concentrarsi sui LEP ossia i Livelli Essenziali di Prestazione, ossia il livello minimo sotto il quale non è possibile scendere per garantire su tutto il territorio nazionale gli stessi diritti civili e sociali attraverso l’individuazione dei relativi costi e fabbisogni standard i quali dovranno essere determinati con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri secondo le disposizioni contenute nell’art. 1 , commi da 791 a 801 , della L. 29 dicembre 2022 n. 197.  Dopo aver letto i commi richiamati dal DDL Calderoli , data la mole di lavoro necessaria per l’istruttoria dei decreti da parte del Presidente del Consiglio, nello specifico i commi 794 e 795 della L. 29/12/22 n. 197 stabiliscono quanto di seguito :

<<794. La commissione tecnica per i fabbisogni standard,  sulla  base della ricognizione e a seguito delle attività della Cabina di regia poste in essere ai sensi del comma  793,  trasmette  alla  Cabina  di regia le ipotesi tecniche inerenti alla determinazione  dei  costi  e fabbisogni standard nelle materie  di  cui  all’articolo  116,  terzocomma, della Costituzione, secondo le modalità di cui al comma  793,lettera d), del presente articolo.

  1. 795. Entro sei mesi dalla conclusione delle attività di  cui  al comma 793, la Cabina di regia predispone uno o più schemi di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri con cui  sono  determinati, anche distintamente, i LEP e i correlati costi e fabbisogni  standard nelle  materie  di  cui  all’articolo   116,   terzo   comma,   >>.

Dicevo dell’intero testo normativo, pensare che l’iter possa essere completato entro i termini indicati dai sopra richiamati commi mi sembra qualcosa di miracoloso.  Bisogna tener presente un altro dato e cioè l’espresso richiamo all’articolo 17 della L. 31 dicembre 2009, n. 196 che prevede. In ottemperanza a quanto stabilito dall’art. 81 della Costituzione, la copertura finanziaria delle leggi. Tradotto, significa che la devoluzione dallo Stato centrale alle Regioni, delle materie previste dall’art. 116 della Costituzione, deve avvenire senza nessun costo aggiuntivo per il bilancio dello Stato, considerato il debito pubblico fino ad ora contratto. L’attuazione dell’autonomia differenziata appare qualcosa di fondato sul nulla a meno che il meccanismo che dovrebbe essere messo in atto non aggravi ulteriormente lo sbilanciamento tra il centro e le periferie sociali e territoriali dell’Italia con gravi ripercussioni sulla tenuta del Paese stesso. Non a caso di fronte al pericolo di una disgregazione dello Stato, vista la cultura politica che lo ispira, Fratelli d’Italia individua come punto di mediazione la trasformazione del nostro sistema politico da parlamentare in presidenziale. Opta in sostanza per una visione autoritaria l’unica in grado di tenere insieme con misure forti un Paese pronto a dividersi sotto la spinta di cacicchi locali e di ideologie che rispolverano motivi, come il brigantaggio o i neo borbonici nel sud, mentre nel nord una non ben chiara identità padana che non trova nessun riscontro nella storia italiana. Per essere chiaro, quando si parla di identità padana a cosa ci si riferisce, alla più che millenaria storia della repubblica di Venezia, al ducato di Milano, a partire dal ‘500 semplice provincia dell’impero degli Asburgo o all’identità Sabauda unico stato indipendente e duratura che abbiamo avuto in Italia a partire dall’anno ‘1000 fino alla conquista da parte del regno sardo – piemontese della penisola italica?

Per tornare alla questione finanziaria l’intesa tra Stato e Regioni, qualora dovesse essere raggiunta, è vincolata all’emanazione dei decreti del Presidente del consiglio, a copertura delle funzioni attribuite verrebbe garantita attraverso la compartecipazione al gettito di uno o più tributi erariali maturati nel territorio della regione interessata. Solo per inciso provate ad immaginare cosa vuol dire per regioni come Lombardia, Veneto, Emilia Romagna in termini di compartecipazione ad entrate fiscali come IVA e IRPEF; di contro cosa vuol dire per regioni come la Basilicata, la Calabria, il Molise ecc.

Per cui, vista la macchinosità e i numerosi ostacoli di ordine giuridico e finanziario da dover superare, l’iter per l’attuazione della devoluzione secondo quanto previsto dal DDL Calderoli sull’attuazione degli artt. 116 e 117 della Costituzione, sarà molto lungo e, per essere portato a termine, dovrà essere necessariamente blindato dalla maggioranza di governo visto il coinvolgimento delle Camere ai sensi dell’art. 2 comma 4 proprio del DDL Calderoli il quale recita:<< lo schema di intesa preliminare è immediatamente trasmesso alle Camere per l’esame da parte dei competenti organi parlamentari, che si esprimono in indirizzo, secondo i rispettivi regolamenti, entro sessanta giorni dalla data di trasmissione dello schema di intesa preliminare, udito il Presidente della Giunta regionale>>.

Mi sono soffermato su alcuni passaggi fondamentali del DDL Calderoli per evidenziarne la continuità con le politiche di decentramento attuate da tutti i governi succedutisi dagli anni ’90 ad oggi. Perciò, al di là dei distinguo appare evidente che c’è una sorta di file rouge che lega l’intera vicenda. L’idea del decentramento con l’idea stessa del regionalismo differenziato ha riempito pagine e pagine di saggi, il dato è che la spinta verso il regionalismo rientra nella logica propria dell’economia neoliberale egemone e fondamento ideologico dell’integrazione europea portata avanti fino ad ora. Tale file rouge ha attraversato tutti i governi tanto di centrodestra quanto di centrosinistra e gli stessi governi a guida Conte della passata legislatura.  Il processo di integrazione europea attraverso istituti quali il Comitato delle Regioni, gli stessi fondi di finanziamento introdotti via via nel corso del processo di integrazione europea come le diverse forme di partenariato tra regioni europee, sono tutti questi elementi funzionali alla disgregazione dei tradizionali Stati nazionali a favore delle spinte localiste rappresentate appunto dalle regioni. Ciascuno degli aspetti che ho evidenziato merita approfondimenti specifici. A conclusone del mio ragionamento, però, mi preme evidenziare come le spinte localiste abbiano contribuito alla fine di classi dirigenti di respiro nazionale capaci di esprimere una visione di insieme. Gli stessi partiti politici, ridotti a meri cartelli elettorali, sono espressione di precisi interessi locali. Generalmente quando si parla di partiti locali si pensa immediatamente alla Lega, ad una riflessione più attenta si capirebbe che se la Lega è concentrata nel nord, il PD si colloca nell’Italia centrale e le propaggini rappresentate da Emiliano in Puglia e De Luca in Campania sono più espressione di filiere locali che di un partito in grado di esprimere una visione nazionale. Lo stesso M5S è un formazione politica locale, lo era anche quando aveva quasi il 33% dei consensi. Nelle regioni meridionali il M5S prendeva quasi un voto su due. Fratelli d’Italia, a dispetto del nome, ha il proprio consenso concentrato prevalentemente nel nord Italia. Delle 10 regioni nelle quali è risultato il primo partito sei sono del nord e quattro dell’Italia centrale. Le spinte localiste hanno di fatto destrutturato l’Italia. La disuguaglianza tra territori è cresciuta. La Lombardia ha un PIL e un reddito pro capite doppio rispetto a molte delle regioni meridionali. Il Mezzogiorno fornisce capitale sociale e capitale finanziario al nord. La disuguaglianza tra le regioni tosco – padane e lombardo – venete da una parte e il resto dell’Italia dall’altra tocca tanti aspetti: scuola, sanità, università , investimenti, funzionamento della P.A., trasporto locale, giustizia, ecc. Pensare che la crescente disuguaglianza possa essere ridotta attraverso i criteri stabiliti con i LEP o correggendo qualche incongruenza  normativa è un’offesa all’intelligenza di milioni di italiani che si sentono ancora tali. LEP e aggiustamenti giuridici hanno la sola funzione di garantire le filiere locali. Le questioni che attengono al regionalismo differenziato sono squisitamente politiche e non di ordine tecnico, il dramma italiano è che non esistono classi politiche di respiro nazionale capaci di gestire questa transizione nell’interesse dell’intera nazione ma solo ceti legati al “particulare”, per dirla con Guicciardini, e alla conservazione delle filiere locali. Concludo citando Dante“ Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia, ma bordello!”

Doppia preferenza, Calderoli: "Danneggia donne". Salvini applaude

Fonte foto: Virgilio Notizie (da Google)

1 commento per “Regionalismo differenziato e classe politica

  1. Ferdinando Ricciardi
    10 Febbraio 2023 at 15:50

    Assolutamente disdicevole che si buttino nello stesso calderone dei nemici dell’Italia i Neo-borbonici, un movimento d’opinione privo di alcuna velleità politica e una classe partitica, politica e dirigente che si è organizzata, ha lavorato assiduamente e ha portato a compimento il suo obiettivo: la secessione dei ricchi. Quelli che per brevità o per convenienza vengono definiti neo-borbonici dicono semplicemente che la malaunità, nata da una guerra d’aggressione nemmeno dichiarata, ha provocato morti nell’ordine di centinaia di migliaia, tra fucilati sommariamente, uccisi in battaglia perché “briganti”, deportati al Nord al domicilio coatto, per non parlare del sistematico sacheggio delle risorse del regno delle Due Sicilie, i cui risparmi privati sono serviti ad evitare la bancarotta ai guerrafondai savoia. Dicono che il Sud è una colonia interna dello Stato Italia, utilizzata da 160 anni a questa parte come mercato per collocare i prodotti dell’industria padana e serbatoio ove attingere manodopera all’occorrenza. I risultati li leggiamo nelle sperequazioni sempre più gravi tra i due Paesi o nei dati rilasciati in questi giorni dall’ISTAT sull’emigrazione dei laureati meridionali e sullo spopolamento demografico e professionali delle aree di provenienza: sono i primi esempi che mi vengono in mente. Insomma, i Leghisti vanno al governo e dispongono secondo i loro interessi, i terroni si lamentano. Lasciategli almeno questo sfogo. Chi scrive, ovviamente, è contro questa malaunità, della quale in 70 anni di vita non è riuscito a vedere alcun vantaggio per i suoi conterranei. La Repubblica e la Costituzione più bella del mondo li regalo volentieri a Mattarella e Benigni.

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