Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Cominciamo in modo sgradevole, con
le considerazioni di Patrizio Peci:
«Il nostro errore, in sostanza, qual era?
Credere che l’Italia fosse un Paese adatto a una rivoluzione comunista. Non
abbiamo considerato che l’Italia era una società a capitalismo avanzato […] In
Italia mancava l’elemento fondamentale: mancava la fame. Senza la fame, senza
la maggioranza della popolazione che sta veramente male, non si fanno
rivoluzioni»[1].
In realtà, non è necessario che si
verifichino condizioni estreme perché il popolo si ribelli; è sufficiente
piuttosto che si determini un divario, percepito come insostenibile, tra ciò
che si ritiene spetti per diritto e ciò che si riesce realmente a ottenere.
Insomma, la privazione relativa è spesso più
“rivoluzionaria” della privazione assoluta.
Sta di fatto che in Italia — e non
solo, ma qui mi occuperò esclusivamente del Bel Paese — scoppiarono forti
contestazioni operaie proprio a partire dagli anni del boom economico, quando
sembrava che il crescente benessere garantisse ormai il soddisfacimento dei
bisogni primari. Tali movimenti furono al centro delle riflessioni di quel
coacervo di teorie e prassi che va sotto il nome di operaismo.
Testi come Operai e capitale di Tronti,
riviste come Quaderni rossi
e Classe operaia, la
nascita di gruppi militanti come Potere
Operaio e Lotta
Continua, la cosiddetta area dell’Autonomia e tante altre realtà
costituirono le diverse espressioni di questo universo politico e teorico.
Al centro vi era l’individuazione
di un soggetto politico ben preciso: il cosiddetto “operaio
massa”, categoria che dobbiamo soprattutto alle analisi di Mario Tronti.
Si trattava di un operaio
dequalificato, legato alla catena di montaggio, angariato dai cronometristi,
costretto alla ripetizione di movimenti stereotipati, disumanizzato, vera
appendice della macchina, così come era stato individuato da Marx.
A peggiorare le sue condizioni vi
era l’atavica contraddizione tra il Sud e il Nord dell’Italia.
Il Sud, arretrato e immiserito,
forniva manodopera a buon mercato alle fabbriche del Nord.
Masse sempre più consistenti di
immigrati si trasferivano al Nord per
essere assorbite dalle grandi fabbriche, il vero motore dello sviluppo
italiano.
Questi ex contadini si ritrovavano
catapultati in una realtà estranea alle loro esperienze e, spesso, totalmente
ostile.
I governi non si erano posti
adeguatamente il problema dell’enorme afflusso di persone nelle città del Nord,
né avevano predisposto infrastrutture adeguate ad accoglierle.
L’immigrato meridionale si trovava
a vivere condizioni di lavoro spesso orribili, con tempi contingentati e un
ambiente rumoroso e malsano.
In un documentario dell’epoca che
vidi su Rai Storia, i capi reparto intervistati lamentavano lo scarso
adeguamento degli operai meridionali ai ritmi produttivi e ne attribuivano la
causa, correttamente, alla loro abitudine ai tempi del lavoro agricolo.
Ora, è evidente che il lavoro
dell’agricoltore è notevolmente più faticoso di quello dell’operaio e non si
conclude certo con le otto ore. Tuttavia, i suoi tempi sono più dilatati: ci
sono le pause, il bicchiere di vino, la chiacchiera con il compagno, i canti
che accompagnano il lavoro e così via.
Venendo a mancare tutto ciò, si
consolida la sensazione di estraneità, di essere diventato un automa.
D’altronde, finito l’orario di
lavoro, la situazione non migliorava, anzi.
L’emigrato trovava con difficoltà
un alloggio; ben ricordiamo i famigerati cartelli “Non
si affitta ai meridionali”. Era inoltre circondato da una diffusa
ostilità e, a volte, diventava vittima di aggressioni violente.
Sulla condizione dei meridionali,
dentro e fuori dalla fabbrica, una pietra miliare resta il film di Ettore
Scola, Trevico-Torino… viaggio
nel Fiat-Nam.
Ed è qui che vorrei aggiungere una
considerazione “di genere”.
«Tra il censimento del ’51 e
quello del ’61 emigrarono dal Sud al Nord e dalle campagne alle città 10
milioni di persone, delle quali due terzi di sesso maschile sotto i
quarant’anni»[2].
Giovani e maschi, sui quali è
gravato in misura particolarmente pesante il peso dello sviluppo capitalistico.
Nel film citato, il protagonista
cerca un approccio sentimentale con una militante di sinistra, una di quelle
che, come molte altre in quegli anni, distribuivano volantini davanti ai
cancelli delle fabbriche cercando di “far prendere coscienza agli operai”.
Naturalmente, la tipa lo rifiuta.
Va bene amare l’operaio idealizzato, ma un poveraccio arrivato dal Sud con lo
spago sulla valigia non somiglia molto al principe azzurro.
Sempre a proposito del disagio
esistenziale vissuto dai giovani operai maschi, del Nord e del Sud, mi piace
ricordare una strofa della canzone Proposta
dei Giganti, del 1967:
«Lavori la ghisa per pochi denari
e non ho in tasca mai la lira
per poter fare un ballo con lei
[…]
Ma questa gioventù, c’avrei giurato,
che m’avrebbe dato di più».
Da questa sofferenza, il lavoro
verrà sempre più odiato e, oltre alle forme di sciopero più o meno
conflittuali, si stabilirà una sorta di sorda resistenza continua che, in
alcuni ambienti operaisti e, segnatamente, nelle elaborazioni di Bifo, porterà
alla teoria del “rifiuto del lavoro” come
nuova identità costitutiva del soggetto sociale rivoluzionario.
Il lavoro non viene più
considerato semplicemente una necessità da rendere meno gravosa attraverso
aumenti salariali e migliori condizioni. Inizia a essere messo in discussione in quanto tale, almeno nella forma assunta dalla
società industriale.
Accanto alle forme di sciopero e
di conflitto più o meno dure, si sviluppa una sorta di sorda resistenza
quotidiana: assenteismo, rallentamento dei ritmi, sabotaggio, rifiuto della
disciplina produttiva.
Ma sono anni nei quali tutta la
gioventù dei Paesi sviluppati è percorsa da fremiti di insofferenza, sia a
livello esistenziale sia politico.
La Beat Generation ne è il primo epifenomeno; poi arrivano le
manifestazioni pacifiste, i grandi concerti rock, la cultura psichedelica e
tanto altro.
Emergono esigenze disparate,
disperate e contraddittorie: una rivolta generalizzata contro la società nella
quale quei giovani vivevano.
Eppure, molti di questi giovani
conducevano un’esistenza apparentemente piacevole, lontana dalle privazioni che
avevano conosciuto i loro genitori, ma anche dalle dure condizioni dei giovani
operai italiani che abbiamo analizzato prima.
Per aiutarci nella comprensione
possiamo rifarci alla famosa piramide di Maslow,
che pone i bisogni umani in una gerarchia: una volta soddisfatti quelli di un
livello inferiore, emergono quelli del livello superiore, fino ad arrivare
all’ineffabile “realizzazione di sé”.
«Molti e moltissimi tra gli anni
’60 e la fine degli anni ’70 hanno sperato che nella società del domani ognuno
avrebbe potuto realizzare se stesso insieme agli altri, a ognuno sarebbe stata
data la possibilità di avvicinare ciò che fino ad allora era stato separato:
desiderio e realtà»[3].
Sì: i bisogni coartati erano anche
quelli collocati in cima alla piramide.
La società fintamente opulenta,
quella denominata “società dei consumi”,
riusciva meglio dei precedenti sistemi di dominio nel processo di
disumanizzazione, invadendo efficacemente tutti gli ambiti del vivere.
Baudrillard sostiene che nella
società dei consumi le merci non possiedono soltanto un valore d’uso e un
valore di scambio, ma anche un valore-segno:
esse comunicano identità, status, stile e differenze sociali. Il sistema dei
consumi tende così a trasformare l’identità stessa in qualcosa che può essere
rappresentato e acquistato attraverso le merci.
Il profumo, per esempio, non vende
soltanto una fragranza, ma una determinata immagine di sé: seducente,
aggressiva, dolce, elegante, trasgressiva. L’individuo finisce quindi per
acquistare sul mercato i segni attraverso i quali costruisce e comunica la
propria personalità.
Sintetizzerei il concetto dicendo
che il sistema “distrugge la personalità per
restituirtela sotto forma di segno”.
La rivolta culminerà nel ’68, con
tutte le sue contraddizioni e poi nel ’77, e
sarà seguita dal progressivo assorbimento delle sue istanze nel nuovo sistema
di dominio, fino a farne, almeno in parte, l’intelaiatura della nuova ideologia
dominante.
Ciò non di meno, dissento dalle
impostazioni antimoderne spesso derivate dalla famosa poesia di Pasolini, anche
se non completamente.
Mi sembra evidente che le due
rivolte — quella giovanile e quella operaia —, in un contesto di forte lotta di
classe come quello italiano di quegli anni, abbiano subito una reciproca ibridazione.
Non fosse altro per la giovane età
di molti degli “operai massa”.
Il punto più alto sarà il famoso “autunno caldo” del 1969.
Poi arriverà la ristrutturazione capitalistica, con l’automazione, la delocalizzazione e la trasformazione dei processi produttivi, che porteranno progressivamente allo sfaldamento della figura dell’operaio massa.