Interrogativi sulla transizione cubana

Nel panorama delle notizie catastrofiche, molte delle quali ci vengono nascoste, come per esempio le recenti manovre navali congiunte nel Mediterraneo di Cina e Russia [1], i controllori dei mass media trovano il modo di inserire eventi che, spogliati della loro problematicità, sembrerebbero far presagire che qualcosa di buono alla fin fine accade sotto il sole. Una volta individuato un evento che può esser così presentato, si ricorre a spiegazioni esplicitamente moralistiche: la buona volontà del papa pensoso per le sorti dell’umanità, la capacità di autocritica di Obama, il premio Nobel più immeritato della storia, il riconoscimento che, dal momento che “ il capitalismo è morto e il comunismo pure” come dice Gianni Minà [2], non ha più senso lo scontro tra modelli sociali di segno opposto.

Se le cose stanno effettivamente così, possiamo rasserenarci e tirare un respiro di sollievo: almeno da quelle parti (Mar dei Caraibi) non si preparano interventi armati né ipocrite missioni “umanitarie”, né ulteriori attentati terroristici. Ma il dubbio metodico è uno strumento assai efficace, che ci consente di valutare più a fondo il “valore di verità” di quanto ci viene quotidianamente ammannito da sempre nuovi giornalisti rampanti saltati fuori chissà da dove, in particolare tenendo conto che – come ci ha insegnato Marc Bloch [3] – le false notizie in tempo di guerra (la guerra fredda è davvero finita? O è cominciata la guerra calda?) nascono sì da un errore o da un fraintendimento, volontari o meno, ma entrano in sintonia con stati d’animo collettivi ed hanno precisi scopi politici. E in questo caso – mi pare – la stato d’animo collettivo è rappresentato dal legittimo desiderio di pace e l’obiettivo politico consiste nel tranquillizzare le masse che, se ulteriormente sollecitate, diventerebbero indisciplinate e forse addirittura ribelli. Straordinaria e opportuna convergenza!

Lo scopo di questo breve intervento è invece quello di restituire problematicità all’evento in questione (il riavvicinamento Stati Uniti-Cuba) e di suscitare qualche preoccupazione, di modo che si possa riflettere con maggiore realismo su di esso e reagire in maniera adeguata. Prenderò spunto dalla conferenza che Pablo Rodríguez Ruiz, dirigente del Dipartimento di Antropologia sociale e Etnologia del Centro di Antropologia dell’Avana, ha tenuto alla Sapienza di Roma nel giugno passato.

La storia di Cuba: in 500 anni ciò che in Europa si è sviluppato nel corso di millenni

Nella sua conferenza Pablo Rodríguez è partito dalle due visioni contrapposte della Cuba rivoluzionaria, che si scontrano da decenni e che non sembrano condurre ad una concezione condivisa. Queste due visioni sono estremistiche e di segno opposto e non colgono la complessità della situazione cubana articolata in una serie di sfumature, che possono essere colte solo da uno sguardo critico e equilibrato.

Da un lato c’è chi cerca di presentare Cuba come una specie di paradiso socialista, senza macchie, né contraddizioni, né conflitti. Dall’altro, c’è chi demonizza la società cubana, il suo regime politico, presentando quel paese come l’isola dell’orrore, dove le persone vivono manipolate da un potere macabro che le opprime e le obbliga a vivere un’esistenza miserabile. Tale situazione assurda agli occhi dei “democratici” nostrani sarebbe scaturita dal processo rivoluzionario vittorioso nel 1959 e si sarebbe cristallizzata nella dictadura de los Castros, i quali, grazie alla loro longevità, continuano a dominare imperterriti. Queste due diverse interpretazioni esprimono le differenti posizioni politiche dei loro sostenitori e da esse scaturiscono le varie ricette che tali interpreti propongono per risolvere i problemi della società cubana.

Per comprendere la complessità della società cubana contemporanea non si possono mettere tra parentesi i circa 5/6 secoli di scambio ineguale (per usare l’espressione di Samir Amin) tra la metropoli e le colonie, e che in particolare a Cuba hanno portato allo sterminio dei tre diversi gruppi etnici indigeni stanziati nell’isola all’arrivo degli spagnoli. Non si può nemmeno stendere un velo pietoso sull’importazione in terra cubana di schiavi africani, strappati alle loro terre con la complicità dei loro stessi fratelli, il cui lavoro ha permesso all’élite spagnola e creola di vivere nel lusso e nello sfarzo nelle loro fastose dimore. Insomma, non si può parlare della Cuba di oggi senza tenere conto del contesto internazionale nel quale tale società si è storicamente costituita. E per approfondire tali argomenti si può far riferimento al libro di Eduardo Galeano, intitolato Le vene aperte dell’America Latina (pubblicato nel 1971), che Hugo Chávez regalò con un gesto ironico e polemico a Obama, in occasione di un incontro internazionale, affinché si documentasse sulle relazioni tra America Latina e potenze occidentali.

Ovviamente tale politica devastante nei confronti della popolazione latino-americana, e di quella cubana in particolare, non si è conclusa con la fine della colonizzazione, dalla quale è emersa la strategia della neo-colonizzazione, nel cui seno deve essere ricompreso il bloqueo statunitense che è costato all’isola caraibica la perdita di vite umane, il ritardo tecnologico e industriale, il basso tenore di vita, nonostante conquiste importanti riconosciute a livello internazionale.

Accantonando questi aspetti cruciali della storia cubana, Rodríguez ha preferito concentrarsi sugli eventi a noi più vicini, rimarcando tuttavia con forza che la società cubana ha sperimentato, in un lasso relativamente breve di tempo, trasformazioni radicali, passando in circa 500 anni dall’età della pietra alla moderna società industriale e subendo una serie di travolgenti sconvolgimenti.

In particolare, egli si è soffermato su una serie di fatti ben documentati ma dimenticati dai cosiddetti cubanologi [4] ben radicati in molte università statunitensi ed europee. Vediamo di indicarli:

1) alla vigilia del 1 gennaio 1959, fuggendo verso gli Stati Uniti, gli esponenti del governo del dittatore Fulgencio Batista portarono con sé nelle loro valigie gran parte delle riserve in valuta pregiata del paese. Ciò ha significato che la costruzione della nuova società iniziò nel contesto di una cronica scarsezza di risorse; fenomeno che ha dato vita a quella tipica arte di “arrangiarsi” del cubano, il quale ha imparato a risolvere i problemi tecnici e quotidiani con l’arte dell’invento.

2) Il primo marzo 1959 Fidel Castro consegna i titoli di proprietà della terra a 340 vegueros (piccoli coltivatori del tabacco) della provincia occidentale di Pinar del Rio, dando inizio alla riforma agraria. Tale atto audace modificò le strutture del paese, ma al contempo scatenò il conflitto pluridecennale con gli Stati Uniti colpiti nei loro interessi, e che da quel momento divennero il nemico esterno, contro cui lottare per garantire la sopravvivenza del paese.

3) La politica del bloqueo, che ha strangolato economicamente e culturalmente il paese, ha provocato non solo l’interruzione del commercio tra i due paesi, ma anche il rapido invecchiamento della infrastruttura tecnologica cubana di origine statunitense, che fu sostituita con quella sovietica. Come è noto, purtroppo la dissoluzione del socialismo reale ha comportato che anche questa nuova base tecnologica divenisse obsoleta a partire dagli anni ’90, perché ben presto fu impossibile sostituirne le parti difettose o non funzionanti. Per queste ragioni, indipendenti dalla volontà dei cubani e dei loro dirigenti [5], l’isola caraibica in circa 50 anni ha dovuto cambiare ben due volte la sua infrastruttura tecnica e produttiva; esperienza probabilmente unica nella storia moderna.

4) La borghesia, quasi nella sua totalità, le élites intellettuali, tecniche e professionali emigrarono, benché convinte che ben presto sarebbero potute ritornare, perché il nuovo regime non avrebbe potuto durare a lungo. Ciò fece sì che la rivoluzione potesse contare su un’ampia base popolare fortemente motivata e impegnata, mentre il caposaldo controrivoluzionario aveva le sue basi logistiche fuori del paese, benché sostenesse gruppi di ribelli (alzados), che avrebbero dovuto promuovere il collasso del nuovo governo. D’altra parte, l’emigrazione delle classi medie e intellettuali generò un vuoto nella struttura dirigente che fu colmato grazie all’ascesa di individui provenienti dalle classi popolari, non sempre con la qualificazione adeguata, cui fu affidata la gestione dei processi di trasformazione sociale. Questi elementi costituirono quella nuova intellettualità di origine popolare, che contraddistingue ancora oggi gran parte della dirigenza cubana.

5) Nell’agosto del 1961 il governo rivoluzionario adottò una misura che ebbe importantissime ripercussioni sociologiche non sempre prese in considerazione: il cambio della moneta, ossia la sostituzione delle banconote firmate dal precedente Presidente del Banco Nacional de Cuba con i pesos che portavano la firma del Che e che ancora circolano a Cuba limitatamente ad alcune transazioni. Questa decisione fu presa per indebolire l’opposizione e per impedire che ricevesse sostegno finanziario dagli Stati Uniti. Infatti, la nuova moneta circolava solo a Cuba ed era ovviamente monopolizzata dallo Stato. Il cambio della moneta fu accompagnato da altre misure, come quella di limitare a 10.000 pesos la consistenza dei conti bancari, producendo così l’equiparazione economica tra i diversi settori della popolazione.

Rodríguez sostiene che questi fatti contribuiscono a spiegare alcuni caratteri propri della società cubana contemporanea, tra i quali menziono: il deterioramento del sistema produttivo, caratterizzato da una scarsa produttività del lavoro, che rende difficilmente sostenibili alla lunga le conquiste sociali ottenute; la crisi dell’offerta, che non garantisce al cubano l’acquisizione di quei beni indispensabili a migliorare il suo tenore di vita, e che ha favorito lo sviluppo del mercato informale riguardante molti aspetti della vita quotidiana, che d’altra parte non viene represso con particolare decisione. A ciò dobbiamo aggiungere l’emigrazione di molti tecnici e professionisti, formatisi nelle università cubane, che abbandonano l’isola alla ricerca di maggiori gratificazioni salariali e lavorative, il deterioramento del valore del lavoro, giacché è possibile acquisire denaro dal mercato informale, dalle rimesse, dalle relazioni non sempre trasparenti con il mondo del turismo e con le nuove attività impresariali autorizzate dalle recenti riforme economico-politiche. Si devono anche tenere in conto la presenza di una forte struttura centralizzata e burocratica, che si sta cercando di dinamizzare, la quale non consente la presa di decisioni rapide e adeguate alle necessità del momento, il risorgere di disuguaglianze dovute alle differenze di accesso alle risorse in contraddizione con l’egualitarismo rivoluzionario originario.

Secondo l’antropologo cubano tutti questi elementi debbono essere collocati all’interno di una crisi sociale di ampia portata che, a causa del derrumbe del socialismo reale, significa anche una crisi etica, politica e di valori, cui occorre rispondere rapidamente, utilizzando il patrimonio simbolico e politico della Cuba rivoluzionaria, se si vuole evitare in ogni maniera il trapianto dello spietato capitalismo neo-liberale nell’isola caraibica.

Per completare questo rapido quadro della società cubana contemporanea dobbiamo menzionare un aspetto ideologico di primaria importanza, sui cui Rodríguez si sofferma, e che è rappresentato dalla straordinaria convergenza tra una serie di elementi quali l’anti-colonialismo delle masse popolari cubane, nutrito da secoli di inumano sfruttamento, la nozione di patria e quindi di autodeterminazione, e infine il richiamo al modello socialista, il tutto rivisitato attraverso l’antimperialismo di José Martí (1853-1895), considerato l’autore intellettuale della rivoluzione vittoriosa del 1959 [6].

Questa straordinaria confluenza sincretica costituisce ancora oggi il sostrato ideologico, su cui si radica il comportamento politico e morale della maggior parte della popolazione cubana, che vede nella lucha quotidiana per sopravvivere l’estensione della grande battaglia contro le ingerenze esterne, condotta anche per acquisire la piena dignità nazionale nel panorama internazionale.

Il riavvicinamento Cuba / Stati Uniti

Se vogliamo comprendere a fondo le ragioni di tale riavvicinamento e scavare sotto la “buona volontà” di quei leader di cui, di giorno in giorno, i mass media costruiscono il “carisma”, rendendoli agli occhi dei più autorevoli e convincenti, partiamo da un tema indicato da Rodríguez: la crisi dell’apparato produttivo cubano, la bassa produttività del lavoro, l’insostenibilità delle conquiste sociali in tale contesto. È proprio da questi problemi che hanno preso le mosse le prime riforme all’indomani della dissoluzione del socialismo est-europeo [7] e che hanno significato la costituzione delle imprese miste, soprattutto in ambito turistico, le quali hanno garantito, in parte, l’approvvigionamento di valuta pregiata con cui acquistare sul mercato internazionale il necessario alla sopravvivenza della popolazione cubana. La riforma costituzionale del 1992 ha comportato anche altre significative modifiche, che ci limitiamo a segnalare, come la soppressione del carattere ateo dello Stato (art. 54 della Costituzione del 1976); articolo che viene sostituito dall’art. 55 del testo successivo, con cui si afferma che lo Stato riconosce, rispetta e garantisce la libertà di coscienza e di religione, al tempo stesso che riconosce, rispetta e garantisce il diritto di tenere ogni forma di credenza o di non tenerne nessuna. In questo stesso contesto, in cui le asperità della iniziale fase della rivoluzione si sono attutite [8], i credenti delle diverse fedi religiose vengono ammessi al Partito comunista (IV Congresso, 1991, http://gredos.usal.es/jspui/bitstream/10366/72131/1/El_IV_Congreso_del_Partido_Comunista_de_.pdf). Infine, con grande appoggio popolare, il 26 giugno 2002 fu approvata un’altra legge di riforma costituzionale, la quale ha sancito il carattere irrevocabile del sistema socialista e ha affermato che le relazioni economiche, politiche e diplomatiche con un altro Stato non possono essere negoziate in un regime di aggressione, minaccia e coercizione esercitato da una potenza straniera (http://www.cubadebate.cu/cuba/constitucion-republica-cuba/). [9]

Questi sono gli elementi che chiariscono, sia pure per sommi capi, la trasformazione della società cubana a partire dalle grandi nazionalizzazioni degli anni ’60, e che sono significativi per avanzare nella comprensione del riavvicinamento, certo contraddittorio, tra Cuba e Stati Uniti. A questi elementi dobbiamo ovviamente aggiungere tutte quelle misure previste dai Lineamientos de la Política Económica y Social del VI Congreso del PCC approvati nell’aprile del 2011, che stanno cambiando l’articolazione e la gestione del sistema produttivo cubano, tra le quali menzioniamo la conversione di circa 500.000 lavoratori pubblici in lavoratori autonomi (cuentapropistas), la creazione di cooperative anche nel settore terziario, la distribuzione delle terre incolte allo scopo di incrementare la produzione alimentare, la concessione di crediti alla popolazione per la costruzione di case e per favorire investimenti nel settore agricolo e nell’allevamento.

Se da un lato si sta costituendo la piccola e la media impresa, dall’altro con il Decreto Legge 313 del 2013 si dà un ampio sostegno all’investimento straniero con la creazione di Zone Speciali di Sviluppo (ZED), come il porto di Mariel vicino all’Avana; inoltre, gli investitori saranno esentati dal contributo allo sviluppo locale, dalle imposte sulla forza-lavoro, da quelle sugli utili (per 10 anni) e da quelle sulle vendite (per un anno); imposte che, negli anni successivi, non saranno certo esose. Come si ricava dall’articolo cui rimando il lettore (http://www.cubadebate.cu/cuba/constitucion-republica-cuba/), nella ZED di Mariel il governo cubano ha deciso di concentrare una serie di produzioni di rilevanza strategica come la biotecnologia, la farmaceutica, l’energia rinnovabile, le telecomunicazioni, il turismo, il settore immobiliare etc., avvalendosi di investitori come Cina, Russia, Vietnam, Brasile. Una serie di misure ha anche garantito gli investitori da possibili espropriazioni, le quali saranno possibili se socialmente indispensabili e necessarie ma sempre previo e adeguato indennizzo.

L’insieme di questi provvedimenti, che il governo cubano inserisce nel processo di “actualización del modelo socialista”, ha suscitato nei diversi settori sociali reazioni di diverso segno: alcuni vedono in essi l’avvio della transizione al capitalismo (probabilmente nella sua forma più selvaggia), altri sono convinti che l’espansione del mercato senza limiti condurrà alla prosperità e alla ricchezza. Da parte sua, il governo cubano sembrerebbe optare per il possibile compromesso tra proprietà statale e mercato, con la sua appendice di proprietà non pubblicaL’esito di tale disputa, non meramente teorica, è tutto da scrivere; posso segnalare la sua rilevanza e sottolineare che solo all’interno di questo contesto è possibile intendere perché Obama ha deciso di rilasciare i tre anti-terroristi ed eliminare Cuba dalla lista dei Paesi sostenitori del terrorismo [10]. D’altra parte, questo stesso contesto spiega quanto sia necessario per la maggiore delle Antille reperire la infrastruttura tecnologica e gli investimenti necessari al suo rilancio economico e alla praticabilità del suo sistema di giustizia sociale. Anche se – come afferma Luciano Vasapollo – i dirigenti cubani sanno bene dove potrebbero condurli le trattative con gli Stati Uniti, tuttavia, non possono fare a meno di trangugiare la medicina, i cui esiti – come nel caso della chemioterapia per un malato di cancro – possono avere anche controindicazioni assai dannose (http://www.sinistrainrete.info/estero/5069-luciano-vasapollo-cuba-ha-scelto-il-male-minore.html), ma in una certa percentuale dovrebbero far guarire l’infermo.

Molto più preoccupato sembra essere Manlio Dinucci (https://www.google.it/?hl=it&gws_rd=cr&ei=bh6cVfejJqufygPYt5jgCg#hl=it&q=senza+soste+dinucci+cuba), il quale ritiene che, sostanzialmente, la Casa Bianca non cambia strategia e che il suo obiettivo è sempre quello di distruggere lo Stato cubano. Infatti ora, a suo parere, sbarcheranno nell’isola caraibica organizzazioni non-governative, piene di dollari ed emanazione della CIA e del Dipartimento di Stato, per mettere in piedi “progetti umanitari” a vantaggio del popolo cubano. Arriveranno ben presto anche le multinazionali statunitensi che intendono investire i loro capitali nelle biotecnologie e nel settore del nickel (finora sfruttato in collaborazione con i canadesi), senza dimenticare turismo e alberghi, che promettono ingenti profitti.

Pur cercando di rispettare lo spazio limitato concessomi in questa sede, vorrei aggiungere qualche altro elemento utile ad approfondire l’analisi; in particolare, è assai interessante osservare alcuni aspetti dell’ormai famoso discorso di Obama tenuto il 17 dicembre 2014 in concomitanza con il discorso di Raúl Castro (http://aulalettere.scuola.zanichelli.it/storia-di-oggi/guerra-fredda-usa-cuba-la-svolta-del-17-dicembre-2014/). In primo luogo, bisogna osservare che il presidente degli Stati Uniti si riferisce costantemente alla gente e al popolo di Cuba e non al governo e allo Stato cubano, dichiarandosi pronto a fare il possibile per migliorare le condizioni di coloro che – questo non lo dice – hanno sofferto proprio per le scelte politiche del suo potente Paese. A suo parere, la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, la ripresa degli scambi commerciali, il turismo e l’attivazione delle telecomunicazioni non potranno che favorire la diffusione nell’isola caraibica dei “valori americani”, di cui sono portatori gli stessi giovani cubano-americani, figli e nipoti di quelli che la Rivoluzione del 1959 prima, il regime socialista poi, con le sue durezze, hanno costretto a fuggire. In tale contesto gli Stati Uniti daranno un contributo fondamentale per il rafforzamento della democrazia, della libertà di espressione e dei diritti umani a Cuba, guardando con interesse al settore privato, che si sta configurando sulla base delle recenti riforme economico-politiche. “Todos somos americanos”, conclude Obama, ma intende dire che dobbiamo accomodarci tutti sotto la bandiera a stelle e strisce o che ci sono valori che accomunano l’emisfero occidentale e sui cui contenuti è possibile discutere?

Infine, c’è un ultimo punto che non posso tacere, perché di straordinaria importanza internazionale. Infatti, anche un osservatore distratto non può non aver notato che i negoziati L’Avana / Washington, anche se svoltisi segretamente per molti mesi, hanno ad un certo momento coinciso con l’incremento dell’aggressività statunitense nei confronti del Venezuela, in particolare quando, nel marzo 2015, Obama ha emesso il famoso decreto esecutivo, apparentemente ora accantonato, che dichiarava quel Paese essere una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Come spiegare tale comportamento verso uno Stato ricco di risorse energetiche e che, per di più, sta operando con molta efficacia per incrinare l’egemonia ideologica statunitense, impiegando strumenti intelligenti e capillari come il canale televisivo Telesur? E soprattutto, come spiegarlo tenendo conto del parallelo processo di riavvicinamento a Cuba, culla dei fermenti ribelli e legata da tanti vincoli di affinità e di amicizia con la Rivoluzione Bolivariana? Un’ipotesi forse prematura potrebbe essere che gli Stati Uniti si stiano già muovendo per spezzare il fronte, che ha visto la convergenza di molti Stati latino-americani e il loro sostanziale accordo nel ribadire il rifiuto della tradizionale politica interventista statunitense non solo nel continente latino-americano. Ma questa è ovviamente tutta un’altra storia. Per ora ci limitiamo a concludere citando il nostro amico cubano, Pablo Rodríguez che, visitando dopo molti anni l’Europa, si è dichiarato profondamente colpito dai livelli di miseria e di povertà visibili tra la popolazione del continente. Ha anche osservato che è proprio da queste stesse misere condizioni che, confrontandosi in forme diverse con la politica aggressiva degli Stati Uniti, i governi progressisti latino-americani stanno cercando di sollevare le masse popolari dei loro Paesi, ed ha aggiunto, perplesso, in attesa di una risposta: “E voi dove state andando?”.

Note

[1] Ne ha dato notizia Internazionale (http://www.internazionale.it/notizie/2015/05/22/cina-russia-mediterraneo-esercitazioni-militari)

[2] v. http://www.senzasoste.it/rete/cuba-usa-gianni-mina-smentite-le-bugie-americane . Cosa intenda dire a proposito della fine del capitalismo il noto giornalista, escluso da tempo dal nostro servizio pubblico, non è facile capire; quanto alla fine del comunismo forse è opportuno ricordare che la storia ha visto solo tentativi di avvio alla costruzione di una società comunista e che la loro scomparsa dal mondo reale non implica automaticamente la dipartita del comunismo dal mondo ideale, ossia dalla lotta etico-politica.

[3] Marc Bloch, La guerra e le false notizie, ed. or. 1921

[4] Ai cubanologi si contrappongono i cubanisti che, con un atteggiamento non apologetico, sostengono il processo rivoluzionario.

[5] Ci si potrebbe chiedere cosa si è fatto per rendere Cuba maggiormente autosufficiente e perché quello che si è fatto non ha funzionato.

[6] L’articolo 5 della Costituzione, riformata nel 1992, definisce il Partito comunista di Cuba martiano e marxista-leninista, ma nella cultura quotidiana il riferimento costante è rappresentato da José Martí.

[7] Con tale avvenimento si instaurò a Cuba il cosiddetto periodo especial en tiempo de paz che significò negli anni 1990-1993 la caduta del 36% del PIL e che probabilmente oggi può considerarsi concluso.

[8] Ovviamente sempre per ragioni internazionali e nazionali, che hanno reso possibile una più armoniosa convivenza tra atei e credenti, e non per la “benevolenza” di qualcuno.

[9] Gli antirivoluzionari hanno definito questa misura la “pietrificazione” della Costituzione cubana, che può dunque essere modificata solo con il suo ribaltamento.

[10] Ossia, non l’ha fatto perché si è reso conto che la sua politica era sbagliata, ma – giacché ha ragione Fidel Castro quando dice che degli Stati Uniti non bisogna fidarsi mai – che era opportuno adottare una strategia più adeguata all’oggi.

http://www.lacittafutura.it/mondo/america/interrogativi-sulla-transizione-cubana-prima-parte-di-due.html

http://www.lacittafutura.it/mondo/america/ininterrogativi-sulla-transizione-cubana-seconda-parte-di-due.html

Fonte: http://ilcomunista23.blogspot.it/2015/07/interrogativi-sulla-transizione-cubana.html

 

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