Pil e socialismo. il nuovo corso keynesiano della Cina

Abbiamo deciso di avviare una riflessione sulla Cina, aperta a tutti i contributi, perché la questione è troppo importante e complessa nello stesso tempo ed è giunta l’ora di affrontarla in modo serio e sistemico.

Lo facciamo partendo da questo articolo (compresi i commenti) di Vincenzo Morvillo pubblicato su “Contropiano” e ripreso da “Sinistra in Rete”. Un articolo che, personalmente, condivido in buona parte anche se non completamente.

Penso infatti che di fronte ad un fenomeno così impetuoso, potente e naturalmente contraddittorio (siamo forse di fronte al più grande e vertiginoso processo di accumulazione capitalistica mai avvenuto nella storia, sia pure in una forma inedita che è appunto quella guidata dal partito-stato comunista cinese), sia importante approfondire l’analisi prima di arrivare ad una sintesi. Sia perché le notizie e le informazioni (e anche le interpretazioni dei vari analisti) che arrivano da quel grande paese-continente sono spesso molto contrastanti e contraddittorie, sia perché, come dicevo, quel processo si presenta in forme inedite (e in un contesto storico-culturale molto diverso da quello occidentale) che non possono non avere il loro peso e non giocare un ruolo determinante su quello stesso processo.

Per queste ragioni, riteniamo quindi fondamentale, in questa fase, studiare a fondo il fenomeno e confrontare le diverse posizioni. Lo faremo pubblicando nostre riflessioni ma anche e soprattutto quelle di altri analisti pubblicate su altri blog e giornali online. Superfluo sottolineare che saremo ovviamente lieti di ospitare su questo nostro giornale i contributi di analisti, giornalisti ma anche “semplici” lettori, interessati ad approfondire il tema.

(Fabrizio Marchi)

Di seguito l’articolo di Morvillo e relativi commenti:

Leggendo, nei giorni scorsi, due articoli, uno pubblicato da La Stampa:L’Italia si prepara ad aderire alla grande rete infrastrutturale cinese” e l’altro, invece, pubblicato su Contropiano, a firma di Pasquale Cicalese: “La Cina, dopo 40 anni, proietta la sua potenza sul mercato interno” – come tanti altri che leggo sul cosiddetto miracolo cinese, attualmente seconda economia mondiale, proiettata verso un inarrestabile primato – ho, per l’ennesima volta, fatto la stessa identica considerazione.

La Cina compete sul mercato mondiale, nell’epoca della globalizzazione – cioè da circa trent’anni – con tutte le armi tipiche del finanzcapitalismo (per usare la significante locuzione coniata dal sociologo Luciano Gallino), accreditandosi come il più agguerrito antagonista dell’impero statunitense e il suo più legittimo successore, nella guerra interimperialista in atto sullo scacchiere internazionale.

Una guerra innescata a partire dagli anni ’70, da quella che il prof. Luciano Vasapollo indica come crisi sistemica del capitalismo mondiale, all’interno di una civiltà-mondo dominata dal sistema finanziario, finora soprattutto a guida occidentale.

Ne viene, di conseguenza, la seconda, più sofferta e perplessa considerazione. Perché molti compagni guardino alla Cina post maoista e di ispirazione denghista (“arricchirsi è glorioso, compagni”, disse Deng Xiaoping nel 1979. Sic!) come ad un modello, seppur spurio, di paese socialista, sinceramente mi è oscuro. In chiave geopolitica e geostrategica, di contrasto al dominio imperiale a stelle e strice? Posso pure comprenderlo. Ma basta? Francamente, non credo!

La Cina ha innestato, negli ultimi trent’anni, la marcia del neoliberismo più spinto. Il paradigma produttivo è quello sviluppista, tipico dei paesi a Capitalismo avanzato. Il Pil è cresciuto a due zeri. E ora, in fase di leggera, ma pur sempre indiscutibile, flessione dell’export (che ha assicurato al paese proprio quella crescita esponenziale) sta correndo ai ripari. E, ovviamente, lo fa sul piano del sostegno alla domanda interna.

Nella più tipica tradizione keynesiana, insomma; benché lo si potrebbe definire -con una formula più congeniale a quella che Loretta Napoleoni definiva, con un sincretismo neologistico, capitalismo keynesiano 4.0. Non vedo come altro si potrebbe denominare, infatti, quello applicato dal Governo della Repubblica Popolare Cinese, in questa delicata fase di altalenante sconquasso che si trovano ad attraversare i mercati e le borse di mezzo mondo.

Keynesismo, dunque, cui si affianca, però, pur sempre, una spietata logica produttivistica, efficentista e concorrenziale, che porta la Cina ancora ad adottare orari di lavoro e dispositivi di controllo che non dovrebbero appartenere, almeno in teoria, ad una Democrazia Popolare o ad un sistema che voglia considerarsi, non dico comunista, ma appena socialista. Un sistema che dovrebbe condurre l’uomo alla liberazione dalla schiavitù del lavoro salariato e non al suo vassallaggio dentro la gabbia delle ragioni del profitto.

Guardie armate fuori le fabbriche; diritto di sciopero mal tollerato; rappresentanza sindacale praticamente inesistente, se non nel senso di cinghia di trasmissione statale-padronale; sorveglianza sociale e nuovo giro di vite repressivo – attuato dal governo di Li Keqiang, sotto l’egida del Presidente a vita Xi Jinping – sulle lotte operaie e sulla recrudescente, negli ultimi tempi, Lotta di Classe, sono variabili proprie degli stati capitalisti e dei governi improntati alle regole del liberismo.

Fattori e condizioni segnalati da siti e giornali online, quali La Voce delle Lotte, Rivoluzione (sito del movimento comunista Sinistra Classe Rivoluzione) il sito del Partito Comunista Internazionale: nessuno di essi, com’è facile intuire, di tendenza borghese; Internazionale, decisamente più liberal; e Contropiano, su cui si può leggere un interessante articolo di qualche tempo fa “Per una definizione del regime cinese” , che potete trovare nella sezione del giornale Fattore K.

E ancora, cicli lavorativi anche di 10/12h; ferie spesso non pagate; fine settimana non garantiti; salari in molti casi legati ai tempi e alle ore effettive di fatica: quindi classificabili come cottimo, ampiamente inteso e diffuso. In tutti questi casi si tratta, invece, di dati elaborati dagli scienziati dell’Accademia delle scienze sociali di Pechino e riportati anche da L’Antidiplomatico.

Naturalmente, le cose vanno meglio nelle aziende statali delle zone sviluppate, come quelle di Shangai e della capitale. Con salari che, soprattutto nell’area orientale e più sviluppata, crescono anche del 10-15% annuo. Una gran bella differenza, rispetto alla riduzione del potere d’acquisto che, invece, ci troviamo a registrare, ad esempio, all’interno di molti paesi dell’Eurozona.

Nonostante ciò, comunque, un aspetto certamente non sottovalutabile, e anzi fondamentale, viste le tragiche condizioni in cui versa l’ecosistema globale, a causa dell’azione predatoria delle risorse e del modello iper-sviluppista e freneticamente consumistico, portati avanti dal capitalismo ad impronta liberal-liberista, soprattutto nel corso degli ultimi 60 anni (e a cui, piaccia o no, si è piegata anche la Cina post maoista) è l’adozione della cosiddetta economia circolare.

In pratica, un cambiamento radicale del modello produttivo – ancorché concepito in base all’economia di mercato e alle logiche del capitale e del profitto – che prevede la concentrazione del ciclo di produzione sul riutilizzo, la riparazione, il rinnovo e il riciclaggio dei materiali e dei prodotti esistenti. Quello precedentemente considerato “rifiuto” può essere, in poche parole, convertito in materia prima. Un mutamento di prospettiva non da poco, a ben considerare, in cui il paese del fu Impero Celeste è decisamente all’avanguardia.

Poco incline, invece, risulta il governo al rispetto dei diritti dei lavoratori e dei cosiddetti “diritti civili“ che, ovviamente, in quanto marxisti, subordiniamo, imprescindibilmente e giustamente, a quelli sociali. Il problema, però, è che in Cina, a quanto pare, vengono entrambi posti in secondo piano, rispetto all’interesse del Leviatano statale.

In tal senso, si è già detto del mal digerito diritto di sciopero, dell’azione repressiva del governo e dell’inesistenza di una vera e strutturata rappresentanza sindacale. Una pallida rappresentanza, paragonabile, nell’attuale contesto di competizione interimperialistica – volta dunque al più feroce sfruttamento di una manodopera a basso costo – a quella propria del sindacalismo giallo statunitense; o a quella sempre più concertativo-compatibilista delle tre sigle italiane Cgil-Cisl-Uil, oramai irrimediabilmente supine alle esigenze, alle logiche e alle direttive padronali.

La Cina, dunque, rappresenta, almeno secondo chi scrive, un chiaro esempio – solo l’ultimo in ordine di tempo – di turbocapitalismo a genesi e conduzione partitica. O, se si preferisce, di social-imperialismo, per usare una locuzione cara ai movimenti rivoluzionari degli anni ’70, con cui s’identificava la degenerazione fordista e burocratica avvenuta all’interno delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Oppure, per rinviare alla dizione ufficiale, potremmo ancora definire quel modello come “socialismo di mercato alla cinese”. Poco cambia, a dire il vero.

Perché qui da noi, a partire dalla ristrutturazione capitalistica e dalla controffensiva padronale degli anni ’60 e ’70, seguite al grande boom economico – con annessa redistribuzione della ricchezza – si insorse in armi, nonostante le politiche keynesiane, che miravano a compensare gli effetti sociali di tale ristrutturazione, con l’intento, esclusivamente, di depotenziare il conflitto in atto e di stabilizzare il sistema.

Attualmente, una situazione simile comincia a verificarsi in Cina, dopo gli exploit commerciali e il vertiginoso aumento del Pil, dovuto, come si diceva, soprattutto all’export. Il Pcc sembra muoversi, in un simile contesto, come il Partito Comunista Italiano di quegli anni. Qualche concessione, sul piano economico, ma rigido controllo statalista sul versante delle lotte – si badi bene, ci si riferisce alle lotte operaie e del proletariato periferico, non a quelle inscenate da attivisti al soldo della borghesia occidentale – per assicurare una più o meno accettata pax sociale, che consenta allo status quo di sopravvivere senza troppi sussulti. Il tutto, a vantaggio della nomenclatura oligarchica all’interno del partito, che tira le leve economiche e dello stato; di una piccola fetta di ricchezza privata; e di un più ampio ceto medio, di cui si è provveduto, nel corso del tempo, ad allargare la base.

Noi comunisti, di fronte alla violazione dei diritti dei lavoratori e alla cancellazione progressiva delle conquiste operaie; di fronte alle devastanti politiche repressive e di controllo sociale; di fronte pure ai balbettamenti di natura riformista, qui, nel nostro Occidente neoliberista, nella nostra Europa dominata dal pensiero e dalla pratica Ordoliberista, alziamo la bandiera rossa della Lotta di Classe.

Di fronte alla cultura sviluppista e alle feroci ragioni del profitto, della concorrenza e del mercato, opponiamo – o meglio sarebbe dire, dovremmo opporre, accertato che l’etica lavorista a troppi compagni non fa difetto, ahimé – una cultura del lavoro e una dimensione esistenziale ispirate ad una visione del mondo e della vita più umana, meno frenetica, non certamente scandita dai soverchianti, pervasivi, asfittici meccanismi del profitto, del consumo e del tempo veloce, imposti dalla sovrastruttura del Potere. Borghese, Statale, Partitico, non importa.

E invece, troppo spesso e con troppa nostalgia guardiamo alla Cina post Mao e convertita alle dinamiche, flessibili e laceranti leggi del mercato, come ad un paese socialista, un modello cui ispirarsi. Sol perché ancora sopravvive un Partito Comunista Cinese, che altro non è se non il simulacro del grande partito rivoluzionario fondato da Mao e che condusse alla vittoria il proletariato, la classe operaia e i contadini, nella Cina di Chiang Kai-shek? Non credo sia la giusta visione se si vuole sovvertire il modello di produzione capitalistico vigente. La Cina, come detto, mira a rafforzare il suo ruolo nella competizione interimperialistica. E a diventare egemone!

Basti considerare gli investimenti cinesi in Africa (Gibuti, Sudan, Algeria, Zimbabwe), come anche il progetto della Nuova Via della Seta, maxi-programma di investimenti infrastrutturali ideato da Pechino per collegare il paese con decine di paesi in Asia, Africa ed Europa e verso cui anche l’Italia parrebbe mostrare interesse. Investimenti certo – specie quelli compiuti nel continente africano – fatti con un intelligente criterio di stimoli infrastrutturali e non secondo il modello predatorio tipico dell’imperialismo Usa ed europeo .Ma pur sempre di logica affaristica si tratta. Seppur informata ai principi di un social-imperialismo soft e più equo.

Mi preme sottolineare, a questo punto, che sono, le mie, valutazioni opinabilissime, non certo di un docente di economia, ma dettate, comunque, da una rigorosa ancorché non ortodossa concezione marxista della politica economica e da un’altrettanto spassionata visione del mondo, poco incline ai tatticismi geopoliticisti.

Ciò chiarito, ribadisco e chiarisco quanto scritto all’inizio, in merito alle politiche keynesiane adottate dal governo cinese sul versante nazionale.

Sostegno della domanda interna, defiscalizzazione a favore delle imprese per reggere l’impatto della concorrenza, maggioranza azionaria concessa agli investitori esteri, abbattimento dell’Iva per sostene gli operatori nazionali, fiscalizzazione degli oneri del debito per favorire le imprese private, banche pubbliche che potranno aumentare del 30% i prestiti concessi ai privati, grandi opere infrastrutturali e Alta Velocità (se le fa la Cina, con il Pcc è cosa buona?), una politica che non si discosta dalla regola del Pil, allargamento del ceto medio, altro non rappresentano che l’adozione di politiche keynesiane, varate per sostenere la domanda aggregata ed assicurare alla Cina, al socialismo di mercato e al governo che ne detta le regole, la sua stabilità e il suo ruolo, anche e soprattutto in campo internazionale.

Perciò, per quanto mi sforzi, personalmente vedo solo un modello di sviluppo ad altissima trazione capitalistica, al quale si coniuga lo schema della pianificazione centralizzata. Un modello misto, quindi; o -per usare ancora le parole e la categoria certamente più precisa, del professor Vasapollo- si può parlare di “modello duale flessibile”. Insomma, in parole povere: Pianificazione + Mercato. Da un lato, allocazione delle risorse (di Mercato), dall’altro rapporti sociali di produzione e sistema di proprietà delle unità produttive (in mano Pubblica). Schematizzando: Socialismo e pianificazione quinquennale cui si associano le leggi di mercato dell’oscillazione della domanda e dei prezzi, compresa la politica monetaria. Pertanto, volendo semplificare al massimo: Capitalismo + Socialismo. Il tutto, in salsa un po’ meno neoliberista e un po’ più keynesiana. Ma tracce di socialismo davvero ridotte ai minimi termini.

La Cina, insomma, non è il Venezuela. I due paesi non hanno lo stesso peso, sullo scacchiere mondiale. Da comunista, credo ci si possa sentire vicini al secondo -che lotta per l’affermazione del bolivarismo, per un effettivo riscatto, in termini socialisti, del proletariato meticcio e per sottrarsi al giogo dell’imperialismo Usa- decisamente meno alla prima, che una politica imperialista, seppur declinata in forme diverse, la sta attuando. Basta leggere i cinque punti del concetto di imperialismo concepiti da Lenin -in una prospettiva statale e non privata- per rendersene conto.

E mi chiedo, in conclusione: se la classe media è arrivata a 600 milioni di persone, l’altro miliardo e più come vive? Facile, troppo facile immaginarlo. In Cina, invece di procedere sulla strada del Comunismo, si è tornati indietro. Ad un’ economia di mercato e di stampo capitalistico, seppur, appunto, flessibile.

Si è liberi di illudersi quanto si vuole. Ma tant’è. Non si può sostituire la Lotta di Classe con la geopolitica!”

 

I commenti all’articolo:

#8 Mario Galati 2019-03-21 18:39

Non ho mai dubitato che Franco giudicasse il sistema politico capitalistico migliore del sistema sovietico. Il suo comunismo dell’autogoverno (di quale? Di quello della comunità primitiva? O di che altro tipo? Troppo comode le frasi sulla fine della forma merce e sull’autogoverno), il comunismo “non dogmatico”, in fondo consiste in questo: nel criticare il sistema capitalistico in cui si vive comodamente e nel contrastare ogni esperienza storicamente concreta che ad esso si oppone e da esso si discosta. E tutto ciò in nome dell’avvento della società ideale, la quale, però, si riduce a mero vezzo intellettuale. Hegel definiva da anime belle questi atteggiamenti. Né, né, in nome di “ideali” sempre più elevati rispetto alla realtà storica concreta ed alla lotta concreta che vi si svolge.
Inutile sottolineare che non condivido nemmeno una parola dell’ultimo commento.

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#7 Franco 2019-03-20 16:15

Be’, possiamo tranquillamente votare per Gentiloni, Bucci, Toti, 5 Stelle, Salvini , Conte; non abbiamo di che scegliere. Sono tutti a favore della “via della seta”. Salvini non ho ben capito fino a che punto. Sono tutti “comunisti”. Nella fase fordista del capitalismo ed in quella di rincorsa dell’Urss allo stesso, Il potere politico sulla societa’ non ha differenziato i sistemi sociali. Ma li ha unificati tutti nell’oppressione. Se fosse per quello, allora l’Occidente e’ stato migliore dell’Urss. Visto i risultati. La liberta’ risiede nell’autogoverno. Nella fine della “forma merce”. Questa fine si “trascina” anche la fine della politica come negativita’. Ora i capitalisti di tutte le speci hanno abolito la politica come sfera separata dall’economia perche’ non era piu’ possibile il capitalismo Keynesiano. E di fatto non esiste neanche in Cina ,dove e’ pura’ amministrazione di problemi gia’ definiti dalle logiche mercantili. Quindi la politica non c’e’ e non ci sara’ mai piu’. Nel senso che la “sinistra” del novecento ha dato ad essa. Perche’ il capitalismo ha terminato la sua fase progressiva. Pur con danni forse irreparabili. Ora entra nella fase putrescente, direi invertita, e non tollera piu’ la politica come mediazione tra capitale e lavoro (capitalistico). La toglie proprio dalla testa della gente, con spese in denaro enormi. (Societa’ dello Spettacolo). Quella che verra’ ancora chiamata falsamente politica, sara’ gestione coercitiva della poverta’, della devianza e dei sentimenti e delle menti delle persone al fine di indirizzarle all’accettazione dell’ordine esistente. Quindi in tutto il mondo sara’ cosi’. Anche in Cina. Altro che “Socialismo” come fase intermedia del “Comunismo”. Mi domando come si fa’ a non vederlo. In Cina ci sono circa 200 milioni di “benestanti” e circa 600 milioni di persone che stentano a vivere. Cosi’ ,se non mi ricordo male, dicono i dati. E secondo voi questi non sono dati che determinano una societa’ di classe come “voi” la chiamate ?. Ma di cosa parliamo ?. Questa si che e’ pura “trascendenza” dai problemi pratici e reali. In Russia, in Cina , non ci sono stati e non ci sono nessun Socialismo, sono solo rincorse in ritardo storico, al capitalismo. Che ne possano divenire un passaggio in avanti e’ un’altro discorso. Il vecchio che cammina e’ superato dal giovane che corre, ma la via e’ sempre quella. Ed e’ il capitalismo. Ringrazio il blog per l’ospitalita’ e la pazienza. Per uno che non crede che il “comunismo” sia un dogma, gia’ codificato per sempre. Appunto come una religione.

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#6 Mario Galati 2019-03-20 09:36

Davvero, povero Marx, questo sconosciuto. Che il potere politico e la sua organizzazione non siano solo il riflesso passivo dei rapporti “strutturali”, ma siano anche un fattore attivo appartiene inequivocabilmente a Marx. Non è una creazione di Lenin o dei marxisti. Oltre che negli argomenti di “politica” trattati da Marx, da cui traspare esplicitamente questa concezione (che poi è alla base della teoria della rivoluzione), il fondamento è da cercare nella concezione dell’organizzazione sociale come totalità, non come schematico dualismo struttura/sovrastruttura, rapporti di produzione/sovrastruttura politica e giuridica, i cui rapporti e confini non sono così netti e meccanici come si vorrebbero semplificare. Inoltre nella concezione dialettica, il mutamento di un elemento della totalità modifica tutto il sistema, comportando nuove relazioni e, perciò, modifica ogni singolo elemento e il quadro intero.
Sostenere che il potere politico del partito comunista nel quadro cinese sia un elemento indifferente e illusorio, a fronte di rapporti capitalistici sottostanti, significa ignorare la realtà (e Marx. Si veda, per es., quanto Marx sostiene nella “Critica dell’economia politica” circa la divisione del lavoro all’interno di una economia privatistica e all’interno di una economia collettivistica).
Forse lo stupore di giorgio ha qualche fondamento non liquidabile con supponenza e superficialità.

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#5 Franco 2019-03-18 17:25

Mi stupisce che chi si richiama al “marxismo” non abbia ancora capito la differenza tra Marx e il “marxismo”. Poveri noi e Povero Marx (questo sconosciuto).

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#4 giorgio 2019-03-18 15:47

Mi stupisce che chi si richiama al marxismo non voglia comprendere che è il controllo politico della società a differenziare i sistemi sociali: laddove il potere politico non sia ” il comitato d’affari della borghesia”( e non lo possa mai essere per principio costituzionale) ma rappresenti idee di trasformazione comunista della società ci potranno essere le premesse per un futuro di trasformazione mentre laddove non è così -senza rivoluzioni come quelle- mai nulla cambierà o la volontà popolare di trasformazione sarà continuamente attaccata con la forza della finanza da tutti i paesi capitalisti del mondo ,come l’eroico Venezuela chavista.
Una base economica forte è necessaria per permettere un potere politico forte capace di difendersi dal capitalismo dei banchieri e dalla tecnologia dei militari assassini in Vietnam,Corea,Iraq,Serbia,Afghanistan,Cile ,Brasile, Indonesia,Libia,Somalia,Yemen,Palestina considerando solo alcuni fra i paesi in cui Usa ed Europei hanno versato il sangue dei popoli.

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#3 Paolo Selmi 2019-03-17 10:35

Caro Vincenzo,
Mi trovo d’accordo con gran parte della tua analisi. Sulla differenza fra pianificazione, che i cinesi usano impropriamente, ma sapendo di sbagliare, e programmazione, ho scritto i commenti 7, 9 e 14 a questo lavoro di Caputo che ben si prestava a essere criticato in tale senso.
https://www.sinistrainrete.info/europa/14202-alexander-hoebel-crisi-capitalistica-questione-europea.html#comment-4641
Sul capitalismo cinese, globalizzato e globalizzante (che ad altro non serve quell’immenso progetto infrastrutturale in corso) concordo con Franco.
Da spedizioniere, peraltro, dico a cosa cavolo servono Vado Ligure e Trieste se OGGI le navi a Genova arrivano PIENE e partono MEZZE VUOTE anche riducendo i noli marittimi della metà! A un porto sottoutilizzato in export, che è questo che ai nostri interessa… vero??? aggiungiamo due porti fatti dalla Cosco e di proprietà Cosco come il Pireo, di cui uno a fianco del summenzionato sotto impiegato porto e uno in pieno imbuto adriatico, dove l’inquinamento è già a livelli insopportabili a causa della natura chiusa di tale lembo d’acqua, e che con l’ingresso continuo e costante di navi oceaniche portacontenitori da 20.000 teu, e relativi scarichi, da provocare un ulteriorre danno ambientale neanche tanto difficile da immaginare … e per che cosa, per regalare ai cinesi e a Monaco (ts-monaco 600 km) 7 giorni di transit time???
Sto lavorando da tre mesi alla traduzione (già completata) e all’analisi e al commento della II parte del III capitolo del libro di Syroezin, peraltro aiutandomi con altri manuali sovietici per meglio inquadrare le tematiche esposte e approfondirle. Nonché attualizzarle, anche qui nei limiti del possibile. Dovrei chiudere se tutto va bene in settimana.
Buona domenica a tutti.
Paolo

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#2 Eros Barone 2019-03-16 23:35

Dato il grande interesse economico, politico e teorico che riveste la “questione cinese”, mi permetto di riprendere e riproporre un commento che avevo formulato tempo addietro anche al fine di problematizzare alcuni assunti proposti, in modo alquanto eclettico, da Vincenzo Morvillo in questo articolo. Il “Trattato di critica dell’economia convenzionale” di Luciano Vasapollo (2013), giustamente citato da Morvillo, nel vol. I offre uno schema analitico generale in cui vengono distinti, secondo la proprietà delle risorse (privato/Stato) e i sistemi di allocazione delle medesime (mercato/autorità centrale), quattro modelli: 1) capitalismo di mercato, 2) capitalismo a pianificazione centralizzata, 3) socialismo di mercato, 4) socialismo a pianificazione centralizzata. Orbene, sia il sistema cinese che quello vietnamita esemplificano un ‘mixtum compositum’ tra un sistema di allocazione delle risorse di mercato e un sistema di proprietà delle unità produttive in gran parte pubblico. Considero, inoltre, che sia un pregio di questa schematizzazione liquidare lo pseudo-concetto di “capitalismo di Stato”, usato per descrivere i sistemi economici più diversi, dallo Stato interventista che si afferma con la crisi del ’29 (e prima ancora con la ‘mobilitazione totale’ del primo conflitto mondiale) all’URSS e a qualsiasi tipo di entità economica pubblica basata sui metodi di gestione del capitalismo privato. Trattando il tema del modello economico socialista nel suo “Manuale di Economia Applicata. Analisi critica della mondializzazione capitalista” (2007), Vasapollo raffina ulteriormente lo schema individuando i seguenti modelli: 1) modello di pianificazione centralizzata; 2) modello di pianificazione decentralizzata; 3) modello riformato; 4) modello duale flessibile (Cina). A ciò aggiunge un’ulteriore distinzione, basata sui livelli (micro-/macro-) del mercato e della pianificazione: – Capitalismo: Mercato (macro) –> Pianificazione (micro) – Socialismo: Pianificazione (macro) —> Mercato (micro). Va da sé che nel capitalismo il fattore del mercato prevale a livello macro-economico, ma la pianificazione ha un ruolo microeconomico a livello della singola impresa (che tale combinazione sia contraddittoria era già stato rilevato da Engels e da Lenin). Per converso, nel socialismo la pianificazione è il fattore prevalente a livello macro-economico e il mercato ha un ruolo limitato ed è sottoposto all’autorità centrale. Dal punto di vista formale, questo sembra essere il caso cinese, caratterizzato tuttora dai piani quinquennali di staliniana memoria: quello corrente è il tredicesimo e copre il periodo che va dal 2016 al 2020. Esso determina le condizioni macroeconomiche degli investimenti e quindi della crescita, il tasso di cambio, l’emissione di moneta, la politica fiscale, nonché la politica dei redditi e dei prezzi. Vasapollo, con grande onestà intellettuale, osserva che i limiti del modello cinese e il carattere problematico del “modello duale flessibile” derivano dalla scomparsa del campo socialista, dalla necessità di agire secondo le regole legali, commerciali e finanziarie che regolano le relazioni del mercato capitalistico mondiale, nonché dal permanere della legge del profitto che domina tale mercato. Non si può sostituire la lotta di classe con la geopolitica: assolutamente d’accordo. Tuttavia, si provi ad immaginare, in chiave ucronica, che cosa sarebbe il mondo attuale senza la Cina odierna, e non sarà difficile comprendere la preziosa funzione riequilibratrice che svolge sulla scena mondiale questo grande paese (sviluppista, turbocapitalista, neoliberista, statalista, socialimperialista e via definendo). Suggerisco pertanto di rileggere e meditare un libro chiave sulla questione cinese, giacché le analisi e le previsioni in esso svolte e formulate si stanno, per molti versi, realizzando. Mi riferisco al saggio di Giovanni Arrighi, “Adam Smith a Pechino” (2008), che reca questo pregnante sottotitolo: “Genealogie del ventunesimo secolo”.

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#1 Franco 2019-03-16 21:16

Caro Morvillo, hai il coraggio di dire cose che a “sinistra”, come dici tu, molti non vogliono sentire dire. Siccome i cinesi potrebbero essere i prossimi beneficiari della “crisi” dell’impero statunitense, solo per questo risulterebbero “migliori”. Mi viene da dire, in un impeto di presunzione mal riposta, che costoro , non abbiano il minimo buon senso nell’accreditare il capitalismo cinese, perche’ di questo si tratta, come modello migliorativo di quello o di quelli piu’ antichi in competizione con esso. Perche’ “ragionano” in questo modo ?. La ragione e’ semplice e drammatica per me. Essi continuano a pensare con le categorie di base del modo di vivere e produrre del capitale. Merce, denaro, lavoro, valore e mercato. Sembra impossibile, ma e’ cosi’, ragionano solo per trovare il modo di raggiungere il “potere”. Una visione della vita cosi’ “mediocre”, per non definirla in altro modo, che le infinite masse che abitano questa sfortunata terra, preferiranno essere sterminate dalla miseria, dalle guerre e dall’inquinamento, piuttosto che aderire ad una simile visione del “Socialismo”. Poveri noi. Cordiali Saluti.

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Fonte articolo: https://www.sinistrainrete.info/estero/14570-vincenzo-morvillo-pil-e-socialismo-il-nuovo-corso-keynesiano-della-cina.html

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Fonte foto: Ispi (da Google)

2 commenti per “Pil e socialismo. il nuovo corso keynesiano della Cina

  1. armando
    25 Marzo 2019 at 18:27

    Molto opportuna la decisione di discutere in modo approfondito della Cina, per capire meglio quel paese, la sua economia e la sua politica, i suoi intenti.
    Mi limito ad osservare
    a) Un mondo multipolare è senza dubbio preferibile a quello unipolare a guida USA, se non altro perchè tiene aperte le contraddizioni, che significano spazi di manovra altrimenti inibiti, quale che sia il giudizio sulla Cina.
    b) Non si può che in Cina ci sia il socialismo, o ci si avvii verso di esso. Non vedo un solo elemento in tal senso. In Cina, il processo del valore non si tenta neanche di mitigarlo, anzi ci se ne avvale a piene mani. Il concetto di sviluppo economico non differisce da quello del mondo occidentale. In tal senso è un paese pienamente capitalistico in cui non si scorge alcun tentativo di fondare non solo l’economia ma la vita intera delle persone su parametri diversi dai nostri, compresa la questione dello scatenamento della tecnica e dei suoi rischi. Mi sembra si voglia fare come da noi, ma “meglio” .
    c) La questione della direzione dell’economia da parte della politica mi sembra molto importante. Visto che alternative “comuniste” all’orizzonte non ce ne sono, non solo sul piano concreto ma prima ancora su quello teorico (un teorico che non sia utopico), si tratta almeno di un tentativo di governare il mercato, riconoscendone quindi i limiti strutturali e non inneggiando ad esso come la forma compiuta e migliore di civilizzazione umana. Mi chiedo se in questo momento sia l’unica possibilità, soprattutto per un enorme paese in competizione mondiale. Non so darmi una risposta.
    d)Quanto alla politica internazionale della Cina vorrei capire meglio i suoi intenti strategici, ovvero se gli accordi internazionali che propone sono equi e vantaggiosi per entrambi i partners, se lasciano margini di autonomia politica ed economica alle controparti o le fagocitano. In ogni caso, gli strilli degli atlantisti che hanno ceduto agli USA ogni sovranità politica ed economica da decenni, sono ridicoli, in mala fede e fuori luogo.
    e) Cosa possa scaturire in futuro da tutto ciò è forse impossibile dirlo ora, perchè spesso la storia prende strade diverse da quelle prevedibili.

  2. sinistra patria
    22 Aprile 2019 at 16:49

    La Cina è un regime capitalista e semifascista che annienta l’opposizione di sinistra, Bo Xilai e i nuovi maoisti sono ancora al carcere, Utopia Rossa è stata chiusa senza uno straccio di motivazione giuridica. Keynesiana? Sì come i fascisti, non a caso la maledetta UE tra Trump e la Cina preferisce chiaramente la seconda!!!!!

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