Siamo nel tempo ordinario della lotta di classe. Le oligarchie
plutocratiche sono in guerra. I conflitti sono armati e assumono forme
giuridiche. La giurisprudenza mostra il suo volto ideologico, le leggi e le
Costituzioni sono curvate ai desiderata
dei più forti. Trasimaco è tra di noi nella sua palese evidenza. I conflitti armati al fine di saccheggiare le
risorse dei popoli, il caso Ucraina è solo uno dei tanti, sono sostenuti e
coordinati dalle finanziarie che drenano la ricchezza prodotta dai subalterni
(proletari, precari, migranti e piccola borghesia) verso gli obiettivi
stabiliti dalle oligarchie. I Parlamenti sono solo il passaggio medio di questa
operazione conflittuale. Sono la maschera legale dei conflitti. I Parlamenti
gestiti dagli addetti alla politica dell’obbedienza rappresentano il punto di
disvelamento della verità. Per i dominatori la storia è solo un lungo conflitto
strategico, non ha fine, poiché possono essere sconfitte talune oligarchie, ma
i “nuovi arrivati” non possono che perpetuare il medesimo cammino. Il potere
per il potere è il loro scopo, pertanto ogni mezzo è lecito per vincere nella
lotta tra le oligarchie e contro i popoli. Al momento, malgrado il conflitto
tra oligarchia statunitense e orientale con gli europei in condizione di
ambiguità perenne, tutte le plutocrazie sono compatte nel ridurre o nel non
concedere la partecipazione viva, libera e democratica dei popoli. Anche il
socialismo cinese nella sua peculiarità storica corrisponde a tale dinamica,
esso ha dalla sua parte l’assedio a cui è sottoposto da secoli, pertanto
l’evoluzione democratica potrebbe indebolirlo e consentire agli occidentali di
penetrare nel suo tessuto culturale per destabilizzarlo e vincerlo. Tale
progettualità è stata posta in atto in Russia dopo la Caduta del Muro di
Berlino. La Russia in Putin ha trovato un baluardo in difesa dell’indipendenza
nazionale. Tra gli aggiogati, invece, il sistema oligarchico ha lanciato una
serie di campagne di “liberazione e divisione”. Il fronte dei subalterni è
diviso dalla lotta tra i generi, gli uomini sono considerati assassini per
natura, per cui il fronte delle donne individua nel genere maschile la causa di ogni
male. Il sistema scaltramente utilizza il “timore di un ritorno al passato” per
rinfocolare il terrore presente con un semplicismo interpretativo dei fatti che
riscontra un facile successo. Le categorie marxiane per leggere la violenza non
sono utilizzate, pertanto i crimini sono
astratti dal sistema. Le responsabilità individuali sono scisse dal contesto
culturale e produttivo. L’inquietudine divide il fronte dei subalterni. Nel
contempo è in atto una campagna contro le identità. L’identità è un male, perché
essa raccoglie una lunga storia nella quale è conservata la memoria viva con
cui orientarsi criticamente nel presente. Popoli e singoli senza identità sono
consegnati all’amorfismo impotente e sterile. L’amorfismo è la libertà a misura
del capitale, ovvero è il “nulla” e il “niente” è sterile nel corpo e nello
spirito. Le tradizioni sono vilipese o sopravvivono come business da divorare;
alla religione è concessa visibilità solo se interviene per limitare con “il
pacco per i poveri” gli effetti mostruosi delle politiche sociali, mentre la
scuola incute terrore e paura agli studenti con l’orientamente sempre più
precoce. Le scelte si misurano sul mercato, pertanto ci si autoesclude dalla
vita autentica con le proprie passioni, per essere inclusi e diventare liberi
sudditi del mercato. Ciò che il mercato non “valorizza” dev’essere negato
liberamente, altrimenti si è esclusi. Le passioni non spendibili sono tacitate
con il timore della disocuppazione e con la pubblica irrisione. Le intelligenze
teoretiche e metafisiche vivono la loro tragedia. Ci si adatta fino a scomparire e ad
ammalarsi. Spontaneità, passione e coraggio nella scoperta di sé sono
sostituiti da scelte adeguate all’idolo mercato da venerare senza che il dubbio
faccia capolino. Si va a scuola per imparare la legge sovrana della
omologazione.
Dividere e dominare sempre
I pensionati, eternamente giovani, sono i nemici dei giovani, questi ultimi non possono entrare nel tempo etico della stabilità lavorativa, etica ed erotica, poiché ci si avvia ad uscire dal lavoro, sempre più una prigione, a circa settant’anni. I pensionati sono così pronti ad esalare in qualche anno l’ultimo respiro e le casse dello Stato emancipate dagli oneri sociali possono essere utilizzate per le guerre. Su tutto campeggia la scuola, luogo dove si disimpara ad essere umani e comunitari per diventare competenti barracuda del mercato. L’eguagliamento dell’ignoranza conserva in salute gli oligarchi e viene venduta dalle scuole ai “genitori anch’essi adolescenti” come “successo formativo” e “benessere a scuola”. I docenti, con stipendi al limite della povertà, si contendono progetti e simili con i quali il tempo dei contenuti e dei concetti si contrae fino ad essere un tempo disomogeneo impacchettato e organizzato per rendere l’ignoranza una pubblica virtù. Divisi in tutto e diffidenti l’un con l’altro i subalterni non hanno punti di riferimenti, ma possono sospendere il loro quotidiano inferno con i social nei quali si illudono di essere protagonisti imitando i vip e influencer. La tragedia ha volti infiniti e da ognuno di essi, se si ha la pazienza di seguirne il filo di Arianna, possiamo ricostruire il quadro di diabolico sfruttamento alienante del nostro tempo. I subalterni sono dominati e divisi, mentre le oligarchie si combattono, ma sono compatte nel raggiungere gli obiettivi e condividono le medesime finalità. Questa è la condizione con cui ci avviamo ad affrontare il nuovo anno. Malgrado le manipolazioni e gli oscuramenti mediatici la verità gradualmente emerge, in quanto le contraddizioni sono sempre più feroci e palesi e penetrano nelle nostre carni dolenti per diventare piaghe psicologiche e carnali.
L’anno che verrà
Per l’anno che verrà dovremo porci l’obiettivo di ascoltare
il nostro dolore per riconoscerlo nei tanti che sembrano omologati e muti, ma
in realtà sono le vittime di un sistema che umilia e offende la passione, la
spontaneità vitale e la razionalità critica con cui dobbiamo ricostruire la
civiltà. Non è la comunità ad essere sotto attacco, ma la civiltà nella sua interalità.
Siamo dinanzi “al primitivismo di massa”. Le moltitudini dolorose avide di
illusioni sciamano dolorose tra bancarelle, merci e viaggi. A tutto questo
dobbiamo opporre il “principio di realtà” e la “ricostruzione concettuale del
vero”. Ciascuno di noi può essere un punto ottico di resistenza e può
contribuire a ricostruire una resistenza reale mediante rappresentanza e
testimonianza. A ciascuno secondo i propri talenti. Il fine a cui dobbiamo
tener fede è il superamento della contraddizione di classe. La grande scoperta
di Marx con il materialismo storico e dialettico non è riducibile alla “lotta
di classe”, quest’ultima dev’essere superata con il socialismo e con il
comunismo. Se per i dominatori il fine della storia è la giungla perpetua,
ovvero la lotta senza limite etico e disumanizzante, per i rivoluzionari la
storia è campo di lotta per umanizzare le esistenze tutte mediante un lungo
processo che conduce verso la fine della lotta di classe per diventare umani,
ovvero per porre in essere l’eccellenza
della natura storica di ogni essere umano: la solidarietà comunitaria e
con essa il congedo dalla “lupa del capitale”. Non è sufficiente eliminare o
contrarre eticamente la proprietà dei mezzi di produzione, poiché la
rivoluzione è olistica, per cui solo il ringiovanimento della totalità sociale
potrà condurci fuori dalle manipolazioni e dagli eccidi del dominio e dei
dominatori sempre disponibili a perpetrare la guerra e a caldeggiare “la pace
armata” che divide, sanguina e prepara nel suo seno nuove tragedie immani. Il capitale è una potenza sociale, esso non
si identifica meccanicamente con i possessori dei mezzi di produzione, ma è
l’invisibile potenza del male proprietario e crematistico che penetra nella
società tutta con i suoi linguaggi, con i suoi desideri e con le sue tossine
divisorie. La potenza del capitale non alberga in un luogo o nelle istituzioni,
ha le sue centrali di comando, ma circola impalpabile e si rende visibile nei
suoi effetti. Alla potenza sociale del capitale bisogna opporre la potenza
sociale del comunismo comunitario e internazionale conforme alla natura umana
sociale e solidale. Il compito è arduo, ma niente è impossibile. Il
cominciamento è nel riconquistare il senso dello scandalo: guardiamo nelle
nostre famiglie, osserviamo le scuole, analizziamo le istituzioni dove i corpi
e le menti sono oggetto di cura: tutto è merce, per cui le parole di Marx sono
eterne finchè il capitale come potenza sociale continuerà la sua opera di
cannibalizzazione e di primitivismo sociale:
“Su che cosa si basa la
famiglia odierna, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Nel
suo pieno sviluppo la famiglia odierna esiste soltanto per la borghesia; ma
essa trova il suo complemento nella forzata mancanza di famiglia dei proletari
e nella prostituzione pubblica. La famiglia del borghese cadrà naturalmente col
venir meno di questo suo complemento, e ambedue scompariranno con lo sparire
del capitale. Ci rimproverate voi di voler abolire lo sfruttamento dei figli da
parte dei loro genitori? Noi questo delitto lo confessiamo. Ma voi dite che
sostituendo l’educazione sociale all’educazione domestica noi sopprimiamo i
legami più intimi. Ma non è anche la vostra educazione determinata dalla
società, dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dall’intervento più o
meno diretto o indiretto della società per mezzo della scuola, eccetera? Non
sono i comunisti che inventano l’influenza della società sull’educazione; essi
ne cambiano soltanto il carattere; essi strappano l’educazione all’influenza
della classe dominante. Le declamazioni borghesi sulla famiglia e
sull’educazione, sugli intimi rapporti fra i genitori e i figli diventano tanto
più nauseanti, quanto più, in conseguenza della grande industria, viene
spezzato per i proletari ogni legame di famiglia, e i fanciulli vengono
trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro. Ma voi
comunisti volete la comunanza delle donne – ci grida in coro tutta la
borghesia. Il borghese vede nella propria moglie un semplice strumento di
produzione. Egli sente che gli strumenti di produzione devono essere sfruttati
in comune e, naturalmente, non può fare a meno di pensare che la sorte dell’uso
in comune colpirà anche le donne. Egli non si immagina che si tratta appunto di
abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione[1]”.
Lo scandalo etico è contraddizione con il “mondo” e, dunque,
con esso si spalanca la storia e ci si emancipa dalla mercificazione degli
esseri umani, i quali oggi sono venduti per sezioni (ovuli, spermatozoi ecc.).
Ricominciare la lotta è sempre possibile, sta a noi individuare le modalidà
della prassi in un momento storico in cui i subalterni sono senza
rappresentanza politica. Il futuro non è profetizzabile, per cui allontaniamoci
dai pessimisti che con la loro ignavia complice e ideologica sono i migliori
alleati del sistema. Riconquistiamo la nostra passione e spontaneità, perché
solo con esse è possibile “ricominciare a pensare il futuro”. Senza esodo non
c’è svolta ma solo la lugubre palude del capitale in cui affondare.
[1] Marx, Engels, Manifesto del Partito Comunista, Capitolo II Proletari e comunisti
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