La decisione della famiglia Elkann/Agnelli di vendere il
gruppo Gedi (La Repubblica e La Stampa) all’armatore greco Theodore Kyriakou ha destato
preoccupazione in gran parte del mondo politico e ha gettato nel panico i
giornalisti dei due fra i tre più grandi e importanti “giornaloni” italiani (l’altro è il Corriere
della Sera, ovviamente).
Dal punto di vista umano è certamente comprensibile il timore
dei giornalisti e delle giornaliste per
le incognite del caso e le conseguenze che possono derivare dal passaggio di
proprietà di un giornale: ristrutturazione aziendale con possibili e assai
probabili licenziamenti. Sul piano squisitamente umano, dunque, la solidarietà
sorge spontanea nei confronti di chiunque tema di perdere il proprio posto di
lavoro.
Le cose cambiano (e con esse, ovviamente, anche il nostro
sentimento di solidarietà) se le osserviamo dal punto di vista politico.
I giornalisti e le giornaliste di Repubblica e de La Stampa (così
come quelli e quelle di tutti o quasi gli altri media cosiddetti mainstream) sono
stati in tutti questi anni i fedeli servitori e le fedeli servitrici dei loro
editori, mettendo a totale disposizione dei loro padroni le loro competenze
professionali. Hanno sostenuto pedissequamente (non so con quanta dose di
genuina convinzione o di opportunismo o entrambe le cose insieme, ma questo
poco conta sul piano politico) tutte le politiche dei loro padroni. Si sono
contraddistinti nel sostegno acritico delle politiche monetariste, neoliberiste
e antipopolari dell’UE, della inevitabilità dei tagli allo stato sociale, delle
guerre imperialiste e neocolonialiste della NATO, della criminalizzazione di
tutto ciò che esiste al di fuori dell’Occidente e che non è prono ad esso, dei
BRICS, della Russia, della Cina, del Venezuela, della resistenza palestinese e
libanese e a suo tempo della Serbia, dell’Iraq, della Libia, della Siria, stati
sovrani attaccati proditoriamente dagli USA e dai suoi alleati/satelliti. E
naturalmente sono stati i più fedeli e convinti cantori dell’ideologia
neoliberale e “politicamente corretta” in tutte le sue articolazioni. Quella
stessa ideologia che è servita a coprire, edulcorare e camuffare sotto una
coltre di “buonismo progressista” e “diritto civilista” le politiche
neoliberiste dell’UE, degli apparati tecno burocratici che la governano e delle
oligarchie finanziarie che le stanno alle spalle e che muovono i fili e,
naturalmente, come già dicevo, le guerre imperialiste degli Stati Uniti e della
NATO finalizzate a “portare – così hanno raccontato – diritti, libertà, democrazia,
a combattere l’oscurantismo e naturalmente liberare le donne dall’oppressione patriarcale”.
Le redazioni de La Stampa e soprattutto de La Repubblica, sono state tra le
principali sponsor di tutta l’agenda neofemminista e transfemminista e della
guerra orizzontale e sessista scatenata contro il genere maschile nella sua
interezza, camuffata come lotta di liberazione delle donne da un fantomatico
dominio patriarcale tenuto in vita artificialmente.
Questo è il “lavoro” che è stato svolto in tutti questi
decenni dai giornalisti e dalle giornaliste de La Repubblica e de La Stampa e questo
è il loro lascito di cui non sentiremo alcuna mancanza. Come definire questi
giornalisti? Potremmo sbizzarrirci con gli aggettivi ma lascio ai lettori la
scelta.
Alla luce di tutto ciò, il passaggio di proprietà dei due
quotidiani di cui sopra può destare preoccupazione in quegli ambienti politici
che temono un cambiamento di linea politica (magari un po’ più spostato sul
versante destro del sistema politico-mediatico) dei due quotidiani ma
certamente non nel sottoscritto, anche perché peggio di quanto hanno fatto non
si può oggettivamente fare.
Per quanto riguarda i giornalisti, quelli che manterranno il
posto di lavoro continueranno a fare quello che hanno sempre fatto, e quindi serviranno
il nuovo padrone. Gli altri cercheranno di trovarsene un altro e, se non ci
riusciranno, finiranno ad ingrossare le fila del numeroso esercito di
lavoratori precari e sottopagati (compresi tanti giornalisti). E magari, in
questa nuova condizione, chissà, potrebbe anche accadere che qualcuno/a di loro
sviluppi una nuova e rinnovata coscienza di sé e della realtà. Del resto, la
speranza è sempre l’ultima a morire.
Fonte foto: LOSPIFFERO.COM (da Google)